Born Again

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Quanto vale un uomo

by Duncan on mar.11, 2011, under Resistenza umana

Sono frammendi violenti quelli che leggerete…

Una premessa.

Nella notte tra il 12 e il 13 giugno 1941 nei territori che erano stati annessi all’Unione Sovietica nel giugno del 1940 cominciò l’operazione “di prelievo dei partecipanti alle organizzazioni controrivoluzionarie e degli altri elementi antisovietici, e inoltre di deportazione dei famigliari dei partecipanti alle formazioni controrivoluzionarie sottoposto a repressione e che si trovavano in posizione illegale”.

In altre parole.. furono messe in atto feroci deportazioni. Le deportazioni erano uno degli srumenti privilegiati del potere sovietico, uno dei metodi principali della sua “politica”. Allo stesso tempo strumento per abbattere categorie di persone considerate “sospette” (ma nessuno era immune), effettuare colossali opere di iingegneria sociale (ripopolare interi teritori spostando masse di popolazione da un luogo all’altro, come in un risiko allucinato, ridurre al terrore totale la gran parte delle popolazione.. disposta a tutto pur di non cadere in quelle voragini infernali, disposta alla più prona obbedienza, alla fedeltà più cieca, al tradiemnto più vile.

Le deportazioni avvennero anche nella Bessarabia, che si trovava in prcedenza sotto il potere della Romania, e che fu annessa all’URSS nel giugno del 1940.

Tra le persone deportate c’era Efrosinija Kernovskaja…piccola proprietaria terriera, donna colta, coraggiosa e volitiva. Una donna eccezionale che percorse molti gradini dell’inferno… dal quale alla fine riuscì a uscire, e negli anni ’60 iniziò a scrivere e a disegnare tutto quello che non poteva dimenticare, la sua storai tremenda e allucinante. Ne è uscita una delle più grandi testimonianze su quell’epoca e quegli orrori, un libro dal titolo…”Quanto vale un uomo”

Evfrosinjia Kernovskaja sentiva il dovere di salvare una testimonianza di verità dall’oblio e dalla falsificazione. Un giorno scrisse..

” ‘Niente è dimenticato, nessuno è dimenticato!’ sento dire molto spesso. Queste parole fanno bella mostra di sé sui monumenti, compaiono nelle epigrafi. Ahimé! Tutto è dimenticato, e tutti sono dimenticati… Il guaio non è che si cambino i nomi delle città, delle strade, si abbattano i monumenti, si eliminino ritratti, slogan, si rifacciano libri già pubblicati, si taglino e sostituiscano pagine di dizionari enciclopedici, se neincollino i fogli. Preso singolarmente ciascuno di questi atti è ridicolo. Ma quanto tutto questo viene  messo insieme, è finalizzato a togliere all’uomo la memoria, a sostituire la sottomissione alla logica, a occultare o travisare le lezioni della storia, allora diventa mostruoso e criminale. La gente della mia età ricorda come è avvenuta questa falsficicazione degli avvenimenti, dei destini delle persone e dei fatti, ma tace. E’ più tranquillo, e meno pericoloso. Ancora qualche anno e noi, ultimi testimoni oculari delle rivoluzione, della NEP, della collettivizzazione e del terrore staliniano, moriremo, e non ci sarà i nessuno che possa dire: “No! Le cose non sono andate affatto così!” Per questo cerco di ‘fotografare’ ciò di cui sono stata tetimone. La gente deve sapere la verità, perchè tempi simili non possano pù ripetersi”.

Il libro della Kernovskaija è molto lungo e ha vari momenti. E’ tutto un percorsco che comprende carceri, tentativi di fuga, differenti Gulag ed incontri. I brani che leggerete, ad esemio, rientrano in momenti differenti.

Il libro andrebbe letto tutto.. sono più di settecento pagine. La storia è una storia di grande dignità umana che, nonostante tutto riesce a resistere e a lasciare un segno. Ma ci sono tantissime pagne tremende.

Alcune di queste pagine tremende le ho selezionate per questa nota.

Sono frammenti presi da contesti e tempi diversi.. Anche se lo sfondo più siinistro sono le condizioni di vita delle carceri e dei Gulag, questri frammenti vanno anche al di là. In tutti si “sente” la corruzione morale, la degradazione che hanno investitoil tessuto profondo di intere collettivà.. con beneficiati che vendono benefattori, figli che vendono i genitori e li denunciano per tradimento, accaparramento famelico delle risorse altrui in una interminabile lotta di potere.

Vi lascio ai brani di Evfrosinija Kernovskaja tratto dalla sua autobiografia… Quanto vale un uomo.

P.S: il disegno che accompagna questo post, è contenuto nel libro di Evfrosinija Kernovskaja, insieme a molti altri, fatti dalla sua stessa mano.. e rappresenta un momento tra quelli che ho selezionato, esattamente quando lei prende la parola in assemblea per opporsi alle folli proposte dell’ottuso e sadico Chochrin.

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(…)

Ben presto mi convinsi di essermi perduta. Fui presa dal panico. Ma raggiunsi nuovamente un sentiero, più esattamente una strada. Ecco una baracca e lì vicino un’alltra. Erano vuote e chiuse a chiave. La gende era al lavoro. Ecco l’ufficio. Dal comignolo usciva il fumo. Entrai nel vestibolo. Il tepore mi investì. Aprii la porta, varcai la soglia e… arretrai disgustata.

Avevo visto una scena di assoluto benessere e felicità domestica: a un tavolino basso, intorno a una grande bacinella smaltata, sedeva tutta la famiglia. Il padre, un ciccione robusto e rosso di pelo, tutto lustro di grasso, e cinque o sei marmocchi forti come torelli; vicino, la madre affettava il pae. Anche la made era corpulene, florida,e  col muso rotondo. Nella bacinella, tagliatelle con carne di montone, tutte annegate nel grasso.

Un paio di mesi prima una simile scena avrebbe potuto solo intenerimi, ma adesso immaginai subito quanti operai bisognava derubare, quanti bambini lasciare morire di fame, perchè la famiglia del loro superiore potesse mangiarsi cinque chili di carne (senza cntare tutto il resto), visto che a ogni operaio assegnavano cinquanta  grammi di carne (per il sessanta per cento costituita da ossa) e venti grammi di granaglie o tagliatelle al giorno! L’espressione di spavento ladresc e il gesto con cui i più grandi cercarono di nascondere la bacinella cn la carne confermarono la mia intuizione. Stupefacente! Ciò che provai era più simile allo schifo che all’indignazione. Come se avessi messo la mano su un muco sudicio! Non conoscevo la strada, stava calando la sera, ero stanca fradicia, e davanti a me avevo la palude costellata di monticcioli e di acquitrini nascosti dalla vegetazione, che bisognava attraversare con la luce, ma non potevo chiedere un favore a chi derubava degli esuli affamati e diseredati! Presi il mio sacco e mi incamminai all cieca.

(…)

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Nonno Kravcenko mi regalò un paio di vecchie manopole di pelliccia. Oh felicità! Fino ad allora, infatti, avevo lavorato a mani nude, avvolgendole in qualche strraccio. Le mani piene di geloni si erano coperte prima di vesciche e poi di piaghe. li stracci vi si incollavano, e ogni volta, strappandoli via, riaprivo le ferite. Il manico dell’accetta era sempre insanguinato.

Una volta, ricevuto un anticipo di cinque rubli che mi dovevano bastare per una settimano ma non bastavano affatto, perchè solo per il pane mi toccava pagare novantasei copechi, mi trattenni nell’anticamera dell’ufficio, dopo avere posato le manopole sul davanzale della finestra.

“Domnisoara Kernsnovkaja!” sentii una vocetta sottile alle mie spalle e, ddal buio, una piccola figura infantile infagottata in una giubba imbottita avanzò nello spazio illuminato dalla luce. Riconobbi la figlia minore di Cuju: magrolina, tutta trasparente, era incredibilmente cambiata.

Sapevo che suo padre, un tipico impiegato rumeno, affettuosissimo coni bambini, negli ultimi tempi si era letteralmente abbrutito per la fame e mangiava da solo tutta la propria razione, mentre le figlie piccole, di otto e dieci anni, erano mantenute dalla madre, una donna malaticcia che lavorava come addetta alle pulizie, e in quanto tale, riceveva solo quattrocentocinquanta grammi di pane e mezzo litro di zuppa due volte al giorno. Ma le bambine, come “persone a carico”, non avevano dritto alla zuppa e ricevevano solo centocinquanta grammi di pane a testa! Nelle famiglie del luogo le persone a carico riuscivano bene o male  a tirare avanti grazie al loro pezzettino di terra, anche se misero; un orticello, una vacca, un pecora. Inoltre, durante l’estate facevano scorta di frutti di bosco, funghi, noci, e i ragazzini,anche i più piccoli, sapevano pescare, mettere trappole per i galli cedroni. Ma la situazione dei nostri familiari a carico… Ooh, era un incubo! Morivano lentamente, e non c’era nulla che potesse giustificare questa crudeltà!

La bambina, mi pare si chiamasse Nelli, era molto affettuosa, ben educata, gentile, tranquilla e paziente.

