Born Again

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Contingenza annunciata.. di Giovanni Arcuri (carcere di Rebibbia)

by Duncan on gen.16, 2012, under Resistenza umana, Simbolo

Giovanni Arcuri è detenuto a Rebibbia da dieci anni.  Ha 54 anni,  è prossimo alla laurea, e ha scritto tre libri, di cui due pubblicati.

Contingenza Annunciata è un testo bellissimo, che ripercorre il suo percorso, dalla gioventù incontenibile e ribelle, che lo porteranno ad un eccesso che pagherà a caro prezzo in dolorosi anni di carcere, dove anche scoprirà la passione per la scrittura.

Non è una biografia, non racconta passaggi dettagliati, ma esprime il senso di una insofferenza diventata brama, desiderio di oltrepassamnto, e poi vertigine, e poi cadute, e poi risalita, e volontà di riscatto. In poche pagine si imprimono pennellate essenziali. Giovanni fin da piccolo sentiva il cappio di una vita “da buon borghese” programmata in ogni dettaglio. Volle ribellarsi a quel destino, lasciandosi trasportare dalla brama di vita, viaggi, ed esperienze. Volere andare oltre un binario già tracciato è nobile, ma Giovanni incespicò nel commercio di droga, e in una vita “di successo”, ma che lo sradicava da sè. Una vita anche avventurosa, ma troppo compromessa con mondi tossici. Cadendo conobbe dure sofferenze, ma esse non sono nulla rispetto al dolore che più lo ha tormentato e lo tormenta. Quello di avere fatto soffrire le persone care.. genitori, compagna, figlia.

La botta del carcere lo porterà a scavarsi dentro, a lavorare drasticamente su di sé, a studiare e scrivere per sopravvivere.. in un cammino arduo ma liberatorio di dignità e ricostruzione, sulla corda tesa di una rinnovata tensione morale.

Questo testo  è anche un canto della scrittura, un omaggio allo scrivere, non parole retoriche, ma incarnato delle stesse spinte che animano chi scrive, Giovanni appunto. Il carcere è diventato il luogo della sua scrittura. Due libri pubblicati.. un terzo che aspetta di esserlo. La notte, quando il sipario si apre, ed entra una gloriosa, tormentata, dolce, straziata e appassionante magia. Che può conoscere solo chi, almeno una volta nella vita si è cimentato nel foglio bianco, mentre muri, freddo e rabbia lo cingevano d’assedio. E in quel foglio cercava di fare vivere la speranza e la memoria, mentre tutto intorno i passi sembrano celebrare la disperazione.

Ed alcuni momenti vengono scolpiti.. violenti come il miglior cinema. Quando l’araldo, ad esempio -colui che apre la busta della lettera davanti ai detenuti- si trasforma in un demone. E sente il godimento sadico di assaporare tutto il caleidoscopio vorticoso di emozioni che percuotono Giovanni, mentre la mente si accalca coi pensieri intorno a quel pezzo di carta. Chi è che lo invia? Cosa c’è scritto? Forse potrebbe esssere..ecc… E l’araldo gode, dinanzi al volto posseduto dell’emozione del detenuto, di un briciolo di potere sull’anima, prima di riprendere il suo cammino.

Realtà, sogni, incubi e speranze si michiano – con un andamento soffuso e tagliente insieme- in questo grandioso pezzo, degno della migliore letteratura.

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CONTINGENZA ANNUNCIATA

Rumore di chiavi, un tintinnio incessante che è la caratteristica  principale del lavoro svolto dagli agenti di custodia.

Il cancello che sbatte, passi che danno il segnale inconfondibile dell’arrivo dell’assistente, anticamente chiamato secondino.

Rumori che rimbombano nella mia cella satura di pensieri.

Tra pochi giorni si compiranno dieci anni di permanenza in questo luogo. L’11 settembre furono abbattute le torri gemelle dalla furia omicida fondamentalista e dopo nove giorni i miei sbagli risalenti ai primi anni ’90, fecero sì che la mia vita, e di conseguenza quella dei miei cari, piombasse nel baratro. Purtroppo si arriva a metabolizzare gli errori solamente dopo averci sbattuto la testa, dopo che l’inevitabile è ormai accaduto. Ho lasciato senza la mia presenza una figlia di soli sette anni e una compagna fedele e di sani principi. Senza contare il dolore dei miei anziani genitori e dei miei due fratelli completamente estranei a questo tipo di cose.

Condannato per traffico di stupefacenti, nel caso di specie cocaina, alla pena di anni venti, meno tre da scontare per l’indulto, per un totale da espiare di anni diciassette. Così enunciava la sentenza della Corte di Appello di Roma che la Cassazione confermò. Per mio padre, avvocato in pensione, e mia madre medico legale, il colpo fu durissimo. Avevano sperato una vita diversa per il loro primogenito.

Fin da giovanissimo ero molto attratto dai viaggi e dal conoscere altre culture e modi di vita. Ricordo che fin da piccolo quando c’erano dei documentari riguardo paesi lontani  li preferivo ai cartoni animati. Volevo sapere cosa succedeva altrove, vedevo la televisione e guardavo le riviste di viaggi in paesi lontani ed esotici.

Questo interesse cominciò a modellare la mia personalità fin da giovanissimo.

Sentivo dentro di me che il bisogno di conoscere altre situazione ed altri paesi stava maturando sempre di più. Il mio non era un atteggiamento derivante dalla voglia di dimostrare a tutti i costi d’essere diverso dagli altri o di rigetto verso una vita normale; era la ricerca di qualcosa che non esisteva nel mondo che mi circondava.

Le situazioni che interessavano i ragazzi della mia età non lo erano per me nella stessa misura. La cosiddetta pappa pronta che molti invidiavano, era per me sinonimo di costrizione, d’universo chiuso. Lo studio avviato da mio padre che mi aspettava dopo la laurea, le amicizie del jet set con le loro manie e le loro ipocrisie e tutto quello che faceva da contorno non facevano per me. Forse proprio da lì è cominciato il tutto, la voglia di costruire qualcosa solo ed esclusivamente per conto mio e conoscere il mondo e la vita lontano da tutto.

Compresi poco a poco che avevo bisogno di altri spazi e altri modi per realizzare il mio io affamato di vita. Viaggiai molto e mi trasferii a soli ventidue anni negli Stati Uniti dove vissi per alcuni anni lavorando nel campo dei preziosi. Alla fine degli anni ottanta accolsi la proposta di un mio cliente venezuelano che mi propose di entrare in società di un casinò nell’isola di Maragarita. Mi trasferii quindi nei Caraibi, dove rimasi fino a  pochi mesi prima del mio arresto.

Purtroppo quando si è in giro per il mondo ci sono situazione che si prestano a farci conoscere molte persone, più  o meno oneste.

Capita ad un certo punto che si ha necessità di sopravvivere non volendo chiedere aiuto ai propri famigliari che si è lasciati sbattendo la porta. Un po’ per orgoglio, un po’ per dimostrare di essere in condizione di sopravvivere senza aiuti, alla fine si fanno delle scelte sbagliate, si utilizzano determinate relazioni per trarne profitti.

Questo atteggiamento “indisciplinato” -dico così perché solo ora mi rendo conto quanto i miei comportamenti fossero sciagurati- mi ha portato a commettere reati senza che mi rendessi conto inizialmente della loro esatta gravità. Vivevo in un mondo dove non esistevano valori veri ma solo il denaro e il successo. Era una vita sulla cresta dell’onda ed il mondo sottostante dei comuni mortali lo vedevano lontano anni luce dalla nostra dimensione.

Il dolore che provo oggi non è assolutamente di circostanza, ma è il derivato di un profondo esame di coscienza. Iniziai quasi per gioco, ma ora sto pagando a caro prezzo queste scelte sconsiderate.

Il danno causato alla società per avere favorito la vendita dello stupefacente denominato cocaina è oggi per me ragione di profonda amarezza. I giovani d’oggi purtroppo non si rendono conto del male che fanno assumendo questo tipo di sostanza che distrugge i neuroni e crea drammi inimmaginabili. Quando mi dedicavo a fare da intermediario per questo genere di transazioni non me ne rendevo conto e me ne rammarico, ma orma è inutile piangere sul latte versato.

Se la felicità esiste è forse nel raggiungimento di un equilibrio.

Una volta compresi e metabolizzati gli errori commessi bisognerebbe fare tesoro di questa consapevolezza e trovare piacere dalle cose della vita, avere coraggio, anche nei momenti difficili, sapendosi adattare alle circostanze. Ricostruire la propria vita su questi presupposti.

Questo è l’atteggiamento da tenere. Per questo oggi devo andare avanti per la mia strada facendo tesoro delle esperienze vissute, essendo sempre aperto a migliorarmi, con umiltà. Ogni sera bisognerebbe fare un esame di coscienza. Potere capire se si è fatto bene o si è fatto male. In fondo siamo i migliori giudici di noi stessi.

E’ questo quello che conta veramente, non il denaro che si ha o non si ha in banca.

Oggi tutto questo mi è chiaro, ma il prezzo da pagare è stato altissimo.

