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Il J’ACCUSE di Carmelo Musumeci
by Duncan on giu.03, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana

Un uomo si alza e denuncia, quando è difficile farlo, quando ci sono solo grane nel farlo, quando già sei sfiancato e messo ai margini, quando pagherai a caro prezzo ciò che vuoi fare. Ma lo farai lo stesso, perchè sei un Uomo. Per la Giustizia per la Dignità. Perchè almeno qualcuno deve provare talvolta ad alzarsi e a fermare l’onda della Demenza.. anche se fosse del tutto inutile. Il solo tentativo ha un senso. Lascerà tracce di riscatto e di umanità, radici a cui richiamarsi in momenti di liberazione. Qualcuno si ribella e salva una stagione, o anche solo un luogo, o anche solo una storia.. perché restituisce a quella storia un momento nobile, evitando che sia completamente tana e trippa di carnefici e opportunisti, di lupi e di arresi.
J’ACCUSE… (Io accuso.. in francese) è una espressione consegnata alla leggenda per via del famoso J’ACCUSE di Emile Zola. Nel 1894, Alfred Dreyfus, un capitano dell’Esercito di origine ebraica in servizio presso il ministero della guerra francese, fu accusato di aver rivelato informazioni segrete alla Germania, nazione in quel momento fortemente contrapposta alla Francia. Dopo un giudizio sommario, Dreyfus fu accusato e condannato alla deportazione a vita sull’isola di Caienna. Dopo una forte ondata di antisemitismo che attraversò la Francia, Émile Zola si schierò a favore dell’ufficiale tramite un articolo in cui accusava i veri colpevoli di questo avvenimento e di questo processo falso. Un processo farsa dove Dreyfus fu condannato come capro espiatorio per via delle sue origini ebraiche. Zola fu l’unico ad avere il coraggio di denunciare pubblicamente questa vergogna, con una editoriale memorabile uscito sul giornale socialista L’AURORA, e di cui ho riportato l’immagine in questo post. Il suo editoriale ebbe un’eco pazzesca per tutta la Francia. Non gli fu perdonato. Subì processo e condanna. Ma il 12 luglio 1906, quando Émile Zola era già morto da quasi quattro anni, la corte di cassazione revocò la sentenza con cui Dreyfus era stato accusato di tradimento, riconoscendo nei fatti che Zola aveva avuto, contro tutti, ragione.
Ora mi direte.. Alfredo sei totalmente ammattito. Prima parli di una vicenda che ormai è presente in ogni libro di storia, e poi.. come capirete tra poco.. parli di una lettera spedita a un giornale locale da un certo Carmelo Musumeci, quando era detenuto a Nuoro, contro il suo direttore. Un evento che ha avuto una minima risonanza locale, e avrà colpito giusto qualche lettore del nuoarese. E che adesso, c’è proprio da crederlo, è stato praticamente dimenticato da tutti o quasi.
Certo, magari è così. EPPURE NON IMPORTA. NON IMPORTA. C’è la stessa nobiltà, c’è lo stesso spirito, c’è la stessa energia. E forse ce ne anche di più, perché Zola almeno era libero e aveva mezzi. Carmelo ha scritto il suo attacco trovandosi già detenuto, e potenziale oggetto di infinite rappresaglie, punizioni, e atti ostili. E comunque conta l’energia, il messaggio che un evento contiene in sè, il suo fuoco. Il s uccesso o il numero dei seduti in platea non sono la cosa che è più importante. Se persino i poeti muti assassinati, con le loro poesie bruciate nei sotterranei dei gulag, nei giorni tetri dello stalinismo, fanno risuonare le loro poesie che vibrano negli atomi stessi della coscienza del mondo, chi ha parlato a voce alta, a sguardo alto, a mente alta..a schiena dritta.. ha comunque lasciato un segno, anche se nessuno lo ha mai visto. Ha comunque inciso sulla quercia della vita, e reso questo mondo più degno..