“Dmonisoara Kersnovskaja!” ripetè. “Forse per lei soo troppe? Forse ne darà una a me e mia sorella?”

“Dare che cosa?” chiesi guardandomi intorno senza capire.

La bambina fissava qualcosa alle mie spalle e mormorava:

“Sono così grandi… Pensavo… per me e mia sorella..”

“Ma che cosa? Non capisco…”

“Le sfogliate… Sono… Forse una le basterà?”

Mi girai dalla parte dove guardava la bambina. E capii: sul davanzale, illuminate dalla luna, stavano rigonfie, marroni… le mie manopole di pelliccia!

“Mia cara bambina! Ma quelle non sono sfogliate, sono manopole!”

“Ah”.

Negli occhi della bambina spuntarono le lacrime e restarono sospese sulle ciglia… Si coprì il viso con le mani ed emise un singhiozzo convulso. Tutta la sua figura esprmeva una delusione così amara che, se anche avessi avuto un’uniica sfogliata, gliel’avrei data. Avevo fame, una fame tremenda, ma nè allora né poi, neppure a un passo dalla more, avrei provato l’egoismo delle belve feroci.

(…)

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Nel documento di accompagnamento mi avevano segnalato come persona pericolosa (fin dal giorno in cui sul treno mi avevano messo le manette perchè avevo dato dell’acqua alla puerpera). Ma soprattutto non nascondevo la mia indignazione alla vista delle ingiustizie e, quel che è peggio, mi mettevo a discutere con Chochrin quando le sue disposizioni erano assurde, crudeli o stupide…

E’ una vera epopea. Ora no posso neanche ricordare tutto, figuriamoci! Infatti, quasi non passava giorno che non tentassi di opporre la ragione alla forza…

Chochrin amava molto le assemblee. Era impossibile non andarci. Finché tutti non si erano riuniti non dava inizio alla riunione, e finché non l’aveva chiusa non si apriva la mensa. Non si scappava!

Radunava nel club i taglialegna stanchi morti e affamati e cominciava. Ed era sempre la stessa solfa:

“Annienteremo i fasisti (pronunciava propio così). E per questo bisogna…”

E proponeva un a umento delle norme di produzione, degli impegni o dell’orario di lavoro, oppure una riduzione del salario a favore dell’esercito, o qualcos’altro, per esempio un miglioramento della qualità del legno; vale a dire che bisognava bruciare ancora di più, lasciando solo quello selezionatissimo.

Alla fine dell’intervento passava i suoi occhi di cadavere su tutti gli astanti. Era incredibile quanto fossero agghiaccianti quegli occhi!

Opachi, come quelli di un pesce morto, e inoltre piccoli e immobili. Tutti tacevano… Chi avrebbe osato contraddirlo?

No! Lo dico davanti a Dio, mettendomi la mano sul cuore; neanche una volta, non un’unica volta ho taciut!

“La norma! Chi le dà il diritto di elevare arbitrariamente la norma? E’ fissata dallo stato. Per la nostra regione settentrionale, già così è esorbitante: le ore di luce sono poche: già così violiamo la legge che tutela la sicurezza dei lavoratori! Lavoriamo al buio. I rappresentanti sindacali sono tenuti a stabilire sul posto l’entità della norma, e la sua retribuzione! Sono i lavoratori stessi che devono assumersi gli impegni, volontariamente. Mentre qui le prende lei e non permette di discuterli. Ufficialmente da noi vige la giornata lavorativa di otto ore, ma noi ne lavoriamo dodici, e senza giorni di riposo. Lo capiamo; c’è la gurra e anche noi combattiamo sul fronte del lavoro. Ma è forse ammissibile ridurre un salario già misero? Lei dice: “Migliorare la qualità del legno”. Ma una foresta che da trecento anni lotta per la sopravvivenza, nelle condizioni estreme delle paludi del Nord, non diventerà mai come il bosco sano delle regioni pi meridionali, che raggiunge le medesime dimensioni in quarant’anni! Possibile che per farle guadagnare ancora una volta quarantamila rubli di premio sia necessario bruciare ancor più legname di qualità inferiore? E’ ragionevole mandare in fumo il bosco, una ricchezza nazionale? E non è criminale ridurre ulteriormente il salario già basso dei taglialegna?”

Si può immaginare l’ardente odio del “signore e padrone della nostra vita”, che non poteva in nessun modo indurre a tacere quel moscerino caparbio che, in sostanza, ero io.

(…)

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Osservo più attentamente le mie compagne di sventura. Ci sono diversi gruppi, anche se ogni singola donna soffre a modo suo. Sedute sulle tre sedie, intorno al tavolo, ecco tre vecchiette. Due sono monache e hanno passato da molto i settant’anni. Non hanno niente, assolutamente niente di quelle fanatiche convinte ed esaltate che ben conosco dalla letteratura. Ancor meno somigliano a scaltre ed ipocrite intriganti, come le dipingono ora. Sono semplicemente dei reliti umani. Vecchiette infelici, braccate, sole.

Sono entrambe in uno stato pietoso. Una sta chiaramente trascinando i suoi ultimi giorni: gli occhi spenti, torbidi, la pelle del viso e del collo flaccida, secca, il ventre orrendamente rigonfio e i piedi edematosi, come cuscini di vetro. Respira a fatica, on un sibilo, e dal petto le esce un gorgoglio. E’ penoso guardare gli sforzi che fa per restare seduta tutto il giorno, non osando neppure appoggiarsi al tavolo! Basta che si sorregga un pochino, e lo spioncino schiocca e la voce del carceriere la costringe a sedersi nuovamente diritta. Come tutti noi, è sotto inchiesta. Non ho potuto  capire cosa vogliono indurla a confessare. Probabilmente neanche lei. Sapeve confezionare trapunte con vari disegni, girava per i villaggi facendo questo lavoro privatamente, “compromettendo in tal modo l aproduzione cooperativa”, ragion per cui l’hanno accusata di sabotaggio e danneggiaemnto, in base all’art 58 comma 14.

L’altra vecchietta, monaca anche lei in passato, pensa giorno e notte alla sua capra.

“Una capretta così bella e bianca! Così affettuosa! Ah, capretta mia bella, ti rivedrò mai più?”

Aveva una casetta, un minuscolo orticello. Nella cooperativa che collezionava trapunte guadagnava pochi soldi, perchè la qualità di quelle coperte era scadente, e per sbarcare il lunario lavorava di nascosto, di notte, su ordinazione.

Essendo sola al mondo, quindici anni prima si era presa un’orfanella da allevare.

“Pensavo: la farò creescere, le insegnerò ogni specie di lavori da cucito. Noi in convento nei tempi antichi eravamo maestr in tutti i lavori femminili: filavamo e tessevamo, e facevamo pizzi al tombolo, una vera meraviglia! Confezionavamo scialli di lana finissima, come adesso non se ne vedono più! E poi, s’intende, facevamo trapunte. Avevo dei telai speciali per questo. Tutto ho insegnato  a quella bambina, come fosse una figlia mia, donatami dal Buon Dio! E quando ho comprato una caprtta e abbiamo cominciato ad avere il nostro latte, ho pensato: “Grazie a Te, Signore Fonte di Vita, che mi hai concesso di crescere una bambina, perchè nella vecchiaia non restassi sola! Varja si sposerà e io smetterò di lavorare nella cooperativa, terrò in ordine la sua casa, crescerò i nipotini che Dio manderà”. Ma no, quella che avevo scaldato in seno non era una figlia, ma una vipera. Mi ha denunciato perchè lavoravao di notte, facevo trapunte. Mi ha portato in casa la polizia, si è perfino offerta come testimone. Al confronto diceva proprio così: “Tutte le azioni, tutti i pensieri e le parole di questa veccchia sono contro il potere sovietico e le leggi sovietiche. Perchè è una monaca e odia il potere sovietico!” Hanno dato a lei sia la casa con l’ordo sia la capra. Aspettava a giorni un caprettino. Ah la mia capretta dolce!”

(…)

La terza “delinquente” era solo una vecchia kolchoziana, di quelle che sgobbano giorno e notte nei campi senza ricevere decisamente nulla per il loro lavoro. Una volta che un forte acquazzone aveva costretto tutti a ripararsi sotto una tettoia, ansimando e gemendo per un attacco di radicolite aveva detto:

“Ai tempi dell’altra guerra con la Germania, quando lo zar si prese nell’esercito il mio uomo, io, come mogllie di un soldato, qualcosina, anche se poco, ricevevo: ora un pò di legna gratis, ora degli sgravi sulle imposte. Adesso invece Stalin mi  ha preso quattro figli in guerra, e non solo non mi aiutano, vecchia come sono, ma oltretutto mi fanno lavorare gratis, malata, con questo tempaccio!”

Due giorni dopo l’avevano arrestata, e ormai erano otto mesi che la martellavano:

“Chi ti ha istigato a fare propaganda contro il partito e contro Stalin?”

Non le credetti, mi sembrava assurdo che una semplice frase in cui tutto era vero potesse fare incriminare una donna anziana, i cui figli stavano difendendo la patria!

(…)

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Eravamo vicine di letto nella grande camerata femminile dell’ospedale del lager, dove non c’era un centimetro libero (..).

