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Per un pugno di semi
by Duncan on lug.03, 2011, under Controinformazione, Resistenza umana, Simbolo, politica
Per un pugno di semi
Questa affermazione, che rincontrerete nei punti finali del testo che leggerete, dovrebbe essere scontata. Dovrebbe essere evidente. Moltissimi di noi non verrebbero neanche sfiorati da un pensiero diverso.
E invece non è così evidente per molte realtà economiche, mediatiche, politiche ed istiuzionali.
E la manipolazione della vita e la brevettazione del “materiale” vivente” è diventato uno dei grandi territori che segneranno il tempo prossimo venturo.
Il testo che leggerete non è sempre scorrevole e limpido, ma porta in sè domande potenti.
Non è un “discorso” solo sui semi…
I semi non sono quegli affarini picolissimi con cui potete riempirvi le mani.
I semi rappresentano una delle architravi della stessa sussistenza alimentare su questo pianeta.
Chi controlla i semi, controlla il cibo. Chi controlla il cibo acquisisce su intere collettività un potere che farebbe impallidire quello delle antiche satrapie orientali.
La manipolazione del vivente è strumentale ANCHE (e soprattutto) allo scopo delle brevettabilità del materiale manipolato.
Una volta, ad esempio, che si saranno create varietà genticamente manipolate (OGM) di Mais, le corporation internazionali che hanno il brevetto su quelle varietà manipolate (ad es.. la Monsanto) cercheranno di fare propagare quella tipologia di mais. Perchè quel mais è nelle loro mani. Se tutte le sementi attualmente essitenti fossero sementi geneticamente manipolate, in pratica la catena alimentare, per tutto quello che deriva dalla semina, maturazione,ecc.. e successivi procedimenti di elaborazione.. sarebbe nelle mani delle corporatione alimentare.
La lotta per i semi non è una battaglia di poche comunità integraliste di contadini, quindi. E’ una lotta per la democrazia prossima ventura. E si intreccia con altri piani e con altre lotte, in una sovrapposizione di livelli, sul piano orizzonta, e sul piano verticale.
L’articolo che leggerete tenta di mostrare “qualcosa” di tutto ciò, andando anche oltre lo stesso discorso dei semi.
E’ la riscoperta e la valorizzazione di un sapere comunitario che è in gioco, di un patrimonio collettivo che va oltre il diiritto e deve porre limiti al diritto. Arrivo a dire che il diritto è legittimo se non mette a repentaglio questo sapere comunitario e le relazioni di vita che esso stesso istituisce.
Il succo è che la proprietà comunitaria delle sementi, ma anche dell’acqua, e altri patrimoni originari non devono essere “concessi” dal diritto, il diritto deve “riconoscerli”, inchinandosi a ciò che rende legittimo il diritto e nè da valore morale, il rispetto della sovranità della vita nel suo manifestarsi.
E’ una lotta per una democrazia non limitata al piano istituzionale governativo.
Una lotta per i saperi comuni, per i beni comuni, per gli spazi condivisi, per i “territori franchi”, emancipati dal mercantilismo più esasperato, e dal codice del profitto, dalla dinanica dello scambio azionario perenne. Non è né liberismo, nè comunismo. I vecchi molochi ideologici sono alberi secchi, germe sterilizzante. E’ un pensiero più antico della ruota e più innovatore delle autostrade telematiche.
La terra appartiene ai popoli. La cultura sociale non deve essere sottoposta ad autorizzazioni e controlli.
La conoscenza va condivisa e deve scorrere senza limiti.
L’economia è solo uno strumento e deve inchinarsi a valori superiori.
I leader devono servire non comandare.
E la vita non è brevettabile.
Vedete a cosa si arriva da un pugno di sementi..
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Tratto da
“NUNATAK
Rivista di storie, culture, lotte della montagna”
SCAMBIO DI SEMI E DIRITTO ORIGINARIO
Parto da un’affermazione poco nota sulle varietà di fruta, ortaggi e cereali: le varietà in natura non esistono. In natura esiste la specie, i loro selvatici, le declinazioni locali delle specie (“ecotipipi”) che nei diversi luoghi, in risposta al terreno e al clima di quei luoghi, hanno evoluto forme e comportamenti particolari; ma le varietà, come le conosciamo oggi (la mela Renetta, il frumento tenero Gentil Rosso, la carota di Nantes…) sono quasi sempre il risultato di un lento processo di selezione, addomesticazione e trasmissione atto da contadini e agronomi nel tempo lungo delle generazioni, e questo risultato richiede decenni, qualche volta secoli, di lavoro anonimo, svolto nella condivisione dei saperi e delle pratiche comuni a un territorio esteso quanto quello di una parrocchia o di una famiglia. In altre parole, le varietà sono un prodotto del tempo e della cultura di un luogo e di una comunità, sono quasi un manufatto. Se si escludono quelle prodotte dai genetisti, quelle ottenute per ibridazione o per mutazione indotta, se si escludono, insomma, quelle più recenti, prodotte a partire dalla prima metà dello scorso secolo, tutte le altre varietà, quelle tramandate (dunque “tradizionali”), non hanno un autore, un “costitutore”, non hanno cioè qualcuno che ne possa vantare un diritto esclusivo di proprietà e di uso. La titolarità sulle varietà tradizionali può essere riconosciuta solo nei confronti della compresenza di chi, in quel luogo e in quella comunità, è vissuto e vive, perchè, poco o tanto, solo costui è cotitolare dei saperi condivisi e delle pratiche che sono servite nel tempo per selezionare e addomesticare la loro forma, il loro comportamento e il loro gusto, cioè per fare loro assumere le caratteristiche che le rendono riconoscibili e particolari.