Il tempo è un lusso, come l’amore. E’ difficile comprenderlo. Si ha sempre così meno tempo per stare con le persone che c’interessano, con le persone che amiamo. Sono dovuto scendere nell’abisso carcerario per comprendere tutto questo. Chi l’avrebbe detto? Coltivare amicizie, dedicarsi a ciò che ci piace, sentire una buona musica, un viaggio… Questi dovrebbero essere i parametri del buon vivere. Come moltissimi miei simili ero preso invece da questo stressante e snervante sistema consumistico che tende ad allontanarci gli uni dagli altri, a farci indossare maschere che non ci appartengono, polverizzando i rapporti veri nella corsa al benessere a tutti i costi. Ho incontrato persone d’ambienti tra i più disparati: tra i miliardari e gli abitanti di rancho o favelas, tra il brillante ma effimero mondo del jet set internazionale e  quello dei contrabbandieri che atterravano di nascosto nella giungla su piste occasionali. Ho camminato fianco a fianco con individui degni dei migliori romanzi di Ken Follet o di Ludlum, sopportando le loro menzogne e i loro giochi di potere.

Ho letto negli occhi di molti bambini latino-americani e mediorientali, l’impossibilità di avere un’esistenza normale come tanti loro coetanei in altre parti del mondo.

Senza futuro, fra tragedie, ignoranza, guerre e morte…

Sono stato coinvolto, non lo nego, da ambizioni di denaro e di potere, quando ero così giovane da non comprendere cosa realmente era giusto o cosa non lo era, abbagliato dalle luci del successo. Ho conosciuto la virtù e la depravazione, ho camminato con santi e dannati, ma o potuto analizzare l’essere umano in tutte le sue forme e nelle situazioni più incredibili. Nel cammino della ricerca ho fatto delle scelte. Un essere umano nella vita dovrebbe fare quello che più corrisponde ai suoi bisogni, al suo stare bene con se stesso; parlo di ambiente di lavoro, luogo o paese di dimora, rapporti umani, ecc. Io ho scelto un cammino sbagliato.

Per non accettare a capo chino situazioni di vita piatta, da giovanissimo intrapresi una strada fatta di avventura, di rischio che purtroppo ha portato, dopo molti anni, delle conseguenze gravissime. C’è il dolore causato alle persone care per questa detenzione in cui indirettamente sono state risucchiate da un meccanismo a loro estraneo e lontano anni luce dal loro modo di vivere. Le mie scelte non dovevano coinvolgere indirettamente nessun altro. Provo un dolore immenso per tutto ciò che il mio arresto ha comportato. Non se lo meritavano, e non avevano nulla a che vedere con tutto ciò. Parlo dei miei genitori, di mia figlia, della mia compagna. Provo dolore anche per le persone a cui ho fatto del male indirettamente con le mie azioni scellerate.

Alla fine del 2001, venendo in Italia, venni arrestato per più ordinanze di custodia cautelare, per violazione della legge sugli stupefacenti. Tutti i fatti risalivano ai primi anni ’90.

Entrai così in un mondo parallelo che solo chi lo ha vissuto può comprendere appieno. Sono passato violentemente da una dimensione di grandi spazi, di quello che è stato il mio mondo per un quarto di secolo, a quelli ridotti alla minima potenza della cella di un penitenziario.

Pubblico oggi la seconda parte (per la prima vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/01/04/8364/) di questo testo assolutamente straordinario.. Contingenza annunciata.. scritto dall’ultimo, in ordine temporale, degli amici venuto ad aggiungersi alla squadra del Blog.. Giovanni Arcuri detenuto a Rebibbia.

Giovanni ha 54 anni, è detenuto da 10 anni, è prossimo alla laurea, e ha scritto tre libri, di cui due pubblicati.  La sua vita è stata turbolenta, appassionata, spinta all’eccesso e alla caduta da un’insopprimibile esigenza interiore che lo faceva ribollire dentro, fin da giovanissimo. Il carcere poi piombò nella sua esistenza, come dimensione di sofferenza estrema, ma anche di risveglio e di ripensamento.

Il testo di cui oggi pubblico la seconda parte, è particolarme emblematico riguardo a tutto ciò. Ancora più della prima parte, che già era intensa e splendida. Schizza, con impressioni rapide unite a riflessioni intimissime, il succedersi di spazi di anima e di viscere, che ti entrano dentro e risuonano di tutti i sogni, i pianti, i dolori, le visioni che un uomo vive dietro le sbarre.

Ed è anche un canto della scrittura, un omaggio allo scrivere, non parole retoriche, ma incaranto delle stesse spinte che animano chi scrive, Giovanni appunto. Il carcere è diventato il luogo della sua scrittura. Due libri pubblicati.. un terzo che aspetta di esserlo. La notte, quando il sipario si apre, ed entra una gloriosa, tormentata, dolce, straziata e appassionante magia. Che può conoscere solo chi, almeno una volta nella vita si è cimentato nel foglio bianco, mentre muri, freddo e rabbia lo cingevano d’assedio. E in quel foglio cercava di fare vivere la speranza e la memoria, mentre tutto intorno i passi sembrano celebrare la disperazione.

Ed alcuni momenti vengono scolpiti.. violenti come il miglior cinema. Quando l’araldo, ad esempio -colui che apre la busta della lettera davanti ai detenuti- si trasforma in un demone. E sente il godimento sadico di assaporare tutto il caleidoscopio vorticoso di emozioni che percuotono Giovanni, mentre la mente si accalca coi pensieri intorno a quel pezzo di carta. Chi è che lo invia? Cosa c’è scritto? Forse potrebbe esssere..ecc… E l’araldo gode, dinanzi al volto posseduto dell’emozione del detenuto, di un briciolo di potere sull’anima, prima di riprendere il suo cammino.

Realtà, sogni, incubi e speranze si michiano – con un andamento soffuso e tagliente insieme- in questo grandioso pezzo, degno della migliore letteratura.

Vi lascio a Contingenza annunciata.. seconda parte.. Giovanni Arcuri.. Rebibbia.

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L’esperienza della detenzione è distruttiva, a qualunque ceto sociale si appartenga. Si abbatte come un ciclone su chi vi finisce dentro e su tutti quelli che sono a lui legati affettivamente.

Colpevole o innocente non ha importanza, si è tutti sottoposti agli stessi meccanismi ed alle stesse pressioni. Lo sono anche i nostri familiari, e quindi gli affetti in generale che pagano un prezzo molto alto.

A volte, se la pena da scontare è lunga, si riesce a salvare ben poco.

Il rapporto che il carcere impone con i familiari, e più in generale con i propri affetti, è difficile da descrivere. Nel senso che ci si espone emotivamente su argomenti che provocano sofferenze ed eccessivi coinvolgimenti personali.

L’affettività, quel bisogno irrinunciabile dell’uomo in tutte le sue espressioni, viene soppressa dal carcere con risvolti a volte drammatici.

Si incrinano convincente di anni, proprio perché la totale mancanza di manifestazione affettiva scava nel profondo, pone interrogativi esistenziali, e fa emergere con violenza quel diritto di vivere e quei bisogni che il carcere inesorabilmente impedisce.

La mia vita all’interno del carcere di Rebibbia, dove sono detenuto, è passata per numerose fasi. Dopo lo shock iniziale, ho cominciato a capire che, dovendo trascorrere molti anni in queste condizioni, dovevo trovare degli interessi per non morire interiormente, e mantenere un equilibrio mentale.

Mi sono dedicato alla scrittura fin dagli inizi della mia detenzione e sono riuscito a pubblicare due libri. L’ultimo, Libero dentro, è uscito pochi mesi fa. Per la mia autobiografia ho impiegato quasi tre anni ed ora è finalmente terminata. Ho deciso però di pubblicarla solamente quando  sarò un uomo libero. Scrivere è un lavoro solitario, un lavoro che richiede disciplina, immobilità (fino a provarne il dolore nei muscoli e sul collo…) e concentrazione. Tuttavia il lavoro dello scrittore comporta nello stesso tempo una maledizione e una benedizione. La prima è rappresentata dalla pagina bianca, la seconda dal fatto  che quel biancore accecante può essere riempito in qualsiasi parte del mondo. Basta un tavolo, una sedia, una presa di corrente e una connessione a internet e molta fantasia. Solo chi si trova ad affrontare la pagina bianca può capire quanto grande o quanto piccola possa essere, a seconda dei casi. Quanto pesi o quanto possa essere leggera. E c’è un momento, quando infine le parole sono fissate sulla carta, quando il foglio ha tutte le sue formichine sopra, che sollevo gli occhi e vorrei poter guardare il mare per cercare il suo riflesso.  Nell’attesa  di vederlo, mi limito a guardare fuori dalla finestra della mia cella e spesso immagino quel mare che vorrei avere come scenario del posto dove mi piacerebbe lavorare. Per uno scrittore o un musicista, sviluppare un lavoro di qualità non è sufficiente. L’importante è che la sua opera non finisca ad ammuffirsi in qualche scatolone o cassetto di qualche casa editrice. E in quel caso conta molto anche la fortuna.

Paradossalmente ho iniziato l’avventura di scrittore tra queste quattro mura. Non sapevo all’inizio quanto tempo mi avrebbe preso farlo, anche perché tempo a disposizione  ne avevo molto.