Avevo già avuto modo di osservare la denutrizione in tutti gli stadi possibili e immaginabili, ma non avevo ancora incontrato un simile esempio di scheletro vivente! E su quel teschio splendevano grandi occhi azzurissimi, di una sfumatura cobalto. Nei casi di estremo esaurimento gli occhi di solito si infossano, diventano opachi, mentre quelli di Vanda… Guradando quegli occhi, quasi non ci si accorgeva più del cranio completamente rasato, della pelle secca, aderente alle ossa, delle nere labbra screpolate che non poteva coprire la chiostra dei denti, belli ma velati da una patina di muco secco.

Si rigirava nel letto, alzandosi, o meglo sllevandosi continuamene sulla braccia, e allora faceva ancora più spavento: non aveva camincia, la si sarebbe dovuta cambiare più spesso. Giaceva su un’incerata, sulla quale le gocce di sangue colavano quasi ininterrottamente.

Io la capivo, infelice ragazzina appena uscita dall’età infantile. A due-treento passi da lì, fuori del portone c’era sua madre, che non vedeva da due anni: proprio per incontrarla avea affrontato tutti i pericoli della “strada della vita”, che invece l’aveva poartata in quell’ospedale di lager, dopo l’arresto per abbandono del posto di lavoro. Il fatto è che gli adolescenti la cui salute era irrversibilimente minata dalla tubercolosi e dall a pellagra venivano “scartati”, cioè cancellati dagli elenchi dei campi per inattitudine al lavoro,e i genitori o i parenti  potevano venirseli a prendere. Ma c’era la severa disposizione di non scartare quelli intrasportabili o che dovevano morire entro breve tempo. Non potevano andare a morire a casa neppure quelli il cui aspetto poteva testimoniare in maniera evidente quali erano gli effetti del campo di lavoro correzionale…

“Ma che dici, bambina!” cercavo di calmarla. “Come fa una mamma a spaventarsi della propria figlia? Sei malata. E la mamma lo sa. Sa anche che la malaria non rende belli”.

“E’ proprio questo che mi preoccupa! La mamma è partita proprio all’inizio, per accompagnare i bambini sfollati negli Uralli, e non è più potuta tornare. Io sono rimasta con il papà, ma lui è morto già nel primo inverno, e io mi sono messa a lavorare: cucivo sacchi, li riempivo di terra. Già a Leningrado avevo una bruttissima cera, ma la mamma m ricorda com’ero prima della guerrra. Sa”, disse un pò imbarazzata, “ero bela. No, davvero, molto bella! Con i capelli ricci, colorita… Adeso invece sono pelata, magra… faccio paura”.

E mi guardava con un’aria interrogativa, speranzosa.

“Ma che dici Vanda! Capirai che guaio se non hai più i ricci! I ricci ricresceranno. E il colorito, quando si hanno sedici anni, fa presto a tornare. A questo, credimi, ci penserà la mamma. E anche adesso, per quanto sembri magra o, come dici, pelata, per la mamma sei ssempre la più bella! Ora sbrigheranno tutte l eformalità, ti rilasceranno il certificato…”

Con quanta gratitudine mi guardavano i suoi fiduciosi occhi azzurri! Probabilmente sorrideva, benchè sia dificile affermarlo: il digrignare de denti non coperti dalle labbra somiglia sempre a un sorriso. Mi tendeva una mano, e io accarezzavo quella pelle secca e fredda: l amano di uno scheletro. Ma sapevo dalle parole di Sarra Abramovna che la madre della ragazza aspettava invano giorno e notte al portone, senza mai allontanarsene: le avevano negato il permesso, non le avevano lasciato alcuna speranza… Questa conversazione si ripeteva diverse volte al giorno. E sempre, tranquillizandosi, Vanda mi tendeva la mano, e io la accarezzavo. Mentre sull’incerata colavano goccioline di sangue… Morì senza soffrire. Semplicemente insieme al sangue, finì anche la vita. Lo sentì, la madre, quando sua figlia le passò accanto, sotto una tela catramata, nella carretta che la portava alla fossa comune?

(…)

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Nelle condizioni del lager, chi può beccarsi la sifilide? Chi può comprarsi una donna o costringerla con la paura o la forza. Alla prma categoria appartengono quelli che anno la possibiità di liberare dalla fame; alla seconda quelli che hanno il potere di causare sofferenza: affamare, torturare con il lavoro massacrante e le condizioni di vita insopportabilmente pesanti. Sì! E’ così. E non bisogna stupirsi se la sofferenza non ci è inflitta sempre ed esclusivamente dai capi del lager e dai capi di questi capi, su su per la scala gerarchica in cima alla quale troneggia il principale tiranno, quel Moloch che ha bisogno di venerazione, paura e innumerevoli vittime.

Spiegherò più dettagliatamente. Nella massa dei detenuti, per la paggioranza politici, c’è sempre un certo numero di criminali comuni. Anche all’interno dell’art. 58 c’è il comma 14, “Sabotaggio”, in cui rientrano gli auolesionisti che si mutilano per non lavorare, ma anche semplicemente i giocatori che perdono alle carte una mano (o una sua parte), una gamba, un occhio. Può essere il più incallito urka recidivo, ma passa per l’art. 58, ancorché comma 14.

Non tutti i delinquenti comuni sono urki. Ma proprio tra i comuni si recluta l’élite del campo, e dal loro ambiente, tramite una selezione e un apposito tirocinio, si cristallizza la quint’essenza dei tiranni da lager – il frutto più ripugnante della schiavitù, che a sua volta è la più disgustosa fra le invenzioni dell’umanità.

Ma non si trattava di loro, bensì di quelli che occupavano una posizione di privilegio nelle sezioni di lager, nel lagpunkty e nelle komadirovski disciplinari.

Potevano comprarsi una donna i fornai, i tagliatori di pane, i responsabili dei magazzini di viveri e di vestiario e altri privilegiati. Questi erano i pazienti della corsia di Tuminas.

Fornai e tagliatori di pane di solito erano tipi non tanto pericolosi, quanto ributtanti. Sicuri di sé e insolenti con i detenuti politici, strisciavano in ogni modo davanti ai superiori, compresi i liberi, che a volte mangiavano con tutta la famiglia, con figli e parenti, a spese della razione del lager: grassi, farina, conserve, tutto spariva sottobanco. Perciò la direzione chiudeva un occhio se il tagliatore sistematicamente gonfiava le porzioni di pane spruzzandovi sopra acqua con la bocca.

Il pane… Si mangia. Se ne parla, si pensa, si sogna. “Un cantuccio di pane, anzi solo la me tà”. Il pane e il sale. “Daccio oggi il nostro pane quotidiano…” chiedevamo a Do. Ma nel campo il pane ce lo misurava rigorosamente il tagliatore, secondo un elenco.

Non è così sempice: dare a ciascuno non “secondo il bisogno” e tanto meno secondo i meriti, ma proprio secondo l’elenco: a qualcuno la razione minima, la “garanzia”, a qualcuno il “buono+1″ o “+”", “+3″ (il massimo!), e a qualcuno anche la razione punitiva o ospedaliera, oppure quella per i trasferimenti. Destreggiandosi con questa matematica, il tagliatore può sempre rimediare a proprio vantaggio abbastanza pane da pagarsi l’ “amore” di un donna affamata. Ma se si può comprare  una donna, perché non comprarne due, tre? Basta tagliare razioni meno pesanti, e poi spruzzarle generosamente d’acqua con la bocca. Ma capitava che, insieme all’ “amore”, il tagliatore di pane si guadagnasse anche la sifilide. Allo stesso modo si contagiavano i responsabili dei magazzini, i cuochi e via dicendo. Anche se aun detenuto spettava (come a Novosibirsk) solo un grammo di grassi, moltiplicato per duemilacinquecento faceva già due chili e mezzo, cioè quanto bastava per friggere delle schiacciate per i capi. Eppure i cuochi riuscivano sia a ingrassarsi loro, sia a far mangiare delle ragazze non troppo difficili, soprattutto minorenni. Spesso quesi “califfi per un’ora” delle cucine venivano pescati con le mani nel sacco, ma finivano sempre in qualche altro posticino caldo e lucroso, perché avevano saputo ungere per tempo le persone giuste.

Gli smistatori, i capisquadra e i capicantiere avevano ancora più ampie possibilità di utilizzare i loro sottoposti. Non avevano bisogno di comprare le donne. Bastava intimidirle, e far pressione sulle più recalcitranti: costringerle a svolgere un lavoro ingrato, assegnare la razione più misera, con la quale la morte per esaurimento è garantita. Le donne “docili”, invece, le sistemavano a un lavoro più leggero, attribuendo loro il guadagno altrui, e di conseguenza una razione migliore.

E inoltre di sifilide si ammalavano i responsabili dei bagni, del club… Anche questi incarichi erano assegnati ai detenuti comuni, che potevano uscire dalla zona con un lasciapassare. Rientrava tra le loro mansioni reclutare informatori, sollecitare confidenze e denunciare a chi di dovere. A mò di incoraggiamento si creavano per loro le “condizioni”: una stanza separata, una razione supplementare, eccetera. Molti di loro vivevano nell’abbondanza. (E questo quando infuriava la guerra e molti milioni di persone a entrambi i lati del filo spinato sofivano senza alcuna colpa!). Perchè avrebbero dovuto negarsi un piacere, quando per un pezzo di pane e burro e un bicchiere di té dolce si poteva comprare l’ “amore”?

