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Il Golpe
by Duncan on giu.03, 2011, under Resistenza umana, Simbolo
La stanza pullulava di demoni..
Ah va beh. Maschere al seguito.. intendo.. giacche e pantaloni blu. O
neri.. o Grigi. Si Grigi.
Le bocche chiuse, come dopo a un funerale, ma con aggiunta di
mangiata.
Sì, funerale con mangiata. Triplice effetto sterzante,
Gli occhi bovini, appena chiusi, come a sigillare le palpebre quasi..
due lamette tagliate.
Puzza di sudore e stravaccati al seguito. Ad origiliare il rumore.
Perchè solo il rumore si origlia no?
Vezzi di periferia inanellati ad arte.. silenzi assensi…sguardi
pensoci.. guance cadenti… magri tisici..
Cappucci appesi.. per l’occasione.. quando sarà l’occasione..
Ancora più dentro.. i Neri.. loro sì.. Neri… ossa sporgenti, mani
lente, cemento nel viso, parole meccaniche ma immerse nel fango.. nel
fango sì e nella merda.. ripulita e inamidata però.
Incenso e mirra..
Oro sui bordi..
Segni uncinati..
Puttane capovolte..
Ecco i dadi del monopoli..
Al cuore del Basso Impero..
Ultimi rantoli del Crepuscolo dei Tiranni,
dadi truccati e pietra, mani e forbice,
manuali di idolatria,
Il Golpe.
Lettera al figlio che verrà
by Duncan on gen.02, 2011, under Ispirazione, Poesia, Simbolo
Tu figlio di un altro tempo,
che leggerai questa in un tempo in cui io non ci sarò più,
in cui sarò una traccia lasciata nell’aria, uno spirito nel vento..
Tu figlio non ancora concepito,
che leggerai quando forse sarai padre, in tutto un altro tempo.
Chissà come sarà il mondo allora. Sì, perché ci sarà.
Ci sarà sempre il mondo. Ci saranno sempre uomini. Sono stato sempre
un ottimista.
Salutami quel sole che ancora ti accoglie e accolse me e i miei
compagni, me e tutte le stelle che incontrai nel cammino. Me, mentre
amavo, o urlavo o cantavo.
Questa lettera è stata buttata come un turacciolo in una piccola
antica nave. Una notte fonda come le altre.
Quando non ho avuto una notte fonda?
Chissà se ci sono ancora cinema aperti, se ancora i libri sono su
carta. Ma credo di sì. I Iibri sono come la ruota, non moriranno mai.
Hai bussato a lungo alla porta.Non ero propriamente ragazzo quando
nascesti. Non era propriamente ragazza neanche lei. Presa per un pelo,
dura da raggiungere.
Ma del resto cosa non è stato duro da raggiungere?
Ci saranno sempre quelli dal cappello al chiodo, finti lavori, finte
famiglie, finti sogni, finti amori. Muori semmai, ma non cercarti una
nicchia.
Meglio avere un coltello tra i denti che essere servi.
Meglio la solitudine che finti amori.
E se cercheranno di spegnere le tue passioni, beh tu suda più forte..
perché per ognuno che si illumina altri troveranno la forza,
In fin dei conti.. vedi?..Ti dico un mucchio di banalità.. cose
scontate.
Ma ci credo.
E se troverai il dolore, scendici dentro, stringi la mano sui chiodi e
oltrepassalo.
Se c’è qualche mio vecchio libro, o segno nel mondo.. a volte
rileggilo, giusto per sfiorare con le dita la carta e vedere ancora se
son rimasti trattenuti un pò dei mie sogni.
E sapere che un tempo ci siamo stati anche noi.
E ci siamo alzati ridendo sfidando i lupi e i giganti, stringendoci la
mano come cavalieri pazzi,
Che non siamo stati docili, ma le abbiamo date le nostre belle pedate.
Le abbiamo fatte le nostre belle corse.
E ti diranno di riposarti, che c’è tempo.. di rilassarti, di non darti
arie, di non prenderti sul serio, di darti una regolata, di
accontentarti. Ma invece ti dico.. dacci l’anima, morditi il labbro,
ruba a ogni notte le sue ore. Non prendertela comoda, e sei stanco
buttati acqua freddo sul viso e continua. Hai la responsabilità di un
Sogno. Un Sogno vive in te, o morirà per sempre.
E se tutti ti diranno che quella montagna non la puoi scalare..
scalane tre..
E lascia andare gli amici da saldi. Lealtà assolute.. fedeltà
assolute…
Pretendile, meritale, conquistale..
Non so se darai il mio nome a un pesciolino rosso.. a sto punto meglio
un criceto, i pesciolini rossi muiono subito..:-)
Nessuno di noi è mai stato davvero solo. E forse sentirai dire che
tutto è merda, solo roulotte del caso. Spero che tu vivrai quelle
notti, quelle notti in cui saprai che tutto è così Grande che le
parole non basteranno mai a spiegarlo.. che c’è di più, immensamente
di più, di quanto potranno mai dire esperti o professori, scienziati o
libri..
In fin dei conti, non so ancora cosa posso averti lasciato. Figurati
non so neanche il tuo nome. Spero ci sia anche qualcosa però, come un
pugno alzato, o una foto ingiallita, o una collezione segreta, un
orologio a cipolla, o una lettera d’amore sfuggita agli incendi..
sentieri pi pietre acciottolate, o colpi appena dipinti lì in fondo,
da portare nell’anima.
Se per ogni cazzata avessi un euro chissa che pensione benestante
avrei. Ne ho fatte tante. Sicuramente né farò altre.
Cazzata dopo cazzata ho costruito un mio sentiero con le ginocchia, ho
trovato la mia strada in mezzo alle capate ai muri, ho spalato tanta
merda sai..