E’ quasi sempre nella notte che comincio a scrivere, poco a poco i rumori vanno scemando, il gracchio dei televisori svanisce quando si passa la mezzanotte e un’atmosfera quasi magica pervade le mura della mia cella. Metto su l macchinetta del caffè e comincio a scrivere. Tutto questo riesce a darmi una sensazione inimmaginabile di libertà. E’ nella notte che si entra nella dimensione interiore dell’ispirazione, della riflessione e purtroppo anche dei rimpianti e della sofferenza. Quando scrivo però non sono più qui, vivo con i miei personaggi, le loro storie e le loro emozioni e sofferenze. Spesso i luoghi sono paesi dove sono stato e conosco quindi nei dettagli gli usi, i costumi, e l’ambiente in cui la vicenda si svolge. Probabilmente in stato di libertà, preso da così tante cose non sarei mai riuscito a scrivere due libri e un’autobiografia. Da questo punto di vista il carcere è stato per me un luogo dove riuscire a mettermi in discussione ed ottenere delle soddisfazioni personali che all’inizio del mio percorso non avrei mai immaginato.

Come dicevo, di solito scrivo nella notte ma oggi ho fatto un’eccezione e sto elaborando il pezzo per il Premio Goliarda Sapienza in orario pomeridiano, un orario dove comunque di solito ci si riposta.  In questo momento sono solo le quattro del pomeriggio, la conta è passata alle 15:30, e non ho sentito nessuno chiamare, ma il rumore dei passi udito precedentemente ora è sempre più forte e vicino. Dedico più attenzione a quello scalpiccio invisibile per vedere che cosa succede. Regolo il volume della radio al minimo per percepire meglio il ritmo. Ascolto, cerco di comprendere, di anticipare gli eventuali sviluppi, in modo da non trovarmi impreparato ad affrontare la contingenza annunciata da quei passi.

Spesso, da fuori delle mura del mio carcere si sente il canto degli uccellini che, con le loro melodie, contribuiscono a formare l’insieme invisibile ma palpabile della vita, la vera vita che scorre lontano, ma che purtroppo non mi trascina con sé, che mi dà soltanto la gioia di affacciarmi alla finestra e guardarla scivolare.

Alcune mattine mi sveglio presto al canto di quei volatili, e mi immagino di trovarmi in campagna, nella grande casa dei nonni materni vicino Roma, dove trascorrevo le mie vacanze estive quando avevo otto anni. Passavo tutto il giorno in mezzo agli animali, mi arrampicavo sugli alberi e mangiavo i frutti appena maturi.

A volte rimango fino all’ora della conta in questo stato quasi ipnotico e dimentico di trovarmi dove sono. In carcere basta poco per essere felici, ci si accontenta dei sogni e si viaggia con la mente.

Tra i tanti sogni c’è quello che una mattina l’agente, mentre mi apre la porta alle otto e trenta, mi dica: <<Prepara la roba, sei liberante…>>. Non succede mai, ed io continuo a straziarmi nell’illusione del sogno.

Sono avvolto dallo stesso strazio, adesso che ho abbassato la musica per sentire nel corridoio vuoto i passi interminabili.

I passi non si sono ancora fermati, dove staranno dirigendosi?

Forse continueranno per l’eternità come il tic tac dell’orologio. Non è l’ora della conta, rifletto guardando l’orologio, è quasi l’ora della posta, a volte l’anticipano.

Quei passi potrebbero essere il messaggero che porta notizie, che, belle o brutte che siano, arrivano sempre attraverso lo stesso corridoio che fende silenzioso l’umanità della gente rinchiusa.

L’agente si ferma davanti il mio blindato. C’è posta per me, notizie da fuori, dalla vita vera.

Dovrei essere contento di essere ricordato da vivi, attraverso la lettera che l’impersonale agente si appresta ad aprire.

L’araldo conosce bene il suo mestiere, sa leggere le facce, l’attesa, il dolore.

Strappa al rallentatore l’angolo della busta, mentre io, con la mente cerco di premere il pulsante dell’accelleratore e con gli occhi sbircio il nome del mittente.

Mi vede aggrondare la fronte dall’impazienza perché non sono riuscito ad identificarlo, e così si sente ripagato. Il disturbo della sua camminata cerca la ricompensa nella mia faccia tesa, ed ora l’ha trovata. Guardo la sua faccia e tremo: ha assunto lineamenti spaventosi, ha gli occhi rossi e le orecchie appuntite, o è solo una mia impressione dovuta al gran caldo.

Riconosco la calligrafia ordinata e pulita di mia sorella e leggo velocemente  la solita introduzione che, terminata, lascia spazio al resto della lettera, fatta di parole consolanti, e di suoni terribili. Leggo, ma mi sembra di udire le parole scritte, il suo singhiozzo invade la mia cella.

Il mio migliore amico, leggo, è morto, e lei, che lo ha visto crescere insieme a me, piange. Mi appaiono immagini sbiadite, sequenze disconnesse, tempi e spazi alterni, di anni scivolati  in discordanti silenzi, lui, il mio migliore amico ormai morto, ed io che passo il tempo nell’attesa infinita di riprendere a vivere.

Chiudo gli occhi e rivedo la sua vita in pochi secondi, un’intera storia passata in rassegna con la velocità della luce. Noi alle elementari a scuola insieme, al liceo maturandi. Poi il nulla. Io lasciai l’Italia dopo il primo anno di università e vi tornai dopo molti anni, ma solamente per brevi periodi.

Lo rivedevo ogni qual volta tornavo a Roma e parlavamo sporadicamente per telefono.

Gli mandavo cartoline dai luoghi più sperduti del mondo, di cui mi disse ne aveva fatto addirittura una collezione.

Nonostante lo abbia rivisto in alcune occasioni dopo la nostra separazione avvenuta quando avevamo entrambi poco più di venti anni, ora mi accorgo che l’ultimo ricordo che ho di lui è un viso da ragazzo dove la barba era appena spuntata senza uniformità.

Tanti anni sono passati da allora, siamo abituati a misurare il tempo frazionandolo in anni, mesi, giorni, ma quando si pensa ad un amico, un’amante o un parente, si misura ricordando gli avvenimenti più importanti della sua vita, a quel punto divenuti sbiaditi, oppure i lineamenti del suo viso sempre più stanco.

Penso al tempo che è scivolato furtivamente dalla mia vita, e lo spezzo in due periodi; una prima parte in cui il mio amico mi era vicino, presente e vivo; ed un’altra in cui è lontano ma ugualmente vivo, sempre fermo nei suoi vent’anni, eternamente presenti nella memoria.

Questo secondo periodo si compone di molte altre vicende, che hanno come scena il carcere dove sono. Non so se è stato felice o triste, se era amato, oppure odiato. Non so nemmeno come era il suo volto nel momento del decesso.  Ignoro se era magro o grasso, ricciuto o stempiato, sorridente o triste.

Noi in carcere conserviamo sempre un ricordo immutabile di chi muore o di chi è lontano. Ho trascorso questi anni di detenzione ricordando in modo anacronistico i miei amici, i miei parenti, le mie donne. Ricordandoli nella loro gioventù, ormai conservata soltanto da me, e cambierò le loro immagini nella mia mente, soltanto se un giorno potrò sostituirle con quelle reali, soltanto se potrò rivederli.

Nel caos di occhi sinceri, bocche indulgenti e dolci, distinguo persone appartenenti al passato, che una volta riempivano il quadro della mia esistenza.

Tutto si muove incolore, senza un ordine di spazio o di tempo.

Ne riconosco tanti, ma non tutti. Mi salutano, mi sorridono, mi fissano intensamente come l’ultima volta che li ho visti.

Quelli che non ci sono più, come il mio amico, hanno lo stesso privilegio di essere rimasti nella mia mente più giovani e più belli di quello che erano nel momento della loro morte.

Forse è per questo che ora mi sorridono: in fondo desideriamo sempre che gli altri ci ricordino belli e giovani, dopo la nostra scomparsa.

La contingenza annunciata è avvenuta come anche quella della mia vita verso la quale, a differenza del segnale dell’araldo , non avevo colto gli avvertimenti che forse avrebbero impedito questo stato di cose. In ogni caso ora chiudo la lettera e finisco di scrivere per inviarvi il pezzo.

 Giovanni Arcuri

Roma, dicembre 2011

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La goccia

by Duncan on ago.03, 2011, under Resistenza umana

Pubblico questo pezzo della cara amica Paola..

C’è poco da aggiungere. Il carcere e tutto ciò che gli gira intorno si rivela costantemente essere quell’ “Assassino dei Sogni” di cui parla Carmelo Musumeci.. un territorio dove il sadismo è parte integrante, dove ci si impegna… nel fare di tutto.. per distruggere o rendere tormentosi anche i pochi momenti di condivisione, affetto e intimità che si potrebbero vivere.

Grazie Paola

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Quello che fa impazzire davvero gli esseri umani è la goccia..quella goccia impercettibile, continua, decisa , delicata..e imperterrita…che un poco alla volta  ti trapana il cervello e diventa talmente assordante da tramutarsi in boato

Ti entra dentro in punta di piedi,  in maniera talmente discreta che non la avverti finchè non ti scava dentro come un acido…ti penetra in modo talmente lento da non percepire quasi che quando te ne accorgi c’è già una voragine dentro.

Quando te accorgi ammazzeresti..ma non puoi ..perchè non hanno fatto nulla tranne che infonderti una flebo di cattiveria talmente sottile che avrebbe potuto anche essere assorbita attraverso i pori della tua stanchissima pelle..invisible, un piccolo passo alla volta da non suscitare proteste nè qualsivoglia reazione…che poi le reazioni le puniscono di più.