Ma sul gradino più alto dell’élite del campo stavano quelli che lavoravano  per i liberi fuori della zona recintata: sarti, calzolai, ogni specie di artigiani. Ovviamente quei mestieri potevano esercitarli solo i detenuti comuni. Ed erano loro i fidanzati più desiderbili! Così potevano scegliere anche una dama più raffinata, non di quelle che diceevano: “Dammi le razioni e cala giù i calzoni!”. A queste signore bastava regalare scarpe col taccco.

(…)

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Finché Essa Esiste noi siamo la Musica (ASCESA.. da ARCIPELAGO GULAG)

by Duncan on ott.25, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo, politica

Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn,

già due note fa parlai di questa opera colossare e memorabile che negli anni ’70 colpì come un asteroide lasciando fratture definitive e mai più superate, tutta la coltre di menzogna, ottusità, manipolazione che si era incatramata dinanzi al vero volto del Comunismo Sovietico.. o Comunismo Concentrazionario (come concentrazionario, a suo modo e con sue varianti, è stato quello cinese,  e poi quello cambogiano,ecc.)

La superiorità morale che intellettuali prezzolati o forme di autoconvincimento ideologico avevano avvolto attorno a quel Moloch fu un vestisto stracciato su sepolcri e cadaveri. Propio nelle scale delle cantine sporche, la stanza 101 di Orwell, la porta buia… Uno dei più grandi sistemi di campi di concentramento mai edificati nel mondo. Ossia.. tutto quel territorio chiamato ARCIPELAGO GULAG…… che divenne la dimora di decine e decine di milioni di persone colpevoli quasi sempre solo di avere una testa, solo di pensare non come bestie lobotomizzate, solo di avere detto una opione che non era un raglio fotocopiato, solo di avere detto una opinione che sembrava alludere a.. solo per avere avuto dei parenti compromeessi, solo perché qualcuno li aveva denunziati.. solo perchè… venivano stabiliti tot milioni di gente da incarcerare a prescindere.

L’ARCIPELAGO GULAG non era solo una macchina di terrore strisciante  e brutale che da una parte mirava a distruggere chi veniva imprigionato, dall’altra a terrorizzare i “liberi”…. stai attento ragazzo, appena sgarri verrai fagocitato nell’Arcipelago..

Con questi sistemi l’oligarchi sovietica distrusse ogni forma di indipendenza mentale e spirituale nella  popolazione per decenni.. e assecondò un piatto e avvilito conformismo, servito anche dall’opera di milioni di  delatori.

Ma all’epoca ancora molti facevano grandi simposi in occidente su Lenin, Stalin e Mao e dell’Unione Sovietica dicevano che c’erano stati errori.. ma.. in fin dei conti…

In fin dei conti … alla fine della scala… i Gulag… l’ultimo anello di una servitù strisciante e che mirava a stroncarre ogni spazio aperto, ogni pensiero in quallche modo libero.

Aleksandr Solženicyn conobbe anni di denzione   e poi scrisse l’opera clandestinaemnte. E’ un mezzo miracolo che questa opera esista e si sia salvata. Chi controla il passato controlla il futuro.. scrive Orwell in 1984… e molto materiale di quel mondo era stato distrutto.. su altro scendeva l ‘oblio.

E quando l’ARCIPELAGO uscì chiesero  a Solženicyn… “ma che senso ha?.. si ci furono errrori.. ma ora.. perché ricordare?.. perchè prestare il campo ai nostri nemici?.. perché agitare le acque?… dimentichiamo… andiamo avanti…”

Ma c’è una pace che libera e costruisce il futuro, e una pace mortifera che è la pace dell’acqua stagnante, dell’acqua di fogna.. ed è mortifera.

Anche perché verrà sempre qualcuno un giorno che come porterà i suoi Doni… a che prezzo? Quale è il prezzo?

Il testo che leggerete oggi … tratto da Arcipelago Gulag…. è sorprendente per molti aspetti…

Va comunque inteso nel contesto più ampio di un’opera enorme di migliaia di pagine..

Questo brano che ho riportato in parte si chiama ASCESA…

Nonostante siano stati l’apice dell’orrore, i lager, i Gulag, non spezzarono tutti gli uomini.. questo è uno dei succhi di ciò che dice Solženicyn nel brano. In quegli uomini, in molti di loro, non smise di brillare la luce originaria che portavano dentro. Anzi… sepolti da carichi di lavoro disumani.. circondati dalla neve e da temperature di decine e decine di gradi sotto zerro.. sottoposti a ogni forma di umiliazione e abuso.. nutriti con un rancio immondo che non avreste il coraggio di dare neanche a un topo di fogna.. eppure molte di queste persone RESISTETTERO. E anzi.. ne uscirono migliori.. per molti di loro.. fu una ASCESA.

Attenzione, il brano è in un contesto,d icevo prima. Non dovete immaginarlo da solo. Da solo è bellissimo sì, ma dà una impressione troppo riconciliata con l’evento. Invece è un momento di liberazione che scorre sofferto dopo altre centinaia di pagine di orrore. Perché ci sono alti momenti dell’ARCIPELAGO dove questa Ascesa proprio non la vedi, ma vedi solo Discesa e Abominio. Ci sono pagine  pagine dove troverai anche strumenti di tortura, pressioni sfiancanti, notti interrotte costantemente per spezzare la volontà, donne che finite nell’Arcipelago diventavano in sostanza schiave sessuali, uomini rinnegati dalle mogli e dai figli come “nemici del popolo”.. greggi di persone  a costruire canali e ferrovie chilometriche solo con vanghe e picconi.. capannelli di persone.. che morivano ogni gionro come mosche e venivano lasciati là in sinistri monumenti alla bestialità umana… e uomini incancreniti dentro, distrutti interiormente da anni passati nell’Arrcipelago.

E in questo contesto che a volte Solženicyn si innalza… e scaturiscono fuori nonostante tutto, questi canti dello spirito umano… queste forme di luce nelle tenebre.. queste persone che i Gulag addirittura, non solo non riuscirono a spezzare, ma resero migliori…

E quel paradosso che di cui parlò anche il celebre Vikotor Frankl, internato nei campi di concentramento nazisti.

A volte avviene che l’uomo, privato di tutto, ridotto ai minimi termini, sfiancato senza pietà.. non solo non impazzisca e non muoia.. ma addirittura possa innalzarsi, e scoprire una libertà interiore, che prima non aveva mai avuto. Accade che sotto un corpo ridotto a brandelli e piagato la Coscienza possa fare cavalcate di una libertà che  non avresti mai ritenuto possibile. Accade che, non solo non vieni disgregato, ma cominci a sentirti migliore, a ssentire la tua anima espandersi, a vivere amicizie radicali, a provarecompassione anche per un filo d’erba, a sentire forza nel dolore, amore nel dolore.

Ripeto… è il paradosso.. e non è una soluzione conciliata.. questa sublime ironia della sparanza si accompagna a passaggi cupi e violenti del libro di  Solženicyn. Ma tuttavia essa esiste e persiste. E mi viene alla mente quella bellissima frase di T. Eliot

 

“Finché Essa Esiste noi siamo la Musica”

 

Troverete una tensione religiosa nel brano.. ma potrete leggerlo comunque e comunque trarre… perché esso parla su piani che tutti possono comprendere e sentire, al di là delle proprie personali credenze.

 

E ci sono momenti memorabili….

Come la differenza… lo spartiacque…

tra COLORO DISPOSTI  A SOPRAVVIVERE A QUALUNQUE COSTO e

COLORO CHE VOLEVANO SOPRAVVIVERE, MA NON A QUALUNQUE COSTO..

I secondi furono meno dei primi, ma furono quelli che veramente si salvarono, anche quando morirono. I primi furono quelli che si p erdettero, anche quando rimasero in vita. Perché A QUALUNQUE COSTO.. voleva dire accettare tutta la filosofia bastarda della Bestia che è alle radici stesse del Gulag… voleva dire strisciare e leccare… piegarsi a ogni compromesso… tradire e denunciare i propri compagni.. vendere tutto ciò che rende un Uomo un Uomo.. percorrere tutti i 1300 gradini della Degradazione…

Se anche fossi uscito vivo, dopo decenni di detenzione, a che prezzo?…. Quale sarebbe stato il prezzo?

Una morte dello spritio definitiva.. una perdita drammatica della propria luce interiore.. del meglio di ciò che sarà sempre un essere umano…

Ma altri scelsero la seconda alternativa del bivio….

Anche questi sono quelle Gocce di Splendore, di Umanità, di Verità di cui parla Fabrizio De Andrè in Smisurata Preghiiera, una delle sue ultime canzoni..

Vi lascio  ad ASCESA.. tratto da ARCIPELAGO GULAG… di Aleksandr Solženicyn

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E gli anni passano…

Non, come si dice scherzando nel lager, <<inverno-estate, inverno-estate>> – è un lungo autunno, un interminabile inverno, una primavera svogliata, solo l’estate è breve. Nell’Arcipelago l’estate è breve.