La mela Cavilla, l’uva Lumassina, il mais Ottofile e il cavolo Gaggetta, essendo il risultato di un lungo processo di adattamento e conformazione, non hanno un autore certo. Queste varietà possono solo avere una moltitudine di coautori, comunque non un proprietario; e se qualcuno ne rivendicasse diritti esclusivi commetterebbe un atto abusivo e giuridicamente on riconoscibile se non per effetto di una norma bizzarra, inconsapevole o prepotente; sono invece patrimonio collettivo, non di tutti in mondi indifferenziato, della nazione o dell’umanità, ma di una comunità legata a un territorio, quanto grande o piccolo non è rilevante. La conservazione ripetuta nel tempo e la consuetudine ne hanno fatto oggetto di diritto comunitario, un diritto che di fatto non esisste più, e non è né privato né pubblico, perchè non possono appartenere neppure allo Stato o alle sue emanazioni territoriali che amministrano il patrimonio pubblico, e sempre più spesso lo fano come se fosse una particolare forma di proprietà privata. Così, tutto quello che è stato oggetto di diritto comunitario, cioè delle comunità (normalmente territoriali) – si pensi agli usi civici – è soggetto ad una progressiva erosione e, come scoria del passato, pare destinato, prima all’esclusione dalla percezione e dalla consapevolezza comune e, successivamente alla totale scomparsa.
Questo punto merita una particolare attenziona: a dispetto di ogni strabismo giuridico, gli ambiti comunitari tuttora esistono – hanno a che fare con le risorse necessarie per a sussistenza degli appartenenti a una comunità e con il patrimonio simbolico costruito nel tempo da quella comunità, fatto di spazi, feste, riti, forme ed espressioni della cultura condivisa e vernacolare – ma non si percepiscono più come tali: solo solo usciti dall’orizzonte della percezione e del linguaggio comuni, e questa uscita è la premessa per la loro definitiva scomparsa nella disattenzione e nel silenzio.
Piccoli esempi presi qua e llà nel deposito della memoria. La strada è, ed è sempre stata, spazio dell’incontro e, nell’immediatezza delle cose, quasi estensione dello spazio abitato. Pare normale – e anche nelle città lo è stato fino a non molti decenni fa - che le persone possano mettere la sedia fuori casa per conversare o fare nulla. Ma non posso dimenticare il vigile che a Genova, una trentina di anni a, in una strada pedonale del centro storico, si era avvicinato a una donna seduta fuori casa vicina al suo uscio per domandare se, per la sedia, avesse pagato la tassa di occupazione del suolo pubblico. In quel momento ho iniziato a capire che lo spazio pubblico e quello comunitario non sono la stessa cosa.
Ancora: organizziamo una festa e suoniamo e balliamo con musica che abbiamo inventato o con la musica popolare, quella ereditata per tradizione, quella di autori tutti ignoti o, proprio come le varietà agricole, di autore collettivo. Anche in questo caso dobbiamo pagare una gabella allo Stato attraverso la sua agenzia, SIAE, che impone una tassa sulle feste accompagnate dalla musica con la ragione dei diritti d’autore: e non conta nulla che la musica sia inventata sul momento o che gli autori non ci siano e, intesi singolarmente, non ci siano mai stati, e neppure che nessun diritto d’autore sarà pagato a nessuno. Andando così a spaglio, cosa potremmo dire della legge per incentivare gli “agricoltori custodi”, pubblicato dalla Regione Toscana pochi anni fa, che prevede un contributo in denaro per chi mantiene e moltiplica varietà tradizionali a condizione che i semi siano consegnati alla banca dei semi indicata dallla stessa Regione senza possibilità di redistribuirli tra gli stessi coltivatori se non sotto vincolo di riconsegna. In questi pochi esempi così eterogenei, si reisce a riconoscere la distanza tra cosa è “pubblico” e cosa è “comune”?
