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Sentenza!.. Dedicato alla memoria di Varlam Salamov
by Duncan on dic.09, 2010, under Guarigione, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
DEDICATO ALLA MEMORIA DI VARLAM SALAMOV
Nell’anniversario della morte di Mandel’štam nella Kolyma, Šalamov manda alla vedova, che abita a Mosca, un ramo di larice artico. Il ramo viene immerso nell’acqua. Dopo tre giorni e tre notti, “la padrona di casa viene svegliata da uno strano, vago odore di resina, debole, sottile, nuovo. Nella ruvida pelle legnosa si sono aperti e sono apparsi distintamente gli aghi – freschi, giovani e vitali, dal colore verde e brillanti – i nuovi germogli”. Il larice ha trecento anni e ha visto le vittime dello zar e i milioni di cadaveri della Rivoluzione (…) L’episodio diventa il simbolo della nuova esistenza di Šalamov: la morte non è più definitiva, la dimenticanza viene cancellata, il ricordo ritorna come il profumo del larice, e con il ricordo la sua vita, quella di tutti gli esseri umani, e i libri che dovranno raccontare i morti, le fatiche, le persecuzioni e i dolori. Non tutto è stato vano: il male può essere, almeno nei libri, sconfitto.
(da La malattia dell’infinito di Pietro Citati, pag. 357)
Dopo Aleexander Solženitsyn, al cui memorabile Arcipelago Gulag, ho già dedicato alcune note.. Varlam Salamov è stato l’altro massimo protagonista e testimone del non -mondo dei Gulag.. che lui conobbe nella loro versione più estrema e violenta, quella del complesso-Gulag nelle terre selvagge e siberiane della Kolyma. Se i Gulag sono già stati un vertice di abiezione, la Kolyma divenne il Gulag allo stato peggiore. Kolyma, ultimo cerchio dell’inferno, dove gli uomini «morivano come le mosche», «Crematorio bianco», «Auschwitz di ghiaccio», la Kolyma è un mondo a parte. Dice una canzone di lager: «Kolyma, Kolyma, lontano pianeta, dodici mesi inverno, il resto estate ». Kolyma è la regione dell’oro (sono 70 le miniere e più di un milione gli schiavi nel 1941) e dell’orrore.
Salamov sopravvissuto a più di 17 anni di lager, si sentì in dovere di passare il resto della sua vita a raccontare ciò che erano stati i Gulag, e quello che aveva vissuto.. il dovere di ricordare tante storie disperse, uomini dalla storia calpestata, e sotto tonnellate di gelo polare salvare storie. Allo steso tempo era la volontà di ricordare singole storie, persone, ed episodi.. ma anche tutti i milioni spazzati via in un’orgia di orrore.. che andrebbe ricordata con la stessa dedizione con la quale si ricordano i lager nazisti. Tutta la sua produzione divenne celebre con la grande raccolta di racconti, intitolata appunto “I racconti della Kolyma”.
Ma non parlerò diffusamente in questa nota di Salamov, della Kolyma e dei Gulag. Ho voluto tracciare una cornice e una trama di fondo (che è anche un omaggio) per presentare questo racconto di Salamov che ora leggerete. Racconto che è una storia vera, che parla di lui stesso, di un momento della sua esperienza nei Gulag. Racconto che è in assoluto uno dei meno tremendi, in quanto l’orrore peggiore (Il lavoro innominabile nelle miniere, le più selvagge umiliazioni, ecc.) era alle spalle.
Salamov ridotto ormai a uno scheletro vivente e in fin di vita, si trova a svolgere un lavoro c.d. “leggero”, ma che per lui è comunque una impresa, vista la carcassa ambulante a cui è stato ridotto.
Non c’è quasi più nulla in lui.. se non un sottile strato di muscoli e una pelle in disfacimento sullle ossa.. e nell’anima.. solo una sorda rabbia.
La mente stessa è atona.. le parole disperse. Dopo anni di privazione dei libri, e di scarno vocabolario di parole d’ordine, esclamazioni e necessità basilari.. è rimasto pochissimo in quella mente, quel cervello è atrofizzato, una manciata di parole d’ordine, la nuda vita, spoglia, sillabario da schavi, disco inceppato.
Il prossimo passo è la morte.. morte spirituale, morte mentale, morte fisica…
E anche se non ci fosse la morte fisica, la demenza..oppure.. l’autismo.. il completo inaridimento dell’ispirazione, dei pensieri e delle parole.
Eppure un giorno.. SENTENZA!…. una parola riemerge dalle tenebre del vuoto mentale (che non è assolutamente qui il vuoto del buddismo Zen, ma è vuoto nella sua versione più vacua, deprivata e insensata).. SENTENZA!.. questa è la parola che riemerge. E Salamov non sa neppure cosa diavolo significhi. Ma si balocca estatico come fosse un bambino dinanzi a un dono totalmente stupefacente. Dopo anni di parole abusate e ricorrente, dopo pensieri che ripetono se stessi come in un’orgia di specchi riflessi… SENTENZA. Come una pietra che cade nel mare… Cosa è stato? Cosa è che si muove fuori di me? Cosa porto dentro di me? E, scheletro camminante.. Salomov saltella quasi, e ripete ossessivamente questa parola… a tutti, a chiunque incontra e questi lo guardano come un folle, come uno strano essere buffo.. che incessantemente squittisce.. SENTENZA…
E’ come un Dono della Grazia.. una sorta di Satori, improvviso e inatteso affiorare dell’Illuminazione, squarcio di luce non previsto, neanche immaginato.. prima. Sentenza.. e il “pagliaccio” Salamov ripete ils uo mantra, non si stanca di masticarlo, di sbatterlo in faccia, e lo urla al cielo pretendendo senso e risposta. E la notte ha paura a dormire, temendo di ripiombare nel vuoto mentale, nella totale atrofia esistenziale. Sentenza… e si tiene aggrappato.. ti prego parola mia non perderti, non perdermi.. tienimi stretto a te, fa che io abbia almeno un sasso magico in questa notte senza fine.
Ma la parola non se ne andò…
Essa fu l’inizio.. l’inizio del ritorno di qualcosa che era andato perduto. “Pezzi d’anima”, come dicono gli sciamani.
E altre parole tornarono. Una alla volta.. come irruzione di insight da oscure profondità senza tempo.. tornarono sempre come un doloroso sforzo.. sempre come a cavarle.. ma piano piano tornarono. Una lenta conquista, paesaggi di vita riacciuffati in questa progressiva rammemorazione, come una sorta di strana reminescenza. Forse a farci quasi credere, che nulla muore mai del tutto. Da qualche parte si seppellisce ciò a cui è tolta la vita. Forse in gallerie fino al centro della terra, e forse non tornerà più. Ma a volte una scintilla.. lo SHINING.. Sentenza! E non so dire se si nasconde in dimensioni parallele della mente, o in cunicoli cavi sotto l’altra faccia del cuore, quella che si illumina anche sul fuoco, come una candela a mezzogiorno.
So per certo che infinite sono a volte le vie della Speranza e che dementi cronici hanno ripreso coscienza e comprensione. Conosci il limite tu delle mappe nascoste dentro le bottiglie? Sai dirmi tu quando un uomo è veramente finito? Puoi dire davvero quando tutto è perduto? Sai con certezza dove porre i limiti del corpo e della mente?
La Magia è appena appesa ma non scompare. Certo fiumi di sangue scorrono e legioni di vite sono state saccheggiate risucchiate dai Grand Guignol dei Nosferatu. Ma ecco il pifferaio magico che incanta i topi…
Improvvise pietre focaie, a furia di levigare rocce, levigarle come specchi…
La parola magica… apriti e fammi entrare..
Dentro la mente piccole Euridice.
Il Mago, su anestesie e odio stelirilazzo.. punta ancora nei suoi giardini sommersi.
Pronuncia una parola.. come l’ultimo Desiderio nella Storia Infinita…
Sentenza!.. può bastare.. la Ruota può ancora girare..
Vi lascio alla lettura di questo racconto di Varlam Salamov
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Le persone emergevano dal nulla, una dopo l’altra. Uno sconosciuto si stendeva sul tavolaccio vicino a me, la notte s’addossava alla mia spalla ossuta, cedendomi il suo calore – gocce di calore – e ricevendo in cambio il mio. C’erano notti in cui attraverso i buchi del giaccone imbottito e la giubba a brandelli non sentivo arrivare nessun calore, e al mattino guardavo il mio vicino come si guarda un morto, e un po’ mi stupivo di trovare un morto vivo, di vederlo alzarsi alla chiamata, prepararsi all’appello ed eseguire docilmente gli ordini. Avevo in me poco calore. Non avevo più molta carne attaccata alle ossa, e questa bastava appena a nutrire la mia rabbia, l’ultimo dei sentimenti umani a scomparire. Non l’indifferenza, ma la rabbia era l’ultimo sentimento umano, quello più vicino alle ossa. L’uomo emerso dal nulla spariva di giorno – la prospezione carbonifera aveva molti settori – e spariva per sempre. Non conosco chi mi dormiva vicino. Non facevo mai domande e non perché mi attenessi all’adagio arabo: non chiedere niente a nessuno e nessuno ti mentirà. Mi era indifferente che mi mentissero o meno, ero al di fuori della verità, al di fuori della menzogna. I malavitosi hanno a questo riguardo un proverbio di rude chiarezza, pervaso da un profondo disprezzo nei confronti di chi pone domande: se non ci credi, fà conto che sia una favola. Io non facevo domande e non dovevo ascoltare favole.