Oh, quant’è ungo anche un solo anno! Anche in un solo anno, quanto tempo hai per meditare! Lo farai trecentotrenta volte mentre scalpicci all’adunata nella fanghiglia sotto una fitta pioggerella, nell’infuriare di una bufera di neve, nell’aria immobile di un gelo intenso. Per trecentotrenta giorni sbrigherai un odioso lavoro che non è il tuo con la testa sgombra. E per trecentotrenta sere te ne starai lì, intirizzito e fradicio alla fine del turno, aspettando che la scorta si raduni dalle torrette lontane. Andando al lavoro. Tornando dal lavoro. Abbassando la tesa su settecentotrenta scodelle di brodaglia, su settecentotrenta piatti di kasa. E sulla tua cuccetta, addormentandoti, svegliandoti. Né la radio né i libri ti distrarranno, non ce ne sono, grazie a Dio.

E questo è solo un anno. Ma sono dieci. Venticinque…

E quando finirai nell’infermeria come distrofico, sarà anche quella una buona occasione per pensare.

Pensa. Ricava qualcosa anche dalla tua disgrazia.

Infatti per tutto questo tempo infinito il cervello e l’anima dei detenuti non restano affatto inattivi. Da lontano, in massa, sembrano pidocchi brulicanti, ma non sono forse il coronamento del creato? Un tempo non è forse stata infusa in loro una fioca scintilla divina? Che ne è adesso di quella scintilla?

Per secoli si è ritenuto che la pena venga inflitta al delinquente perché durante tutta la durata della pena egli mediti sul suo crimine, ne sia tormentato, si penta e a poco a poco si emendi.

Ma, l’Arcipelago Gulag non conosce rimorsi di coscienza! Su cento indigeni, cinque sono malavitosi, e non si rimproverano i crimini commessi, ne sono orgogliosi, sognano di compierne ancora, in futuro, e con ancora maggiore destrezza, maggiore spudoratezza. Non hanno  nulla di cui pentirsi. Altri cinque hanno sgraffignato alla grande, ma non ai privati: ai nostri tempi si può sgraffignare alla grande solo allo stato, il quale a sua volta sperpera il denaro pubblico senza pietà e senza discernimento; di cosa dunque dovrebbero pentirsi costoro? Semmai del fatto che se avessero rubato di più e spartito con altri sarebbero rimasti in libertà. Altri ottantacinque indigeni non hanno mai commesso alcun crimine. Di cosa devono pentirsi? Di avere pensato quello che pensavano? O di essersi lasciato prendere prigioniero in una situazione disperata? Di avere lavorato sotto i tedeschi invece di crepare di fame? Di avere preso qualcosa dal campo per nutrire i tuoi figli mentre lavoravi gratis nel kolchoz? O di avere portato via qualcosa dalla fabbrica per la stessa ragione?

No, non solo non t penti, ma la coscienza pulita risplende dai tuoi occhi come un lago montano. (..)

Nella nostra pressoché generale consapevolezza di essere innocenti sta la principale differenza tra noi e i galeotti di Dostoervskij, i galeotti di Jubakovic. Loro avevano la consapevolezza di essere dei reietti irrecuperabili, noi la certezza che qualsiasi uomo libero può essere acciuffato come lo siamo stati noi, la certezza che il filo spinato ci divide solo per convenzione. La maggioranza di quei galeotti ha una incondizionata consapevolezza della colpa individuale, noi abbiamo la certezza di condividere la sventura di milioni di persone.

Di sventura non si muore. Bisogna superarla.

Non sarà questa la ragione della sorprendente rarità dei suicidi nei lager? Infatti sono rari, sebbene tutti quelli che vi sono stati ricordino casi di suicidio. Ma ricorderanno un numero ancora maggiore di evasioni. Ci sono state sicuramente più evasioni che suicidi (..). Anche gli atti di autolesionismo erano molto più numerosi dei suicidi, ma anche in questi casi si tratta di un atto di amore per la vita,un semplice calcolo: sacrificare una parte per salvare il tutto. Mi sembra addirittura che, statisticamente, su mille abitanti, il numero di suicidi nel lager fu inferiore a quello trai i liberi.  Naturalmente non ho la possibilità di verificarlo.

(…)

In generale, come si può interpretare correttamente il suicidio? Hans Bernstein insiste sul fatto che i suicidi non sono affatto codardi, che il suicidio richiede una grande forza di volontà. Egli stesso si era fatto una corda con delle bende e aveva cercato di impiccarsi, tenendo le gambe piegate. Ma vedeva dei cerchi verdi davanti agli occhi, sentiva un ronzio alle orecchie, e ogni volta abbassava istintivamente i piedi per terra. All’ultimo  tentativo la corda si spezzò, e Bernstein fu contento di essere rimasto vivo.

Può darsi che anche nella disperazione estrema occorra uno sforzo di volontà per suicidarsi, non lo discuto. Per molti anni non mi sarei azzardato a dare giudizi. Per tutta la vita sono stato convinto che in nessuna circostanza avrei anche solo pensato al suicidio. Ma non molto tempo fa ho passato mesi cupi, nel corso dei quali mi pareva che tutto lo scopo della mia vita fosse perduto, soprattutto se fossi rimasto in vita. Ricordo chiaramente quel mio allontanarmi dalla vita, quegli accessi in cui sentivo  che morire è più facile che vivere. Ritengo che in un tale stato ci voglia più volontà per continuare a vivere che non per morire. Ma è probabile che tali stati varino a seconda delle persone e delle situazioni limite. Perciò sin dai tempi antichi il suicidio viene giudicato nei due diversi modi.

Fa un grande effetto immaginare che tutti quei milioni di innocenti perseguitati si suicidassero in massa, facendo così un doppio dispetto al governo: dimostrando la propria innocenza e defraudandolo della manodopera gratuita. E se se il governo si fosse ammorbidito? E se il governo avesse cominciato ad avere pietà dei propri sudditi? Ne dubito. Questo non avrebbe certo fermato Stalin, avrebbe preso in prestito dal mondo libero un’altra ventina di milioni di persone.

Ma non andò così! La gente moriva a centinaia di migliaia, a milioni, ridotta a quello che parrebbe il limite più estremo, ma chissà perché non ci furono suicidi. Condannati a un’esistenza mostruosa, allo sfinimento per fame, a un lavoro massacrante, non si suicidavano?

Riflettendoci ho trovato quella che mi pare la conclusione più certa. Un suicida è sempre un fallito, è sempre un uomo in un vicolo cieco, uno che ha perduto la partita della vita, e non ha la forza di volontà per continuare. Se questi milioni di misere creature impotenti non si suicidavano, significa che in loro era vivo qualche sentimento invincibile. Una qualche idea forte.

Era il sentimento universale di essere tutti quanti nel giusto. Era la sensazione di essere sottoposti come popolo a una prova simile al giogo tartaro.

 

Ma se non ha nulla da rimproverarsi, a che cosa pensa continuamente il detenuto? <<La bisaccia e la prigione  danno l’uso della ragione.>> Lo daranno pure. Ma a cosa applicarla?

Per moli anni, non solo per me, le  cose andarono così. Il nostro primo cielo della prigione furono vortici di nubi nere  e nere colonne di cenere, fu il cielo di Pompei, il cielo del Giudizio Universale, perché  avevano arrestato non un uomo qualunque, ma Me, il centro del mondo.

Il nostro ultimo cielo della prigione fu infinitamente alto, infinitamente limpido e addirittura più bianco che celeste.

Per tutti noi (eccettuati i credenti) l’inizio è lo stesso: ci strappiamo i capelli, anche se abbiamo la testa rapata. Come abbiamo potuto! Come abbiamo fatto a non vedere i nostri delatori! (e l’odio che proviamo per loro! Come vendicarci?) Che imprudenza! Che cecità! Quanti errori! Come rimediare? Bisogna rimediare al più presto! Bisogna scrivere… bisogna dire… bisogna informare…

Ma non bisogna fare nulla.  E nulla ci salverà. A  suo tempo firmeremo l’articolo 206, a suo tempo ascolteremo il verdetto del tribunale, o quello dell’invisibile OSO.

Cominciano le prigioni di transito. Insieme ai pensieri sul lager che ci aspetta, ora amiamo ricordare il passato: come era bella la nostra vita! (anche se era brutta) Ma quante possibilità non sfruttate! Quanti fiori non colti! Quando li recupererò, adesso?… Se solo riuscirò a scamparla, oh come vivrò diversamente, quanto sarò intelligente! E il giorno della futura liberazione? Splende come il sole che sorge.

Conclusione: bisogna arrivarci! A qualunque costo!

Ma le parole si riempiono del loro pieno significato e l’impegno che si prende è terribile, restare vivi  a qualunque costo!

Chi si prenderà questo impegno, chi non batterà ciglio dinanzi al suo purpureo bagliore, verrà offuscato dalla propria disgrazia che non gli farà vedere né la sventura comune né il mondo intero.