Lugubre, scaltra, impercettibikle come una rugiada al mattino presto…secca come uno sparo a bruciapelo…geniale da far arrossire una volpe, cattiva da far scappare il demonio..la goccia di veleno lentissima che stilla dai muri dalle regole dalla demenza chissà..forse solamente dall’assenza di una qualunque  percezione di vita che non sia quela universalmente accettata.

….incomprensibile follia ? ..no..solamente uno stato d’animo… Così crudo e lucido da fare spavento a se stesso…perché se vivi una passione sei sempre alla ricerca affannosa di un attimo che ti permetta di viverla..anche e persino in una sala colloqui diroccata ed illegale..una sorta di squallidisimo cantiere devastato con l’obsoleto bancone di marmo abolito da chissà quanto tempo..ma non lo vedi non lo curi non lo badi..ci sono i suoi occhi al di là..la sua pelle..e il resto è un inutile orpello che non spaccherà nessuna emozione…

ci provi lo senti anche vero ti sporgi diventi un acrobata per sussultare un brandello di pelle e alimentare di scarti quegli animali feriti..sublimi qualunque situazione tramuti l’acqua in champagne il cemento in velluto la rabbia in un brivido….sempre.

ora dopo ora e non è mai un’ora è l’infinito è il prossimo palpito da accarezzare…ma poi se ne accorgono..ti scoprono…percepiscono che in qualche strana stravagante maniera stai continuando a vivere..e decidono che non va bene..come ti permetti di vivere …TU???

…e così cambia tutto, un passo alla volta , con l’istrionica perfidia di un demone dalla sublime intelligenza…con la scaltra e perversa lentezza di chi SA come si distrugge un essere umano una cellula alla volta…prima gli orari, controllati alla frazione di secondo…un poco alla volta il telefono…staccando la comunicazione senza una voce che  dica è finito il tempo, stracciandoti una frase a metà…..e con passo  di piume il  posto assegnato al colloquio con la guardia ad un metro  e non puoi sederti altrove nonostante le regole…qualche tiepida e gelida battuta bollente…e il farti ”accomodare” sempre e solo direttamente sotto alla telecamera perché così devi stare a distanza… non dicono nulla..non hanno fatto nulla…è la goccia.

Che ti logora e ti scava e rimani da sola , la tua pelle rimane da sola prosciugata derubata senza nemmeno avvertirlo se non da quel freddo che senti al ritorno e a quella vuota  tristezza di lacrime e non sai perchè..e così puoi avere la sperata tentazione di rivolgerti altrove e lasciarlo da solo a lottare con fantasmi d’acciaio temperato da un’unica maligna intenzione.

Distruggerci

Distruggerti

 

Come ti sei permesso di rimanere un uomo?

 

..almeno i capponi li castrano per mangiarli…a noi ..ci castrano solo per malcelata cattiveria…con una semplice, tenace, velenosa goccia di un veleno sottile…e  letale

 

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I mondi di Barbara (Albert Camus)

by Duncan on mag.24, 2011, under Resistenza umana, Simbolo, politica

Eccoci con la splendida rubrica di Barbara Lazzarini.

Barbara, una donna che incarna la nobiltà, la creativià, e la radicalità del vero Insegnare.

In questo suo pezzo parla di un gigante.. Albert Camus.

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L’UOMO IN RIVOLTA. ANTINOMIE DELLA RIVOLUZIONE

Quando in piena guerra fredda, nel ’51,  scrive “l’uomo in rivolta”,  Camus sancisce una spaccatura con l’establishement culturale francese “engagée”, e lui lo sa, è una crisi netta, irreversibile con l’amico Sartre il cui esistenzialismo politico e fattosi sovietizzante non poteva essere accolto dal nostro uomo in rivolta.

All’uscita questo testo ebbe un grande successo, ma non fu compreso, non si volle comprenderlo in realtà, tutti alla ricerca di risposte ad un certo punto non seppero che farsene di un testo che poneva domande, straordinarie domande. Non c’è un messaggio politico unico da veicolare verso qualche movimento che poi possa strumentalizzarlo, lo stesso Sartre parlò di “provocazione”. Infatti di questo si trattava, provocare l’uomo, provocare nell’uomo una presa di coscienza. Grande l’evoluzione rispetto al “mito di Sisifo”, scritto quando aveva trent’anni, lì il tema dell’assurdo esistenziale era analizzato come condizione individuale e qui invece si amplia, s’allarga, si fa manifesto e assurge a dimensione collettiva, non basta più “immaginare Sisisfo felice”, il primo capitolo del libro si chiude con “Mi rivolto dunque siamo”. Ora si tratta di fare chiarezza, di stabilire quale sia il valore vero della rivolta. Ed ecco la prima delle grandi domande: “Che cos’è un uomo in rivolta?” .

“Un uomo che dice no…ma qual è il contenuto di questo no?”

In Camus la rivolta non coincide con rivoluzione, anzi ne è antitesi. Inficiato d’Umanesimo e di amore per la grecità, l’autore lega alla rivolta i valori per i quali il fine non giustifica i mezzi, il rivoltoso difende l’uomo, la natura umana sopra tutto.

“E apertamente dedicai il cuore alla terra greve e sofferente, e spesso, nella notte sacra, promisi d’amarla fedelmente fino alla morte, senza paura, col suo greve carico di fatalità, e di non spregiare alcuno dei suoi enigmi. Così, m’avvinsi ad essa di un vincolo mortale.”_Friedrich Hölderlin_

Camus apre “l’uomo in rivolta” con queste parole di Holderlin tratte dall’EMPEDOCLE, si noti Empedocle è lo stesso nome della rivista fondata con Char, Holderlin lo scrittore romantico che rievoca la perfezione greca, la sublimazione della bellezza nella natura, Char l’amico e stimatissimo poeta dell’insorgenza, tra i pochi capaci di continuare in rivolta a celebrare quella stessa bellezza, il partigiano della speranza che scrive su foglietti lirici aforismi per dire no alla disumanità della storia e continuare a sentirsi uomo, a essere uomo.

Altro fanno i rivoluzionari che INVECE servono la storia, Camus odia la storia e il suo divenire che fa piazza pulita delle forme, dell’essere, dell’uomo. Ci fa un esempio per farci capire e ricorre alla contrapposizione tra l’odioso storicismo germanico, che si nutre del suo stesso spirito, e la grazia e bellezza mediterranea che è invece connaturata in sè. L’uomo in rivolta frena la storia, la limita e “a questo limite nasce la promessa di un valore” .

La rivolta è ontologica crea l’essere e dunque l’uomo. “Mi rivolto dunque siamo” è ben più del “cogito ergo sum” è oltre l’uno, oltre l’uomo verso l’essere insieme…è certo una provocazione, che hanno poi scopiazzato in tanti nuovi mercificatori capaci solo di essere banalizzatori dell’esistenzialismo vero.

Per Camus si tratta di lottare contro abitudini, consuetudini, di essere antistorici, destrutturanti, mediterranei, morali, non moralisti come spesso finiscono per essere i rivoluzionari. Il pensiero in rivolta è la bellezza dell’ essere che si eleva, s’alza, mantiene il coraggio vigile a guardare l’uomo e non si costruisce corrompendosi in rivoluzione limitante. La rivoluzione frena come processo storico l’innocenza, la giustizia, l’armonia. E’ un saggio per me decisamente affascinante che scava a fondo, cerca e trova le ragioni del dolore e del male, dell’ingiustizia e della violenza, stimola al dubbio su noi stessi, conduce al ragionamento dialettico come pochi altri percorsi filosofici. La filosofia da assaporare non al tramonto come diceva Hegel, bensì la filosofia da vivere all’alba, per creare un uomo nuovo. Chi non si ribella non è vivo, o meglio NON E’, vivere è ribellarsi, ogni nostro respiro perde VALORE senza RIVOLTA. Le élite, se sono tali, a questo ruolo sono chiamate, all’elevazione dell’arte verso la risoluzione dell’assurdo. “Io traggo dall’assurdo tre conseguenze: la mia rivolta, la mia libertà e la mia passione”.

“Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando. Qual è il contenuto di questo “no”?

Significa, per esempio, “le cose hanno durato troppo”, “fin qui sì, al di là no”, “vai troppo in là” e anche “c’è un limite oltre il quale non andrai”. Insomma questo no afferma l’esistenza di una frontiera. Si ritrova la stessa idea del limite nell’impressione dell’uomo in rivolta che l’altro “esageri”, che estenda il suo diritto al di là di un confine oltre io quale un altro diritto gli fa fronte e lo limita. Così, il movimento di rivolta poggia, ad un tempo, sul rifiuto categorico di un’intrusione giudicata intollerabile e sulla certezza confusa di un buon diritto, o più esattamente sull’impressione, nell’insorto, di avere il “diritto di…”. Non esiste rivolta senza la sensazione d’avere in qualche modo, e da qualche parte, ragione. Appunto in questo lo schiavo in rivolta dice ad un tempo di sì e di no. Egli afferma, insieme alla frontiera, tutto ciò che avverte e vuol preservare al di qua della frontiera. Dimostra, con caparbietà, che c’è in lui qualche cosa per cui “vale la pena di…”, qualche cosa che richiede attenzione. In certo modo, oppone all’ordine che l’opprime una specie di diritto a non essere oppresso al di là di quanto egli possa ammettere.