.. ma alla fine la Strada ci prende con sé e si
impadronisce di noi. E forse sarà la follia a salvarti quando avrai
perso ogni ragione.
Posso dirti che ho amato. No, non mi sono tirato indietro. Mai tirato
indietro. Non ho mai fatto compromessi.. Se non puoi dare tutto è
meglio che muori. Sono cattivo? Ma ha senso amare solo quando senti la
tromba e nudo in mezzo ai leoni puoi guardarli negli occhi. Posso
dirti che ho amato con tutti i polmoni.. e parlo anche per il tempo
che verrà.
E allora ama senza ritegno. Con tutti i polmoni. Vivrai in piedi..
E morirai in piedi. Mi piace credere di essere morto in piedi,
scalando una bella montagna, magari in qualche impresa impossibile, in
qualche viaggio selvaggio.
No.. non ti avevo mai parlato di questa lettera..
Scritta in una notte folle come tante..
In anni incredibili.. anni di lotte incredibili e di amici
fantastici..
Una notte in Italia.. maggio 2009…
Un ragazzo con idee balzane alla tastiera,
un mondo lontano, balzano e glorioso…
Hasta Siempre Esperanza
Oltre la Tavola dei Clientes
by Duncan on dic.12, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
Cambiare seguendo il Cuore è come il seme che diventa quercia, la crescita che in te costringe a diventare te stessa o te stesso. Cambiare perché si crede fortemente a qualcosa, o perché non si può fare a meno di vivere in un certo modo.. è non smettere mai di dare altri frutti, non diventare mai un tronco sterile, ma carico, carico.. di una vita che si rinnova.
Cambiare invece solo per denaro, potere, convenienza… è tradimento…
Svendee se stessi, i propri sogni.. e anche chi si ha più caro per potere ottenere vantaggi, nicchie e cunicoli di lusso presso le tane dei potenti…è prostituzione.
C’è una Grande Tavola…
In questa Tavola al vertice c’è il Principe.. vicini a lui.. i feudatari.. più lontano i CLIENTES…
Appena fuori dalla Tavola.. per terra i Servi.. sui Servi cadono le briciole.. Di tanto in tanto il Principe fa fuori qualcuno dei Clientes e “promuove” qualcuno dei Servi tra i Clientes… quei Servi aspiravano ardentemente ad essere cooptati.. e alla fine qualcuno di loro fa il Salto..
e riceve coccarda e bavaglino.. promosso a Cane di Lusso…
Ma nessuno lì è libero…
Hai privilegi.. ma non diritti.. sei un cliente.. un mantenuto.. un parassita..
non un Uomo….
Nessuno è libero.. anche i feudatari.. persino il Principe è schiavo del suo Gioco e del suo Ruolo.
E poi c’è un’altra Tavola.. che ci portiamo dentro nell”’anima da Generazioni.. che alcuni hanno sempre portato con sé..
La Tavola di chi non è Clientes.. e non gliene importa una cippa di diventarlo.. di chi non sta a fare anticamera per anni come galoppino, claque o leccasedere per finalelmente essere elevato a cane di lusso.. e poi magari.. un girono feudatario e mercante dis chiavi..
C’è un’altra Tavola.. che non si vede spesso.. che è un pò clandestina.. ma esiste… esistono coloro che la portano dentro.. che non la tradiscono..
La Tavola di chi non vuole un ruolo o un posticino alla Tavola del Principe.. ma lo manda semplicemente a farsi f… non implora.. non vuole gioghi e frustini.. ha altri modi per eccitarsi che la sadomaso sottomissione…
La Tavola di chi non vuole campare come un parassita… di chi se ne sbatte di una vita di privilegi.. ma vuole una vita di Valore..
Di chi non è mantenuto….
ma è libero..
La Tavola degli Uomini Liberi..
Dove chi ha un Potere lo ha solo per Servire…
E io li vedo.. “vi” vedo.. scintille perse nella nebbie..
anime belle col sorriso infinito..
occhi grandi come il mare….
mi piace pensare di riconoscevi quando vi incontro..
che in qualche modo possiamo capirci, anche in tutte le nostre diversità..
che potremmo spartirci vini e pomodori.. per il solo piacere di farlo..
per il solo piacere di condividere..
E che potreste mostrami la faccia bella della Luna…
come si mostra un mistero appena sfocato, prima ancora che il giorno si ingravidi e poi esca, esca ancora..
Mi piace sapere che c’è sempre un falò dove puoi fermarti a raccontare storie bere una birra, e incontrare..
Mi piace sentire che c’è altro, c’è maledettamente altro…
Come quei banchi di scuola con su scritto.. Torneremo..
ma dove?.. ma quando?…
La Tavola degli Uomini liberi… le storie non dimenticate.. l’amore che cresce sugli alberi..
Seppure in incognito, il sangue non mente..
la storia neppure.. i lividi mai..
Ti vedo già a preparare tagliare il pane… altri portano la pasta.. qualcuno versa il vino..
Il resto è illusione…
Dialogo tra un ergastolano e un professore di filosofia (ventitreesimo scambio)
by Duncan on dic.09, 2010, under Controinformazione, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
Su un blog dedicato agli ergastolani -che io e alcuni amici abbiamo creato e amministriamo- (http://urladalsilenzio.wordpress.com/) è da tempo in corso un magnifico e potente Dialogo tra Carmelo Musumeci, figura simbolo tra gli ergastolani, persona dal profondissimo e radicale percorso, uomo generoso e vulcanico, e autore di moltissimi testi, articoli, racconti, e anche due libri.. e il professore Giuseppe Ferraro, non “semplicemente” un professore di filosofia, ma un Filosofo e un Umanista.. nella accezzione più degna che hanno queste parole.