E’ il grande bivio della vita nel lager. Da qui partono due strade, una verso destra e una verso sinistra, una sarà sempre in salita, l’altra sempre più in discesa. Se vai a destra perderai la vita. Se vai a sinistra perderai la coscienza.

L’ordine che hai dato a te stesso, <<sopravvivere!>>, è un guizzo naturale per ogni essere vivente. Chi non ha voglia di sopravvivere? Chi ha il diritto di sopravvivere? Tutte le forze de nostro corpo tendono a questo! E’ l’ordine dato a ogni cellula di sopravvivere! Una potente carica viene immessa nella gabbia toracica, e una nube elettrica circonda il cuore perché non si arresti. Nella distesa oltre il circolo polare, sotto una bufera di notte, conducono ai bagni, a cinque chilometri di distanza, trenta zek sfiniti ma coriacei. Dei bagni non vale neppure la pena parlare, ci si lavano sei persone alla volta in cinque turni, la porta dà direttamente sul’esterno, fuori si gela e quattro turni fanno la fila lì, prima e dopo il bagno, perché non possono muoversi senza la scorta. Eppure nessuno si busca non solo la polmonite, ma neppure un raffreddore (un vecchio si lava così per un decennio, scontando la pena tra i cinquanta e i sessanta anni. Ed eccolo libero, a casa. Sta al caldo, nella bambagia – si consuma in un mese. E’ venuto meno l’ordine: sopravvivere…).

Ma sopravvivere e basta non significa ancora sopravvivere a qualunque costo. <<A qualunque  costo>> significa a spese d un altro.

Diciamoci la verità: a questo grande bivio del lager, a questo spartiacque delle anime, a svoltare a destra non è la maggioranza. Ahimè, non è la maggioranza Ma per fortuna non sono neppure pochi singoli. Sono molte le persone che fanno questa scelta. Ma non lo gridano, bisogna saperle riconoscere. Decine di volte sono state poste anche loro di fronte a questa scelta, ma loro sapevano sempre ciò che facevano.

Arnold Susi finì nel lager quando era prossimo alla cinquantina. Non era mai stato un credente, ma era sempre stato onesto, non si era mai comportato altrimenti, e non cambiò vita nel lager. E’ un “occidentale”, quindi doppiamente incapace di adattarsi, prende continuamente cantonate, si mette in situazioni insostenibili, sta ai lavori comuni, sta nella zona di punizione, e sopravvive, e lascia il lager così come era quando ci arrivò. L’ho frequentato all’inizio, l’ho frequentato dopo e posso testimoniarlo. A onor del vero, furono tre circostanze decisive a facilitargli la vita nel lager: venne riconosciuto invalido, ricevette pacchi per diversi anni e, grazie alle sue dote musicali, riusciva  a procurarsi qualcosa da mangiare con le sue esibizioni artistiche. Ma queste tre circostanze possono soltanto spiegare perché è rimasto vivo. Se non ci fossero state, sarebbe morto, ma non sarebbe cambiato (e quelli che morirono, non morirono appunto perché non erano cambiati?).

Taraskevc, uomo assai semplice e privo di malizia, ricorda: <<C’erano molti detenuti pronti a strisciare per un razione di pane e una boccata di machorka. Io stavo per morire, ma avevo l’anima pulita, dicevo sempre pane al pane>>.

E’ risaputo da molti secoli che la prigione trasforma profondamente l’uomo. Gli esempi sono innumerevoli – come Silvio Pellico che, dopo otto anni di detenzione, da carbonaro ardente diventa un umile cattolico. Nel nostro paese si ricorda sempre Dostoevskij. E Pisarev? Ce cosa rimase del suo spirito rivoluzionario dopo la fortezza di Pietro e Paolo? Si può discutere se sia stato un bene o un male per la rivoluzione, ma tutte queste trasformazioni vanno a vantaggio di un approfondimento dell’anima. Scriveva Ibsen: <<Anche l’anima intisichisce per mancanza di ossigeno>>.

Eh, no! Non è tanto semplice! Anzi, è esattamente il contrario! Ecco il generale Gorbatov – impegnato sin dalla giovinezza a combattere, a fare carriera nell’esercito, non aveva mi avuto il tempo per pensare. Ma finì in prigione ed ecco che cominciarono a tornargli alla memoria vari episodi: aveva sospettato di spionaggio un innocente; aveva fatto fucilare per sbaglio un polacco assolutamente innocente (in quale altro momento avrebbe ricordato tutto questo? Forse, dopo la riabilitazione, non ricordò più molte cose). E’ stato scritto abbastanza di queste trasformazioni spirituali nei prigionieri, si è ormai raggiunto il livello teorico della scienza carceraria. Scrive ad esempio Luceneckij nel prerivoluzionario <<Tjuremnyl vestnik>> (Messaggero delle carceri): <<l’oscurità rende l’uomo più sensibile alla luce; la forzata inattività suscita in lui sete di vita, di movimento, di lavoro; il silenzio lo costringe a riflettere profondamente sul suo “io”, sull’ambiente che lo circonda, sul suo passato, sul presente e a pensare al futuro>>.

(….)

 

Certo, nessuno pensava alle nostre anime mentre gonfiavano l’Arcipelago. Ma è davvero impossibile mantenere la propria integrità in u n lager?

Di più: è davvero impossibile, nel lager, elevarsi spiritualmente?

Nel distaccamento di Samarka, nel 1946, un gruppo di intellettuali sono ormai allo stremo, stanno per morire: sono estenuati dalla fame, dal freddo, dal lavoro superiore alle loro forze, e vengono persino privati del sonno, non hanno dove dormire perché le baracche interrate non sono ancora state costruite. Vanno a rubare? Fanno soffiate? Piagnucolano sulla propria vita rovinata? No. Prevedendo la morte imminente, di lì a qualche giorno, non a qualche settimana, passano così le loro ultime ore libere, senza dormire, seduti lungo un muretto: Timofeev Ressovskskij organizza con loro un “seminario” e si affrettano a comunicare gli uni agli altri ciò che sanno, tengono gli uni agli altri le loro ultime conferenze. Padre Savelij parla della <<morte decorosa>>; un sacerdote che insegnava alla facoltà di teologia parla di patristica; un uniate  di dogmi e canoni; un ingegnere, dei principi dell’energetica del futuro; un economista, di come, per mancanza di nuove idee, non si sia riusciti a porre le basi dell’economia sovietica. Quanto a Timofeev-Ressovskij, espone i principi della microfisica. A ogni nuovo incontro qualcuno manca all’appello: è già all’obitorio… Questi sono veri intellettuali, capaci di interessarsi a tutto, questo quando sono già irrigiditi, a un passo dalla morte!

Permettete, amate la vita voi? Voi, voi che esclamate e canticchiate, accennando passi di danza: <<Ti amo, vita! Ah, ti amo vita!>>. L’amate? E allora amatela! Amatela anche nel lager. E’ vita anche quella.

 

Quando non lotti contro il destino

La tua anima rinasce…

 

Non avete capito un accidente. E’ proprio allora che l’anima si svigorisce.

 

La nostra strada, quella che abbiamo scelto, è tutta curve. E’ in salita? O porta al cielo? Andiamo avanti, inciampando.

Il giorno della liberazione? Cosa ci potrà essere, dopo tanti anni? Saremo cambiati fino a diventare irriconoscibili, e saranno cambiati i nostri cari, e i luoghi un tempo cari ci appariranno più estranei di terre straniere.

Da un certo momento in poi, pensare alla libertà diventa addirittura una violenza. Qualcosa di artificioso. Di alieno.

Il giorno della “liberazione”! Come se in questo paese ci fosse la libertà. O come se si potesse liberare chi non si è prima liberato da sé nell’anima.

Le pietre franano sotto i nostri piedi. Cadono giù, nel passato. Sono la cenere del passato.

Noi stiamo salendo.

 

E’ bello pensare in prigione, ma anche nel lager non è male. Innanzitutto perché non ci sono assemblee. Per dieci anni sei esentato da tutte le assemblee! Non è aria di montagna, questa? Mentre pretendono il tuo lavoro e il tuo corpo fino all’estenuazione, addirittura fino alla morte, i lagersciki non attentano minimamente all’ordine dei tuoi pensieri. Non cercano di avvitarti il cervello per bloccarlo. Questo dà una sensazione di libertà molto maggiore di quella che si prova correndo dove ti portano le gambe.

Nessuno cerca di convincerti a chiedere di entrare nel partito. Nessuno cerca di estorcerti quote sociali da versare ad associazioni volontarie. Non esiste sindacato che ti “difende” quanto l’avvocato d’ufficio del tribunale. Non si fanno riunioni per parlare della produzione. Non possono eleggerti a nessuna carica, nominarti delegato né, soprattutto, costringerti a fare propaganda. Né ad ascoltarla. Non devi strillare appena tirano i fili: <<Esigiamo!… Non permetteremo!…>>. Non dovrai arrivare alla sezione elettorale per dare il tuo voto, libero e segreto, all’unico candidato della lista. Non ti vengono richiesti obblighi scolastici. Non devi criticare i tuoi errori. Né scrivere articoli per il giornale murale. Né concedere interviste al corrispondente regionale.

Avere la testa libera non è forse un privilegio della vita nell’Arcipelago?