Che cosa mi era rimasto, in vista della fine? Una gran rabbia. E la custodivo preparandomi a morire. Ma la morte, che era stata pur così vicina, a poco a poco cominciò ad allontanarsi. Non fu proprio vita quella che subentrò alla morte, ma un esistere semicosciente, per il quale non c’è definizione di sorta e che non può essere chiamato vita. Ogni giorno, ogni alba portava con sé il rischio di un nuovo urlo mortale. Ma non arrivò. Io lavoravo come addetto a bollitore, il più leggero di tutti i lavori, ancor più leggero di quello di guardiano, ma egualmente non ce la facevo a tagliare in tempo tutta la legna che serviva al titano, il bollitore del tipo Titano. Mi avrebbero potuto cacciare via, ma dove? Lontano nella taiga, il nostro insediamento – la nostra komandirovka in termini kolymiani – era come un’isola sperduta nell’universo verde. Riuscivo appena a trascinare le gambe, i duecento metri tra la tenda e il posto di lavoro mi sembravano una distanza infinita, e lungo il tragitto mi sedevo più volte a riposare. Ricordo ancora adesso ogni avvallamento, buca o fossa di quel sentiero mortale; il ruscello davanti al quale mi stendevo a pancia in giù inghiottendo avidamente sorsate d’acqua, fresca, buona, salutare. La sega a due manici che talvolta portavo sulla spalla, talaltra trascinavo per un manico, mi sembrava un carico incredibilmente gravoso.
Non mi riusciva mai di far bollire l’acqua in tempo, di far sì che il titano si mettesse a bollire per l’ora di pranzo.
Ma nessuno degli operai – erano dei <<liberi>>, tutti detenuti fino a poco tempo prima – ci badava, a nessuno importava che l’acqua bollisse o meno. La Kolyma aveva insegnato a tutti noi a distinguere l’acqua da bere unicamente in base alla temperatura. Calda o fredda e bollita o non bollita.
Non ce ne importava niente del salto dialettico che trasforma la quantità in qualità. Non eravamo filosofi. Eravamo manovali e rabotjagi e la nostra acqua calda potabile non aveva i requisisti richiesti per il suddetto salto.
Mangiavo, sforzandomi, ma senza affanno, di mandare giù tutto quello che mi capitava a tiro: avanzi, resti di cibo, bacche di palude dell’anno prima. La minestra del giorno prima o del giorno prima ancora, avanzata nel calderone dei <<liberi>>. No, della minestra della vigilia i <<liberi>> non avanzavano mai niente.
Nella nostra tenda c’erano due fucili, fucili da caccia. Le pernici e gli altri uccelli non temevano l’uomo e all’inizio si potevano abbattere alla soglia della tenda. Si arrostiva la preda così com’era sotto la cenere o la si cuoceva dopo averla accuratamente spiumata. Penne e piume andavano in cuscini, era un commercio anche quello, soldi sicuri, un modo di arrotondare per i <<liberi>>, i signori e padroni dei fucili e degli uccelli della tajga. Le pernici spennate e svuotate delle interiora venivano fatte cuocere in barattoli da conserva di tre litri appesi sopra i falò. Non mi capitò mai di trovare alcun avanzo di quegli uccelli misteriosi. Gli stomaci affamati dei <<liberi>> trituravano, macinavano e risucchiavano ogni ossicino senza lasciare avanzi. Era un altro dei prodigi della tajga.
Non assaggiai mai neppure un boccone di quelle pernici. Io avevo le bacche, radici di erbe e la razione. E non morivo. Cominciai a guardare con sempre maggiore indifferenza, senza rabbia, il sole rosso e freddo, le montagne nude, dove ogni cosa – rocce, anse del fiume, larici, pioppi – era spigolosa e ostile. La sera saliva dal fiume una nebbia gelata, e giorno e notte non c’era un momento in cui mi scaldassi.
Le dita congelate della mani e dei piedi dolevano per il dolore lancinante. La pelle rosa vivo delle dita restava tale e si ulcerava facilmente. Tenevo le dita sempre bendate con certi stracci sporchi per preservarle se non dall’infezione almeno da nuove lesioni, e alleviarne il dolore. Non c’era invece rimedio efficace al pus che stillava da entrambi gli alluci, e al pus non c’era fine.
Ci svegliavano battendo su un pezzo di rotaia e allo stesso modo ci facevano rientrare dal lavoro. Dopo avere mangiato, mi coricavo immediatamente sul pancaccio, naturalmente senza svestirmi, e mi addormentavo. La tenda nella quale vivevo e dormivo la vedevo come attraverso una nebbia: da qualche parte persone che si muovevano, lo scoppio di una lite, una sequela di ingiurie oscene, un azzuffarsi, poi, improvviso, calava il silenzio prima di una mossa pericolosa. Le zuffe si chetavano rapidamente, per conto loro, non c’era da trattenere o separare alcuno, semplicemente i motori della lite si spegnevano e subentrava la gelida alma notturna con il suo cielo pallido e alto intravisto dai buchi del soffitto di tela, e insieme il ronfare, sbuffare, gemere, tossire, il bestemmiare incosciente dei dormienti.
Una notte mi resi conto che io udivo quel gemere e sbuffare. Fu una sensazione improvvisa, come una illuminazione.. e non ne fui rallegrato. Più tardi, ricordando quel momento di stupore, compresi che la mia necessità di sonno, di oblio, di incoscienza si era attenuata: mi ero già saziato di sonno, come diceva Moisej Moiseevic Kuznecov, il nostro fabbro, mastro ferraio e maestro di saggezza.
Si manifestò un persistente dolore muscolare. Che muscoli potessi avere a quei tempi non so, ma il dolore c’era, mi irritava e non mi consentiva di astrarmi dal corpo. Poi fece la sua comparsa qualcosa di diverso dalla rabbia e dal rancore suo compagno. Era l’indifferenza, la temerarietà. Capii che per me non c’era indifferenza, la temerarietà. Capii che per me era indifferente che mi picchiassero o meno, che mi dessero il pranzo e la razione, o che non me lo dessero affatto. E benché alla prospezione, una trasferta senza scorta, non mi picchiassero – picchiavano solo ai giacimenti – io, ricordando la cava dell’oro, misuravo il mio coraggio con il metro di allora. Grazie a questa indifferenza, a questa temerarietà, venne in qualche modo gettato un ponticello che mi allontanava dalla morte. La consapevolezza che qui non mi avrebbero picchiato, perché non picchiavano né prevedibilmente lo avrebbero mai fatto, generava nuove forze e nuovi sentimenti.
Dopo l’indifferenza, la paura, una paura comunque non molto forte, il timore che mi togliessero quella vita di salvezza, quel lavoro salvifico al bollitore, il cielo alto e freddo, e il persistente dolore ai muscoli sfibrati. Capii che avevo paura di dover partire per tornare al giacimento. Avevo paura, punto e basta. Nel corso di tutta la mia vita mi ero accontentato del bene senza cercare il meglio. Giorno dopo giorno la carne mi ricresceva sule ossa. Poi venne il turno di un secondo sentimento, e si chiamava invidia. Invidiavo i miei compagni morti, le persone che erano scomparse nel ’38. Invidiavo anche i vivi, i miei vicini, intenti a masticare, i vicini che si accendevano qualcosa da fumare. Non invidiavo il capo spedizione, il capocantiere, il caposquadra; quello era un altro mondo.
L’amore non mi tornò. Ah, com’è distante l’amore dall’invidia, dalla paura, dalla rabbia. Quanto poco bisogno ne hanno gli uomini. L’amore sopraggiunge soltanto quando tutti gli altri sentimenti sono tornati. Arriva per ultimo, ritorna per ultimo, ma ritorna poi davvero?
E tuttavia, l’indifferenza, l’invidia e la paura non erano i soli testimoni del mio ritorno alla vita. Prima che per gli uomini, mi era tornata la compassione per gli animali.
Poiché ero tra tutti il più debole in quel mondo di pozzi e scavi di prospezione, lavoravo con il topografo – gli andavo dietro portando l’asta e il teodolite. Talvolta, però, per fare più in fretta, il topo grafo si faceva passare la cinghia del teodolite dietro la schiena e a me toccava soltanto l’asta, leggerissima e ricoperta di cifre. Il topografo era un detenuto. Per farsi coraggio – d’estate c’erano molti fuggiaschi in giro per la tajga – si portava dietro un fucile da caccia di piccolo calibro che era riuscito a farsi dare dai suoi superiori. Ma il fucile ci era solo d’intralcio, e non solo perché era un oggetto inutile nel nostro difficoltoso procedere. Ci eravamo seduti a riposare in una radura e il topografo, giocherellando con il fucile, lo puntò contro un ciuffolotto delle pinete il quale si era avvicinato in volo per vedere il pericolo più da vicino e sventarlo. Sacrificando, se necessario la vita. La sua femmina doveva essere alla cova nelle vicinanze: non c’era altra spiegazione al folle coraggio dell’uccello. Il topografo si appoggiò il fucile alla spalla e io spostai la canna.
