Born Again

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Non lasciate morire Gerri Giuffrida

by Duncan on feb.01, 2012, under Resistenza umana

Il testo che leggerete è stato pubblicato sul nostro Blog dedicato alle tematiche del carcere, Le Urla dal Silenzio (http://urladalsilenzio.wordpress.com/). Nel pubblicarlo su Born Again ho tolto alcune frasi dalla premessa. Comunque chi tra i lettori di Born Again volesse scrivere a Gerri Giuffrida, può farlo a questo indirizzo..

Gerri Giuffrida
Via Camporgnago n. 40
20090 Opera (Milano)
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Alcune settimane fa una persona che stimo molto, Ebe Quaranta, mi parlò della situazione drammatica di un ragazzo, che da più di quattro mesi stava in isolamento nel carcere di Opera. E le cui condizioni fisiche, e soprattutto mentali, erano arrivate al limite. Fui naturalmente d’accordo con lei che bisognava saperne di più e parlarne. E lei mi mise in contatto con la madre, Angela Fuma.

Il ragazzo si chiama Gennaro Giuffrida, detto “Gerri”. Ha 32 anni ed è nativo di Brindisi. Di lui la madre dice “Gerry,  un ragazzo come
tanti, sognatore, appassionato di moto da strada,determinato ,socievole ,con un forte temperamento, facilmente influenzabile ,come tutti ha anche degli aspetti meno piacevoli ,come l’ essere superbo ,prepotente nei confronti della vita , ma anche insicuro su quello che riguardava l’ aspetto della sua famiglia, solo dopo aver subito il fatto e con grande rammarico (compiango i famigliari della vittima), ha capito il vero valore affettivo della vita dato che di figli ne ha due e una compagna che gli è accanto”.

Lo stesso Gerri nella lettera che ha inviato al Presidente della Repubblica scrive “Sono sempre stato un tipo debole, incapace di dire no alla gente che mi chiedeva piccoli favori, ma questa mia bontà mi ha portato ad una vera e propria tragedia. Da quando avevo 17 anni ho iniziato a prendere psicofarmaci per ansia e attacchi di panico, ma la cosa che mi faceva stare ancora meglio era l’amore della mia famiglia. Nel tempo, però, gli psicofarmaci che prendevo aumentavano. Purtroppo il troppo amore della mia famiglia ha peggiorato la mia situazione, perché anche se facevo dei piccoli sbagli, loro  mi proteggevano fino alla morte”.

Il riferimento all’ansia, agli attacchi di panico  e agli psicofarmaci, aiuta a comprendere la particolare fragilità di questo ragazzo, e la situazione delicatissima che già viveva, che poi il carcere, e il modo in cui è stato fatto valere nei suoi confronti, ha enormemente esasperato. In carcere infatti, così denunciano Gerri e la madre, sono avvenuti episodi brutali e intollerabili che sono andati a colpire una psiche già fragile ed insicura.

Inizierò citando alcuni stralci finali della lettera di Gerri, per poi pubblicare in buona parte la lettera che la madre Angela Fuma, mi ha inviato.

Ciò che veramente conta, ai nostri fini, è l’ingiustizia che Gerri subisce, a prescindere. La subirebbe anche se non fosse  innocente.

Ma quello su cui non facciamo sconti e su cui chiediamo chiarezza e giustizia totale.. E’ IL RISPETTO DELLA DIGNITA’ UMANA DI GERRI GIUFFRIDA. Il dovere morale che si faccia chiarezza sulla sua vicenda  processuale, che si sappia  se abbia subito brutalità intollerabili, e che, soprattutto si intervenga ORA, perché ora si comprenda la situazione che sta vivendo Gerri, e si faccia in modo che questa non porti a un punto di non ritorno.

Gerri è in isolamento da mesi. Le sue sensazioni di panico ed ansia, e di debilitamento fisico, frutto di un percorso carcerario che è stato un calvario, rischiano di esplodere nella soffocante situazione dell’ isolamento che gli impostogli nel carcere di Opera. Le sue lettere ormai rivelano disperazione e pensieri suicidi.

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–Uno dei frammenti finali della lettera di Gerri Giuffrida al
Presidente della Repubblica..