Ci sarebbe tanto da dire su questo grande Dialogo, da tempo in corso tra di loro, e giunto adesso alla 23sima “puntata”. Ma ritornerò su di esso in qualche altro post, e riporterò altri brani. Questa volta voglio condividere anche con i naviganti che giungono nelle Terre di Born Again, proprio l’ultimissimo momento di questo Grande Dialogo.
Vale proprio la pena leggerlo..
Salutamos Compagneros
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Giuseppe caro,
ho ricevuto la tua lettera.
Ho sentito il tuo cuore amareggiato.
L’ho sentito come se fosse il mio.
Ho immaginato quello che provi quando vedi la sofferenza e l’ingiustizia sociale intorno a te.
Non si può mai essere del tutto felice quando non lo sono tutti.
Io non ci riesco!
Ho sentito la tua frustrazione.
Non ti nascondo che ci sono dei momenti che non riesco ad essere forte neppure io.
Ci sono dei momenti che desidererei essere più debole di quello che sono per farla finita di aspettare un futuro che non avrò mai.
Ci sono dei momenti che mi sento una foglia strappata alla vita e gettata in un angolo all’ombra del mondo, fra cemento armato e ferro.
Giuseppe conosco molto bene il tuo dolore.
Lo so!
Il dolore che vedi negli occhi degli altri uomini fa sempre più male del proprio dolore.
Tutte le mattine quando mi aprono il blindato lo vedo negli occhi di quell’uomo che mi è di fronte.
Un ergastolano anziano ammalato di un brutto male che cerca il mio sorriso come se fosse la cosa più importante della sua vita.
L’amore ci fa diventare migliori e purtroppo in carcere manca proprio quello.
Nessuno ama e pensa a quest’uomo.
Lo vedo sempre steso sulla branda a fissare il vuoto.
In questi giorni non gli ho sorriso perché il mio blindato è rimasto spesso accostato.
In questi giorni sono stato male, niente di grave, un semplice attacco di sciatica.
In questi giorni mi sono accorto che non sono più forte come prima.
In questi giorni mi sono accorto che l’Assassino dei Sogni prima s’è preso il mio corpo, poi la mia vita, ora la mia salute.
A volte penso di essere fortunato, io ho qualcuno cui pensare, molti non hanno nessuno.
Si, è così!
Solo chi dice di essere cattivo sa che cosa è essere buono.
Domani, anche se non starò bene, quando apriranno il blindato lo spalancherò e donerò a quest’uomo il mio sorriso come se lo donassi a te.
Te lo prometto!
Nella tua lettera di oggi ho sentito il tuo cuore amareggiato.
Non posso lasciarti con tristezza almeno questa volta.
Domenica ho parlato al telefono con la mia compagna.
Sabato vengono a trovarmi.
Sono felice.
Da Modena mia figlia mi vuole portare le ciliegie.
Mi ha detto che sono buone e dolci.
Dall’altra parte del telefono ho sorriso.
Non ho bisogno delle ciliegie.
Ho solo bisogno di abbracciare e di baciare lei.
Per cinque anni l’Assassino dei Sogni non me l’ha fatta toccare.
Ed ho sempre una paura infantile che lo potrà fare di nuovo.
I figli sono il nostro universo e non si può vivere senza abbracciare l’universo.
Giuseppe non essere amareggiato.
Quando s’è amareggiati, si ha poca energia.
L’energia è amore.
Io ho bisogno del tuo amore, come ne ha bisogno l’ergastolano anziano e ammalato di fronte la mia cella e gli operai disoccupati del nostro sud.
Abbiamo bisogno del tuo amore, come te del nostro.
Ti manderò un po’ del mio amore sabato quando abbraccerò la mia compagna e i miei figli affinché tu non ti senta in mare aperto senza né terra, né barca.
E quando abbraccerò Nadia lo farò anche per te.
La sua fede e il suo amore per questo mondo è grande e ne darà un po’ anche a te.
Giuseppe, non essere amareggiato, il mio cuore lo sente, il mio cuore sente il tuo.
Ti voglio bene.
Carmelo
2 giugno 2010
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Ti scrivo. In silenzio. Come si scrive. Sotto dettatura di una voce che s’intreccia ad altre. Ti scrivo, come sempre ci si trova a scrivere, sottovoci. Non accade sempre. Solo quando si scrive sentendosi accanto a chi si scrive. E’ come un rivolgersi dentro se stessi dove si ospita chi si pensa con affetto e che ti ospita nei suoi pensieri.
C’è quell’espediente in cinematografia, lo ricordavo l’altra volta, lo ripeto, mi colpisce. Quando qualcuno legge una lettera è la voce di chi gli ha scritto che si sente leggere. Scrivo, sento la mia voce che mi detta le parole, a una a una, cercandone le lettere sulla tastiera. Le detta per non perderle, guardando i tasti. Quando si scrive, si sente la propria voce che detta le parole. La propria? non proprio. Sento la tua voce, a scrivere c’è come una traslocazione d’intimità, ci si porta in un luogo senza luogo. Vedo il tuo sorriso, quando ti scrivo, avverto la tua ansia, penso “ai” tuoi pensieri, immagino “a” quel che immagini, guardo “al” muro che guardi, lo vedi all’improvviso quando non sei più stanco ed esci dal rifugio dei pensieri. Quando sei stanco di essere stanco il muro alza pareti. Strano. La stanchezza aiuta certe volte. Quando sei stanco l’immaginazione prende il posto dei sensi. La stanchezza aiuta. Libera, no, distrae. Deriva. Derotaia. Delira. Ci fa addormentare, dopo che nella testa si placa il turbinio della corsa in stanza dei pensieri insistenti.