- Metti via il fucile!
- Ma che ti prende? Sei impazzito?
- Lascia stare quell’uccello e basta.
- Farò rapporto al capo.
- Ma và un po’ al diavolo, tu e il tuo capo.
Ma il topografo non aveva voglia di litigare e non disse niente al capo. E io capii che qualcosa di importante era tornato a me.
Da molti anni non vedevo né giornali né libri e ormai mi ero abituato a non rimpiangerne la mancanza. I miei cinquanta compagni di tenda, di quella tenda di lacera tela catramata, erano tutti nella stessa condizione: nella nostra baracca non si era mai visto un solo giornale, un solo libro. Le autorità superiori – il responsabile dei lavori, il capo della prospezione e il caposquadra – quando scendevano nel nostro mondo non portavano libri.
La mia lingua, la rozza lingua dei giacimenti, era povera, povera quanto i sentimenti che continuavano a vivere vicino alle ossa. Alzata, adunata, appello, smistamento ai posti di lavoro, pranzo, fine del lavoro, ritirata, cittadino capo, mi permetta di rivolgerle la parola, badile, trivella, piccone, fuori fa freddo, pioggia, minestra fredda, minestra calda, pane, razione, lasciamene un tiro: da anni me la cavavo con una ventina di parole. E per metà erano imprecazioni. Quand’ero giovane, o frose bambino, circolava l’aneddoto di un russo che riusciva a raccontare un viaggio all’estero ricorrendo a una sola parola pronunciata con differenti intonazioni. La ricchezza delle imprecazioni russe, la loro inesauribile capacità oltraggiosa non mi si rivelarono tuttavia nell’infanzia, e neppure nella giovinezza. Da queste parti l’aneddoto del russo è roba da educande. Ma io non cercavo altre parole. Ero felice di non dover cercare chissà quali altre parole. Neanche sapevo più se esistessero. Non ero in grado di rispondere all’interrogativo.
Mi spaventai, rimasi sbalordito quando nel mio cervello, sì, proprio qui – lo ricordo con chiarezza – sotto l’osso parietale destro, nacque una parola del tutto inadatta alla tajga, una parola che in un primo momento io stesso non capii, altro che i miei compagni. Gridai questa parola dopo essermi alzato in piedi sul pancaccio, rivolgendomi al cielo, all’infinito:
- Sentenza! Sentenza!
E scoppiai a ridere.
- Sentenza!- urlavo direttamente al cielo del Nord, alla sua doppia aurora, urlavo senza ancora
comprendere il significato di quel termine che mi era nato dentro. E se quella parola era ritornata, se era stata di nuovo ritrovata, tanto meglio, tanto meglio! Una gioia immensa colmava tutto il mio essere.
- Sentenza!
- Ma guarda che suonato!
- E’ proprio suonato! Cos’è, sei uno straniero? – mi chiese con sarcasmo l’ingegnere
Minerario Vronski, proprio lui, il famoso <<Tre bricioli>>.
- Vronskij, dammi da fumare.
- No, non ho tabacco.
- Dài, almeno tre bricioli.
- Tre bricioli? Prego.
E con l’unghia cavava dalla borsa, gonfia di machorka, i tre bricioli del tabacco.
<<Uno straniero?>> – Domanda capace di trasferire il nostro destino nel mondo delle provocazioni e delle denunce, delle indagini istruttorie e dei supplementi di pena.
Ma non me ne importava proprio niente delle domande provocatorie di Vronskij. La mia scoperta era assolutamente enorme.
- Sentenza!
- Che suonato!
La rabbia era l’ultimo sentimento, quello con il quale l’uomo sparivo nel nulla, nel mondo inanimato. Ma quel mondo è davvero inanimato? Perfino un sasso non mi è mai sembrato veramente inanimato, per non parlare dell’erba, degli alberi, del fiume. Il fiume non è soltanto l’incarnazione della vita, il simbolo della vita, ma è la vita stessa. Il suo perpetuo movimento, l’incessante mormorio, il suo chiacchiericcio, per così dire, quel suo agire che forza l’acqua a scendere la corrente sfidando steppe e praterie. Il fiume, che quando il sole prosciuga e scopre il suo solito corso, ne prende uno nuovo e si insinua in qualche parte tra i sassi, filo d’acqua visibile appena, in obbedienza al proprio eterno dovere, ruscelletto che non spera più nell’aiuto del cielo, nella salvifica pioggia. Ma basta un temporale, basta un rovescio e già il fiume si trova nuove sponde, frange le rupi, schianta le piante e s’avventa con furia giù per la via che in eterno è la sua…
Sentenza! Non mi fidavo di me stesso, temevo che addormentandomi questa parola tornata a me si dileguasse nottetempo. Ma la parola non si dileguò.
Sentenza. Sia questo il nuovo nome del piccolo fiume accanto al quale sorgeva il nostro accampamento, la nostra komandirovka <<Rio-rita>>. Forse che <<Rio-rita>> è meglio di <<Sentenza>>? Il cattivo gusto del cartografo padrone della terra aveva introdotto Rio-rita nelle carte del mondo. E non c’era rimedio.
Sentenza. In quella parola suonava qualcosa si romano, di forte, di latino. L’antica Roma era, per la mi infanzia, la storia di lotte politiche, di guerre tra uomini, mentre l’antica Grecia era il regno delle arti. Nonostante ci fossero stati uomini politici e assassini anche nell’antica Grecia, e non pochi artisti nell’antica Roma. Ma la mia infanzia aveva radicalizzato, semplificato, ristretto e separato due mondi tanto diversi. Sentenza era una parola latina. Passò una settimana senza che riuscissi a capirne il significato. La sussurravo in continuazione, gridandola all’improvviso, con grande spavento e spasso dei miei compagni. Esigevo, dal mondo e dal cielo, una soluzione dell’enigma, uno scioglimento, una traduzione… E in capo a una settimana capii, e tremai per la gioia e per lo spavento. Spavento perché temevo il ritorno in quel mondo al quale non potevo tornare. Gioia perché vedevo che la vita tornava a me malgrado la mia stessa volontà.
Trascorsero molti giorni prima che imparassi a richiamare dalle profondità del mio cervello sempre nuove parole, parole diverse, una dopo l’altra. Ogni parola ritornava a fatica, ogni parola emergeva all’improvviso, per conto suo. Non era un flusso di pensieri e parole. Ognuna di essere tornava solitaria, senza la scorta di altre parole conosciute, e nasceva prima dalla lingua che dal cervello.
E poi venne quel giorno in cui noi tutti, cinquanta operai, smettemmo di lavorare e corremmo verso l’accampamento, al fiume, uscendo fuori dai pozzi, dagli scavi, lasciando alberi segati a metà o la minestra che cuoceva sul fuoco. Erano tutti più veloci di me, ma ce la feci anch’io ad arrivare in tempo, aiutandomi con le mani per scendere rapidamente la china.
Da Magadan era tornato il capo. Una giornata limpida, calda, secca. Sull’enorme ceppo di larice all’entrata della tenda c’era un grammofono. Il grammofono suonava coprendo il fruscio della puntina, suonava un pezzo di musica sinfonica.
E tutti si accalcavano intorno al ceppo – assassini e ladri di cavalli, malavitosi e non, <<caporali>> e <<sgobboni>>. C’era anche il capo, in disparte. Dall’espressione del suo volto sembrava quasi che quella musica l’avesse scritta lui, per noi, per la nostra komandirovka sperduta in quell’angolo di tajga. Il disco di gommalacca girava e sibilava, e girava anche il ceppo con i suoi trecento anelli, come una molla compressa, avvolta strettamente nei suoi trecento anni…
Finché Essa Esiste noi siamo la Musica (ASCESA.. da ARCIPELAGO GULAG)
by Duncan on ott.25, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo, politica
Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn,
già due note fa parlai di questa opera colossare e memorabile che negli anni ’70 colpì come un asteroide lasciando fratture definitive e mai più superate, tutta la coltre di menzogna, ottusità, manipolazione che si era incatramata dinanzi al vero volto del Comunismo Sovietico.. o Comunismo Concentrazionario (come concentrazionario, a suo modo e con sue varianti, è stato quello cinese, e poi quello cambogiano,ecc.)
La superiorità morale che intellettuali prezzolati o forme di autoconvincimento ideologico avevano avvolto attorno a quel Moloch fu un vestisto stracciato su sepolcri e cadaveri. Propio nelle scale delle cantine sporche, la stanza 101 di Orwell, la porta buia… Uno dei più grandi sistemi di campi di concentramento mai edificati nel mondo. Ossia.. tutto quel territorio chiamato ARCIPELAGO GULAG…… che divenne la dimora di decine e decine di milioni di persone colpevoli quasi sempre solo di avere una testa, solo di pensare non come bestie lobotomizzate, solo di avere detto una opione che non era un raglio fotocopiato, solo di avere detto una opinione che sembrava alludere a.. solo per avere avuto dei parenti compromeessi, solo perché qualcuno li aveva denunziati.. solo perchè… venivano stabiliti tot milioni di gente da incarcerare a prescindere.