“Cinque mesi fa la Cassazione mi confermò la pena, e riuscirono ad
ammazzarmi per la terza volta. Aspettavo solo i carabinieri che
venissero a prendermi, e addirittura li chiamai io perché tardavano, e
quella attesa, nel vedere la mia compagna e mio figlio forse per
l’ultima volta, era tormentosa. Decisi che in carcere l’avrei fatta
finita.

L’8 giugno mi portarono nel carcere di Villa Fastiggi, dove, come in
ogni altro carcere, trovi appuntati che ti trattano come ad un
animale. E a me non andava giù, perché ritenendomi ancora innocente,
non potevo accettare le cose che loro mi chiedevano di fare, e quindi
venivo punito.

Dopo una decina di giorni mi trasferirono al carcere di Fermo. Carcere
infernale dove non c’è neanche lo spazio per fare due passi all’aria.
I dottori mi visitarono. In dieci giorni avevo perso circa 8 kg, avevo
attacchi di ansia e panico, e chiamavo sempre gli appuntati perché
chiamassero il dottore, che si trovava solo dalle 11 del mattino alle
19 della sera. Poi se chiami una guardia e dici che stai male, c’è
qualcuno che addirittura ti risponde, che quando muori poi ci si
pensa.

Ora sono arrivato a perdere 25 kg in 4 mesi e 15 giorni, e il mio
avvocato ha chiesto un periodo, che va dai sei mesi ai tre anni, agli
arresti domiciliari, in modo da potere essere curato, dato che sono
adesso 14 anni che, oltre all’aiuto della terapia, ho bisogno della
gente a me vicina. Sto malissimo e piango e basta. Non ho più voglia
di vivere. Non riesco nemmeno a vedere la televisione perché ci sono
solo cattiverie.

E’ venuto un mio medico di parte, che mi ha visitato e ha descritto le
mie precarie condizioni fisiche. Il magistrato ha chiesto il parere al
dirigente sanitario del carcere che non mi ha mai visitato.”

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–Lettera della madre di Gerri Giuffrida

(…..) Dopo la condanna definitiva della Cassazione è stato portato al
carcere di Pesaro provvisoriamente, perché lì non tengono detenuti con
condanne definitive superiori  ai dieci anni. La stessa settimana è
stato trasferito al carcere di Fermo. Lì fu un periodo infernale,
cominciò a dimagrire vertiginosamente. Mandai subito la psichiatra
accompagnata da una psicologa. Lo trovarono gravissimo, sia
fisicamente che psicologicamente. Non aveva più muscolatura e non
reagiva più agli stimoli (un marocchino nella cella si prese cura di
lui, cercava di farlo mangiare cucinandogli un po’ di riso e lo
copriva perché lui si stava lasciando morire).

Quindi accertarono  che avrebbe potuto fare un gesto inconsulto.
Subito dopo, il nostro perito ha fatto una relazione che certificava
le condizioni di mio figlio. L’avvocato ha mandato l’istanza con
questa relazione al Tribunale di sorveglianza, chiedendo per un breve
periodo i domiciliari, per dargli le giuste cure, ma l’istanza è stata
rigettata per ben due volte. Alla terza volta lo hanno trasferito a
Roma, in un carcere dove c’è un reparto in cui curano i detenuti
ammalati. Il trasferimento avvenne a sua insaputa. Lo svegliarono di
notte, dicendogli di vestirsi che doveva essere trasferito. Mio figlio
fu preso dal panico, cominciò a piangere e a supplicare le guardie di
lasciarlo lì perché stava vicino alla compagna e a suo figlio, e aveva
paura di restare solo. Ma per tutta risposta lo picchiarono senza
pietà, a calci e pugni in testa, e a calci nello stomaco e nei
fianchi. E senza soccorrerlo lo portarono in quello stadio pietoso a
Regina Coeli. Era messo così male che, quando arrivò, gli fecero
firmare che si trovava già in quello stato e che loro non c’entravano
niente. Poi lo chiusero per due giorni nudo per terra, in un buco al
buio. Lì dentro non si respirava, mancava l’aria. Ci ha raccontato che
cercava di respirare da una fessura. E a me che sono la madre, ogni
volta che lo ricordo mi sanguina il cuore. Quando siamo stati avvisati
per vie traverse del suo trasferimento, siamo partiti subito io e una
mia amica per andarlo a trovare. Ci avevano preavvisato che non
l’avemmo trovato in buone condizioni e che le guardie c’erano andate
giù pesanti. Arrivammo a Roma col cuore in gola, disperate. Ma io non
entrai, perché avevamo anche il bambino che aveva solo tre anni. Non
potevamo fargli vedere il padre in quelle condizioni, perché mia nuora
aveva capito la situazione critica. Puoi immaginare con che angoscia
rimasi fuori. Infatti, quando mia nuora entrò vide che era pieno di
ematomi giganti in tutte le parti del  corpo. La testa non si
riconosceva, la faccia rovinata, sanguinava ancora dalla bocca, e
tremava e piangeva. Non poteva muoversi né mangiare.