Noi non amiamo la stanchezza. Siamo di quelli che non si stancano mai. Non siamo mai stanchi. Quando però ci arriva la stanchezza, si placa anche la violenza della rabbia. La usiamo e ci usa. Mette un freno, rallenta il passo che siamo pronti ad accelerare appena dopo. Chi vive la depressione si mette in uno stato di stanchezza persistente. Lo sappiamo. In carcere diventa una sorta di perdita di vita, come una perdita d’acqua alla fontana. E’ terribile quello che scrivo e che penso. No. Bisogna riprendersi ogni volta dalla stanchezza che porta alla depressione e alla follia, bisogna trovare la stanchezza del giusto. Quella che prende dopo un giorno lungo di lavoro, su se stessi. Bisogna lavorare su se stessi.
Bisogna pensare anche a un diritto alla stanchezza giusta. Ne ho sofferto maledettamente quel giorno. Ritornavo dai miei incontri. Ero stato a Bellizzi. Avevo la testa piena di voci e volti. Era stato un incontro intenso. Lo è sempre. Arrivai a casa, stanco. E questo pensai, che là avevo lasciato persone che non avevano il diritto di essere stanchi, di abbandonarsi alla stanchezza. La libertà pensai è il diritto a sentirsi stanchi e andare coi pensieri dove vogliano. E’ anche questa. Il diritto di essere stanchi. Ingiusta è la stanchezza che non libera della fatica. Quanto sono felice di vederti, anche adesso che ti scrivo. Quanto sono stato felice di vederti la prima volta. Uno che non si stanca, no, uno che non si lascia stancare. Offre il suo sorriso per la sola gioia di esistere e vedere e sentire la vicinanza. Viverla.
Tu non immagini quanta forza infondi, quanto vita effondi, quanta gioia diffondi. Grazie del “Giuseppe caro”, mi arriva come una carezza, su una stanchezza, l’avrai capito, che non è giusta. E’ questo il punto.
Tu dici l’assassino dei sogni, ma quanti sogni gli stai buttando in faccia, addosso, ai piedi, quante ferite stai procurando all’incubo con i tuoi sogni di sorriso. Esci dal blindato incroci lo sguardo della sofferenza e apri il tuo sorriso come braccia per sostenere chi sta soffrendo in quel momento. Quel che mi scrivi mi porta al tuo fianco. Mi porti in giro tra blindati e corridoi. C’è chi soffre, è malato, ed è terribile ammalarsi senza cari. Gli sorridi. Solo chi soffre sa non fare soffrire. Solo chi conosce la sofferenza sa della gioia. Sorridi a chi non resiste e sente di varcare l’ultima soglia della sopravvivenza.
Davvero è uno stare sopra la vita sopravvivere. Vivere oltre la vita. Un paradosso. Essere in un al di là che è un resto, non un oltre e in più. Un avanzo. Un resto. Quel che avanza della vita a tagliarla, a farla a pezzi. Nuda vita. Sopravvivere è questo stare sopra la vita come se ci si trovasse senza niente altro. Sopravvivere è la vita senz’altro. Senza esistenza. Nemmeno. E’ l’esistenza ridotta, stretta, fatta gabbia della vita. Semplice vita, ma non una vita semplice. Piuttosto vita senza vita. Sopravvivere è stare sopra la vita, non più nella vita, senza viverla.
Non si può essere felici quando non lo sono tutti. E’ cosi, dici bene. Il dolore che vedi negli occhi degli altri uomini fa sempre più male del proprio dolore. Dici benissimo, è così, come scrivi. Il dolore che vedi negli occhi degli altri fa più male del proprio. Ti attivi, sei pronto. Viviamo per dare vita, per dare la vita che abbiamo. Continuo a leggere la tua lettera. E’ come un abbraccio.
Grazie, Carmelo. Non resterò amareggiato. Non posso esserlo se ci sei e se mi scrivi e se ti scrivo e ti penso e se ti sto a fianco. Ti dico “grazie” e mi ritrovo a riflettere che il fine di ogni educare è la grazia. Non il dono, la grazia. L’avere grazia. Come tu hai grazia a scrivermi “Giuseppe caro”, e come sorridi a chi soffre e aspetta il tuo sorriso come un dono. Non come qualcosa. Il dono è quando ci fa dono. Chi dona non dà cosa che possa sapere e calcolare. Chi dona non fa regali. Si dona ciò che non si ha. Si dona il tempo che non si ha. Quel tempo che non si deve, non dovuto, quel che non si deve ad altro, ad altri e che si sottrae a chi lo devi per legame d’amore. Il sorriso che si deve al proprio figlio, alla propria figlia. All’amata. Quel tempo dovuto a chi si ama e che per tale è sacro. Di una relazione sacra perché dovuta senza dovere, non per costrizione, ma per natura, posso anche affermare, per natura, per un legame che non si acquista, ma che ti conquista a essere quel che sei.
Strana deviazione procura il dono. Strano delirio, un uscire fuori dalla lira del campo, fuori del solco. Dare l’avuto non dovuto, il dovere incrocia in strano modo la restituzione e quindi il giusto. La incrocia in strano modo. Donare è dare, ma come a stabilire una relazione d’inegualità. Inequivalente. Senza uguali. Solo dio può donare, mi ripeto sempre. Noi possiamo restituire. Si, certo. Solo dio può donare, può operare per dono, può perdonare.
Noi possiamo restituire. E la giustizia si dà come restituzione. Si fonda in questo modo il Diritto. Fino a quando però il diritto è giusto? Ancora una ragione di tempo, perché di tempo è fatta la relazione, nel tempo si costituisce e si toglie, si distorce e si “raddritta”. Il tempo è la relazione. Fino a quando il giusto può essere “raddrizzare”, quando si compie il diritto? quando deve finire la pena come tempo che ci vuole per ristabilire la relazione? Perché se la pena è rimettere in diritto ci sarà pure un momento in cui il diritto è raggiunto, compiuto? Carmelo, cerco di scrivere cose che appaiono confuse, e lo sono, solo perché richiedono la convergenza di due piani quello personale e quella istituzionale, quello delle regole e delle relazioni. Del testo e della sua lettura, della jus e di chi jus dicet facendosene giudice.