L’ARCIPELAGO GULAG non era solo una macchina di terrore strisciante e brutale che da una parte mirava a distruggere chi veniva imprigionato, dall’altra a terrorizzare i “liberi”…. stai attento ragazzo, appena sgarri verrai fagocitato nell’Arcipelago..
Con questi sistemi l’oligarchi sovietica distrusse ogni forma di indipendenza mentale e spirituale nella popolazione per decenni.. e assecondò un piatto e avvilito conformismo, servito anche dall’opera di milioni di delatori.
Ma all’epoca ancora molti facevano grandi simposi in occidente su Lenin, Stalin e Mao e dell’Unione Sovietica dicevano che c’erano stati errori.. ma.. in fin dei conti…
In fin dei conti … alla fine della scala… i Gulag… l’ultimo anello di una servitù strisciante e che mirava a stroncarre ogni spazio aperto, ogni pensiero in quallche modo libero.
Aleksandr Solženicyn conobbe anni di denzione e poi scrisse l’opera clandestinaemnte. E’ un mezzo miracolo che questa opera esista e si sia salvata. Chi controla il passato controlla il futuro.. scrive Orwell in 1984… e molto materiale di quel mondo era stato distrutto.. su altro scendeva l ‘oblio.
E quando l’ARCIPELAGO uscì chiesero a Solženicyn… “ma che senso ha?.. si ci furono errrori.. ma ora.. perché ricordare?.. perchè prestare il campo ai nostri nemici?.. perché agitare le acque?… dimentichiamo… andiamo avanti…”
Ma c’è una pace che libera e costruisce il futuro, e una pace mortifera che è la pace dell’acqua stagnante, dell’acqua di fogna.. ed è mortifera.
Anche perché verrà sempre qualcuno un giorno che come porterà i suoi Doni… a che prezzo? Quale è il prezzo?
Il testo che leggerete oggi … tratto da Arcipelago Gulag…. è sorprendente per molti aspetti…
Va comunque inteso nel contesto più ampio di un’opera enorme di migliaia di pagine..
Questo brano che ho riportato in parte si chiama ASCESA…
Nonostante siano stati l’apice dell’orrore, i lager, i Gulag, non spezzarono tutti gli uomini.. questo è uno dei succhi di ciò che dice Solženicyn nel brano. In quegli uomini, in molti di loro, non smise di brillare la luce originaria che portavano dentro. Anzi… sepolti da carichi di lavoro disumani.. circondati dalla neve e da temperature di decine e decine di gradi sotto zerro.. sottoposti a ogni forma di umiliazione e abuso.. nutriti con un rancio immondo che non avreste il coraggio di dare neanche a un topo di fogna.. eppure molte di queste persone RESISTETTERO. E anzi.. ne uscirono migliori.. per molti di loro.. fu una ASCESA.
Attenzione, il brano è in un contesto,d icevo prima. Non dovete immaginarlo da solo. Da solo è bellissimo sì, ma dà una impressione troppo riconciliata con l’evento. Invece è un momento di liberazione che scorre sofferto dopo altre centinaia di pagine di orrore. Perché ci sono alti momenti dell’ARCIPELAGO dove questa Ascesa proprio non la vedi, ma vedi solo Discesa e Abominio. Ci sono pagine pagine dove troverai anche strumenti di tortura, pressioni sfiancanti, notti interrotte costantemente per spezzare la volontà, donne che finite nell’Arcipelago diventavano in sostanza schiave sessuali, uomini rinnegati dalle mogli e dai figli come “nemici del popolo”.. greggi di persone a costruire canali e ferrovie chilometriche solo con vanghe e picconi.. capannelli di persone.. che morivano ogni gionro come mosche e venivano lasciati là in sinistri monumenti alla bestialità umana… e uomini incancreniti dentro, distrutti interiormente da anni passati nell’Arrcipelago.
E in questo contesto che a volte Solženicyn si innalza… e scaturiscono fuori nonostante tutto, questi canti dello spirito umano… queste forme di luce nelle tenebre.. queste persone che i Gulag addirittura, non solo non riuscirono a spezzare, ma resero migliori…
E quel paradosso che di cui parlò anche il celebre Vikotor Frankl, internato nei campi di concentramento nazisti.
A volte avviene che l’uomo, privato di tutto, ridotto ai minimi termini, sfiancato senza pietà.. non solo non impazzisca e non muoia.. ma addirittura possa innalzarsi, e scoprire una libertà interiore, che prima non aveva mai avuto. Accade che sotto un corpo ridotto a brandelli e piagato la Coscienza possa fare cavalcate di una libertà che non avresti mai ritenuto possibile. Accade che, non solo non vieni disgregato, ma cominci a sentirti migliore, a ssentire la tua anima espandersi, a vivere amicizie radicali, a provarecompassione anche per un filo d’erba, a sentire forza nel dolore, amore nel dolore.
Ripeto… è il paradosso.. e non è una soluzione conciliata.. questa sublime ironia della sparanza si accompagna a passaggi cupi e violenti del libro di Solženicyn. Ma tuttavia essa esiste e persiste. E mi viene alla mente quella bellissima frase di T. Eliot
“Finché Essa Esiste noi siamo la Musica”
Troverete una tensione religiosa nel brano.. ma potrete leggerlo comunque e comunque trarre… perché esso parla su piani che tutti possono comprendere e sentire, al di là delle proprie personali credenze.
E ci sono momenti memorabili….
Come la differenza… lo spartiacque…
tra COLORO DISPOSTI A SOPRAVVIVERE A QUALUNQUE COSTO e
COLORO CHE VOLEVANO SOPRAVVIVERE, MA NON A QUALUNQUE COSTO..
I secondi furono meno dei primi, ma furono quelli che veramente si salvarono, anche quando morirono. I primi furono quelli che si p erdettero, anche quando rimasero in vita. Perché A QUALUNQUE COSTO.. voleva dire accettare tutta la filosofia bastarda della Bestia che è alle radici stesse del Gulag… voleva dire strisciare e leccare… piegarsi a ogni compromesso… tradire e denunciare i propri compagni.. vendere tutto ciò che rende un Uomo un Uomo.. percorrere tutti i 1300 gradini della Degradazione…
Se anche fossi uscito vivo, dopo decenni di detenzione, a che prezzo?…. Quale sarebbe stato il prezzo?
Una morte dello spritio definitiva.. una perdita drammatica della propria luce interiore.. del meglio di ciò che sarà sempre un essere umano…
Ma altri scelsero la seconda alternativa del bivio….
Anche questi sono quelle Gocce di Splendore, di Umanità, di Verità di cui parla Fabrizio De Andrè in Smisurata Preghiiera, una delle sue ultime canzoni..
Vi lascio ad ASCESA.. tratto da ARCIPELAGO GULAG… di Aleksandr Solženicyn
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E gli anni passano…
Non, come si dice scherzando nel lager, <<inverno-estate, inverno-estate>> – è un lungo autunno, un interminabile inverno, una primavera svogliata, solo l’estate è breve. Nell’Arcipelago l’estate è breve.
Oh, quant’è ungo anche un solo anno! Anche in un solo anno, quanto tempo hai per meditare! Lo farai trecentotrenta volte mentre scalpicci all’adunata nella fanghiglia sotto una fitta pioggerella, nell’infuriare di una bufera di neve, nell’aria immobile di un gelo intenso. Per trecentotrenta giorni sbrigherai un odioso lavoro che non è il tuo con la testa sgombra. E per trecentotrenta sere te ne starai lì, intirizzito e fradicio alla fine del turno, aspettando che la scorta si raduni dalle torrette lontane. Andando al lavoro. Tornando dal lavoro. Abbassando la tesa su settecentotrenta scodelle di brodaglia, su settecentotrenta piatti di kasa. E sulla tua cuccetta, addormentandoti, svegliandoti. Né la radio né i libri ti distrarranno, non ce ne sono, grazie a Dio.
E questo è solo un anno. Ma sono dieci. Venticinque…
E quando finirai nell’infermeria come distrofico, sarà anche quella una buona occasione per pensare.
Pensa. Ricava qualcosa anche dalla tua disgrazia.
Infatti per tutto questo tempo infinito il cervello e l’anima dei detenuti non restano affatto inattivi. Da lontano, in massa, sembrano pidocchi brulicanti, ma non sono forse il coronamento del creato? Un tempo non è forse stata infusa in loro una fioca scintilla divina? Che ne è adesso di quella scintilla?
Per secoli si è ritenuto che la pena venga inflitta al delinquente perché durante tutta la durata della pena egli mediti sul suo crimine, ne sia tormentato, si penta e a poco a poco si emendi.
Ma, l’Arcipelago Gulag non conosce rimorsi di coscienza! Su cento indigeni, cinque sono malavitosi, e non si rimproverano i crimini commessi, ne sono orgogliosi, sognano di compierne ancora, in futuro, e con ancora maggiore destrezza, maggiore spudoratezza. Non hanno nulla di cui pentirsi. Altri cinque hanno sgraffignato alla grande, ma non ai privati: ai nostri tempi si può sgraffignare alla grande solo allo stato, il quale a sua volta sperpera il denaro pubblico senza pietà e senza discernimento; di cosa dunque dovrebbero pentirsi costoro? Semmai del fatto che se avessero rubato di più e spartito con altri sarebbero rimasti in libertà. Altri ottantacinque indigeni non hanno mai commesso alcun crimine. Di cosa devono pentirsi? Di avere pensato quello che pensavano? O di essersi lasciato prendere prigioniero in una situazione disperata? Di avere lavorato sotto i tedeschi invece di crepare di fame? Di avere preso qualcosa dal campo per nutrire i tuoi figli mentre lavoravi gratis nel kolchoz? O di avere portato via qualcosa dalla fabbrica per la stessa ragione?