Avevamo deciso di denunciare tutto, ma siccome hanno minacciato mio
figlio che avrebbe passato, in quel caso, guai ancora maggiori, visto
che sarebbe dovuto tornare al carcere di Fermo, timorosi decidemmo di
non denunciare più. Un mese dopo l’hanno riportato a Fermo. Quel mese
non è stato neanche un istante bene, non facevano altro che fargli
raggi dalla testa ai piedi, e imbottirlo di medicinali, anche per la
bronchite, che gli avevano fatto venire tenendolo in quello stato.
Quel mese si è cibato solo di medicinali. Potete immaginare le
conseguenze. Una volta arrivato al carcere di Fermo, le condizioni non
miglioravano. Ormai era arrivato a pensare 49 kg tutto vestito,
perdendo 25 kg del suo peso iniziale. Per cui decisero di trasferirlo
ad Ascoli Piceno (sbattuto da un carcere all’altro come fosse un sacco
di patate), dove sarebbe dovuto essere curato dato che lì c’erano i
medici tutto il giorno (medici mai visti o quasi). Qui le condizioni
peggiorarono ulteriormente, cominciarono ad aumentare le fobie, gli
attacchi di panico, ed il bisogno d’aria, perché si sentiva soffocare.
Per la disperazione ha scavato nel muro, ma subito dopo si è reso
conto di quello che aveva fatto, ed i suoi compagni di cella hanno
tentato di coprire il danno con una tenda, ma durante la perquisizione
quel buco è stato scoperto e lui  è stato accusato di evasione. Lui
non voleva scappare dal carcere, anche perché sapeva che era
impossibile. E soprattutto c’era la speranza, se tutto andava bene,
che da lì a poco lo avrebbero preso al carcere di Gorgona, dove
avevano capito i suoi problemi ed erano disponibili ad aiutarlo.

Quindi, non considerando i problemi di mio figlio, lo sbattono ad
Ancona, nel carcere di Montacuto. Ogni spostamento per lui era un
trauma. Questo carcere era invivibile, si stava in condizioni pietose
e lui chiedeva continuamente di essere spostato, altrimenti l’avrebbe
fatta finita. Grazie ai nostri frequenti colloqui e alle lettere,
siamo riusciti  a togliergli parzialmente questa idea dalla testa,
anche se nella sua mente il pensiero ricorre continuamente. Il suo
sfogo è stato quello di danneggiare la cella, forse sperando di farsi
spostare da quel carcere infernale. Viene nuovamente accusato di
danneggiamento di beni impropri, e spedito al carcere di Opera-Milano.
Qui viene messo in punizione, con sei mesi di isolamento con il 14
bis. E la sua condizione ora è davvero drammatica. Nelle lettere
continua scrivere che sta malissimo, e alla sua compagna continua a
dire che si vuole ammazzare, che non ha senso vivere così. Noi siamo
angosciati e viviamo con il terrore che da un momento all’altro
possiamo ricevere una brutta notizia.

Voglio salvare mio figlio. Vorrei poterlo tenere a casa, per dargli
le cure di cui ha bisogno, perché con il nostro amore potrà venire
fuori da questa depressione, pur scontando la sua pena. Se non è
possibile tenerlo ai domiciliari, aiutatemi per una comunità
riabilitativa idonea.