E c’è un’altra libertà: non ti possono privare della famiglia e dei tuoi bene, ne sei già stato privato. Neppure Dio può toglierti quanto non hai. E’ una libertà fondamentale.

E’ bello pensare in reclusione. Il più insignificante dei pretesti ti stimola a lunghe e serie riflessioni. Per una volta, l’unica in tre anni, proiettarono un film al campo. Era una dozzinale commedia “spotiva”: Il primo guantone. Una noia. Ma dallo schermo martellavano insistentemente la morale:

 

<<L’importante è il risultato, e non se è a vostro favore.>>

 

Sullo schermo ridevano. Anche in sala ridevano. Esci strizzando gli occhi nel cortile del campo inondato di sole, e ripensi a quella frase. E ci ripensi la sera sulla tua cuccetta. E il lunedì mattina all’adunata. E puoi pensarci tutto il tempo che vuoi – quando mai avresti potuto farlo così a lungo? E lentamente la tua mente si rischiara.

Quella frase non è uno scherzo. E’ un pensiero contagioso. Già da molto tempo ha attecchito nella nostra patria, ma continuano a inocularcelo. L’idea che conti solo il risultato materiale è talmente radicata in noi che quando, per esempio, un Tuchacevskij, uno Jagoda o uno Zinov’ev vengono dichiarati traditori in combutta con il nemico, la gente si limita a esclamare e a meravigliarsi in coro:

<<ma cosa gli mancava, a quello?>>

Dal momento che poteva mangiare a crepapelle, aveva venti vestiti, e due dacie, e l’automobile, e l’aereo, e la notorietà, che gli mancava?!! Per milioni di nostri compatrioti è inconcepibile che un uomo (non parlo dei tre che ho nominato) possa essere guidato da qualcosa che non sia la cupidigia.

Ecco fino a che punto è stato accettato e assimilato quel <<l’importante è il risultato>.

(…)

Ma è una menzogna. Da anni pieghiamo la schiena in questa galera che è l’Unione Sovietica. Lentamente, con il volgere degli anni, ci eleviamo nella comprensione della vita e da questa altezza lo si vede chiaramente che l’importante non è il risultato, ma lo spirito! Non è importante ciò che è stato fatto, ma come è stato fatto. Non ciò che è stato raggiunto, ma a quale prezzo.

Se per noi detenuti è importante il risultato, è vero anche il principio che bisogna sopravvivere a qualunque costo. E cioè fare la spia, tradire i compagni per sistemarsi al calduccio, e magari ottenere anche uno sconto di pena. Alla luce della Dottrina Infallibile, non c’è nulla di male in questo. Così facendo, infatti, il risultato sarà a nostro favore, e l’importante è il risultato.

Nessuno nega che sia piacevole conseguire un risultato. Ma non a costo di perdere la propria dignità umana.

Se l’importante è il risultato, occorre spendere tutte le forze e tutti i pensieri per sfuggire ai lavori comuni. Occorre chinare la schiena, leccare i piedi, comportarsi da vili pur di restare un balordo. E così facendo salvarsi.

Se invece importa la sostanza, occorre rassegnarsi ai lavori comuni. Coi cenci addosso. Con le mani scorticate. Con il tozzo di pane più piccolo e peggiore. Forse anche morire. Ma finché sei vivo, potrai raddrizzare la schiena dolorante. Ed è allora, quando hai smesso di temere le minacce e di cercare ricompense, che diventi il tipo più pericoloso agli occhi rapaci dei padroni. Infatti, come potrebbero avere ragione di te?

Comincia addirittura a piacerti alzare una barella carica di immondizie (di sassi, magari, no?) mentre discorri con il compagno dell’influsso del cinema sulla letteratura. Comincia a piacerti sederti a fumare sul trogolo vuoto della malta accanto al muro che hai costruito tu. E sei orgoglioso se il capomastro ti passa davanti, socchiudendo gli occhi guardando il tuo lavoro, lo misura con lo sguardo e dice: <<L’hai fatto tu? E’ bello dritto>>.

Quel muro non ti occorre affatto, non credi che possa rendere più vicina la futura felicità del popolo, eppure, misero schiavo cencioso, sorridi a te stesso nel vedere l’opera delle tue mani.

Figlia di un anarchico, Galja Venediktova lavorava come infermiera nella sezione sanitaria, ma quando si accorse che si stava lì non per curare i malati ma perché era un buon posto, lei, cocciuta, preferì andare ai lavori comuni e prese in mano il maglio e la vanga. E dice che quella per lei fu la salvezza spirituale.

A chi è buono anche il pane secco fa bene, a chi è cattivo non fa bene neppure la carne. (Sarà. Ma se uno non ha neanche il pane secco?)

 

Se hai rinunciato anche solo una volta a <<sopravvivere a qualunque costo>> e ti sei diretto là dove vanno i placidi, i semplici, la reclusione inizia a trasformare in modo sorprendente il tuo vecchio carattere. Lo trasforma nella direzione per te inattesa.

Uno potrebbe credere che qui debbano svilupparsi nell’uomo sentimenti malvagi, lo sgomento di chi è oppresso, l’odio generalizzato, l’irritazione, il nervosismo. Invece non ti accorgi neppure di come, con l’impercettibile trascorrere del tempo, la prigionia alimenti in te i germogli di sentimenti opposti.

Una volta eri brusco e impaziente, avevi sempre fretta, non avevi mai tempo. Ora ne hai in abbondanza, anche troppo, hai mesi e anni alle spalle e davanti a te e, liquido benefico calmante, la pazienza si espande nelle tue vene.

 

Stai salendo…

Prima non perdonavi nulla  a nessuno, condannavi implacabilmente e osannavi con pari irruenza; ora i tuoi giudizi, non più categorici, si fondano su una serena indulgenza pronta a comprendere tutto. Ora che hai capito la tua debolezza, puoi comprendere quella altrui. E sorprenderti della forza altrui. E sperare di imitarla.

I sassi ci frusciano sotto i piedi. Stiamo salendo.

Con gli anni il tuo cuore, la tua stessa pelle si rivestono della corazza difensiva dell’autocontrollo. Non ti affretti più a fare domande, non ti affretti a dare risposte, la tua lingua perde la facoltà elastica della vibrazione facile. I tuoi occhi non sprizzano più gioia per una buona notizia né si offuscano per il dolore.

Infatti resta sempre da vederne il seguito. Resta da capire se saranno gioie o dolori.

Ormai la tua regola di vita è: non gioire se trovi qualcosa, non piangere se la perdi.

 

 

Con le sofferenze la tua anima, un tempo arida, si riempie di linfa. Anche se non impari ad amare cristianamente il prossimo, ora impari ad amare chi ti è vicino.

Quegli esseri a te vicini in spirito che ti circondano in prigionia. Quanti di noi hanno dovuto ammettere di avere conosciuto per la prima volta l’autentica amicizia proprio da detenuti!

E anche quelli che ti sono vicini per sangue, che ti circondavano nella vita che facevi prima, che ti amavano, mentre tu li tiranneggiavi….

Ecco una direzione fruttuosa e inesauribile per i tuoi pensieri: riesamina la vita che facevi prima. Ricorda tutto ciò che di brutto e vergognoso hai commesso, e chiediti se non sia possibile porvi rimedio, ora.

Sì, sei stato imprigionato immeritatamente, non hai nulla da rimproverarti di fronte allo stato e alle sue leggi. Ma di fronte alla tua coscienza? Ma di fronte ad altre singole persone?

 

(…)

 

Rimasi a lungo nel reparto post-operatorio da cui Kornfel’d se sene era andato verso la morte, e restai sempre solo (avevano smesso di operare perché il chirurgo era stato arrestato), e, in quelle notti insonni ripensavo alla mia vita e mi meravigliavo delle svolte che aveva preso. Con l’accortezza affinata nel lager davo ai miei pensieri la forma di versi in rima, per ricordarli. E’ giusto riportarli qui come vennero composti, sul guanciale di malato, mentre fuori dalla finestre il campo di lavoro forzato viveva ore agitate dopo la sommossa.

 

Quando ho disperso fino all’ultimo

grano tutta quanta  la buona semente?

eppure anche io passai l’adolescenza

fra i canti sereni sei Tuoi templi!

 

 

La sapienza delle pagine scritte

abbagliò la mia mente superba:

i misteri del mondo mi apparvero raggiungibili,

e malleabile come cera il destino.

 

Il sangue ribolliva a ogni schizzo

si colorava di colori diversi il futuro,

e senza fragore, silenziosamente,

si sgretolò l’edificio della fede nel mio petto.

 

Ma passato fra l’essere e il non essere,

caduto e rimasto sull’orlo,

contemplo, grato e trepidante,

la mia vita di un tempo.

 

Non dalla mia mente, non dal mio desiderio,

è illuminata ogni frattura:

ma dal fermo splendore del Significato Supremo

rivelatomi solo più tardi.

 

E adesso che sono stato ridonato

Ho attinto l’acqua viva –

Dio del Creato! Io credo di nuovo!