Ripeto: le regole senza relazioni sono vuote, le relazioni senza regole sono cieche, e tuttavia solo le relazioni rendono la regola giusta e solo le relazioni rendono giuste le regole, e le aggiustano. Ancora: le regole sono le persone che le applicano. Le istituzioni sono le persone che le rappresentano. La cosa difficile da comprendere e spiegare è questa: la giustizia nel sua massima applicazione, nel suo raggiungimento è la grazia. La giustizia che si soddisfa del suo diritto è grazia. Io ti ringrazio per quel “Giuseppe caro” che è un gesto di grazia. Così ti ringrazia chi soffrendo cerca il tuo sorriso per alleviare la sua pena. Il tuo sorriso è di grazia. E’ la tua grazia. L’espressione di una forma assoluta, assolta da ogni interesse e causa.
Il bambino è chi non può donare, ed è un dono. Una grazia di dio, si dice anche. Cosa possiamo imparare da dio e da un bambino se non ad avere grazia, nei gesti, nelle parole, nell’essere quel che siamo. Il bambino è presente. Non ricorda, ma non dimentica. Non dimentica perché non ha nulla da ricordare. Vive quel che è dato riconoscere che fa male e che bene, che gli fa bene e che gli fa male. Anche un dio, credo, pensa in questo modo o siamo noi ad aver fatto di un dio il pensiero di un bambino. Assoluto. Presente come presente si dice anche il dono, che reclama nella sua piena espressione la presenza, il presentarsi. Stare qui, per essere, non stando davanti come cosa, ma stando davanti preoccupandosi, avendo cura, stando prima del tempo, avendo cura del tempo che viene. Non essere questo e quello, ma come questo e quello essere grazia, avere grazia, nelle relazioni. Significa avere relazioni non sgraziate, non disgraziate, non rozze o meschine, senza scambio, anche senza regali.
La giustizia è la grazia. La giustizia che dà vita è grazia. Quella che dà morte è senza grazia. Mette in disgrazia. Il fine dell’educazione non è forse quello per cui si dice di una persona educata che si esprime con grazia? Non che si esprime correttamente, quella si chiama istruzione e si dice di chi è istruito. Ho ricevuto la lettera di Salvatore Ercolano. Salutalo per me. Non so quando riuscirò a rispondergli, ma digli che lo tengo in testa. Ed è come leggere di una grazia. Il suo essere come graziato. In realtà non è così. Ha scontato tutto quello che doveva, non è stato graziato, è lui che si è fatto grazia. E’ lui stesso che sente di vivere non per altro che per vivere. Non un sopravvivere di un resto, ma di un assoluto momento.
La grazia è un dono? Solo se ci fa dono. Solo se la propria vita non è dovuta ad altri che non siano i soli ai quali ci lega un tempo sacro. Dovuto, perché da loro abbiamo avuto il tempo che compie il nostro sentire. Il sorriso che tu doni è quello che tu devi alla tua bambina, resterà sempre bambina quanti anni potrà mai avere una figlia. Tu mi doni quel sorriso. Tu doni a me il segreto di quel sorriso, doni a me il suo sorriso, quel che ti fa sorridere come solo tu sai e puoi sorridere di quel tempo sacro della relazione del tuo intimo sentire. Non si sanno queste cose, non hanno sapere. La grazia è quando si è senza sapere di essere. Com’è la grazia dell’artigiano che muove le sue mani operando senza che potrà mai spiegare perché e come si fa quel che sta facendo, lo ha incorporato a tal punto che in quel che opera è se stesso che opera, tocca senza toccare, vede senza vedere, vede di là di ciò che gli sta davanti, tocca altro da quel che tocca, perché sente.
La giustizia è la grazia. Dobbiamo cominciare a parlarne. Dobbiamo cominciare a chiedere grazia per giustizia, non come qualcosa di dovuto o per tempo scaduto, ma perché ci si è fatti grazia. E tu sei grazia. Se ti ringrazio è per tale. Lo sei per tanti. Lo sei per la carezza di tua figlia, per le ciliegie che ti porta, per quel che ti porta nelle ciliegie che ti porta. Bisogna sempre vedere i gesti nelle cose, le relazioni nel tempo, e nelle mani cogliere le somiglianze. A essere giusti bisogna dare grazia. Bisogna avere grazie. E’ difficile, scriverlo è difficile quando ci s’indirizza a chi è recluso. Questa grazia però bisogna apprendere, ovunque.
L’altro giorno un uomo, uno dei disoccupati della mia terra che non mi fanno dormire la notte, mi diceva del pudore, del pudore della vita, dell’apprendere il pudore. Mi parlava del pudore in carcere, dell’apprendere il pudore in carcere. Ci è stato per ventuno anni. Persona educata, compita, accurata, nei gesti. Il pudore e la grazie. Dovremmo cominciare a parlarne. Dovremmo vederci su queste cose a Spoleto. Il pudore e la grazia, perché la giustizia è tra il pudore e la grazia, è avere pudore e dare grazia. Ingiusta è la giustizia che lascia al diritto il testo di regole da applicare senza pudore né grazia nel tempo della relazione.