Non si può lasciare morire così un ragazzo tanto fragile, e per giunta
innocente. Cosa possiamo fare di più di tutto quello che abbiamo
fatto? Perché nessuno ci capisce?

Vi supplico. E’ il cuore di una mamma che vi scrive. Mio figlio se
continua a stare in carcere muore. Aiutatemi a salvarlo.

Angela Fuma

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Dialogo tra un ergastolano e un professore di filosofia (ventitreesimo scambio)

by Duncan on dic.09, 2010, under Controinformazione, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Su un blog dedicato agli ergastolani -che io e alcuni amici abbiamo creato e amministriamo- (http://urladalsilenzio.wordpress.com/) è da tempo in corso un magnifico e potente Dialogo tra Carmelo Musumeci, figura simbolo tra gli ergastolani, persona dal profondissimo e radicale percorso, uomo generoso e vulcanico, e autore di moltissimi testi, articoli, racconti, e anche due libri.. e il professore Giuseppe Ferraro, non “semplicemente” un professore di filosofia, ma un Filosofo e un Umanista.. nella accezzione più degna che hanno queste parole.

Ci sarebbe tanto da dire su questo grande Dialogo, da tempo in corso tra di loro, e giunto adesso alla 23sima “puntata”. Ma ritornerò su di esso in qualche altro post, e riporterò altri brani. Questa volta voglio condividere anche con i naviganti che giungono nelle  Terre di Born Again, proprio l’ultimissimo momento di questo Grande Dialogo.

Vale proprio la pena leggerlo..

Salutamos Compagneros

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Giuseppe caro,

                               ho ricevuto la tua lettera.

Ho sentito il tuo cuore amareggiato.

L’ho sentito come se fosse il mio.

Ho immaginato quello che provi quando vedi la sofferenza e l’ingiustizia sociale intorno a te.

Non si può mai essere del tutto felice quando non lo sono tutti.

Io non ci riesco!

Ho sentito la tua frustrazione.

Non ti nascondo che ci sono dei momenti che non riesco ad essere forte neppure io.

Ci sono dei momenti che desidererei essere più debole di quello che sono per farla finita di aspettare un futuro che non avrò mai.

Ci sono dei momenti che mi sento una foglia strappata alla vita e gettata in un angolo all’ombra del mondo, fra cemento armato e ferro.

Giuseppe conosco molto bene il tuo dolore.

Lo so!

Il dolore che vedi negli occhi degli altri uomini fa sempre più male del proprio dolore.

Tutte le mattine quando mi aprono il blindato lo vedo negli occhi di quell’uomo che mi è di fronte.

Un ergastolano anziano ammalato di un brutto male che cerca il mio sorriso come se fosse la cosa più importante della sua vita.

L’amore ci fa diventare migliori e purtroppo in carcere manca proprio quello.

Nessuno ama e pensa a quest’uomo.

Lo vedo sempre steso sulla branda a fissare il vuoto.

In questi giorni non gli ho sorriso perché il mio blindato è rimasto spesso accostato.

In questi giorni sono stato male, niente di grave, un semplice attacco di sciatica.

In questi giorni mi sono accorto che non sono più forte come prima.

In questi giorni mi sono accorto che l’Assassino dei Sogni prima s’è preso il mio corpo, poi la mia vita,  ora la mia salute.

A volte penso di essere fortunato, io ho qualcuno cui pensare, molti non hanno nessuno.

Si,  è così!

Solo chi dice di essere cattivo sa che cosa è essere buono.

Domani, anche se non starò bene,  quando apriranno il blindato lo spalancherò e donerò a quest’uomo il mio sorriso come se lo donassi a te.

Te lo prometto!

Nella tua lettera di oggi ho sentito il tuo cuore amareggiato.

Non posso lasciarti con tristezza almeno questa volta.

Domenica ho parlato al telefono con la mia compagna.

Sabato vengono a trovarmi.

Sono felice.

Da Modena mia figlia mi vuole portare le ciliegie.

Mi ha detto che sono buone e dolci.

Dall’altra parte del telefono ho sorriso.