Insieme alla ripulsa rispetto all’intruso, esiste in ogni rivolta un’adesione intera e istantanea dell’uomo a una certa parte di sé. Egli fa dunque implicitamente intervenire un giudizio di valore, e così poco gratuito, che lo mantiene in mezzo ai pericoli. Fino a quel punto taceva almeno, abbandonato a quella disperazione nella quale una condizione, anche ove la si giudichi ingiusta, viene accettata. Tacere è lasciare credere che non si giudichi né desideri niente e, in certi casi, è effettivamente non desiderare niente. La disperazione come l’assurdo, giudica e desidera tutto in generale e nulla in particolare. Ben la traduce il silenzio. Ma dal momento in cui parla, anche dicendo no, desidera e giudica. La rivolta, in senso etimologico, è un voltafaccia. In essa, l’uomo che camminava sotto la sferza del padrone, ora fa fronte. Oppone ciò che è preferibile a ciò che non lo è. Non tutti i valori trascinano con sé la rivolta, ma ogni moto di rivolta fa tacitamente appello a un valore. Si tratta almeno di un valore?

Per quanto confusamente, dal moto di rivolta nasce una presa di coscienza: la percezione, ad un tratto sfolgorante, che c’è nell’uomo qualche cosa con cui l’uomo può identificarsi, sia pure temporaneamente. Questa identificazione fin qui non era realmente sentita. Tutte le concussioni anteriori al moto d’insurrezione, lo schiavo le sopportava. Sovente, anzi, aveva ricevuto senza reagire ordini più rivoltanti di quello che fa prorompere il suo rifiuto. Portava pazienza, respingendoli forse in se stesso, ma poiché taceva, si mostrava più sollecito, per il momento, del proprio interesse immediato che cosciente del proprio diritto. Con la perdita della pazienza, con l’impazienza, con l’impazienza, comincia al contrario un movimento che può estendersi a tutto ciò che veniva precedentemente accettato. Questo slancio è quasi sempre retroattivo. Lo schiavo, nell’attimo in cui respinge l’ordine umiliante del suo superiore, respinge insieme la sua stessa condizione di schiavo. Il moto di rivolta lo porta più in là del semplice rifiuto. Egli oltrepassa anche il limite che fissava al suo avversario, chiedendo ora di essere trattato da pari a pari. Quanto era dapprima resistenza irriducibile dell’uomo, diviene l’uomo intero, che con essa vi si identifica e vi si riassume. Quella parte di sé che voleva far rispettare, la mette allora al di sopra del resto, e la proclama preferibile a tutto, anche alla vita. Essa diviene per lui il sommo bene. Prima adagiato in un compromesso, lo schiavo si getta di colpo (“se è così…”) nel Tutto o Niente. La coscienza viene alla luce con la rivolta”

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OGNI COSA E’ ILLUMINATA

by Duncan on apr.24, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Misticismo, Resistenza umana, Simbolo

Tempo fa lessi questo testo. E fu una voragine di sensazioni. Era qualcosa che andava al di là stesso di quello che era scritto, ma penetrava nell’energia appassionata di chi l’ha scritto. Come un rullo di tamburo penetra la notte noi siamo il battito pulsante dei nostri giorni.
E questo battito pretende passione.
Una spessa coltre di cemento soffoca il nostro respiro fino a impedire di abbracciare il fiume della vita. E poi le parole, le mille definizioni, il gioco degli specchi che riflettono il nulla. Ma anche un deserto ha valore se gli si dà un nome, e anche se senza nome diventa Deserto.
Alcuni si mettono su una torre a sognare un mondo di eletti e a vedere il resto come massa animale da disprezzare. Teorie spirituali-politiche arroganti e volgari. Altri dicono che il Sacro è in ogni cosa, come una corrente serpeggiante. Che c’è una bellezza profonda anche dietro le voragini del dolore. Che la nostra stessa materia è permeata di musica.
Questo testo di Jacopo Fo è semplicemente meraviglioso, ma è per chi cala le saracinesche e prova buttarsi dal monte per vedere se “partono” le ali. Per chi invece cerca solo conferme o nemici può essere un pò indigesto.
Siamo imprigionati in clan orgogliosi e autoreferenziali, in un dibattito statico, stanco e morto. In contrapposizioni cadaveriche, in cartellini da timbrare, ruoli ed etichette. E ognuno sceglie il suo Nemico. Perchè ha bisogno di un parodia per dare senso ai prorpi dogmi. E pensieri clericali, ortodossi, dogmatici.. si contrappongono anime stanche, disilluse, che non credono in niente, e nel non credere ne fanno una bandiera e una difesa. Tra idolatrie chiesastiche e disincantamento del mondo Guelfi e Ghibellini si nutrono a vicenda, complici dello stesso inaridimento esperienziale, della stessa mancanza di Orizzonte che li accumuna. A imposizioni sulla vita si oppongono idolatrie della scienza, a visioni di Dio usate come randello il culto della materi inerte e morta e della vita come caso di atomi.
Contrapposizioni forzate, giochi di sette, parole d’ordine e slogan. C’è chi dice che l’amore non esiste perché vendono l’ipocrisia e la violenza edificate sulla parola amore. Si fa lo stesso con tutto ciò che è ricchezza spirituale e trascendenza. Rigettando dogmi, chiese e aristocrazie religiose non fanno poi il passo ulteriore, e restano avvinghiati alle macerie di un laicismo esasperato, di una vita ridotta alla sola e esclusiva dimensione materiale, alla rinuncia al Senso delle cose.
Mi piace il testo di Jacopo Fo non perché è un testi perfetto; ma perchè è una appassionata chiamata allo Stupore per la Bellezza del Mondo. Perché è la testa che esce del sacco e si riappropria delle parole e dell’Incanto, dell’Oltrepassamento. C’è un Valore più alto nelle cose. C’è se vuoi vederlo. Se scegli di crederci. Se scegli di aprirti ad esso.
E non mi importa se lo chiami Dio o se non lo chiami in nessun modo. E non mi importa da dove vieni, che radici hai, che vestiti porti e che strade prenderai ogni volta che sorge il sole. Non mi importa se non ti capirò mai.
Lo senti quando l’amore ti possiede, o quando sei divorato dal dolore. Piegato in due e buttato nel fango, col sangue che cade dal naso sarai ancora più innamorato che mai. In ogni parabola del vento,
nei segreti abbracci che vendicano la notte, nelle corse senza respiro lo senti. In ogni cancello a tripla chiave, nei sotterrani e nei lager, in ogni atomo del dolore lo senti.
Negli occhi che ti spalancano il cuore lo vedi.
E non c’è nulla che sia veramente indegno o perduto. Nessuna vita che sia da buttare e che non abbia valore. Anche il più piccolo, smarrito, ferito degli esseri umani brilla di infinito splendore.
E’ in tutto ciò che ci fa rialzare e resistere quando tutto sembra perduto.
Volete chiamarlo Dio?
Quali nomi volete usare?
Volete abolire ogni nome?
Lo senti nel tuo corpo nudo nel momento dell’orgasmo?
Sentinella, a che punto è la notte?
Da qualche parte.. qualcuno ha scritto.. OGNI COSA E’ ILLUMINATA.

PS: vi lascio al testo di Jacopo Fo, ma lo premetto con una citazione di una delle parti migliori di esso..

“Friedl Dikers-Brandeis era internata nel campo di
sterminio di Therensiestadt e lì riuscì a convincere
il direttore a lasciarle tenere dei corsi di pittura
per i bambini prigionieri. Lei morì in quel lager. Ma
era riuscita a infondere la passione per l’arte a quei
bambini prima che venissero uccisi. Alcuni suoi
allievi sopravvissero e due bimbe divennero poi grandi
pittrici.
Prima di morire lei scrisse:
“Oggi una sola cosa mi sembra importante: risvegliare
il desiderio verso il lavoro creativo, renderlo
un’abitudine e insegnare a superare le difficoltà, che
sono nulla a paragone di questo obiettivo per il quale
si lotta.”
Io non posso non vedere nell’esperienza di questa
donna l’esistenza di qualche cosa di misterioso e
sublime e tremendamente positivo che permea la realtà
in ogni suo possibile frammento. E dà la forza ai
granelli di sabbia di resistere integri alla crudeltà
del mondo.
Perché se non ci fosse questo Sacro in ogni atomo del
tuo corpo non potresti spingere la tua anima oltre i
limiti del dolore.”

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ti vorrei chiedere di realizzare un piccolo
esperimento. Prova a immaginare che non siano mai
esistiti preti barbosi, chiese, crociate, papi e
inquisizione.
Prova a guardare la questione senza la paranoia delle
Wanna Marchi e dei santoni col Rolex.
Guarda semplicemente la tua vita.
Non ci vedi la magia scorrere a fiumi?
Per magia non intendo superpoteri esp ciupa ciupa
paranormali e iniziazioni tantriche. Intendo solo e
unicamente quel sale della vita, quella magia del
semplice, dell’imprevisto, di un sorriso, di una
coincidenza.
Se tu hai amato non puoi non esserti stupita della
fragranza delle sensazioni d’amore. Della infinita
perfezione della sensazione delle dita che si toccano
seguendo un ritmo che risuona nelle ere.
Se tu ti sei commossa davanti a un’opera d’arte non
puoi non aver percepito che la qualità che pervade
l’emozione artistica ha dentro di sé una misura, un
profumo, che trascende la banalità di un mondo fatto
solo di meccanismi chimici.
E’ Magia.
Magia pura.
Tutto è magia pura. Non esiste nient’altro.
Io NON credo a un Dio incarnato, a una entità pensante
nel senso umano del termine.
Io semplicemente osservo che esiste una qualità negli
eventi e nella materia che è assolutamente divina e
magica.
E’ un discorso che nega in blocco tutte le religioni e
le ritualità.
Io non vedo in questo mondo solo il roteare degli
atomi.
Io vedo in ogni mio giorno di vita che questa
esperienza di essere qui mi apre alla possibilità di
sperimentare meraviglie.
Vedo un mondo governato dalle emozioni e dalla
bellezza. Un mondo che cresce e si diversifica
seguendo incredibili vie e dando forma a creature e
eventi fantastici.