No, non solo non t penti, ma la coscienza pulita risplende dai tuoi occhi come un lago montano. (..)
Nella nostra pressoché generale consapevolezza di essere innocenti sta la principale differenza tra noi e i galeotti di Dostoervskij, i galeotti di Jubakovic. Loro avevano la consapevolezza di essere dei reietti irrecuperabili, noi la certezza che qualsiasi uomo libero può essere acciuffato come lo siamo stati noi, la certezza che il filo spinato ci divide solo per convenzione. La maggioranza di quei galeotti ha una incondizionata consapevolezza della colpa individuale, noi abbiamo la certezza di condividere la sventura di milioni di persone.
Di sventura non si muore. Bisogna superarla.
Non sarà questa la ragione della sorprendente rarità dei suicidi nei lager? Infatti sono rari, sebbene tutti quelli che vi sono stati ricordino casi di suicidio. Ma ricorderanno un numero ancora maggiore di evasioni. Ci sono state sicuramente più evasioni che suicidi (..). Anche gli atti di autolesionismo erano molto più numerosi dei suicidi, ma anche in questi casi si tratta di un atto di amore per la vita,un semplice calcolo: sacrificare una parte per salvare il tutto. Mi sembra addirittura che, statisticamente, su mille abitanti, il numero di suicidi nel lager fu inferiore a quello trai i liberi. Naturalmente non ho la possibilità di verificarlo.
(…)
In generale, come si può interpretare correttamente il suicidio? Hans Bernstein insiste sul fatto che i suicidi non sono affatto codardi, che il suicidio richiede una grande forza di volontà. Egli stesso si era fatto una corda con delle bende e aveva cercato di impiccarsi, tenendo le gambe piegate. Ma vedeva dei cerchi verdi davanti agli occhi, sentiva un ronzio alle orecchie, e ogni volta abbassava istintivamente i piedi per terra. All’ultimo tentativo la corda si spezzò, e Bernstein fu contento di essere rimasto vivo.
Può darsi che anche nella disperazione estrema occorra uno sforzo di volontà per suicidarsi, non lo discuto. Per molti anni non mi sarei azzardato a dare giudizi. Per tutta la vita sono stato convinto che in nessuna circostanza avrei anche solo pensato al suicidio. Ma non molto tempo fa ho passato mesi cupi, nel corso dei quali mi pareva che tutto lo scopo della mia vita fosse perduto, soprattutto se fossi rimasto in vita. Ricordo chiaramente quel mio allontanarmi dalla vita, quegli accessi in cui sentivo che morire è più facile che vivere. Ritengo che in un tale stato ci voglia più volontà per continuare a vivere che non per morire. Ma è probabile che tali stati varino a seconda delle persone e delle situazioni limite. Perciò sin dai tempi antichi il suicidio viene giudicato nei due diversi modi.
Fa un grande effetto immaginare che tutti quei milioni di innocenti perseguitati si suicidassero in massa, facendo così un doppio dispetto al governo: dimostrando la propria innocenza e defraudandolo della manodopera gratuita. E se se il governo si fosse ammorbidito? E se il governo avesse cominciato ad avere pietà dei propri sudditi? Ne dubito. Questo non avrebbe certo fermato Stalin, avrebbe preso in prestito dal mondo libero un’altra ventina di milioni di persone.
Ma non andò così! La gente moriva a centinaia di migliaia, a milioni, ridotta a quello che parrebbe il limite più estremo, ma chissà perché non ci furono suicidi. Condannati a un’esistenza mostruosa, allo sfinimento per fame, a un lavoro massacrante, non si suicidavano?
Riflettendoci ho trovato quella che mi pare la conclusione più certa. Un suicida è sempre un fallito, è sempre un uomo in un vicolo cieco, uno che ha perduto la partita della vita, e non ha la forza di volontà per continuare. Se questi milioni di misere creature impotenti non si suicidavano, significa che in loro era vivo qualche sentimento invincibile. Una qualche idea forte.
Era il sentimento universale di essere tutti quanti nel giusto. Era la sensazione di essere sottoposti come popolo a una prova simile al giogo tartaro.
Ma se non ha nulla da rimproverarsi, a che cosa pensa continuamente il detenuto? <<La bisaccia e la prigione danno l’uso della ragione.>> Lo daranno pure. Ma a cosa applicarla?
Per moli anni, non solo per me, le cose andarono così. Il nostro primo cielo della prigione furono vortici di nubi nere e nere colonne di cenere, fu il cielo di Pompei, il cielo del Giudizio Universale, perché avevano arrestato non un uomo qualunque, ma Me, il centro del mondo.
Il nostro ultimo cielo della prigione fu infinitamente alto, infinitamente limpido e addirittura più bianco che celeste.
Per tutti noi (eccettuati i credenti) l’inizio è lo stesso: ci strappiamo i capelli, anche se abbiamo la testa rapata. Come abbiamo potuto! Come abbiamo fatto a non vedere i nostri delatori! (e l’odio che proviamo per loro! Come vendicarci?) Che imprudenza! Che cecità! Quanti errori! Come rimediare? Bisogna rimediare al più presto! Bisogna scrivere… bisogna dire… bisogna informare…
Ma non bisogna fare nulla. E nulla ci salverà. A suo tempo firmeremo l’articolo 206, a suo tempo ascolteremo il verdetto del tribunale, o quello dell’invisibile OSO.
Cominciano le prigioni di transito. Insieme ai pensieri sul lager che ci aspetta, ora amiamo ricordare il passato: come era bella la nostra vita! (anche se era brutta) Ma quante possibilità non sfruttate! Quanti fiori non colti! Quando li recupererò, adesso?… Se solo riuscirò a scamparla, oh come vivrò diversamente, quanto sarò intelligente! E il giorno della futura liberazione? Splende come il sole che sorge.
Conclusione: bisogna arrivarci! A qualunque costo!
Ma le parole si riempiono del loro pieno significato e l’impegno che si prende è terribile, restare vivi a qualunque costo!
Chi si prenderà questo impegno, chi non batterà ciglio dinanzi al suo purpureo bagliore, verrà offuscato dalla propria disgrazia che non gli farà vedere né la sventura comune né il mondo intero.
E’ il grande bivio della vita nel lager. Da qui partono due strade, una verso destra e una verso sinistra, una sarà sempre in salita, l’altra sempre più in discesa. Se vai a destra perderai la vita. Se vai a sinistra perderai la coscienza.
L’ordine che hai dato a te stesso, <<sopravvivere!>>, è un guizzo naturale per ogni essere vivente. Chi non ha voglia di sopravvivere? Chi ha il diritto di sopravvivere? Tutte le forze de nostro corpo tendono a questo! E’ l’ordine dato a ogni cellula di sopravvivere! Una potente carica viene immessa nella gabbia toracica, e una nube elettrica circonda il cuore perché non si arresti. Nella distesa oltre il circolo polare, sotto una bufera di notte, conducono ai bagni, a cinque chilometri di distanza, trenta zek sfiniti ma coriacei. Dei bagni non vale neppure la pena parlare, ci si lavano sei persone alla volta in cinque turni, la porta dà direttamente sul’esterno, fuori si gela e quattro turni fanno la fila lì, prima e dopo il bagno, perché non possono muoversi senza la scorta. Eppure nessuno si busca non solo la polmonite, ma neppure un raffreddore (un vecchio si lava così per un decennio, scontando la pena tra i cinquanta e i sessanta anni. Ed eccolo libero, a casa. Sta al caldo, nella bambagia – si consuma in un mese. E’ venuto meno l’ordine: sopravvivere…).
Ma sopravvivere e basta non significa ancora sopravvivere a qualunque costo. <<A qualunque costo>> significa a spese d un altro.
Diciamoci la verità: a questo grande bivio del lager, a questo spartiacque delle anime, a svoltare a destra non è la maggioranza. Ahimè, non è la maggioranza Ma per fortuna non sono neppure pochi singoli. Sono molte le persone che fanno questa scelta. Ma non lo gridano, bisogna saperle riconoscere. Decine di volte sono state poste anche loro di fronte a questa scelta, ma loro sapevano sempre ciò che facevano.
Arnold Susi finì nel lager quando era prossimo alla cinquantina. Non era mai stato un credente, ma era sempre stato onesto, non si era mai comportato altrimenti, e non cambiò vita nel lager. E’ un “occidentale”, quindi doppiamente incapace di adattarsi, prende continuamente cantonate, si mette in situazioni insostenibili, sta ai lavori comuni, sta nella zona di punizione, e sopravvive, e lascia il lager così come era quando ci arrivò. L’ho frequentato all’inizio, l’ho frequentato dopo e posso testimoniarlo. A onor del vero, furono tre circostanze decisive a facilitargli la vita nel lager: venne riconosciuto invalido, ricevette pacchi per diversi anni e, grazie alle sue dote musicali, riusciva a procurarsi qualcosa da mangiare con le sue esibizioni artistiche. Ma queste tre circostanze possono soltanto spiegare perché è rimasto vivo. Se non ci fossero state, sarebbe morto, ma non sarebbe cambiato (e quelli che morirono, non morirono appunto perché non erano cambiati?).