Non ho bisogno delle ciliegie.

Ho solo bisogno di abbracciare e di baciare lei.

Per cinque anni l’Assassino dei Sogni non me l’ha fatta toccare.

Ed ho sempre una paura infantile che lo potrà fare di nuovo.

I figli sono il nostro universo e non si può vivere senza abbracciare l’universo.

Giuseppe non essere amareggiato.

Quando s’è amareggiati, si ha poca energia.

L’energia è amore.

Io ho bisogno del tuo amore,  come ne ha bisogno l’ergastolano anziano e ammalato di fronte la mia cella e gli operai disoccupati del nostro sud.

Abbiamo bisogno del tuo amore,  come te del nostro.

Ti manderò un po’ del mio amore sabato quando abbraccerò la mia compagna e i miei figli affinché tu non ti senta in mare aperto senza né terra, né barca.

E quando abbraccerò Nadia lo farò anche per te.

La sua fede e il suo amore per questo mondo è grande e ne darà un po’ anche a te.

Giuseppe,  non essere amareggiato, il mio cuore lo sente, il mio cuore sente il tuo.

Ti voglio bene.

Carmelo

2 giugno 2010

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Ti scrivo. In silenzio. Come si scrive. Sotto dettatura di una voce che s’intreccia ad altre. Ti scrivo, come sempre ci si trova a scrivere, sottovoci. Non accade sempre. Solo quando si scrive sentendosi accanto a chi si scrive. E’ come un rivolgersi dentro se stessi dove si ospita chi si pensa con affetto e che ti ospita nei suoi pensieri.

C’è quell’espediente in cinematografia, lo ricordavo l’altra volta, lo ripeto, mi colpisce. Quando qualcuno legge una lettera è la voce di chi gli ha scritto che si sente leggere. Scrivo, sento la mia voce che mi detta le parole, a una a una, cercandone le lettere sulla tastiera. Le detta per non perderle, guardando i tasti. Quando si scrive, si sente la propria voce che detta le parole. La propria? non proprio. Sento la tua voce, a scrivere c’è come una traslocazione d’intimità, ci si porta in un luogo senza luogo. Vedo il tuo sorriso, quando ti scrivo, avverto la tua ansia, penso “ai” tuoi pensieri, immagino “a” quel che immagini, guardo “al” muro che guardi, lo vedi all’improvviso quando non sei più stanco ed esci dal rifugio dei pensieri. Quando sei stanco di essere stanco il muro alza pareti. Strano. La stanchezza aiuta certe volte. Quando sei stanco l’immaginazione prende il posto dei sensi. La stanchezza aiuta. Libera, no, distrae. Deriva. Derotaia. Delira. Ci fa addormentare, dopo che nella testa si placa il turbinio della corsa in stanza dei pensieri insistenti.

Noi non amiamo la stanchezza. Siamo di quelli che non si stancano mai. Non siamo mai stanchi. Quando però ci arriva la stanchezza, si placa anche la violenza della rabbia. La usiamo e ci usa. Mette un freno, rallenta il passo che siamo pronti ad accelerare appena dopo. Chi vive la depressione si mette in uno stato di stanchezza persistente. Lo sappiamo. In carcere diventa una sorta di perdita di vita, come una perdita d’acqua alla fontana. E’ terribile quello che scrivo e che penso. No. Bisogna riprendersi ogni volta dalla stanchezza che porta alla depressione e alla follia, bisogna trovare la stanchezza del giusto. Quella che prende dopo un giorno lungo di lavoro, su se stessi. Bisogna lavorare su se stessi.

Bisogna pensare anche a un diritto alla stanchezza giusta. Ne ho sofferto maledettamente quel giorno. Ritornavo dai miei incontri. Ero stato a Bellizzi. Avevo la testa piena di voci e volti. Era stato un incontro intenso. Lo è sempre. Arrivai a casa, stanco.  E questo pensai, che là avevo lasciato persone che non avevano il diritto di essere stanchi, di abbandonarsi alla stanchezza. La libertà pensai è il diritto a sentirsi stanchi e andare coi pensieri dove vogliano. E’ anche questa. Il diritto di essere stanchi. Ingiusta è la stanchezza che non libera della fatica. Quanto sono felice di vederti, anche adesso che ti scrivo. Quanto sono stato felice di vederti la prima volta. Uno che non si stanca, no, uno che non si lascia stancare. Offre il suo sorriso per la sola gioia di esistere e vedere e sentire la vicinanza. Viverla.