Ti abbraccio
Giuseppe
19 giugno 2010
A Francesca Diana.. di Ciro Campajola
by Duncan on ott.25, 2010, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana
Ciro Campajola.. già altre volte la sua presenza ha aleggiato in questo Ciro campajola, già altre volte la sua presenza ha aleggiato in questo Territorio chiamato Born Again… altre sue poesie sono state pubblicate…
Ciro dalla vita estrema e tormentata, ma eternamente ribelle, indomabile, con versi che sputano sangue, ma masticano anche vita, fino all’ultimo. Con piedi che a volte sembrano squartati dal cemento, ma l’anima buona di chi rialza sempre la testa col sorriso bambino di chi porta una fedeltà nell’anima, e vuole dare a chi incontra bicchieri di un vino che è bello rosso forte, ma scalda il cuore, e se ti tiene sveglio.. direbbe Ciro.. “bevilo che è per il tuo bene, e togliti il frack”..:-)
Ciro sa rinnovarsi costantemente. Potrebbe adesso godere gli allori del suo libro pubblicato da poco. E invece è ancora qua, in pista, nella polvere, sulla strada, a tirare fuori chilometriche stanze del deserto, storie che si contano sulle dita, rabbie ancora accese, e fame che non si sazia, e il desiderio di un Luogo.. di un Luogo.. dove gli occhi che si incrociano segnanno tracce di benvenuto nel cielo e mani strette tengono lontani i lupi..
Esiste un Luogo del genere?.. Esisterà? a voi la risposta…
Vi lascio alla poesia “A Francesca Diana” di Ciro Campajola
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Prigioniero della mia libertà
Vado lamentando parole in giro
quelle strette necessarie a tenermi in vita
parole silenziose
come quando la coscienza del dolore
ti mostra l’impotenza del volere
parole trattenute
come quando
perfino un tuo respiro suona assordante
parole come quando è troppo
Poi inevitabilmente
mi devo un’ubriacante disintossicata
Ognuno di noi ha delle particolari facoltà
che nemmeno sa di avere
lo scopre solo in determinati momenti
quelli estremi
è soltanto lì che vengono fuori
anche se accumulate in ogni passo fatto
restano sconosciute fino al passo precedente
La mia facoltà è il distacco
la “disintossicata”
è una dimensione segreta
un confine nascosto tra le pieghe del mio cervello
dove l’ esterno non può seguirmi
sono i miei bar
è così che li chiamo
i bar della mia mente
costruiti su quelli delle mie strade
e sul mio stesso fegato
Sono bar come rifugi
dove il dialogo non è richiesto
e la clientela non è scelta
lo è stata
i pochi avventori non vanno per avventure
ne vengono
sono bar dove chi serve
serve solo a capire se hai soldi per un altro giro
altra tregua da mandar giù
sono bar immaginari
che non esistono
e non insistono per esistere
o sono bar reali
che esistono
e allora bevono per darsi coraggio
e lo fanno fin quando è possibile
fino all’ implacabile serranda che si abbassa
Lamento parole nude
povere di vesti
inequivocabili
evidenti
virgolettate schedate e tutto il resto
chiaramente prive di ogni altro significato che non sia il loro
parole che chiedono subito e soltanto il dunque
logorate dal ripeterne il come e il perché
parole stanche
come quando
cominci a risparmiare sui discorsi
parole svogliate
come quando
ti arrendi a un’evidenza e te ne fai ulcera e ragione
un buco nello stomaco e un altro nel cervello
Lamento silenzi per starmene in pace
lontano sia da riverite osservanze
che dalle perdute speranze
mastico rabbia muta nei binari morti dell’esistenza
“ai margini”
come dicono gli stessi stronzi che li tracciano
palesemente fuori dal gioco del rumore
eppure ancora ne alimento la sorda rabbia
come se il rumore avesse bisogno anche di me
a tutti i costi….
che poi puntualmente mi vengono attribuiti
Eppure non sogno più di pace
mi basta “starci”
non sogno più di libertà
non la urlo più ad alta voce
pago la mia quando riesco a viverla
non sogno più di giorni come orgasmi
o di amplessi finali
non sogno più sogni
cerco solo di custodire quello possibile
quello rinchiuso nel mio pensare
non più dentro il mio dire
eppure
il mio parlare silenzioso
setacciato
dosato
scelto
reso elementare
per non restare imbrigliato in parole dotte e /o duttili
il mio parlare diretto
chiaramente evidente nella sua tregua
viene ugualmente esposto al plotone
come quando urlava la “sua” libertà
il plotone vede comunque rosso quando il dire è trasparente
anche i miei silenzi fanno rumore
Sono prigioniero della mia libertà interiore
fuori l’unico suono consentito è il consenso
dov’è il senso?