Perchè potrai essere il ragazzo cinese che si oppone al carroarmato, o il ragazzo che denuncia le raccomandazioni a un esame universitario, Martin Luter King che cammina davanti ai cani rabbiosi della famigerata polizia di Birminghan, o il timido condomino che per una volta trova la voce e la rabbia, e si scaglia contro gli intrallazzi tra ll’amministratore del condominio e una azienda di riparazione caldaie. Puoi anche essere solo il ragazzino che, unico in tutta la classe, si alza in piedi e difende il compagno umiliato dalla professoressa. Qualunque sia la situazione la pasta resta la stessa. Come la stessa è la pasta di cui sono fatti i sogni. La fame e la rabbia. E anche l’Amore.
Questa lettera è colma di un alto valore civile. Non usa alcun trucco, o furbizia. Combatte col solo diritto che dà la verità e la giustizia. Le parole non sono coperte da sotterfugi e allusioni. Ma sono lanciate a viso duro, senza nascondimenti, tentennmente, precauzioni.
Vi lascio a questo J’ACCUSE del 2005.. sepolto ormai in un giornale dell’entroterra sardo..
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Il “mio” direttore, già una volta, a causa di un calendario satirico su Berlusconi mi aveva ristretto l’orario della sala computer e ritirato la stampante e lo scanner. Poi il “mio” direttore, per fortuna andò via e con il nuovo direttore tutto tornò come prima. Ora il “mio” direttore è ritornato nel luogo del delitto e, alla prima occasione, per avere criticato le strutture penitenirie, per tentare di migliorarne la qualità, mi aveva trattenuto due lettere (il magistrato di sorveglianza ne ha ordinato subito l’inoltro), mi ha di nuovo ridotto l’orario della sala computer/lettra, con il ritiro della stampante e dello scanner. Come se questo non bastasse, mi ha spostato l’orario della sala computer con quello del passeggio, ed in questa maniera sono ricattto fra studiare ed andare all’aria. Ovviamente sto scegliendo di studiare, ed è circa un mese e mezzo che non vado al passeggio. Nonostante che il precedente direttore mi avesse autorizzato, tramite l’art. 51 del regolamento di esecuzione, a poter svolgere con il mio computer attività intellettuali, artigianali ed artistiche, il mio diettore mi sta proibendo di stampare poesie, un bigliettino di auguri per il compleanno di mia figlia, un disegno per San Valentino per la mia compagna, immagini creative, cee Come se non bastasse, mi ha negato persino di stampare una istanza al Magistrato di Sorveglianza, probabilmente per motivi di sicurezza… ma che pericolo c’è in un disegno o in una poesia? Posso solo utilizzare stampante e scanner, su richiest tramite censura preventiva, controllato dall’agente a vista, solo ed esclusivamente per appunti di studio ogni 15 giorni. Quindi, se devo stampare una piccola modifica, anche una semplice virgola, alla tesi che sto elaborndo, devo fare la domanda, aspettare che sia approvat e aspettare ancora che l’agente sia libero, ecc. Infatti, dal 22 gennaio, quindi da circa un mese e mezzo, ho potuto stampare solo tre volte. Ho fatto pr essente al “mio” direttore che negli altri istituti (persino qui nel carcere di Nuoro, con altri direttori) queste restrizioni sulla stampante e sullo scanner non ci sono. Lui mi ha risposto “gli altri direttori sbagliano”. Io ovviamente ho risposto che stava offendendo la maggioranza dei suoi colleghi.
Chi sono?: Sono Carmelo Musumeci, da molti anni in carcere. Per dare un senso alla mia vita e alla mia pena ho iniziato a studiare da autodidatta, e così per me studiare ha rappresentato un soffio di vita e di speranza. L’istruzione serve anche per dare gli strumenti per ragionare, per sapere rispondere a delle domnde, ed anche per imparre a porre domande. Dalla quinta elementare i partenza sono riuscito a diplomarmi, e quest’anno mi laureo in Scienze giuridiche. Partecipo con pssione assiduità a varie attività per curare i miei interessi umani e sociali. Investo il mio tempo, unica cosa che mi è rimasta, ed energie.. per migliorare la qualità della mia esistenza.