Tu non immagini quanta forza infondi, quanto vita effondi, quanta gioia diffondi. Grazie del “Giuseppe caro”, mi arriva come una carezza, su una stanchezza, l’avrai capito, che non è giusta. E’ questo il punto.

Tu dici l’assassino dei sogni, ma quanti sogni gli stai buttando in faccia, addosso, ai piedi, quante ferite stai procurando all’incubo con i tuoi sogni di sorriso. Esci dal blindato incroci lo sguardo della sofferenza e apri il tuo sorriso come braccia per sostenere chi sta soffrendo in quel momento. Quel che mi scrivi mi porta al tuo fianco. Mi porti in giro tra blindati e corridoi. C’è chi soffre, è malato, ed è terribile ammalarsi senza cari. Gli sorridi. Solo chi soffre sa non fare soffrire. Solo chi conosce la sofferenza sa della gioia. Sorridi a chi non resiste e sente di varcare l’ultima soglia della sopravvivenza.

Davvero è uno stare sopra la vita sopravvivere. Vivere oltre la vita. Un paradosso. Essere in un al di là che è un resto, non un oltre e in più. Un avanzo. Un resto. Quel che avanza della vita a tagliarla, a farla a pezzi. Nuda vita. Sopravvivere è questo stare sopra la vita come se ci si trovasse senza niente altro. Sopravvivere è la vita senz’altro. Senza esistenza. Nemmeno. E’ l’esistenza ridotta, stretta, fatta gabbia della vita. Semplice vita, ma non una vita semplice. Piuttosto vita senza vita. Sopravvivere è stare sopra la vita, non più nella vita, senza viverla.

Non si può essere felici quando non lo sono tutti. E’ cosi, dici bene. Il dolore che vedi negli occhi degli altri uomini fa sempre più male del proprio dolore. Dici benissimo, è così, come scrivi. Il dolore che vedi negli occhi degli altri fa più male del proprio. Ti attivi, sei pronto. Viviamo per dare vita, per dare la vita che abbiamo. Continuo a leggere la tua lettera. E’ come un abbraccio.

Grazie, Carmelo. Non resterò amareggiato. Non posso esserlo se ci sei e se mi scrivi e se ti scrivo e ti penso e se ti sto a fianco.  Ti dico “grazie” e mi ritrovo a riflettere che il fine di ogni educare è la grazia. Non il dono, la grazia. L’avere grazia. Come tu hai grazia a scrivermi “Giuseppe caro”, e come sorridi a chi soffre e aspetta il tuo sorriso come un dono. Non come qualcosa. Il dono è quando ci fa dono. Chi dona non dà cosa che possa sapere e calcolare. Chi dona non fa regali. Si dona ciò che non si ha. Si dona il tempo che non si ha. Quel tempo che non si deve, non dovuto, quel che non si deve ad altro, ad altri e che si sottrae a chi lo devi per legame d’amore. Il sorriso che si deve al proprio figlio, alla propria figlia. All’amata. Quel tempo dovuto a chi si ama e che per tale è sacro. Di una relazione sacra perché dovuta senza dovere, non per costrizione, ma per natura, posso anche affermare, per natura, per un legame che non si acquista, ma che ti conquista a essere quel che sei.

Strana deviazione procura il dono. Strano delirio, un uscire fuori dalla lira del campo, fuori del solco. Dare l’avuto non dovuto, il dovere incrocia in strano modo la restituzione e quindi  il giusto. La incrocia in strano modo. Donare è dare, ma come a stabilire una relazione d’inegualità. Inequivalente. Senza uguali. Solo dio può donare, mi ripeto sempre. Noi possiamo restituire. Si, certo. Solo dio può donare, può operare per dono, può perdonare.