Taraskevc, uomo assai semplice e privo di malizia, ricorda: <<C’erano molti detenuti pronti a strisciare per un razione di pane e una boccata di machorka. Io stavo per morire, ma avevo l’anima pulita, dicevo sempre pane al pane>>.
E’ risaputo da molti secoli che la prigione trasforma profondamente l’uomo. Gli esempi sono innumerevoli – come Silvio Pellico che, dopo otto anni di detenzione, da carbonaro ardente diventa un umile cattolico. Nel nostro paese si ricorda sempre Dostoevskij. E Pisarev? Ce cosa rimase del suo spirito rivoluzionario dopo la fortezza di Pietro e Paolo? Si può discutere se sia stato un bene o un male per la rivoluzione, ma tutte queste trasformazioni vanno a vantaggio di un approfondimento dell’anima. Scriveva Ibsen: <<Anche l’anima intisichisce per mancanza di ossigeno>>.
Eh, no! Non è tanto semplice! Anzi, è esattamente il contrario! Ecco il generale Gorbatov – impegnato sin dalla giovinezza a combattere, a fare carriera nell’esercito, non aveva mi avuto il tempo per pensare. Ma finì in prigione ed ecco che cominciarono a tornargli alla memoria vari episodi: aveva sospettato di spionaggio un innocente; aveva fatto fucilare per sbaglio un polacco assolutamente innocente (in quale altro momento avrebbe ricordato tutto questo? Forse, dopo la riabilitazione, non ricordò più molte cose). E’ stato scritto abbastanza di queste trasformazioni spirituali nei prigionieri, si è ormai raggiunto il livello teorico della scienza carceraria. Scrive ad esempio Luceneckij nel prerivoluzionario <<Tjuremnyl vestnik>> (Messaggero delle carceri): <<l’oscurità rende l’uomo più sensibile alla luce; la forzata inattività suscita in lui sete di vita, di movimento, di lavoro; il silenzio lo costringe a riflettere profondamente sul suo “io”, sull’ambiente che lo circonda, sul suo passato, sul presente e a pensare al futuro>>.
(….)
Certo, nessuno pensava alle nostre anime mentre gonfiavano l’Arcipelago. Ma è davvero impossibile mantenere la propria integrità in u n lager?
Di più: è davvero impossibile, nel lager, elevarsi spiritualmente?
Nel distaccamento di Samarka, nel 1946, un gruppo di intellettuali sono ormai allo stremo, stanno per morire: sono estenuati dalla fame, dal freddo, dal lavoro superiore alle loro forze, e vengono persino privati del sonno, non hanno dove dormire perché le baracche interrate non sono ancora state costruite. Vanno a rubare? Fanno soffiate? Piagnucolano sulla propria vita rovinata? No. Prevedendo la morte imminente, di lì a qualche giorno, non a qualche settimana, passano così le loro ultime ore libere, senza dormire, seduti lungo un muretto: Timofeev Ressovskskij organizza con loro un “seminario” e si affrettano a comunicare gli uni agli altri ciò che sanno, tengono gli uni agli altri le loro ultime conferenze. Padre Savelij parla della <<morte decorosa>>; un sacerdote che insegnava alla facoltà di teologia parla di patristica; un uniate di dogmi e canoni; un ingegnere, dei principi dell’energetica del futuro; un economista, di come, per mancanza di nuove idee, non si sia riusciti a porre le basi dell’economia sovietica. Quanto a Timofeev-Ressovskij, espone i principi della microfisica. A ogni nuovo incontro qualcuno manca all’appello: è già all’obitorio… Questi sono veri intellettuali, capaci di interessarsi a tutto, questo quando sono già irrigiditi, a un passo dalla morte!
Permettete, amate la vita voi? Voi, voi che esclamate e canticchiate, accennando passi di danza: <<Ti amo, vita! Ah, ti amo vita!>>. L’amate? E allora amatela! Amatela anche nel lager. E’ vita anche quella.
Quando non lotti contro il destino
La tua anima rinasce…
Non avete capito un accidente. E’ proprio allora che l’anima si svigorisce.
La nostra strada, quella che abbiamo scelto, è tutta curve. E’ in salita? O porta al cielo? Andiamo avanti, inciampando.
Il giorno della liberazione? Cosa ci potrà essere, dopo tanti anni? Saremo cambiati fino a diventare irriconoscibili, e saranno cambiati i nostri cari, e i luoghi un tempo cari ci appariranno più estranei di terre straniere.
Da un certo momento in poi, pensare alla libertà diventa addirittura una violenza. Qualcosa di artificioso. Di alieno.
Il giorno della “liberazione”! Come se in questo paese ci fosse la libertà. O come se si potesse liberare chi non si è prima liberato da sé nell’anima.
Le pietre franano sotto i nostri piedi. Cadono giù, nel passato. Sono la cenere del passato.
Noi stiamo salendo.
E’ bello pensare in prigione, ma anche nel lager non è male. Innanzitutto perché non ci sono assemblee. Per dieci anni sei esentato da tutte le assemblee! Non è aria di montagna, questa? Mentre pretendono il tuo lavoro e il tuo corpo fino all’estenuazione, addirittura fino alla morte, i lagersciki non attentano minimamente all’ordine dei tuoi pensieri. Non cercano di avvitarti il cervello per bloccarlo. Questo dà una sensazione di libertà molto maggiore di quella che si prova correndo dove ti portano le gambe.
Nessuno cerca di convincerti a chiedere di entrare nel partito. Nessuno cerca di estorcerti quote sociali da versare ad associazioni volontarie. Non esiste sindacato che ti “difende” quanto l’avvocato d’ufficio del tribunale. Non si fanno riunioni per parlare della produzione. Non possono eleggerti a nessuna carica, nominarti delegato né, soprattutto, costringerti a fare propaganda. Né ad ascoltarla. Non devi strillare appena tirano i fili: <<Esigiamo!… Non permetteremo!…>>. Non dovrai arrivare alla sezione elettorale per dare il tuo voto, libero e segreto, all’unico candidato della lista. Non ti vengono richiesti obblighi scolastici. Non devi criticare i tuoi errori. Né scrivere articoli per il giornale murale. Né concedere interviste al corrispondente regionale.
Avere la testa libera non è forse un privilegio della vita nell’Arcipelago?
E c’è un’altra libertà: non ti possono privare della famiglia e dei tuoi bene, ne sei già stato privato. Neppure Dio può toglierti quanto non hai. E’ una libertà fondamentale.
E’ bello pensare in reclusione. Il più insignificante dei pretesti ti stimola a lunghe e serie riflessioni. Per una volta, l’unica in tre anni, proiettarono un film al campo. Era una dozzinale commedia “spotiva”: Il primo guantone. Una noia. Ma dallo schermo martellavano insistentemente la morale:
<<L’importante è il risultato, e non se è a vostro favore.>>
Sullo schermo ridevano. Anche in sala ridevano. Esci strizzando gli occhi nel cortile del campo inondato di sole, e ripensi a quella frase. E ci ripensi la sera sulla tua cuccetta. E il lunedì mattina all’adunata. E puoi pensarci tutto il tempo che vuoi – quando mai avresti potuto farlo così a lungo? E lentamente la tua mente si rischiara.
Quella frase non è uno scherzo. E’ un pensiero contagioso. Già da molto tempo ha attecchito nella nostra patria, ma continuano a inocularcelo. L’idea che conti solo il risultato materiale è talmente radicata in noi che quando, per esempio, un Tuchacevskij, uno Jagoda o uno Zinov’ev vengono dichiarati traditori in combutta con il nemico, la gente si limita a esclamare e a meravigliarsi in coro:
<<ma cosa gli mancava, a quello?>>
Dal momento che poteva mangiare a crepapelle, aveva venti vestiti, e due dacie, e l’automobile, e l’aereo, e la notorietà, che gli mancava?!! Per milioni di nostri compatrioti è inconcepibile che un uomo (non parlo dei tre che ho nominato) possa essere guidato da qualcosa che non sia la cupidigia.
Ecco fino a che punto è stato accettato e assimilato quel <<l’importante è il risultato>.
(…)
Ma è una menzogna. Da anni pieghiamo la schiena in questa galera che è l’Unione Sovietica. Lentamente, con il volgere degli anni, ci eleviamo nella comprensione della vita e da questa altezza lo si vede chiaramente che l’importante non è il risultato, ma lo spirito! Non è importante ciò che è stato fatto, ma come è stato fatto. Non ciò che è stato raggiunto, ma a quale prezzo.
Se per noi detenuti è importante il risultato, è vero anche il principio che bisogna sopravvivere a qualunque costo. E cioè fare la spia, tradire i compagni per sistemarsi al calduccio, e magari ottenere anche uno sconto di pena. Alla luce della Dottrina Infallibile, non c’è nulla di male in questo. Così facendo, infatti, il risultato sarà a nostro favore, e l’importante è il risultato.