La mia esperienza in questo istituto è l’impotenza. Qui nessuno ha voglia di ascoltarti, a parte alcune persone dell’area educativa. La legge, il buon senso, la buona amministrazione è come se fossero aria fritta. Con tutta la buona volontà, anche inventandosi un trattamento personalizzato, non è possibile cogliere le opportunità che il carcere dovrebbe offrire. Spesso il colpevole silenzio e l’ostilità della Direzionea richieste legittime ci mortific e ci umilia. In questo istituto non si sonta la sola privazione della libertà, già di per sè terribilmente brutta, ma si sconta la reclusione in un ambiente difficile e ostile, angusto e malsano, dove le condizioni igieniche sono terribili (se si pensa solo che bisogna andare in bagno davanti ai propri compagni), dove mancano educatori, insegnanti, assistenti sociali in numero sufficiente. Dove le strutture sono fatiscenti, la promiscuità è l regola, i rapporti con l’amministrazione difficoltosi e discrezionali, le opportunità di lavoro scarse, per non dire nulle. Un ambiente dove non esiste alcun presidio di tutela dei diritti. In questi tre anni ll’istituto di Nuoro ho sempre reclamato, lottato, spesso da solo, ma anche in compagnia, senza mai poter superare l’indifferenza e l’illegalità di questo carcere. Ho lottato per avee la possibilità, per me e per i miei compagni, di vivere realmente in modo civile e dignitoso; per consentirci di mantenere la nostra individualità di esseri coscienti e responsabili.
Alle ingiustizie bisogna ribellarsi soprattutto qundo esse vengono inflitte in nome della giustizia, perché ild etenuto che non si ribella è peggio del suo aguzzino. A lungo andare questo comportamento mi ha creato antipatie, ma non importa. Preferisco essere considerato “cattivo” piuttosto che pusillanime, servitore e leccapiedi. Il cittadino prigioniero è impotente di fronte ad un direttore che ha sempre ragione, se non usa la stessa legge per tentare di correggere le ingiustizie di costui. In carcere si possono tollerare tante cose, ma non la cattiveria gratuita, come quella di proibire di stampare un fiore, una poesia alla propria figlia, o alla propria compagna che si ama, con il proprio computer e stampante… E’ umiliante per il “mio” direttore non trovare riscontri positivi a richieste così semplici. Inoltre, signor direttore, le sue nuove restrizioni mi rendono più difficile il mio diritto allo studio. Le sue restrizioni sono cattive, repressive, capziose e, per ultimo, capricciose. Signor direttore, mi permetta, lei sa solo comandare, vietare; ma non sa ubbidire alle leggi, ai regolamenti e soprattutto al buon senso. Proibire di stampare un fiore è vilare le regole della logica, che costituisce un limite giuridico all’esercizio di ogni attività discrezionale.. qualcosa che è priva di ogni carattere di ragionevolezza. La nostra vita è fatta anche di cose “inutili”; senza le quali però la stessa esistenza non avrebbe senso.
Signor direttore spesso coloro che sono in posizione di autorità non si curano affatto del bene o del male; di ciò che è giusto o di ciò che non lo è. La loro unica preoccupazione è di tiranneggiare i sottoposti. Spesso in carcere ci si trova dinanzi a un potere smisurato e cattivo, dove non si può faare nulla per cambiare il corso delle cose, e chi non accetta le regole del potere non può fare altro che soffrire. Ma è pur sempre meglio che non fare nulla… Spesso accade anche che il detenuto ha ragione, ma ha torto in quanto detenuto. Ed il custode ha torto, ma ha ragione in quanto aguzzino. Spesso si vuole che il detenuto, in quanto prigioniero, debba accettare di essere punito ingiustamente. Si vule che il detenuto sia sempre e soltanto ciò che il carcere lo farà essere. Spesso al detenuto convinene non avere mai un pensiero autonomo. Non conviene.. deve essere sempre d’accordo con il suo carnefice. Invece, spesso, il detenuto ha tanto da trasmettere e comunicare. Si può ed è possibile regire all’emarginazione del carcere. In carcere convivono dolore, prostrazione, fede, abbandono, ozio, pentimento, talvolta brutalità.. ma c’è anche un senso infinito di umanità, e là una vita può anche rinascere… In carcere non bisogna adattarsi né rassegnarsi, perché sono convinto che più ti adatti alla realtà della detenzione, alle sue leggi negative, maggiore difficoltà troverai all’esterno.