Anche quando ti rinnegavo Tu eri con me…

 

Guardandomi indietro, vidi come in un tutto, l’arco della mia vita cosciente. Non avevo capito me stesso né le mie aspirazioni. Per molto tempo mi era sembrato un bene ciò che invece era la mia rovina, e avevo sempre cercato di andare nella direzione opposta a quella realmente utile. Ma come il mare travolge nei suoi flutti il bagnante inesperto e lo getta sulla riva, così anche io tornavo dolorosamente sulla terraferma sotto i colpi delle disgrazie. E soltanto così riuscii a percorrere la strada che avevo sempre desiderato.

Con la schiena curva, che per poco non fu spezzata, ricavai dagli anni di prigione l’esperienza di come l’uomo diventi malvagio e di come diventi buono. Inebriato dai successi giovanili mi sentivo infallibile e quindi ero crudele. Nei momenti  di maggiore malvagità ero convinto di agire bene, con il mio armamentario di ragionamenti che filavano alla perfezione. Ma sulla paglia marcia del  lager avvertii in me il primo agitarsi del bene. A poco a poco mi si rivelò che la linea di demarcazione fra bene e male passa non fra gli stati, non fra le classi, non fra i partiti, ma attraversa il cuore di ciascun essere umano, e attraversa tutti i cuori. E’ una linea mobile, fluttua in noi con gli anni. Anche in un cuore invaso dal male mantiene una piccola testa di ponte del bene. Anche nel cuore più buono c’è un angolo di male ben radicato.

Da allora ho capito la verità di tutte le religioni del mondo: esse lottano contro il male nell’uomo (in ogni uomo). Non si può eliminare completamente il male dal mondo, ma è possibile circoscriverlo in ciascun uomo.

Da allora ho capito la menzogna di tutte le rivoluzioni della storia: distruggono soltanto i portatori del male a esse contemporanei (e, nella fretta, senza rendersene conto, anche i portatori del bene), ed ereditano il male stesso ulteriormente accresciuto.

A onore del ventesimo secolo va scritto il processo di Norimberga: cercò di uccidere l’idea stessa del male, e in minima parte gli uomini contaminati dal male. (In questo Stalin non ebbe certo alcun merito, lui avrebbe senza dubbio preferito chiarire di meno e fucilare di più.) Se entro il ventunesimo l’umanità non sarà saltata in aria o non si sarà asfissiata, potrà trionfare questo orientamento?

Ma se non dovesse trionfare, tutta quanta la storia dell’umanità sarà stata un vano scalpiccio senza senso! Verso cosa tendiamo, e perché? Anche l’uomo delle caverne sapeva colpire il nemico con una clava.

<<Conosci te stesso.>> Nulla favorisce di più il destarsi in noi della capacità di comprendere quanto il riflettere senza tregua sui crimini commessi, gli sbagli e gli errori compiuti. Dopo essere tornato per lunghi anni su queste difficili riflessioni, se mi parlano della spietatezza dei nostri massimi funzionari, della crudeltà dei nostri boia, ricordo me stesso con le spalline da capitano mentre la mia batteria attraversa la Prussia Orientale stretta dal fuoco, e dico:

 

<<Noi eravamo forse migliori?>>

 

Se in mia presenza qualcuno inveisce contro la fiacchezza dell’Occidente, contro la sua scarsa lungimiranza politica, la sua mancanza di coesione e la sua indecisione, non manco di ricordare:

 

<<Eravamo forse più saldi , noi , prima di passare per l’Arcipelago? Erano forse più forti i nostri pensieri?>>

Ecco perché ritorno agli  anni della mia detenzione e dico, producendo talvolta stupore negli astanti:

 

<<SII BENEDETTA, PRIGIONE!>>

 

Aveva ragione Lev Tolstoj quando sognava di venire incarcerato. A partire da un certo momento, quel gigante cominciò a inaridire. Aveva bisogno della prigione come di un acquazzone in tempo di siccità.

Tutti gli scrittori che scrissero di prigioni senza esservi stati personalmente ritennero doloroso esprimere la loro compassione per i reclusi e maledire la prigione. Io che ci sono stato a sufficienza, io che vi ho coltivato la mia anima, dico senza alcuna indecisione:

 

<<Sii benedetta prigione, perché ti ho conosciuta nella mia vita!>>

 (Ma, dalle tombe mi rispondono: Parli bene tu, che sei rimasto vivo!)

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Come fiori rossi sull’asfalto di Tienanmen

by Duncan on ott.16, 2009, under Ispirazione, Resistenza umana

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Ma Jian è il genere di scrittore che per la Cina non dovrebbe esistere. Che nella nuova Grandeur revanchista è come polvere negli occhi. Un pò come quei piccoli insetti che mandano in paranoia un elefante.
Ha una caratterisca non troppo apprezzata dall’apparato che da sempre è come una cappa di piombo calata senza feritoie e senza bombole  d’ossigeno sulla Cina. E’ interiormente libero. E scrive la sua  libertà.
Nato nel 1953 ha svolto ogni sorta di mestieri, da riparatore di  orologi e pittore di poster. Ma nel 1983 abbandona il lavoro e viaggia per tre anni attraverso la Cina. Una esperienza che lo portò a scrivere il libro “Polvere Rossa” e nel 1987 darà vita alla raccolta di  racconti sul Tibet “Tira fuori la lingua”. Libro che comporterà la  condanna pubblica de governo cinese, la messa al bando delle sue opere, e la necessità di espatriare.
Lui c’era a Tienman in quel momento in cui per la prima volta dei  cinesi alzarono la testa contro il potere.
Erano pochi, ma coi loro gesti riscattarono la vigliaccheria e la  paura di molti, tempi immemorabili di schiene piegate  e di vite ranicchiate. Finirono nel sangue, ma diventarono mito. Un mito sempre temuto. E quindi cancellato, annichillito, consegnato al vuoto ancestrale dell’oblio.
“Dimentica” dice sempre il Potere.. “perché nella dimenticanza io prospero”.
Istantanee.
La nostra vita sono istantanee scolpite a tinte forti nel tempo, quadri e foto appesi sul muro.
Lo siamo stati anche noi. E poi siamo stati altro. E  altro saremo.
Completamente perduti o ritrovati. C’è un filo, c’è un filo che lega i nostri infiniti presenti Mia Signora?
Istantanee.
I volti di quello che siamo ci condannano all’Onore. Ad essere fedeli o a tradire.
La scritta sul muro, il pugno alzato, la voce che attraversa il deserto.
Alcuni dimenticano. Altri continuano.
I nostri occhi e il nostro tempo, i volti nelle foto staranno lì a incendiarsi e a farci l’unica domanda che, in fin dei conti, veramente conta. più che una domanda.. una richiesta imperiosa..
DIMMI CHI SEI!
C’è stato anche lui a Tienanmen,, Ma Jian. La differenza… la differenza è che lui c’è ancora.
E che gli altri.. quasi tutti gli altri hanno tradito. Le ali hanno un modo tutto loro di piegarsi, pezzo a pezzo, accumulando la polvere, consumando divani, conti in banca ed appoggi. C’è una nicchia per tutti nel paese di Mangiafuoco.
Ma Jian scattò delle foto (e alte se le procurò). Le troverete su internet se volete.
Istantanee. In una di queste ci sono tutti i maggiori scrittori cinesi giovani (giovani in quell’epoca).
Adesso esistono ancora, come corpo, carne, vene, cartilagine e strutture neuronali.
Il loro complessivo sistema organico biopsicofisico esiste ancora. Ma, in un certo senso, sono morti.
Quest’anno alla fiera del libro a Francoforte l’ospite d’onore è la Cina. Ed arriva sovraccarica di quella pseudo prosopopea “imperiale” con la quale ama piazzarsi all’esterno, come il nuovo astro emergente del tempo che verrà. Con quell’autoincensarti che è tipico dei periodi letargici e bovini della storia. E slogan come “tra tradizione e modernità” che cercano di intruppare tutto nel comune servizio al Grande Sogno Cinese. Ci sarà una delegazione in pompa magna con oltre duecento persone tra scrittori e studiosi dell’Accademia delle Scienze sociali. Tutti con la loro bella tessera del Partito Comunista Moloch.
Tutti revisionati, ripuliti, approvati e corretti.
Molti che sudano 107 camice da anni per cancellare il loro passato, così ingombrante. E ne hanno consumato di gomme a fura di stricare sui fogli di carta e non lasciare neanche, dell’inchiostro, l’ombra.
Ma troveranno qualcuno che volentieri eviterebbero. Qualcuno che era con loro. Qualcuno che non ha dimenticato.
Qualcuno che non si è venduto. Qualcuno che non ha tradito.

<<In quei giorni molti di loro sfilavano insieme a noi studenti. Nelle
foto si vedono i loro volti, e quando sarò a Francoforte per la Fiera
del libro li chiamerò per nome e domanderò dove sono finiti i loro
slogan per la libertà.>>

Qualcuno c’è sempre a rompere i quadri troppo perfetti, a steccare nel coro. A ricordarci che la maturità non è solo un cimitero dei sogni. Che possiamo non  tradire il meglio di quello che siamo e il meglio di quello che siamo stati. Che crescere non è inevitabilmente un declino.
Che a volte i sogni non muoiono.. come i fiori rossi sull’asfalto di Tienanmen.

ma-jian

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