Il mondo è nella merda perché la gente è passiva, non
vive. Se il popolo fosse disposto a emozionarsi,
ragionare, agire, potrebbe cambiare il mondo in una
settimana. La fonte della passività umana è proprio
l’assenza del senso del sacro.
Abbiamo bisogno di affermare un nuovo umanesimo
razionalista che si fondi sullo stupore per la vita
come fondamento di una visione che non può accettare
che 10 milioni di vite ogni anno vengano recise dalla
fame.
Questa società assassina e folle, inquinata e
puzzolente, che mangia cibo spazzatura e scopa poco e
male, questa società volgare, sessuofoba e
pornografica drogata di shopping e di ansiolitici,
alcolizzata e cocainomane non ha rimorsi, non
inorridisce davanti all’enormità dell’orrore perchè è
totalmente sprovvista del senso della sacralità del
mondo.
Non ha rispetto.
Proprio perchè non vede nlla oltre ai corpi e ai
sassi.
Ma non è stata capace di uccidere Dio lo ha solo
trasformato in un regista di reality show.
La vita è ridotta a un cumulo di cause e effetti,
acquisti e drammi senza né capo né coda. Non c’è un
disegno divino, una missione individuale, un dovere
sociale, un’aspirazione superiore. Non c’è niente
altro che denaro e vantaggi spiccioli.
E questo deserto filosofico e emotivo è il blocco che
impedisce agli umani di esaltarsi per il solo fatto di
esistere, emozionarsi per i tramonti, prendere la vita
appieno, farla propria, viverla.
E’ questa mancanza di SENSO DELLA VITA a far sì che la
gente non abbia dignità, non si ribelli, non sia
solidale, innamorata, artistica.
Una razza di suicidati spirituali che non hanno il
coraggio di pensare a quando la loro vita finirà (di
certe cose non si parla mai, è maleducazione come
grattarsi e sbadigliare).
Una società di pazzi che fingono di essere immortali
guardando ogni giorno l’agonia di 100 morti ammazzati
in tv.
Allora io lancio il mio sasso.
Il concetto dell’esistenza di Dio spogliato da
religione, peccato e gerarchia.
E mentre ne parlo mi rendo conto che è vero.
Che per anni mi sono negato la possibilità di usare
certe parole perché erano state rapite e violate dai
preti e dagli inquisitori.
E mi accorgo che per la mia mente QUESTO NUOVO
concetto di Dio è un balsamo perché mi permette di
dare un nome, un posto nel mio vocabolario a quanto le
religioni hanno negato da secoli: l’esistenza di una
qualità libera e gioiosa dentro le cose.
E dico Dio ridendo, perché è assurdo parlare di Dio.
E dico Dio ridendo perché solo nel ridere
incontrollato è possibile entrare in comunicazione con
il vuoto mentale che è Dio dentro di noi (solo la
mente che muore dal ridere comprende la grandezza del
concetto di Dio. Se dici Dio con la faccia seria stai
parlando di un’altra cosa).
Dico Dio Orgasmo, perché oltre che durante la risata
anche durante l’orgasmo (lo dicevano le religioni
matriarcali) entri in comunione con la Dea, quando
perdi il controllo della mente razionale mentre il
piacere, il languore e l’emozione dell’orgasmo ti
travolgono.
Dico Dio Blasfemo, un Dio che si diverte oscenamente
donando apparati sessuali pruriginosi ai censori. Un
Dio che sghignazza guardando le loro anime.
Io affermo che voglio giocare al gioco che si chiama
“Dio esiste e si diverte a mandare in culo i piani dei
malvagi”. E ogni giorno apro i giornali e mi diverto a
cercare di scoprire dove il Grande Frattale Burlone si
è divertito a creare danni primari ai bari di
professione.
Mi piace guardare il mondo e vederci dentro la
bellezza, scolpita in ogni atomo.
Certamente dovrò affrontare prove dure durante la mia
vita. Ma se Dio vorrà potrò continuare a condividere
la bellezza del mondo.
Questo è credere in Dio? Non lo so.
In realtà non mi interessa cosa sia.
E’ qualche cosa che è nella mia mente e che vedo
intorno a me.
E cito quel che ho scritto altrove:
Friedl Dikers-Brandeis era internata nel campo di
sterminio di Therensiestadt e lì riuscì a convincere
il direttore a lasciarle tenere dei corsi di pittura
per i bambini prigionieri. Lei morì in quel lager. Ma
era riuscita a infondere la passione per l’arte a quei
bambini prima che venissero uccisi. Alcuni suoi
allievi sopravvissero e due bimbe divennero poi grandi
pittrici.
Prima di morire lei scrisse:
“Oggi una sola cosa mi sembra importante: risvegliare
il desiderio verso il lavoro creativo, renderlo
un’abitudine e insegnare a superare le difficoltà, che
sono nulla a paragone di questo obiettivo per il quale
si lotta.”

Io non posso non vedere nell’esperienza di questa
donna l’esistenza di qualche cosa di misterioso e
sublime e tremendamente positivo che permea la realtà
in ogni suo possibile frammento. E dà la forza ai
granelli di sabbia di resistere integri alla crudeltà
del mondo.
Perché se non ci fosse questo Sacro in ogni atomo del
tuo corpo non potresti spingere la tua anima oltre i
limiti del dolore.
Io sono contrario al dolore. Lo odio. Il dolore
distrugge. Ma osservo che persino il dolore ha almeno
un aspetto positivo: nulla come la capacità umana di
resistere al dolore e continuare a sperare e lottare
dimostra, in modo egualmente chiaro, l’esistenza
misteriosa di una divinità che permea tutto.
Chi ha sofferto sa che esiste un momento nel quale non
hai più nulla, non sei più nulla. Non esisti più, il
dolore ti ha ridotto a pura materia morta.
Eppure, anche allora, Dio solo sa come, ti trovi
ancora ad avere la forza di essere.
E magari di pensare a qualche cosa di perfetto come il
profumo dei fiori. O un dipinto.
Questo è Dio.
La Dea.
La Forza del mondo.
Non fa miracoli, non manda figli, né profeti, né
Maestri, né Messia.
Non è interessata in nessun modo alle tue preferenze
sessuali, politiche, religiose.
Esiste su un altro piano. E’ il mistero buono del
mondo.

La struttura stessa delle particelle sub atomiche è
basata su un semplice meccanismo che sottintende
un’attrazione verso nuove combinazioni e privilegia i
salti evolutivi.
Si tratta dell’idea antichissima dei saggi Taoisti che
lessero nella realtà l’ordine di un sistema binario e
scoprirono che la struttura stessa di questo sistema
era intimamente buona perché “conteneva” le premesse
di un’evoluzione verso livelli superiori di
complessità.
Dio non è un’entità staccata che crea un universo e lo
governa.
Dio è la legge che presuppone la possibilità
dell’universo di esistere.
Dio è la qualità geometrica nascosta nel frattale che
permette, unendo migliaia di segmenti uguali, di
ottenere un’immagine globale enormemente più complessa
(evoluta) rispetto al frattale (mattone) iniziale.
La differenza tra un frattale e un comune mattone e
che con il mattone puoi costruire un mattone composto
da centinaia di mattoni (un parallelepipedo) oppure le
forme più strane, indifferentemente.
Con un frattale invece, grazie unicamente alla sua
forma particolare, non potrai MAi costruire un
frattale più grande, composto da migliaia di pezzi che
riproducono la forma del frattale originale. Il
frattale combinandosi con altri frattali uguali da
vita soltanto a disegni più complessi.
Il cavolfiore è un esempio di frattale. Ogni
pezzettino è un cavolfiore in miniatura. E l’intero lo
ritrovi in ogni parte.
Ma il cavolfiore nel suo complesso appartiene ad
un’altra classe di complessità e diventa un’unica cosa
con le radici e con i centri unificati di controllo
delle funzioni vitali del vegetale. Il cavolfiore nel
suo complesso è molto di più della somma dei suoi
componenti.
Chi è completamente ateo vive in un mondo dove la
somma dei singoli elementi è uguale alla grandezza dei
numeri sommati.
Io vivo in un mondo dove l’intero è sempre superiore
alla somma degli elementi che lo compongono.
Un mondo che tende a creare sinergie, salti quantici,
evoluzioni, coincidenze, analogie, costanti nei
rapporti di grandezza.
Un mondo fantastico dove è possibile soffrire ma
annoiarsi è un crimine.
JACOPO FO