Torniamo alle varietà tradizionali che, abbiamo osservato, sono oggetto di una titolarità comunitaria e come tali non dovrebbero esssere brevettabili, appropriabili da nessuno, neppure dallo Stato e dalle sue emanazioni. E i semi e i materiali da propagazione di quelle varetà si possono fare circolare liberamente? Pare banale rispondere “sì”, eppure, grazie a una direttiva europea (98/95) e alle sue interpretazioni più restrittive, dal 2000 è stato necesssario iniziare a fare una azione di pressione – che dura ancora oggi – nei confronti del Ministero delle Politiche Agricole per sostenere che, malgrado qualunque direttiva o legge conseguente, debba essere riconosciuta (non concessa!) ai coltivatori la libertà di scambio delle sementi delle varietà da loro riprodotte, tanto più se si tratta di varietà tradizionali, tanto più se la produzione di quelle sementi avviene entro l’aerea di tradizionale difusione e coltivazione di quelle varietà.
La ragione portata avanti vive all’interno di una duplice argomentazione.
1- Le varietà tradizionali sono prodotto delle comunità locali e oggetto della loro titolarità collettiva che, al pari di un uso civico, non può esssere alienata, abrogata, appropriata né limitata.
2- Lo scambio delle sementi è una pratica consuetudinaria che nella cultura e nell’economia rurale si svolge in modo corrente secondo un costume consolidato e risale a un tempo che precede la memoria collettiva (in parole più chiare si direbbe: è così “da sempre”.
A questi due punti potremmo aggiungerne un terzo. Tutto ciò che ha a che fare con le pratiche di sussistenza è parte di un ambito pregiuiridico che logicamente precede e fonda ogni legge – perchè una legge che neghi i diiritti legati alla sussistenza è, o dovrebbe essere, impensabile e in sé contraddittoria -, e lo scambio delle sementi è senza dubbio un elemento che rinvia all’autoproduzione del cibo e, dunque, alla sussistenza; alle sementi e alla confezione del proprio cibo potremmo aggiungere ciò che riguarda la generazione dei figli, la possibilità di curarsi se e come si desidera, il riparo da reddo e maltempo, e altro ancora.
Lo stesso valore pregiuridico è quello che dovrebbe essere riconosciuto – perchè la sussistenza comunitaria e di qualunque formazione sociale è presupposto logico di ogni norma che ne regoli il funzionamento – a ciò che riguarda le risorse delle comunità e il loro patrimonio simbolico, che normalmente sono autoregolati e fissati per tradizione orale, prima che scritta, attraverso la consuetudine e il costume. E in questo ambito troviamo le comunanze (commons) e l’accesso alle risorse rinnovabili, il loro uso collettivo, ripetibile e non erosivo.
Tutti questi non sono diritti, né vecchi né nuovi, perchè non sono corrispettivi per ciò che è dovuto, vengono prima dei diritti: sono uno spazio originario, sono premesse del diritto e come tali devono essere riconosciute inviolabili e non assoggettabili ad altre limitazioni o riserve oltre alla necessità che la loro espressione non possa danneggiare, prevaricare, o limitare le altrettanto sacrosante facoltà elementari di altri di agire per assicurare la sussistenza per sé, la propria famiglia, la propria comunità. La sussistenza, nulla di più. Se esiste un ambito pregiuridico, r iguardante la sussistenza e le comunanze, che logicamente precede la formazione del diritto, esiste anche un ambito ultragiuriico che ontologicamente supera lo spazio del diritto, e questo è l’ambito del sacro e di ciò che si riconosce come tale, come la vita.
Torniamo alla perdita di percezione delle comunanze che nel tempo porta al loro disconoscimento e alla loro scomparsa tra l’inconsapevolezza e l’indifferenza. Oggi, dei semi si occupano i frigoriferi delle banche del germoplasma, delle feste gli assessorati alla culura o le istituzioni preposte all’animazione del “tempo libero”, della salute le istituzioni sanitarie, del sapere condiviso e comune la scuola e la televisione, della bontà del cibo le ASL. Della vita in generale, si occupano gli esperti di ogni genere: l’istituzionalizzazione delle comunanze corrisponde al passaggio dalle forme comunitarie di partecipazione diretta ai meccanismi elettorali delle democrazia delegata. Si confonde il comune con il pubblico, la partecipazione con la delega: il trucco è lo stesso, ed il risultato è che nel tempo lle comunanze diventano invisibili, fino a quando si può dubitare che siano mai esistite, e “partecipazione” diventa parola vuota, ornamento e alibi per addolcire forme di controllo del consenso.
Prima che le comunanze scompaioano del tutto è necessario riafferrarle e riaprire la morsa tra lo spazio normativo pubblico e privato perchè i beni comuni siano riconosciuti tali e siano resi indipendenti dalle ingerenze e intromissioni statali. E d’altra parte è necessario segnare, sul confine del sacro e dell’ambito di sussistenza, l’orizzonte invalicabile del diritto perchè anche oltre questo confine valga un principio di astensione, di non competenza a legiferare.
Nella pratica delle scelte, per riaprire la morsa tra pubblico e privato, si potrebbe cominciare da pochi primi interventi e affermare in generale, che..