Noi possiamo restituire. E la giustizia si dà come restituzione. Si fonda in questo modo il Diritto. Fino a quando però il diritto è giusto? Ancora una ragione di tempo, perché di tempo è fatta la relazione, nel tempo si costituisce e si toglie, si distorce e si “raddritta”. Il tempo è la relazione. Fino a quando il giusto può essere “raddrizzare”, quando si compie il diritto? quando deve finire la pena come tempo che ci vuole per ristabilire la relazione? Perché se la pena è rimettere in diritto ci sarà pure un momento in cui il diritto è raggiunto, compiuto? Carmelo, cerco di scrivere cose che appaiono confuse, e lo sono, solo perché richiedono la convergenza di due piani quello personale e quella istituzionale, quello delle regole e delle relazioni. Del testo e della sua lettura, della jus e di chi jus dicet facendosene giudice.

Ripeto: le regole senza relazioni sono vuote, le relazioni senza regole sono cieche, e tuttavia solo le relazioni rendono la regola giusta e solo le relazioni rendono giuste le regole, e le aggiustano. Ancora: le regole sono le persone che le applicano. Le istituzioni sono le persone che le rappresentano. La cosa difficile da comprendere e spiegare è questa: la giustizia nel sua massima applicazione, nel suo raggiungimento è la grazia. La giustizia che si soddisfa del suo diritto è grazia. Io ti ringrazio per quel “Giuseppe caro” che è un gesto di grazia. Così ti ringrazia chi soffrendo cerca il tuo sorriso per alleviare la sua pena. Il tuo sorriso è di grazia. E’ la tua grazia. L’espressione di una forma assoluta, assolta da ogni interesse e causa.

Il bambino è chi non può donare, ed è un dono. Una grazia di dio, si dice anche. Cosa possiamo imparare da dio e da un bambino se non ad avere grazia, nei gesti, nelle parole, nell’essere quel che siamo. Il bambino è presente. Non ricorda, ma non dimentica. Non dimentica perché non ha nulla da ricordare. Vive quel che è dato riconoscere che fa male e che bene, che gli fa bene e che gli fa male. Anche un dio, credo, pensa in questo modo o siamo noi ad aver fatto di un dio il pensiero di un bambino. Assoluto. Presente come presente si dice anche il dono, che reclama nella sua piena espressione la presenza, il presentarsi. Stare qui, per essere, non stando davanti come cosa, ma stando davanti preoccupandosi, avendo cura, stando prima del tempo, avendo cura del tempo che viene. Non essere questo e quello, ma come questo e quello essere grazia, avere grazia, nelle relazioni. Significa avere relazioni non sgraziate, non disgraziate, non rozze o meschine, senza scambio, anche senza regali.

La giustizia è la grazia. La giustizia che dà vita è grazia. Quella che dà morte è senza grazia. Mette in disgrazia. Il fine dell’educazione non è forse quello per cui si dice di una persona educata che si esprime con grazia? Non che si esprime correttamente, quella si chiama istruzione e si dice di chi è istruito. Ho ricevuto la lettera di Salvatore Ercolano. Salutalo per me. Non so quando riuscirò a rispondergli, ma digli che lo tengo in testa. Ed è come leggere di una grazia. Il suo essere come graziato. In realtà non è così. Ha scontato tutto quello che doveva, non è stato graziato, è lui che si è fatto grazia. E’ lui stesso che sente di vivere non per altro che per vivere. Non un sopravvivere di un resto, ma di un assoluto momento.

La grazia è un dono? Solo se ci fa dono. Solo se la propria vita non è dovuta ad altri che non siano i soli ai quali ci lega un tempo sacro. Dovuto, perché da loro abbiamo avuto il tempo che compie il nostro sentire. Il sorriso che tu doni è quello che tu devi alla tua bambina, resterà sempre bambina quanti anni potrà mai avere una figlia. Tu mi doni quel sorriso. Tu doni a me il segreto di quel sorriso, doni a me il suo sorriso, quel che ti fa sorridere come solo tu sai e puoi sorridere di quel tempo sacro della relazione del tuo intimo sentire. Non si sanno queste cose, non hanno sapere. La grazia è quando si è senza sapere di essere. Com’è la grazia dell’artigiano che muove le sue mani operando senza che potrà mai spiegare perché e come si fa quel che sta facendo, lo ha incorporato a tal punto che in quel che opera è se stesso che opera, tocca senza toccare, vede senza vedere, vede di là di ciò che gli sta davanti, tocca altro da quel che tocca, perché sente.