Lei, Direttore, non capisce, ma, sarebbe meglio dire, fa finta di non capire che protestare pacificamente e lottare per i propri diritti riconosciuti con il metodo della non violenza è profondamente giusto e serve, tra l’altro, a scontare la propria pena migliorando interiormente. Quando si reclama, ciò può sembrare terribilmente inutile, ma è terribilmente importante che uno lo faccia. Infatti, una cosa che distingue i detenuti gli uni dagli altri è la forza di protestare. Il detenuto che non reclama perde la sua libertà proprio nel momento in cui spera di ottenerla non reclamando.
Ricordo al mio diretore che il carcere non dovrebbe essere solo un luogo di punizione , ma dovrebbe anche essere una occasione di recupero. Dovrebbe rieducare e aiutare chi ha sbagliato a reinserirsi nella società. Invece, il carcere è il luogo dove, più di qualsiasi altro posto, non rispettano la legge. Ricordo che quando il detenuto si vede esposto a sofferenze che la legge non ha ordinato e neppure previsto, entra in uno stato di collera abituale; e non crede più di essere stato colpevole, ma accusa la giustizia stessa. Ricordo che rinunciare al diritto e obbligo a reclamare significa rinunciare alla propria qualità di uomo, ai propri doveri. E non c’è nessun compenso possibile per chi rinuncia a questo. Se si protesta ad alta voce, anche in modo pacifico, la spiegazione che si dà solitamente è che il detenuto è un ribelle, quando va bene.. ed irrecuperabile, quando va male. Non si va a cercare la causa del perché uno protesta, m si condanna la sola protesta.
Le ricordo che il rispetto della dignità dei detenuti non è la debolezza, ma la forza di una istituzione e, tra l’altro, un dovere preciso di un direttore. Le ricordo che è terribilmente sbagliato sprecare il carcere solo per espiare la pena. Coniugare controlli, sicurezza, trattamento ed inserimento non è difficile. Invece lei preferisce vigilare, reprimere. Così è molto più facile piuttosto che lavorare per fare crescere una coscienza critica e responsabile nel prigioniero. Signor direttore mi permetta di ricordarle che, spesso, nel negare i diritti ai detenuti si viola sia la logica che il diritto; e viene fatto di pensare che spesso più che di rapporti di giustizia, si tratta di rapporti di forza. E questo assicura il dominio, non la giustizia. Con lei i diritti dei detenuti sono eventuali ed inesigibili, mentre i doveri e le sanzioni sono certi ed inevitabili. Lei mi proibisce di fatto di valorizzare le mie energie, la poca intelligenza che ho, le capacità e la disponibilità.
Le ricordo che la differenza tra noi e “le persone per bene” sta più n ciò che facciamo, che in ciò che siamo. Ma come posso migliorare e fare qualcosa se lei mi tiene chiuso in cella 21 ore senza fare nulla, e 3 ore all’aria che sembra una voliera? Le ricordo che, nella maggiorana dei casi, il detenuto è ciò che apprende dai suoi eventuali educatori. Le ricordo che spesso i detenuti sono migliori (non è il caso mio) di chi li governa. Le ingiustizie consumate all’insaputa di tutti sono più dolorose. Bisogna trasmettere quello che accade in carcere, perché la gente si accorga delle ingiustizie e possa riconoscere i torti, e sviluppare un sentimento di comune offesa alla dignità umana. Chissà per quali insondabili e burocratiche cattiveri lei mi sta facendo questo. Ma tutte le cose insensate in carcere hanno invee una logica perversa e stringente. A volte punitiva, altre volte semplicemente di assurda burocrazia, cioè vessazione,, cattiveria allo stato puro; insomma, sadica burocrazia carceraria. Viviamo in condizioni illegali di sovraffollamento, ozio forzato, mancanza di igiene e cure, spazi disponibili; e lei mi proibisce di stampare una poesia, un cuoricino… Di queste restrizioni non si capisce il senso, visto che non sono motivabili con ragioni di sicurezza, se non spiegabili in una logica punitiva fine a se stessa.
Dottore, lei mi pare più prigioniero di me, perché è prigioniero della sua infelicità, tristezza e cattiveria, e mi fa molta pena. Per educazione la saluto e non scrivo il suo nome per non rischiare di essere denunciato.