L’acqua, l’aria, la terra e le sementi, i luoghi considerati sacri da chi li abita e li vive per il culto e la preghiera, gli spazi comunitari, i saperi condivisi, la linngua madre gli usi tramandati, le scelte partecipate, le soluzioni in armonia con il senso comune, le consuetudini e le pratiche locali sono patrimonio comune, ne è titolare chi è vissuto, vive e vivrà nell’ambito comunitario che li riguarda; l’accesso ch e se ne ha non può ledere le facoltà di accesso di nessun altro che ne sia titolare; tutto quanto è patrimonio comune, non si può cancellare, vietare, limitare, dividere, manipolare contronatura, vendere, modificare, usucapire, appropriare, violare, brevettare, rinunciare, delocalizzare, privatizzare, istituzionlizzare. E tutto questo non può riguardare neppure cosa vive alle radici della vita, nell’ambito del sacro: così anche le persone e, più in generale, gli esserei viventi e i loro geni.
Oppure, per offrire alcuni esempi particolari tra i molti possibili, che:
1- Chi coltiva un appezzamento di terra, qualunque sia la sua dimensione, per l’autoconsumo familiare e per la vendita diretta e senza intermeiari, pià liberamente: trasformare e conezionare i prorpi prodotti nell’abitazione o nei suoi annessi, attraverso le attrezzature e gli utensili usati nella consueta gestione domestica; e vendere i propri prodotti agricoli (comprese le sementi autoprodotte), alimentari e artigianato manuale ai consumatori inali, senza che ciò sia considerato atto di commercio.
2- Le feste di paese e quelle comunitarie, la musica tradizionale e i balli popolari senza autore nato, sono liberi da permessi e atuorizzazioni amministrative, non sono assoggettabili alla normativa sul diritto d’autore né ai controlli o alle competenze della siae.
3- I diritti di uso civico sulle terre demaniali, comunitarie e frazionali non possono essere modificati, liquidati, sospesi o trasferiti; e restano nella disponibilità delle comunità che hanno diritto ad accedervi. Le terre soggette ad uso civico e i beni frazionali on possono essere vendute, alienate, edificate, né essere soggette a cambio di destinazione.
4- Le varietà tramandate di ortaggi, frutta e ceereali sono bene comune, la loro titolarità appartiene alle comunità locali dove nel tempo sono state selezionate, addomesticate e conservate e in nessun modo appropriabili o brevettabili.
5- Nulla di ciò che è vivente è brevettabile, neppure in parte,
E così di seguito per dieci, cento o altri mille punti.. Semplice no?

TEMPO DI GUARIGIONE – la rubrica di Monica Benatti
by Duncan on nov.06, 2010, under Controinformazione
Eccoci con TEMPO DI GUARIGIONE, la rubrica di Monica Benatti…
In questo “incontro” Monica continua il discorso sulla “risonanza” condividento dei brani tratti da “Risonanza transpersonale” di Giampiero Varetti.
Monica farà un percorso di educazione-ammaestramento-ispirazione-guarigione su questo sito.. e esplorerà anche dimensioni pratiche, concrete, esperienziali.. ma per alcune “puntate” della sua rubrica vuole dare inizialmente un fondamentale retroterra teorico, che può dare delle fondamenta per la comprensione di ciò che verrà successivamente trattato.
Ecco qui ciò che ci ha scodellato la nostra Guaritrice Monica…
Buona lettura
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IL FENOMENO FISICO DELLA RISONANZA.
IL CONCETTO DI RISONANZA.
Il termine di risonanza deriva dal latino “resonantia” che significa “eco, rimbombo”. Attualmente è impiegato in diversi campi per indicare fenomeni distinti anche se simbolicamente affini. In fisica lo riscontriamo nell’ambito dei numeri complessi e del moto armonico quando si analizza il modo oscillatorio con la tecnica matematica. Ma le più semplici ed estese applicazioni tecniche di risonanza sono nell’elettricità e nella meccanica, nelle quali il fenomeno è manifestato da un sistema fisico sottoposto ad una sollecitazione esterna periodica: quando la frequenza di quest’ultima si avvicina ad una frequenza di oscillazione naturale, si manifestano oscillazioni di ampiezza sempre maggiore. Chi ama la musica prodotta con strumenti acustici sa che la pienezza e l’amplificazione del suono sono il risultato di raffinati studi finalizzati alla massima utilizzazione della cassa di risonanza dello strumento, e conosce altresì il fenomeno per cui una sorgente sonora, inizialmente in silenzio, può entrare in vibrazione se è investita da onde sonore di frequenza uguale, o quasi uguale, a quella propria. E’ il caso di un diapason fatto suonare nella prossimità di un altro diapason della stessa nota musicale in stato di quiete che incomincia a vibrare come se fosse stato anch’esso attivato meccanicamente. Il sostantivo “risonanza” è altresì utilizzato comunemente in letteratura, o nel linguaggio parlato, per indicare suoni che si diffondono riecheggiando, oppure, in senso figurato, a proposito di ricordi, pensieri o impressioni che colpiscono l’animo. In chimica esprime l’equilibrio dinamico tra diverse strutture elettroniche. In medicina, la risonanza di protoni presenti nei tessuti corporei viene adoperata per efettuare indagini diagnostiche: la risonanza magnetica nucleare è un fenomeno che si manifesta in numerosi nuclei quando vengono sottoposti ad un acmpo magnetico statico; tali nuclei assorbono facilmente una quantità di energia appartenente alla fascia delle radiofrequenze e viene impiegata per la misurazione di varie grandezze fisiche con apposite apparecchiature chiamati spettrometri NMR.