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Eros e Insegnamento

by Duncan on apr.02, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana

altalena
 
Voglio condividere con voi un passaggio di una lettera di Hillmann,
è molto bella e profonda. Leggetela.
E nel leggerla andate al di là di una idea settoriale e angusta di educazione. Andate anche al di là della stessa cononica visione dell’insegnamento. Per cercare nel Cuore la fiamma che tiene vivi.
In principio è il legame. La corda che connette corpi e anime per un percorso che è un antidodo al tradimento.
Tradimento di speranze, passioni, anche illusioni che è costantemente in opera in una società orfana del pensiero, del pensiero coniugato all’anima, dell’anime che si fa penetrare accogliendo il frutto spermatico dell’eiaculazione, e nel godimento generare. Ogni generazione è un atto di amore.
O meglio.. ogni generazione che merita di restare, oltre le spirali del tempo.
Da me a te, la trasmissione continua. Tradimento è l’arroganza stitica dei taccagni che tengono tutto in saccoccia, per non condividere, e tenendo muiono. Tradimento è non avere fame e non avere sete. E’ farsi trascinare da una corrente limacciosa che ti fa sentire sazio, senza neanche aver sentito i petardi ai testicoli, e le erbe bruciate sul culo. E’ lo stravaccarsi al fato di un quotidiano già scritto, dove al sudore si alterna il sonno e il divano, la noia e il gioco a tressette. Tradimento è non cercare, non appassionarsi. Non alzarsi ogni giorno illuminati dalla Maestà del mondo.
Tradimento è l’abdicazione. TRADIMENTO E’ ABDICAZIONE. E’ la scelta facile che non porta rischi, è il compiacere peloso che non è mai dare, ma scarabocchio della deriva. E’ una mondo orfano di Maestri. Un mondo orfano di persone che hanno il coraggio di accendere la Fiaccola e di guidare. E anche dell’umiltà di farsi accendere.
Nessuna fase lapidaria è mai del tutto realte. Già mentre dico orfano.. so che non è veramente così. Ma so che la forza di una espressione sta nell’urlo e nel fuoco, nell’immagine vividamente dipinta che spinge all’interrogamento, che sprona all’azione. Il breve shock della dissonanza porta a rammentare ciò che si puà essere.
Non sempre è importante dire tutta la verità. Ma sempre è importante resistere al Tradimento.
Di insegnamento parla il testo che leggerete. Ma in una modalità insolita e fuori moda.
Come estrinsecazione dell’Eros. Atto di manifestazione dell’amore, dove due esistenze si imbattono sulla medesima strada. E allora nasce la visione di un sogno comune. Due corpi costruiscono un dipinto. Due anime scelgono di sceglieri. Vedrò nei tuoi occhi quanto di più alto un essere umano può diventare e darò tutto quello che posso dare. O,dall’altro lato, riconoscerò in te colui che come pietra focaia accende il carbone che è già in me.
E tutto l’apparato di norme, regole, programmi, istituzioni, regolamenti ossessivi, eruditi nozionismi, pagelle, professori annoiati, studenti passivi e distratti.. tutto il Circo Barnum dell’educazione somministrata burocraticamente.. per un attimo sarà dimenticato davanti al Nutrimento che da te viene a me, e da me viene a me.. davanti al vino versato e al pane spezzato.
Non siamo abituati a risollevarci dalla mediocrità imperante, da quella suprema forma di sottomissione che è il conformismo. Nei giorni che si avventano uno sull’altro difendiamo fortini ridotti all’essenziale di una sopravvivenza pericolante. Nel lottare siamo tristi, perché non conosciamo il sapore di CREDERE.
Ogni battaglia sembra ridotta al piccolo cabotaggio. Alla divisione di risorse mai sufficienti, sempre più insufficienti.
E quindi non siamo abituati a intendere l’insegnamento come atto d’amore. Non siamo abituati alla follia che libera. Alla luce che acceca. Al Retaggio che di mano in mano continua a scuoterti da ogni rassegnazione. Perché la Musica continua anche nelle epoche più buie.
Banchi devono essere rovesciati e parole d’ordine abolite mentre di nuovo la Passione entra nel sangue, nelle viscere, nelle vene. Poter vedere in te un’opera d’arte e sentirmi chiamato a dare tutto quello che posso dare, per lasciare una traccia di Sogno e Splendore in una vita che è sempre troppo bella per rendere sazi..
segnare il punto oltre gli stitici appelli alla noia..
regalare un Sogno,
donare se stessi,
Eros anche nel muovere le mani mentre ti insegno a far volare un’aquilone,
mentre mi insegni a trovare la candela accesa nell’ombra..
Forse è anche questa l’essenza dell’insegnamento.

Vi lascio al brano…
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DA IL CODICE DELL’ANIMA
di James Hillmann

Possiamo osservare il cuore dell’insegnare in azione in tre esempi tratti dalle biografie di scrittori distinti. James Baldwin il romanziere e saggista americano, ricorda: ” un edificio scolastico… terribile, antico; scuro, cupo e a volte pauroso. In una classe di cinquanta bambini, per lo più neri, un’insegnante Orilla Miller – una giovane insegnante di scuola bianca, una donna bellissima… che amavo… in modo assoluto, dell’amore di un bambino”, riconobbe una qualità in questo bambino nero di dieci anni. “La giovane donna del Midwest era sorpresa dalla vivezza d’ingegno di questo bambino dei bassifondi”. Scoprirono un interesse comune in Dickens; lo leggevano entrambi ed erano ansiosi di scambiare opinioni. Anni più tardi, dopo essere diventato famoso, Baldwin scrisse alla sua vecchia insegnante, chiedendo una fotografia. “Ho tenuto il tuo volto nella mia mente per molti anni”.

Un altro resoconto; questo di Elias Kazan, lo straordinario regista cinematografico: “Quando avevo dodici anni ebbi un colpo di fortuna, l’incontro con la mia insegnante dell’ottavo grado, Miss Shank influenzò il corso della mia vita… Mi prese in simpatia… fu lei a dirmi che avevo dei begli occhi marroni. Venticinque anni più tardi, mi scrisse una lettera. ‘Quando avevi solo dodici anni’ scrisse ‘la luce cadeva dalla finestra attraverso la tua testa e la tua fisionomia e illuminava l’espressione del tuo volto. Pensai alle grandi possibilità che erano nel tuo sviluppo e …’. Miss Shank si avviò sollecitamente a sottrarmi alla tradizione della nostra gente riguardo al figlio maggiore e a indirizzarmi verso… le discipline classiche”.

Un terzo esmpio è quello di Truman Capote, un tipico “bambino difficile”, che faceva tutto quello che poteva per disturbare la classe e provocare i suoi insegnanti. Ma incontrò la simpatia della sua insegnante di scuola media, Miss Wood. Condividevano un interesse per Ibsen. Miss Wood invitò spesso il giovane Capote a cena, lo favoriva in classe e incoraggiava i suoi colleghi a fare altrettanto.

“Mi prese in simpatia” ha detto Kazan; ” Ho tenuto il tuo volto nella mia mente per molti anni”, ha detto Baldwin; Miss Wood invitava Capote a casa per mangiare insieme e gli forniva ciò che desiderava in classe. Miss Shank “mi disse che avevo dei begli occhi marroni”, ha detto Kazan. Queste schizzi ci dicono che c’è un modo di valutare indipendente dagli esami. L’insegnare vede con l’occhio del cuore. Noi non crediamo più in questa specie di visione: “…la luce cadeva dalla finestra attraverso la tua fisionomia e illuminava l’espressione del tuo volto”. Ma al giorno d’oggi, forse specialmente negli Stati Uniti, vediamo solo con l’occhio dei genitali. L’attrazione che ha appassionato questi allievi e questi maestri oggi sarebbe seduzione, manipolazione, persino abuso. Agli insegnanti è consentito di essere chiamati dalla bellezza; l’educazione permette che l’eros si risvegli?

Ma se dovesse risvegliarsi, allora l’eros non corromperebbe l’obiettività e l’eguaglianza?

Può darsi che proprio qui risieda la ragione più profonda dei computers all’interno dell’aula: essi sono completamente imparziali. Non c’è eros nel programma.

Niente eros neppure nell’accademia – una mancanza comune in istituzioni di istruzione superiore. I professori non ascoltano le lezioni degli altri, leggono i saggi degli altri. Borsisti e ricercatori non amano l’amministrazione; gli amministratori non amano i professori. Il personale è “di una classe più bassa”, persino al di sotto degli studenti. Gli studenti mettono in contatto i loro cuori affamati con la loro sete di conoscenza che sarà mandata via dalle vane preoccupazioni della facoltà, loro stesse in cerca di amore. La trappola sessuale diviene l’unico accesso all’eros nell’università.

Gli esempi di Baldwin, Capote e Kazan rivelano qualcosa di particolare riguardo all’eros dell’insegnare. Ciò che fece riunire le coppie, la reciproca attrazione, fu una visione comune. L’amore fiorì perché condividevano una fantasia. Per Baldwin e Miss Miller, Dickens; per Capote e Miss Wood, Ibsen e Undset; per Kazan, la visione di un futuro umanista. Essi percepirono la bellezza l’uno nell’altra e permisero la vicinanza. (Capote veniva a casa per cena; Miss Shank studiava il volto e gli occhi di Kazan; Miss Miller dava a Baldwin il suo tempo privato). Quando l’eros è represso cade in un’intimità clandestina. Pure impariamo attraverso la vicinanza – osservando le mani del maestro al lavoro, ascoltando le inflessioni vocali, contagiati dalla gioia del compito. Uno degli studenti di Socrate dice (Teagete 127 Bff): ” Ho fatto progressi ogni volta che ero insieme a te… e sono progredito più rapidamente e profondamente quando mi sono seduto vicino, accanto a te e ti ho toccato”. Mentre per l’educazione nello stesso passaggio (128B) Socrate dice: ” Non so niente di questo raffinato sapere dei Sofisti; io ho soltanto un piccolo corpo di sapere: la natura dell’amore (tà erotika)”.