La giustizia è la grazia. Dobbiamo cominciare a parlarne. Dobbiamo cominciare a chiedere grazia per giustizia, non come qualcosa di dovuto o per tempo scaduto, ma perché ci si è fatti grazia. E tu sei grazia. Se ti ringrazio è per tale. Lo sei per tanti. Lo sei per la carezza di tua figlia, per le ciliegie che ti porta, per quel che ti porta nelle ciliegie che ti porta. Bisogna sempre vedere i gesti nelle cose, le relazioni nel tempo, e nelle mani cogliere le somiglianze. A essere giusti bisogna dare grazia. Bisogna avere grazie. E’ difficile, scriverlo è difficile quando ci s’indirizza a chi è recluso. Questa grazia però bisogna apprendere, ovunque.

L’altro giorno un uomo, uno dei disoccupati della mia terra che non mi fanno dormire la notte, mi diceva del pudore, del pudore della vita, dell’apprendere il pudore. Mi parlava del pudore in carcere, dell’apprendere il pudore in carcere. Ci è stato per ventuno anni. Persona educata, compita, accurata, nei gesti. Il pudore e la grazie. Dovremmo cominciare a parlarne. Dovremmo vederci su queste cose a Spoleto. Il pudore e la grazia, perché la giustizia è tra il pudore e la grazia, è avere pudore e dare grazia. Ingiusta è la giustizia che lascia al diritto il testo di regole da applicare senza pudore né grazia nel tempo della relazione.

Ti abbraccio

Giuseppe

19 giugno 2010

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Opere dal carcere

by Duncan on apr.14, 2010, under Bellezza, Resistenza umana

A volte la barca si ferma in mezzo al mare nero petrolio e qualcosa si accende sulle barche dei pescatori, come un fuoco che si vede dalla riva..

O come fari che per istanti ti fanno andare oltre il ritmico andare delle maree..

Quando opere come queste vengono alla luce, qualcosa si frantuma nello Specchio opaco che riflette l’assenza, qualcosa di fa Presenza. E questo luogo diventa anche luogo di Spinta e Desiderio, di corsa oltre le sbarre, anche per il solo palpito di un gesto, per il colpo di colore di una mano, per il tronco scheggiato di una quercia.

Queste opere di Salvatore Guzzette, ergastolo detenuto ad Opera (Milano),  sono semplicemente meravigliose…

A cominciare dalla mia preferita, questo meraviglioso nudo di donna che apre la danza. Vedete io pittori ne ho conosciuti tanti e di quadri ne ho visti  a bizzeffe, ma raramente una tale capacità vibrante e vitale, che in colori ardenti e nitidi e in linee carnali, sensuali e avvolgenti oltrepassa il recinto per toccarmi dentro. C’è una sensualità da essere percepibile elettromagneticamente se qualcuno si prendesse la briga di misurarla con qualche strambo apparecchio futuristico..

E poi quei due.. penso padre e figlio.. che suonano il violino.. e mi rammento di Kafka, di Praga.. dei suonatori zingari e dei quartieri ebraici dell’est.. e la musica zigana, l’ironia yddish.. mentre il fiume scorre, tu scorri col fiume

E quella donna con la chitarra, che mi fa chiedere.. ma piantonato nel suo fine pena mai nel carcere di Opera, Salvatore Guzzetta come ha fatto questi viaggi?.. come è giunto in Spagna, dove in una città dell’entroterra selvaggio, può ancora vedere una donna come quella, con quelle braccia grandi e il volto ampio, accogliente e mediterraneo.. e la veste trazionale sulla quale si cinge della frutta.. mele, pomodori, non so dire.. ma che importa che frutta sia?

Sul blog creato con altri amici e dedicato all’ergastolo e agli ergastolani – LE URLA DAL SILENZIO –  potrete trovare anche altre immagini.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/04/10/opere-meravigliose-di-salvatore-guzzetta/

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