LA DANZA DELL’ENERGIA.
L’essere umano è armoniosamente inserito nell’ambiente che lo ospita come parte di esso e pertanto non è avulso dalle leggi che regolano il sistema “Universo”, bensì co-partecipa attivamnete alla vita di quest’ultimo interrogandosi da sempre sul ruolo ed il fine ultimo, in altre parole sul senso della propria esistenza. Nella disperata corsa all’evoluzione delle scienze e dlla tecnica l’attore è intento ad adoperarsi nell’analisi, nella “separazione”, nella “specializzazione” esasperata, dimenticandosi spesso, di ricollegare la parte con il tutto. In una visione ecologico-olistica tutto ciò che esiste, coesiste. E tutto ciò che coesiste, preesiste. E tutto ciò che coesiste e preesiste abita in una tela infinita di relazioni onnnicomprensive. Il tutto si trova in relazione e nulla esiste al di fuori di essa. Entro il perimetro di questa logica di interdipendenza di tutti gli esseri, l’ecologia olistica funzionalizza tutte le gerarchie e nega il “diritto” dei più forti. Ogni essere costituisce un anello dell’immensa catena cosmica relazionati tra loro nella prospettiva dell’infinitamente piccolo delle particelle elementari (quarks), dell’infinitamente grande degli spazi cosmici, dell’infinitamente complesso del sistema della vita, dell’infinitamente profondo del cuore umano e dell’infinatamente misterioso dell’oceano sconfinato dell’energia primordiale da cui tutto promana. La teoria della relatività e la teoria quantistica affermano che la materia e l’energia sono intercambiabili ed equipollenti; in pratica non riconoscono più il concetto di materia se non tendenzialmente, ovvero, esiste l’energia a più livelli di concentrazione e di stabilità: energia e materia sono due aspetti di una medesima realtà: Le cellule subatomiche si mostrano a seconda dell’osservatore come onde elettromagnetiche o come particelle facendo evolvere il principio di non contraddizione e di logica lineare, ad un principio di complementarità introdotto da Niels Bohr allineato con la millenaria cultura cinese secondo la quale la realtà è organizzata in Ying e Yang ( femminile e maschile, materia e spirito…). La nuova fisica guarda il mondo come un tutto unificato e inseparabile, complesso ed interdipendente. E la causalità non è lineare, ma A influenza B che, a sua volta, retroinfluenza A e anche C e così via. Tutto è dinamico. Tutto vibra. Tutto è in processo. Più che i danzanti esiste la danza permanente delle energie ed elementi.
L’osservazione delle funzioni e della simbologia che la Natura offre a chiunque ne voglia cogliere il senso intrinseco, può portare l’Uomo ad una migliore comprensione di sè stesso e del percorso idoneo da seguire verso un’evoluzione armonica ed integrata al mondo che lo ospita. E’ necessario, dunque, porre l’attenzione alle funzioni ed alle leggi che si esprimono, si compiono e che regolano la danza cosmica, così come caldeggiava W. Reich sostenendo che si deve indagare sulle funzioni che l’uomo ha in comune con le funzioni naturali fondamentali ipotizzando un principio funzionante comune (C.F.P.) che unisca l’essere umano alla natura. L’importanza del fenomeno di risonanza consite nel fatto che si può riscontrare in numerose circostanze, sia artificiali che naturali e, l’osservazione funzionale dello stesso, può far scaturire l’idea che pure nell’uomo come in natura sia di rilevante interesse l’approfondimento tematico in questione. Vi sono parecchie circostanze in natura nelle quali qualcosa è oscillante e nelle quali si verifica il fenomeno di risonanza, dal “macrocosomo”, come l’atmosfera dell’intera terra che viene attirata da un lato della luna o piuttosto schiacciata e allungata in una doppia marea e che agisce come un oscillatore guidato dalla luna (nel 1883 il vulcano Krakatoa esplose, metà dell’isola sparì e provocò un esplosione così potente nell’atmosfera che il periodo di oscillazione dell’atmosfera potè essere misurato; risultò di 10 ore e 30 minuti primi), al “microcosmo” come, ad esempio, i moti dei protoni e dei neutroni nel nucleo atomico siano oscillatori e presentino caratteristiche proprie della risonanza con una loro specificità: nella meccanica quantistica quello che noi pensiamo secondo il concetto classico come energia risulta essere, in realtà, legato ad una frequenza di ampezza d’onda. ( tratto da Risonanza Transpersonale di Giampiero Varetti)
Monica Benatti
ISTINTI, SESSUALITA’ E CULTURA
by Duncan on apr.30, 2009, under Resistenza umana