Nessuno nega che sia piacevole conseguire un risultato. Ma non a costo di perdere la propria dignità umana.
Se l’importante è il risultato, occorre spendere tutte le forze e tutti i pensieri per sfuggire ai lavori comuni. Occorre chinare la schiena, leccare i piedi, comportarsi da vili pur di restare un balordo. E così facendo salvarsi.
Se invece importa la sostanza, occorre rassegnarsi ai lavori comuni. Coi cenci addosso. Con le mani scorticate. Con il tozzo di pane più piccolo e peggiore. Forse anche morire. Ma finché sei vivo, potrai raddrizzare la schiena dolorante. Ed è allora, quando hai smesso di temere le minacce e di cercare ricompense, che diventi il tipo più pericoloso agli occhi rapaci dei padroni. Infatti, come potrebbero avere ragione di te?
Comincia addirittura a piacerti alzare una barella carica di immondizie (di sassi, magari, no?) mentre discorri con il compagno dell’influsso del cinema sulla letteratura. Comincia a piacerti sederti a fumare sul trogolo vuoto della malta accanto al muro che hai costruito tu. E sei orgoglioso se il capomastro ti passa davanti, socchiudendo gli occhi guardando il tuo lavoro, lo misura con lo sguardo e dice: <<L’hai fatto tu? E’ bello dritto>>.
Quel muro non ti occorre affatto, non credi che possa rendere più vicina la futura felicità del popolo, eppure, misero schiavo cencioso, sorridi a te stesso nel vedere l’opera delle tue mani.
Figlia di un anarchico, Galja Venediktova lavorava come infermiera nella sezione sanitaria, ma quando si accorse che si stava lì non per curare i malati ma perché era un buon posto, lei, cocciuta, preferì andare ai lavori comuni e prese in mano il maglio e la vanga. E dice che quella per lei fu la salvezza spirituale.
A chi è buono anche il pane secco fa bene, a chi è cattivo non fa bene neppure la carne. (Sarà. Ma se uno non ha neanche il pane secco?)
Se hai rinunciato anche solo una volta a <<sopravvivere a qualunque costo>> e ti sei diretto là dove vanno i placidi, i semplici, la reclusione inizia a trasformare in modo sorprendente il tuo vecchio carattere. Lo trasforma nella direzione per te inattesa.
Uno potrebbe credere che qui debbano svilupparsi nell’uomo sentimenti malvagi, lo sgomento di chi è oppresso, l’odio generalizzato, l’irritazione, il nervosismo. Invece non ti accorgi neppure di come, con l’impercettibile trascorrere del tempo, la prigionia alimenti in te i germogli di sentimenti opposti.
Una volta eri brusco e impaziente, avevi sempre fretta, non avevi mai tempo. Ora ne hai in abbondanza, anche troppo, hai mesi e anni alle spalle e davanti a te e, liquido benefico calmante, la pazienza si espande nelle tue vene.
Stai salendo…
Prima non perdonavi nulla a nessuno, condannavi implacabilmente e osannavi con pari irruenza; ora i tuoi giudizi, non più categorici, si fondano su una serena indulgenza pronta a comprendere tutto. Ora che hai capito la tua debolezza, puoi comprendere quella altrui. E sorprenderti della forza altrui. E sperare di imitarla.
I sassi ci frusciano sotto i piedi. Stiamo salendo.
Con gli anni il tuo cuore, la tua stessa pelle si rivestono della corazza difensiva dell’autocontrollo. Non ti affretti più a fare domande, non ti affretti a dare risposte, la tua lingua perde la facoltà elastica della vibrazione facile. I tuoi occhi non sprizzano più gioia per una buona notizia né si offuscano per il dolore.
Infatti resta sempre da vederne il seguito. Resta da capire se saranno gioie o dolori.
Ormai la tua regola di vita è: non gioire se trovi qualcosa, non piangere se la perdi.
Con le sofferenze la tua anima, un tempo arida, si riempie di linfa. Anche se non impari ad amare cristianamente il prossimo, ora impari ad amare chi ti è vicino.
Quegli esseri a te vicini in spirito che ti circondano in prigionia. Quanti di noi hanno dovuto ammettere di avere conosciuto per la prima volta l’autentica amicizia proprio da detenuti!
E anche quelli che ti sono vicini per sangue, che ti circondavano nella vita che facevi prima, che ti amavano, mentre tu li tiranneggiavi….
Ecco una direzione fruttuosa e inesauribile per i tuoi pensieri: riesamina la vita che facevi prima. Ricorda tutto ciò che di brutto e vergognoso hai commesso, e chiediti se non sia possibile porvi rimedio, ora.
Sì, sei stato imprigionato immeritatamente, non hai nulla da rimproverarti di fronte allo stato e alle sue leggi. Ma di fronte alla tua coscienza? Ma di fronte ad altre singole persone?
(…)
Rimasi a lungo nel reparto post-operatorio da cui Kornfel’d se sene era andato verso la morte, e restai sempre solo (avevano smesso di operare perché il chirurgo era stato arrestato), e, in quelle notti insonni ripensavo alla mia vita e mi meravigliavo delle svolte che aveva preso. Con l’accortezza affinata nel lager davo ai miei pensieri la forma di versi in rima, per ricordarli. E’ giusto riportarli qui come vennero composti, sul guanciale di malato, mentre fuori dalla finestre il campo di lavoro forzato viveva ore agitate dopo la sommossa.
Quando ho disperso fino all’ultimo
grano tutta quanta la buona semente?
eppure anche io passai l’adolescenza
fra i canti sereni sei Tuoi templi!
La sapienza delle pagine scritte
abbagliò la mia mente superba:
i misteri del mondo mi apparvero raggiungibili,
e malleabile come cera il destino.
Il sangue ribolliva a ogni schizzo
si colorava di colori diversi il futuro,
e senza fragore, silenziosamente,
si sgretolò l’edificio della fede nel mio petto.
Ma passato fra l’essere e il non essere,
caduto e rimasto sull’orlo,
contemplo, grato e trepidante,
la mia vita di un tempo.
Non dalla mia mente, non dal mio desiderio,
è illuminata ogni frattura:
ma dal fermo splendore del Significato Supremo
rivelatomi solo più tardi.
E adesso che sono stato ridonato
Ho attinto l’acqua viva –
Dio del Creato! Io credo di nuovo!
Anche quando ti rinnegavo Tu eri con me…
Guardandomi indietro, vidi come in un tutto, l’arco della mia vita cosciente. Non avevo capito me stesso né le mie aspirazioni. Per molto tempo mi era sembrato un bene ciò che invece era la mia rovina, e avevo sempre cercato di andare nella direzione opposta a quella realmente utile. Ma come il mare travolge nei suoi flutti il bagnante inesperto e lo getta sulla riva, così anche io tornavo dolorosamente sulla terraferma sotto i colpi delle disgrazie. E soltanto così riuscii a percorrere la strada che avevo sempre desiderato.
Con la schiena curva, che per poco non fu spezzata, ricavai dagli anni di prigione l’esperienza di come l’uomo diventi malvagio e di come diventi buono. Inebriato dai successi giovanili mi sentivo infallibile e quindi ero crudele. Nei momenti di maggiore malvagità ero convinto di agire bene, con il mio armamentario di ragionamenti che filavano alla perfezione. Ma sulla paglia marcia del lager avvertii in me il primo agitarsi del bene. A poco a poco mi si rivelò che la linea di demarcazione fra bene e male passa non fra gli stati, non fra le classi, non fra i partiti, ma attraversa il cuore di ciascun essere umano, e attraversa tutti i cuori. E’ una linea mobile, fluttua in noi con gli anni. Anche in un cuore invaso dal male mantiene una piccola testa di ponte del bene. Anche nel cuore più buono c’è un angolo di male ben radicato.
Da allora ho capito la verità di tutte le religioni del mondo: esse lottano contro il male nell’uomo (in ogni uomo). Non si può eliminare completamente il male dal mondo, ma è possibile circoscriverlo in ciascun uomo.
Da allora ho capito la menzogna di tutte le rivoluzioni della storia: distruggono soltanto i portatori del male a esse contemporanei (e, nella fretta, senza rendersene conto, anche i portatori del bene), ed ereditano il male stesso ulteriormente accresciuto.
A onore del ventesimo secolo va scritto il processo di Norimberga: cercò di uccidere l’idea stessa del male, e in minima parte gli uomini contaminati dal male. (In questo Stalin non ebbe certo alcun merito, lui avrebbe senza dubbio preferito chiarire di meno e fucilare di più.) Se entro il ventunesimo l’umanità non sarà saltata in aria o non si sarà asfissiata, potrà trionfare questo orientamento?
Ma se non dovesse trionfare, tutta quanta la storia dell’umanità sarà stata un vano scalpiccio senza senso! Verso cosa tendiamo, e perché? Anche l’uomo delle caverne sapeva colpire il nemico con una clava.