L’uomo di pezza ha cambiati i suoni
ogni parola è interscambiabile
non decide più il senso
ma il prezzo
l’uomo di pezza è pazzo
L’uomo di pezzo ha cambiato orchestra
maestri strumenti e compagnia cantante
i maestri hanno cambiato strumenti
gli strumenti cambiano suono a comando
il suono si adegua di rimando
e la compagnia canta solo in contanti
L’uomo di pezza è dichiaratamente pazzo
s’innalza sovrano calpestando il popolo
e firma dall’alto la sua dichiarazione
il popolo sottostante
e non più sovrano
gli vende la ragione
e gli affida la Nazione
La canzone è sempre quella
tu la scegli
lui la arrangia
mentre la musica è in rianimazione
e in rianimazione mancano anime
L’uomo di pezza è un solo lungo zerbino
buoni cattivi e preti
demoni e santi
eroi e briganti
storia e invenzione
scienza e fantascienza
virtù e schiavitù
finzione e religione
regola ed eccezione
tutto è intrecciato nella stessa stoffa
un’unica trama tramata senza una trama pensata
o comunque sensata
intrecciata senza un filo conduttore
cucita a doppio filo a un filo di lama
una trama senza via d’uscita
se non la stessa lama che ne tagli netto il filo
il bandolo della matassa è lontano nel tempo
è andato perso
qualcuno dice occultato
qualcuno dice sia il punto inamovibile del nodo
quello che tiene insieme l’uomo di pezza
L’uomo di pezza è legato alla sua pazzia
e come un putrido virus
avanza nel suo contagio
si moltiplica a dismisura
e si riproduce a sua misura
l’uomo di pezza è un esercito rumoroso
bombarda ogni evidente ragione
per coprire il suo confuso silenzio
l’uomo di pezza tappa tutti i buchi
intrecciando ogni spazio con parole cucite a caso
l’uomo di pezza spreca la vita a rammendarsela addosso
come un disperato gesto di porre limiti alla luce
alla trasparenza che ne svelerebbe l’evidenza:
la malattia
L’uomo di pezza è solo un pupazzo infetto
non ha l’avventura del brigante
e non ne ha lo stile
attorno al suo nome non girano storie affascinati
il suo nome è sconosciuto alle leggende
e lontano dalle leggi
lui non ha mai niente da raccontare
niente mai da dichiarare
lui ha già dichiarato
firmando la sua dichiarazione
lui parla senza dire
e per non dire niente
parla troppo
lui ha stracci nel cervello
e panni sporchi da lavare
ma si guarda bene dal farlo
potrebbe scoprire che l’uomo di pezza è lui stesso
o peggio
è anche lui
ma con stracci in bocca
sugli occhi e sulle orecchie
e i panni diventano altri stracci
L’uomo di pezza è un unico zerbino
tutti dentro
buoni cattivi e preti
annodati tra di loro
da uno scheletro di stracci
la coda somiglia al capo
teme anch’essa la parola chiara
illuminerebbe altri scheletri nascosti
La libertà è una chimera
e lo è sempre stata
ma non è una qualunque fantasia
io la considero un’utile utopia
senza di essa
non avremmo la possibilità
di allevare l’unica libertà possibile
quella dentro di noi
quella che non si guarda allo specchio
ma ci guarda nella coscienza
quel lumicino che ti fa vedere meno il buio
quella fiammella che per alcuni è tutto il calore possibile
come lo è per me
malgrado la mia vita “politicamente scorretta”
malgrado la trama del mio film
zeppa di contraddizioni e sbagli
di abbagli e delusioni
di tentativi ed errori
malgrado il mio film bocciato
da un pubblico distratto e mai invitato
io la tengo ancora accesa quella fiammella
a dispetto di tutto e di tutti
alimento questa piccola luce di libertà
che non è quella del sogno
la chimera
è quella possibile
e non servono soldi o rivoluzioni per ottenerla
basta una bilancia
e dare il proprio nome ad ogni cosa
che sia un bene o che sia un male
e dopo pesare il tutto
per disfarti del peso e tenerti leggero
La libertà possibile
è’una libertà tenuta in piedi
dal peso della leggerezza
il peso più pesante
una libertà sviluppata allenando i propri giorni
con tenacia e sudore
non adottata a distanza di sicurezza
una libertà che non si nasconde
mai
negli applausi come nei fischi
una libertà che ti permette di riconoscere la puzza
e di starne alla larga
Continuo a coltivarla questa possibile libertà
come una pianta miracolosa
che non vuole altro che acqua e luce
cose trasparenti a pensarci
ecco forse perché i miei silenzi fanno rumore
per l’uomo di pezza il vero rumore è il mio vivere
è stupefacente per lui
è pericoloso per una realtà drogata
illegale per la legge di un pazzo in una trama pazza
L’uomo di pezza divide la libertà
e dice di moltiplicarla
ma ne parla comunque al plurale
mentre la mia libertà al plurale
non significa più un cazzo di niente
la storia mi dice che la libertà è unica e sola
prendersi delle libertà è tutt’altra storia
e conosco anche quella di storia
L’uomo di pezza è un pazzo puzzle
fatto di pezzi e di pizzi
scrive i prezzi sui pizzi
e poi li infilza in un altro pezzo
che ritorna il prezzo al pizzo
l’uomo di pezza è spudoratamente pazzo
L’uomo di pezza è un solo zerbino
ma è appartenente
a tutti
al capo come alla coda
alla cupola come alla coppola
poi il capo sogghigna
e la coda si indigna
poi si agita un po’
e poi….
e poi non ricorda più
L’uomo di pezza dimentica
non ricorda di essere un unico zerbino
frizzi lazzi prezzi e pizzi
vizi e sfizi
vezzi e olezzi
sono punti della stessa stoffa
pizzi dello stesso prezzo
pezzi dello stesso pazzo
pazzi dello stesso pizzo
E’pazzo il capo
è pazza la coda
il capo schiaccia la coda
e la coda si agita ma non troppo
quel tanto per mantenere intatta la vetrina
perché è la vetrina la nuova politica dell’uomo
e mandarla in mille pezzi è da pazzi
dicono i pazzi
perché la nuova politica è corretta
perché nuova la politica è corrotta
perché la correttezza serve alla corruzione
e tiene a bada l’insurrezione
perché all’educazione hanno cambiato declinazione
il buono si coniuga col buonista
e il sopruso ringrazia il silenzio con assegni a vista
L’uomo di pezza mi ha rotto il cazzo
Onde concentriche si dipanano regolari nel cielo buio
partendo da un unico dolore
fisso
costante
devastante
il dolore di una vita in agonia
attraversando a intervalli stabiliti i miei pensieri
infilandosi maligne negli sprazzi di pace
per sconvolgere con composta lucidità
il delicato equilibrio che governa la mia esistenza
E sento la mia sudata libertà in pericolo
e non so da chi difenderla
l’uomo di pezza è un unico zerbino
la coda è come il capo
e come tutto il resto
l’uomo di pezza è pazzo
E pazzo sei tu che perdi tempo a leggermi
mentre tutt’intorno il mondo cade a pezzi
e pazzo sono io che scrivo solo per te col fegato a pezzi
mentre tutt’intorno il mondo cade a pezzi
sono io che scrivo solo per te
e solo perché tu perdi tempo con me
dal momento che sia tu che io
se siamo pazzi o meno
conta zero
Fino a quando
a stabilirlo
sarà un pazzo
pupazzo
di pezza
c.campajola
Qualcuno verrà…
by Duncan on gen.28, 2010, under Ispirazione, Simbolo
seppellita dentro dentro, in cunicoli oscuri e densi..