Esiste una opinione che ha dalla sua molta raffinatezza e arguzia intellettuale. E gode di crescente consenso. Ma non da adesoo. Da anni. E ha dalla sua la ribellione alle catene del pregiudizio e della ghettizzazione biologica. Ha l’effervescente solletico delle bollicine. E soprattutto suona bene. Fa un bel pò di piazza pulita e va al sodo. Come piace a noi,
“tirane fuori un’altra Jack! Un’altra birra fredda e non rompetemi!”..:-)
Sembra un cantico di libertà. E chi la fa sua è a volte quanto di più splendidamente umano ho incontrato. Eppura, non la faccio mia. Non più almeno, se mai possa averla fatta in fassato. E’ radicalmente decostruttivista, cubista e dadaista. Spiazza via in modo raffinato il senso comune. Ma è anche insapore secondo me. Segue il mito della scelta totale, ma si guarda sempre dinanzi sé, o sopra, sotto e dentro come solevano fare i ricci di mare. Equalcuno mi dirà che i ricci di mare non guardano proprio. Ma forse non avete visto i “miei” ricci di mare. Sono una specie tutta a sè, frutto dei miei esperimeni in laboratorio con ricci terrestri e organismi tricellulari con ipercomponente azotata di Ganadesh, oltrela quarta luna di antimateria di Plutone.
Cosa dice la tesi in questione? Ci vogliono davvero pochissime parole. Che le nostre predilezioni sessuali sono cultura. Ossia esclusivamente APPRENDIMENTO. Che tra l’essere attratti da una donna o da un uomo la differenza la fa il “contesto”, quel cerchio di valori, tradizioni, pressioni sociali, superio appresi e veicolati, modellame di riferimento, religiosità diffusa e quant’altro.. che per sbrinare il frigo con un colpo e darci una mossa siamo soliti appellare “contesto”. Nel senso più lato di intende.
La tesi è quanto di più seducente ci possa essere. E prometeica al tempo stesso. E irresistibilmente liberante, come un turbo compressore o una di quelle macchine per sbaraccare vecchie case e palazzi. Non vi suona bene al sentirla? Tutto è appreso. Uomini, donne, la cultura di riferimento, il marchio da bovino genitoriale, le ossesività religiose, la cappa del conformismo ci imprigionano la mente e dicotomizzano il giusto e lo sbagliato, e veicolano la dinamica dei desideri, e degli impulsi, verso canali “accettabili” e “accettati”.
Queste tesi godono di una certa simpatia liberalradicalprogressista.Perché sono utili a tutto quel mondo sessualmente “differente” che per secoli, fino ad oggi, ha “goduto” di trattamenti squalificanti, e di marginalità imposta dalla morale dominante. Il potenziale liberatorio insito in tesi del genere le fa sovente criticamente accogliere. Ma questo non necessariamente le rende reali e condivisibili. Ideologia e Gnosis, conoscenza, sapere, Sophia, tutto è irrimediabilmente avviluppato; così come le emotività e le prospettive di valore. E siamo tutti toccati dal nostro mondo, dalla nostra storia, dai legami di sangue, dalle visioni del futuro, dalle sottotraccia urlanti vene aperte della storia per non essere di volta in volta aperti a prescindere, come chiusi a prescindere.
Bisognerebbe distinguere ancora prima. Distinguere come per ritracciare e ripitturare l’asfalto e dare chiare lettere al non detto. Per dire che dire una cosa non vuol dire negarne diecimila altre. Che una affermazione e visione può coesistere con altri di segno opposto. E che anche se una mia tesi è condivisa da mondi pregiudizialmente connotati e portatori sani di discriminazione e ottusità non per questo io devo essere accumunato a quei mondi; e non per questo la tesi deve essere aprioristicamente liquidata. Molti ragazzi di Forza Nuova sostengono la causa del Tibet, anche per “andare in culo (sto citando) alla Cina”, vista come fortezza “comunista” (in realtà si tratta di un regime frankestein che incorpora in sé anche il capitalismo più sfrenato)… ma questo toglie di una virgola il valore della causa del Tibet?
Torniamo a noi. Sto negando le influenze parentali, religiose, sociali, culturali nel modo di intendere e di vivere la sessualità?
Non mi sognerei mai di farlo. E fatto è che storicamente alcuni popoli e società hanno considerato l’omosessualità accettabilissima, in taluni casi addirittura un segno di “distinzione” sociali. Altri l’hanno avversata frontalmente, fino a fare di omosessuali e lesbiche capri neri oggetto di disprezzo nel migliore dei casi.
E anche singolarmente, il tessuto di rapporti in cui cresciamo incide sul nostro modo di “immaginare”, “sentire” e “vivere” il sesso.