<<Conosci te stesso.>> Nulla favorisce di più il destarsi in noi della capacità di comprendere quanto il riflettere senza tregua sui crimini commessi, gli sbagli e gli errori compiuti. Dopo essere tornato per lunghi anni su queste difficili riflessioni, se mi parlano della spietatezza dei nostri massimi funzionari, della crudeltà dei nostri boia, ricordo me stesso con le spalline da capitano mentre la mia batteria attraversa la Prussia Orientale stretta dal fuoco, e dico:
<<Noi eravamo forse migliori?>>
Se in mia presenza qualcuno inveisce contro la fiacchezza dell’Occidente, contro la sua scarsa lungimiranza politica, la sua mancanza di coesione e la sua indecisione, non manco di ricordare:
<<Eravamo forse più saldi , noi , prima di passare per l’Arcipelago? Erano forse più forti i nostri pensieri?>>
Ecco perché ritorno agli anni della mia detenzione e dico, producendo talvolta stupore negli astanti:
<<SII BENEDETTA, PRIGIONE!>>
Aveva ragione Lev Tolstoj quando sognava di venire incarcerato. A partire da un certo momento, quel gigante cominciò a inaridire. Aveva bisogno della prigione come di un acquazzone in tempo di siccità.
Tutti gli scrittori che scrissero di prigioni senza esservi stati personalmente ritennero doloroso esprimere la loro compassione per i reclusi e maledire la prigione. Io che ci sono stato a sufficienza, io che vi ho coltivato la mia anima, dico senza alcuna indecisione:
<<Sii benedetta prigione, perché ti ho conosciuta nella mia vita!>>
(Ma, dalle tombe mi rispondono: Parli bene tu, che sei rimasto vivo!)
APAPAIA
by Duncan on dic.30, 2009, under Ispirazione, Resistenza umana, video

Irlanda… belfast… cattolici e protestanti, odio avviluppato in rancori incatramati a strati. E odio alimenta odio, come spirali soffocanti. Nel tuo sangue mi ciberò. Diio bastardo dei Moloch di sangue, Il Levitico canta la tua infamia. Dio degli eserciti e delle pile di fuoco. Mentre le sacre mura corrono, sangue su sangue, l’orgoglio dei cimiteri.
Belfast, quartieri protestanti, quartieri cattolici. Di padre in figlio, di figlio in padre; l’odio nelle cellule, mutazione biologica, volti in cagnesco. Quartieri e filo spinato. E’ lunga la lista dei tuoi torti. Conosco a memoria le tue infamie. Fin da bambino ho imparato a sognarti ferito, a godere della tua dissoluizione.
Belfast, fermo immagine, anni fa.. il seme dell’odio.
Ricordo quella scena. La vidi in televisione. C’era una scuola cattolica, nel pieno di un quartiere protestante. Erano i primi giorni di apertura, l’anno scolastico incipiente. Un imbocco portava alla scuola, seguendo un viale lungo poco più di un chilometro, in mezzo alla città. Viale aperto, dove ai due lati la gente poteva accalcarsi. All’inizio dell’imbocco una madre con due figlie piccole non riesce a muoversi.
Centinaia e centinaia.. centinaia, forse migliaia.. di protestanti lungo il viale guardano all’imbocco schiumando rabbia alle due bambine. Statene nelle vostre fogne, urlavano. Sporchi papisti. Questa è la nostra terra. Il volto contraffatto, parodia dell’umano, scimmie belanti.. Tanto l’odio da non vedere che due bambine sono solo due bambine. Non sono una idea, una religione, una etnia.
Le ragazzie traumatizzate erano pallide un cencio e piangevano. Un bambino non può concepire tanto odio.. non può neanche immaginare la Grassa Puttana che si ciba di vita umana…piange per un grilo azzoppato e lo spaventa un gemito nella notte.. e crede che i mostri esistano solo nelle favole. Ma vede pazzi, urlanti, deformati, gracchianti. Odio.. sente l’odio.
A volte le scene restano bloccate. Capita quasi sempre. Sarebbe rimasta bloccata anche quella. Nelle geremiadi degli impalati si celebrano le assurde epiche dei bastardi.. muri su muri mondi autistici nutrono il lungo viale delle solitudini e della prevaricazione. Recinti e fili spinati. Mille anni fa, e ancora adesso.
A volte accade qualcosa. Qualcuno si alza e sfida il muro della demenza..
Che dici.. è anche questo Amore?
Un uomo, chi era?.. parente, amico delle bambine? della madre? della loro famiglia?…Non lo sapremo mai.. Un uomo si muove e arriva all’imbocco, e prende le due bambine con le mani, una a destra e una a sinistra. Prende delicatamente le loro mani e inizia a percorrere il viale. E lo percorre piano piano, senza girarsi a destra, senza girarsi a sinistra. Senza ridere né piangere. Senza guardare la folla. Senza rispondere alle provocazioni, ma senza neanche irriderle. Semplicemente cammina con le due bambine ai lati. E insulti piovono come sassaiole, lapidazioni. Urla da stadio intossicato. E’ quasi una beffa, una sfida. Quello cammina e i ragli di impotente bastardaggine implodono. Non so quanto ti costava non voltarti a destra e a sinistra. Non so se le tue gambe tremavano, anche se non lo davi a intendere.
Non so se la paura ti prendeva al basso ventre, mentre i tuoi passi avanzavano.
Ma so che facevi quello che dovevi fare. Che non riuscivi a fare diversamente.
Che prendesti per mano quelle bambine ed entrasti nella Bocca del Drago, semplicemente perché..
non avevi scelta… perché a volte puoi solo andare..
Datemi le vostre mani…
E camminavi e le urla crescevano. Chissà cosa ti dicevi. Avanti, avanti, già cinquecento metri li hai fatti.
Avanti, non aver paura. Le vedi le urla che crescono. Ma ormai non manca tanto. Continua. Ti assediano cani di Basaan. Ma questa è molto più di una normale giornata di scuola. Non è solo una normale giornata di scuola. E’ molto di più. Queste bambine devono entrare. O almeno, finche puoi portale avanti.
Cosa è quello strano impeto che ci porta ad agire? Quella via di mezzo tra eroismo e follia.. o solo il non riuscire a ingoiare quando giorno dopo giorno, vita dopo vita i sogni si spezzano e talloni di ferro lasciano le lacrime e le ferite insegnano pietre aspre per la vita.
Camminavi, quando da sinistrà arrivò una pietra. Bersaglio mancato. Per poco. Orecchio sinistro colpito di striscio, cade sangue. E lì la paura cresce, come onde concentriche si estende e ti mozza la gola. Sono pronti ad ucciderti. La prossima volta potrebbe essere quella buona. Se non la testa un occhio.. o i denti.. o la spina dorsale, paralitico a vita.
Per la prima volta ti fermi. Quanto erano pesanti le tue gambe allora? Per la prima volta l’ansia ti soffoca. Vorresti accasciarti o correre indietro. Il volto è livido, bianco.. respiri a fatica. Passano minuti.
I ragli calano, la folla ti fissa. Passano i minuti. Interminabili.
E continui. Guardando avanti. Mano destra una bambina. Mano sinistra un’altra.
Altri quattrocento metri da fare.
Ma nessuno urla più. Le urla sono poche, ma quasi forzate, senza impeto, meno convinte.
Finche tacciano. E resti solo tu e il silenzio, e gli sguardi conglati come nel cinema muto.
E tu continui ad avanzare, un pò incespicando, brividi per il corpo. Ma vai.
E qualcosa si rompe. Un granello di senape nell’ingranaggio assetato di sangue.
E un applauso parte. Che assurdità. Chi è il pazzo che ha potuto fare una cosa del genere?
Un cattolico pasdaran di Belfast che applaude? Ma santo dio qui sono tutti folli.
Un cattolico che applaude un protestante.
Ma quando mai si era vista una cosa del genere.
Tu, folle su due gambe, ma cosa ti spinge a camminare, è come una fede? Daniele, Daniele nella fossa dei leoni. E i leoni perdono il tempo e il gioco perde le regole, gli sparititi saltano.
Un applauso. Poi sono due, tre, quattro, dieci, venti.
E ognuno che applaude lo fa quasi a scatti, vergognoso quasi, senza guardare gli altri, incredulo. Ma non riesce a non farlo. Un corpo a corpo. Con l’imbarazzo, con l’odio inoculato nel dna. Da bambino hai appreso il gusto dei roghi. Da bambino hai conosciuto il volto del tuo nemico. Con l’imbarazzo lottano.. ma poi gli applausi aumentano.
E il contagio questa volta non è del male. Gli applausi dilagano. Sono centinaia. Migliaia.
L’uomo con le due bambine per le mani non riesce a controllarsi e le lacrime scendono, mentre ormai mancano poco più di cento metri..
Primo giorno di scuola. Belfast. Molti anni fa.
Vorrei spezzare un ramo con te.
Potrei portare dentro tutto quello che mi è stato strappato.
Ricordo una canzone dei Lifiba,,, LITFIBA,,, degli estratti…
” Si può vincere una guerra in due
E forse anche da solo
E si può estrarre il cuore anche al più nero assassino
Ma è più difficile cambiare un’idea ..
…
Il mio sogno è un mare acido
E dimmi se non è reale
Il giorno traveste di luce ogni cosa vivente,
Ma non toglie la paura dei fantasmi!
…
Voglio idee per sopravvivere
E mille, mille, mille non bastano!
E quel sogno, sai,
Continua a chiamarmi nella profondità del mare
Una caduta dentro i vortici d’acqua
Le mie mani, che non si fermano più.. “