Qualcuno viene a tirarti fuori. Orfeo non è mai morto….
Qualcuno ha teso la mano, sciamana in incognito, muovi le mani e le
braccia, e pronunci le parole… hai teso la mano e un bambino si è
salvato da una lenta discesa in un autismo assordante, da un calvario
infinito di psichatri, parcelle, istituti, e pillole.
Hai dato il tuo tempo, la pazienza che non molla,.. chi è quel
bambino?.. pronuncia il suo nome?…
Qualcuno viene a salvarti dal buio.. l’amore ti cinge…
mostrami la Strada, liberami dal male.. la tua musica scacci le
ombre…
allontana i demoni…
Un bambino è vivo in questo grande e strano mondo..
Qualcuno viene e l’amore ti cinge…
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LA STORIA DI ROBERT
Gloria Steinem
Verso la fine degli anni Sessanta mi occupavo di un bambinetto che veniva ogni giorno alla scuola materna di un popolare quartiere del West Side di New York, che a quel tempo stava mutando rapidamente la propria fisionomia. Era un bambino serio, con due grandi occhi neri molto espressivi, che non prendeva mai parte ai giochi dei compagni.
Il più delle volte si limitava a osservarli a distanza, da un angolino. Quando aveva in mano dei giocattoli, li maneggiava con una
sorta di timoroso rispetto, quasi ci fosse più vita in quelli che in lui. A quanto se ne sapeva quel bambino di quattro anni non aveva mai detto una parola.
Ogni mattino Dorothy Pitman Hughes, la donna del quartiere che aveva messo in piedi quell’avanzatissima scuola materna, rubava qualche minuto agli impegni della sua giornata e lo conduceva per mano in un angolo della stanza, davanti a uno specchio che occupava tutta la parete. Inginocchiandosi accanto a lui in modo che i suoi occhi fossero alla stessa altezza di quelli della piccola immagine riflessa nello specchio, intonava ogni volta una dolce litania, <<Guarda che bel faccino. Non è bellissimo? Lo sai che non c’è un’altra faccia uguale, in tutto il mondo?… E adesso alza la mano, e guarda che meraviglia è. Quelle dita possono allacciare le scarpe, possono disegnare, possono fare cose che nessun altro al mondo sarebbe capace di fare… E lo vedi come sono forti, queste gambe? Sanno correre, ballare e saltare per questo piccolo bambino… I suoi genitori gli vogliono tanto bene, io gli voglio tanto bene, e i bambini qui sono tutti felici di giocare con lui… poi guarda quegli occhi. C’è una persona molto speciale che guarda da dentro quegli occhi, una persona che sa cose che nessun altro può sapere…>>
In un primo momento parve che quel rituale, pazientemente ripetuto ogni mattina, non avesse nessun effetto. Docile e obbediente come suo solito, a ogni richiesta il bambino alzava ora la mano, ora la gamba, ma i suoi occhi non perdevano lo sguardo vago e distante di sempre. Passavano le settimane, e non si manifestava il minimo accenno di cambiamento.
Poi, un pomeriggio che Dorothy era stata così presa dal lavoro nella scuola che il momento del rituale sembrava non giungere mai, il bambino le tirò un lembo della gonna e la condusse davanti allo specchio. Era la prima volta che Robert esprimeva un’esigenza diversa da quella d’ avere del cibo o di soddisfare i bisogni più elementari. Nei giorni successivi il bambino incominciò a prendere l’iniziativa del rituale, alzando la mano, poi il piede e infine il ginocchio, quasi volesse accertarsi che tutte le parti del suo corpo erano ancora lì, in perfetto stato. Quando ne ebbe conferma per l’ennesima votla, sorrise senza che gli venisse chiesto di farlo.
Poi una mattina, nel bel mezzo della litania di Dorothy, puntò il dito sul petto, vicino al cuore, e disse: <<Io?>>.
<<Io>> confermò Dorothy. Poi gli chiese di dire il suo nome.
<<Io… Robert>> rispose lui. Le prime parole che gli avessero mai sentito pronunciare.
Ai compagni, uno per uno, ripetè il suo nome, come per accertarsi di esistere anche ai loro occhi. Via via che gli altri bambini gli
rispondevano dicendo il proprio nome, oppure chiedendogli di giocare, o magari dicendo anche un semplice ciao, Robert si rincuorava sempre più. Come un tempo dalla quieta osservazione degli altri bambini era giunto a convincersi della propria inesistenza, così ora compiva a ritroso lo stesso percorso, partendo dal proprio nome per arrivare ad aprirsi sempre più, tanto con i compagni di scuola quanto con gli adulti, fino a raggiungere un livello effettivo di comunicazione. A ogni conquista di un pezzetto di realtà il suo viso si illuminava di gioia.
A poco a poco Robert divenne attivo e vivace come tutti gli altri bambini della scuola materna e forse anche di più, visto che aveva molti arretrati da recuperare.
Ora che questo bambino ha più di vent’anni, mi dicono che dopo essersi sposato è andato ad abitare in un posto lontano da New York e ha una figlia e un figlio. Grazie a Dorothy, che aveva compreso tutta la ricchezza delle emozioni e dei pensieri di un bambino di quattro anni, altri due bambini potranno essere coscienti dell’unicità irripetibile e preziosa del loro essere.
(…)