E, in questo andante a mezzo passo di chiarezza, se dubbio vera lo dissolvo qua.. non c’è né ci può essere da parte mia declassamento della realtà omosessuale, categorizzazione e giudizio “limitatorio” di tutti coloro che hanno un’altro orizzonte nel vivere la sessualità. Ma queste premesse non vogliono dire fare proprio, fare mio l’assunto originario, quello per cui l’istinto sessuale e il modo di viverlo è fondamentalmente generato dal contesto. Che, ossia, è “cultura”.
Questa posizione che in senso più latamente ideologico è fatta propria dalle avanguardie Radical e liberal (specialmente radical) mira a una completa destrutturazione del dato biologico, prima scrutandolo dietro le lenti del riduzionismo, e poi rendendolo apparato cognitivamente veicolato ed inquadrato nelle trame e nellìordito del superio e delle spinte, consolidatesi nel tempo, della pressione sociale coi suoi corrolari morali.
Spogliamole belle nude le tesi, belle nude come piacciono a noi. Che non ci accontentiamo delle frasi fatte né della “figura” che facciamo a proclamarle. Ma le vogliamo belle nude, per sentirne il portato, il sapore, il succo che lasciano. Tutto è intelligenza, scelta razionale e cultura? L’homo rationalis, cresciuto a Cartesio, Newton, Kelsen, filosofia analitica e liberalismo scettico ci andrebbe a nozze con tali assiomi. Ma, ripeto la domanda.. tutto è cultura?
Possiamo sostenere che il discrimine tra il fatto che mi piaccia una donna o mi piaccia un uomo sia solo culturale?
E quindi che basta che cambi il mio “contesto” (di nascita, apprendimento, ecc.) e avrei gusti differenti?
E quindi, perdonatemi se scavo, il legame uomo-donna, l’accendersi, l’innamorarsi etero, l’attizzarsi, le fantasie, gli istinti polarizzati, tutto fondamentalmente costituirebbe una impalcatura eficata su un costrutto culturale, condizionante e manipolatorio?
Sarebbe stucchevole andare a confrontare gli esempi concreti che vengono posti. E far vedere che se ci sono casi, come l’antica Grecia, in cui l’amore “alto” era essenzialmente “inter homines” e la donna era una banca del seme, utile fondamentalmente soprattutto per la perpetuazione della specie (anche Platone descrive i grandi compagni di dialogo di Socrate come allietati fondamentalmente da giovani.. maschi..).. nella gran parte di tutte le altre società, nello spazio e nel tempo, l’attrazione eterosessuale, uomo attratto da donna, donna attratta da uomo, è stata largamente prevalente. Che questo è avvenuto anche presso tribù infinitamente liberali nei rapporti sociali, e prive di quei classici meccanismi di pressione, biasimo, senso di colpa e sistema premio che caratterizza di frequente il superio. E che anche molti uomini abbandonati e vissuti allo stato brado per decenni provavano improvvisi afflussi emotivi e istintuali al vedere esseri femminili.
Questo era solo per accennare. Ma questa non è la sede per un dibattito antropologico. Giusto per dare l’idea che tutto non sia così scontato come di solito ci viene rappresentato o ci piace vederlo. Che tra l’ideologia, qualunque essa sia, e ciò che concretamente avviene ci siano distanze, meridiani non perfettamente combacainti, il dato nudo e crudo di un mondo reale, pulsante, terreno, che ci sfugge tra le mani, e riproduce se stesso, tra ossimori e vita al mercato, pugni sul muso, corpi e sensi che si cercano.
La tesi radicalliberal della vita sessuale intesa, nel suo esplicarsi, fondamentalmente come cultura determina una eterogenesi dei fini.
Perseguendo la somma libertà della scelta, l’infinità espansività della mente nel determinare il biologico, approda (anche) alla definitiva malleabilità dell’essere. Humano e tabula rasa diventano,ne consegue, inscindibili. Tutto ciò che è umano sarebbe anche infinitivamente manipolabile. Non stupisce allora come tra le avanguardie radicali “consapevoli” spesso si riscontri un culto fedeistico e totemico della ricerca e della scienza. Il fastidio malcelato per tutto ciò che, anche vagamente, richiami ad una “natura” umana da preservare. La frequente sottovalutazione di tutti le possibile derive manipolatorie della sperimentazione genetica. Per loro il problema nenache si pone, perché non c’è nulla che possa essere manipolato. Dato che ogni riferimento a una intangibilità e identità dell’essere è connotato, ai loro raffinatissimi olfatti da tartufo, da puzzo di ontologismo.
Che poi nove bersagli su dieci contro cui si schierino possiamo noi trovarli anche condivisibili, non toglie che in questi pensatori “consapevoli” vi sia una visione riduzionisticorelativistica di fondo.
Questo sfugge spesso invece ai molti che fanno propria una singola tesi, affascinati solo dal portato liberatorio che essa rivela. La totale libertà nel decostruire il biologico porta, inevitabilmente, dicevamo, alla infinita manipolabilità. Non vi sarebbe nulla di intangibile, di sacro, di intrinsecamente degno di valore nelle specie e nel singolo essere. Da qui si può dire che l’embrione è solo un “grumo di cellule” e non “potenzialità di vita” e che gli Ogm non presentino alcuna problematicità etica.
Ma l’essere è infinitamente manipolabile? La natura è esclusivamente una tabula rasa?
Voler evadere da ontologismi da ancient regime e dalle strumentalizzazioni dogmatiche per arrivare al furore iconoclasta che lascia l’Essere nudo, perché in niente più crede se non in specchi che riflettono altri specchi.. è vera conquista? Vera elevazione? Vera evoluzione? Vera libertà?
Quando Levinas faceva dell’Altro, del Tu, che inesorabilmente mi interroga con la sua Presenza e mi costituisce nell’atto dell’Incontro; sicché Io non sarei pensabile senza quel concreto Tucon cui di volta in volta mi trovo a entrare in relazione..naturalmente dava un valore intrinseco a quel Tu.
Se io dico che un bambino è sacro, faccio qualcosa di più che “individualizzare” una prospettiva di utilitarismo sociale per la quale se si trattono i bambini con crudeltà e si abusa di essi tutta la società né soffrirebbe e andrebbe in decadenza, e a quel punto per essere coerente devo proiettare sul “singolo” bambino la matrice generale del principio utilitarismo.. No! Io sto dicendo che quel bambino è sacro. Indipendentemente da un più ampio gioco di interessi e conseguenze. Dico qualcosa di più. Parlo, riconosco e ACCEDO all’Essere di quel bambino. Lo riconosco Sacro. Gli dò un Valore intrinseco.
E se qualcosa posso considerarla ammantata di sacralità.. se ad essa posso dare Valore.. non posso più fare mia una prospettiva puramente manipolabile e culturale dell’esistenza.
Ma, torniamo a paralare concretamente di sessualità.
Pane al pane e vino al vino, come si fa quando ci si trova tra amici ecompagni di brigata.
Cosa sostengo io?
IO SOSTENGO, E LO SOSTENGO CON TUTTO ME STESSO, CHE L’ISTINTO E L’ATTRAZZIONE SESSUALE TRA I SESSI NON SIA UN DATO PURAMENTE
INTELLETTUALE E CULTURALE.
SOSTENGO CHE NON SIA UN DATO NEUTRO INFINITAMENTE PLASMABILE E RICONFIGURABILE.
La biologia, il nostro corpo intriso dei propri istinti e pulsioni ha un suo “senso”, fa parte del gioco insomma. Se anche volessimo porla su un piano puramente spirituale; potremmo però considerare che lo Spirito fa un Viaggio su questa terra, e fa un viaggio con questo corpo. E questo corpo ci permette di fare un viaggio secondo talune modalità e aprendoci particolari dimensioni. Anzi proprio a volerla porre su un piano “anche” spirituale”, io ritengo, Signori della Corte, che l’Amore originario si riveli in me anche come corpo di maschio attratto da una donna (e viceversa si intende). Io rivendicol’originarietà, la possanza incontenibile, la pulsione cellulare dei
miei istinti. Dei nostri istinti.
Dico che se una donna mi fa eccitare non è solo, e non è soprattutto per una forma di costrutto mentale e di condizionamento sociale o pressione generazionale. Dico che qui non stiamo giocando a Monopolino o a Risiko. Che l’homo dissossato e puro ens rationalis della libera scelta tra opportunità può andare bene per le simulazioni di funzionamento del Mercato, ma non spiega tutto e non comprende tutto.
Dico che l’uomo non è esclusivamente tabula rasa riplasmabile.
E dico, e qua sono recidivo, che l’attrazione, la passione, gli istinti, l’innamoramento, la sessualtà, l’orgasmo.. NON SONO ATTI PRIMARIAMENTE INTELLUALI E CULTURALI. Ma SONO ATTI INTRINSECI, CONNATURATI E SACRI.
Nel mio sperimentare la materia e innamorarmi e sentirmi attratto da una donna non c’è solo una scelta di opportunità sessuale a lungo esercitata fino a diventare costume incontestabile. Dico che c’è un MESSAGGIO nel mio corpo, fin nelle più interne impalcature del Dna, e anche oltre il Dna, un Messaggio che lo stesso Dna rivela in quanto ad esso preesistente. Credo che il mo corpo porti un Messaggio che entra in sintonia e si decripta ed esplode espandendosi con certi esseri e certi corpi.
Che in certi incontri c’è il senso della Gloria, del Divino, del Destino, di una passione bestiale o di un Amore trascendente e supremo..
di un gioco fottutissimo e sublime di spirito e materia.. sudore e cantico.. desiderio e grazia..
che il mio Amore ce l’ho scritto sulla pelle come Musica del Destino..
Qualcosa di un pò più “forte”, ammetterete, che parlare di cultura,
intelletto e infinita plasmabilità..
Salutamos