E’ importante mantenere distinte nella mente le molte specie di eros. I filosofi della Chiesa potrebbero elencare una quarantina di specie di relazioni amorose, come i soldati in armi, i compagni in un viaggio, le suore in un ordine, il servo e il padrone, fratelli e sorelle, e naturalmente madri e figli, mariti e mogli. Ciò che in particolare il mentore divide con il suo o la sua protetta è un amore nato da una fantasia comune. La loro dedizione non è tanto per ciascuno come amanti quanto – in questi casi di scrittori – per la lingua inglese. I loro demoni sono in armonia, ciascuno aiuta l’altro a soddisfarsi. Insegnare e imparare sono necessari l’uno all’altro e, come Hansel e Gretel si salvano l’uno con l’altro. Così l’insegnante non è un genitore sostitutivo che procura allo studente i soldi per il pranzo e scarpe nuove. Miss Miller e Miss Wood e Miss Shank nutrivano le anime degli studenti e mettevano il fuoco nei loro spiriti.

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CYRANO

by Duncan on mag.19, 2009, under Musica, Poesia, Resistenza umana

Questa canzone è memorabile.
Questa canzone è indimenticabile.
Questa canzone ti entra nell’anima e non ti abbandona più.
Una volta la mandai anche quando inviavo il pacchetto di video.
Ma è talmente bella che merita un trattamento privilegiato.
Cyrano è forse la canzone più amata di Francesco Guccini (anche se non credo la sua più bella, ne ha scritto anche di più belle).
Cyrano è il cuore dolce e integro di Guccini. Solo lui poteva scrivere questa canzone.
Cyrano è la passione.
Cyrano è la follia.
Cyrano è il coraggio.
Cyrano è l’indignazione.
Cyrano è la ribellione.
Cyrano è l’amore, l’amore impossibile, folle, tenero e disperato.
Cyrano è il grande amore.
Cyrano è l’ultimo sognatore in un mondo di maiali.
Cyrano è lo spirito dei cavalieri.
Cyrano è l’eroe che tutti avremmo amato.
Cyrano è l’eroe che tutti portiamo dentro.
Cyrano contro ruffiani, porci e servi.
Cyrano e le sue lettere di amore.
Ecco una pietra miliare della canzone italiana ed europea.


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DEDIZIONE SUPREMA

by Duncan on mar.06, 2009, under Disciplina, Misticismo, Resistenza umana

anelli-vero
Fratelli della notte, sapete ancora quando le mie mani si pigiano su
questa tastiera per scrivervi deliri notturni, castronerie, riflessioni, o rifilervi pietruzze, facce dimenticate, testi scritti da saltimbanchi e saggi.. mi diverto.. mi diverto ancora.. e accadrà sempre..
Qui non si chiude mai Compagneros.. c’è sempre un porticina cui c’è
scritto..
“ti stiamo aspettando”
L’altro giorno stavo leggendo Repubblica. Era un numero insulso, come molti di questi tempi. Essendo andato sul “vasetto” per legittimi
stimoli (ma chi lo stabilische che siano “legittimi”?), avendo sotto mano solo il giornale, ed essendo quella una “posizione” ideale per leggere, un momento davvero “catartico”, e.. avendo già letto quasi tutto prima..mi butto nelle poche pagine rimaste “intonse” (wow.. che parola ragazzi.. intonse.. già questa parola vale il prezzo del biglietto.. ditela ai vostri amici, finalmente vi inviteranno alle feste come fenomeni da baraccone), tipo sport, spettacoli. Finito lo sport, vado a spettacoli e leggo l’intervista ai membri di una giovane Rock band emersa da pochissimo negli USA, KINGS OF LEON…
L’intervista è uguale a milioni di altre… ma ecco.. prima della conclusione, un passaggio, un pezzetto che merita.. Messo là, nel buco delle chiappe del giornale, letto solo perché ero costretto dalla
posizione-zen-evacuante colgo l’unico passaggio di una edizione della
Repubblica che poteva benissimo essere totalmente riciclata come carta pulisciscarpe..
Le pepite le troveremo in mezzo a tanto fango molto spesso, e avranno veste disadorna, e sovente saranno così in incognito, che stenteremo a riconoscerle, e anche adesso molti diranno “tutto qua?.. ci hai rifilato questa frittata mista di neuroni per spiattellarci questa minchiata?”
Intanto vi riporto il passaggio..
Premessa. Questi tipi, i ragazzi componenti della band, non sapevano
suonare..Non erano i classici ragazzi che hanno sempre suonato, fin da piccoli..la maggior parte di loro non sapeva suonare..
In qualche modo, non sono riuscito a capire come, forse con qualche
geniale furbata.. riescono a firmare il primo contratto per il loro primo disco, senza che quasi nessuno di loro sapesse suonare, tranne il cugino di chi racconta la vicenda a quanto pare..
Cosa fanno allora?
Riporto il pezzo:

“Certo i nostri inizi sono stati curiosi. Jared non aveva mai preso
in mano un basso in vita sua, Caleb non aveva mai visto una chitarra e Matt aveva preso si e no due lezioni di musica. Ma pensavamo lo stesso di potercela fare. Quando abbiamo firmato il nostro primo contratto per un disco, per realizzarlo abbiamo fatto così: abbiamo preso nostro cugino, ci siamo chiusi in cantina e non siamo usciti per un mese, nostra madre ci portava da mangiare. Alla fine del mese avevamo le nostre prime canzoni pronte”.

Lo sentite quello che sento io, dannati bucanieri, pendagli da forca,
pirati del Vascello Fantasma?.. Lo sentite?…
Questi hanno imparato a suonare in un mese! Hanno scritto le loro
prime canzoni in un mese!
Impariamo da tutti..che siano ragazzotti americani non cambia la
questione. Tutti ci possono insegnare. Il Maestro non sempre si rivela
come concreto saggio illuminato, ma è negli angoli dei libri, nelle
canzoni stonate, nel programma bolso e ritrito, in quel tipo pazzoide
che ti fa gli stornelli sul tram.. e ti regala, quell’intuizione violenta, quella frase urticante, quella immagine che risveglia il tuo magma.
“Misteriose sono le vie dell’insegnamento.. ” sempre occhi aperti,
orecchie aperte…perché ogni giorno passano “flussi”, piccoli trenini
elettrici, con un vagone letto tutto speciale, e dentro un orologio a
cipolla, di quelli che ti regalava il nonno.. e una idea, o un senso
di fiducia, o solo un giro di boa prende piede.
Ma torniamo dalla nostra band di ragazzotti americani talmenti assurdi
e ingenui che non hanno pensato che ciò che volevano fare era
“impossibile”. O forse non c’era nessuno lì così saggio da dissuadergli e da dirgli, “per il loro bene” s’iintende, “Ragazzi, avete fatto la cazzata.. adesso non dite bestialità, che in un mese non imparate nemmeno a fare le canzonette da fiera, figurarsi incidere un disco, con “vostre” canzoni.. ora andate da quelli della Major e gli dite di scusarvi, che avete esagerato, che siete giovani e un pò irruenti, l’avete sparata grossa, di capirvi.. e se vi va bene magari non mi appioppano neanche la penale..”
Dio ci risparmi questi dispensatori di saggezza..:-) Mi ricordo quel film di Aldo, Giovanni e Giacomo, “Chiedimi se sono felice”, dove quando Giacomo combina un danno enorme a Giovanni, che gli aveva chiesto di stare un pò vicino alla fidanzata in sua assenza, e quella poi (davvero un classico di queste storie) si mette con lui.. il terzo amico, Aldo, lo implora..

“Giacomo, mi raccomando, se ti chiedo di farmi un favore.. NON
FARMELO! NON FARMELO!”..hahahaha..

Questi ragazzaccii marinascuola e con le loro stanze piene di cianfrusagli inutili, “senza l’ombra di un quattrino” (queste mitiche
frasi che i mille topolino letti da bambini ci hanno insegnato..) si sono segregati in una cantina per un mese, FULL IMMERSION TOTALE, a malapena mangiare e dormire (E andare al bagno). Per un mese non hanno visto la luce del sole. E quando sono usciti fuori, avevano nelle mani le loro canzoni..
Fortuna che non c’era nemmeno il filosofo buddista a predicare il non
“estremismo” e la saggia e equilibrata “Via di mezzo”. Buon per loro
che non c’era neanche lo psicologo che ti fa la lezione sui “traumi
derivanti da eccessivo sforzo”, sulla “necessità per i giovani di non
barricarsi fissativamente su qualcosa per evitare complicazioni
sociopsichiche e fenomeni di disagio”, e sulla indispensabilità di “un
sonno adeguato allo sviluppo di un ragazzo”. Mancava anche il prete
vecchio stampo (tipo lefebrviani, ma non solo) che ammoniva ai rischi
che il rinchiudersi per un mese solo tra maschi potesse ingenerare
peccaminose tendenze omosessuali..
Insomma mancava tutto il Circo Barnum e questi si sono barricati come topi di scappamento in questa cantina piena di pericoli nascosti e coccodrilli nani, hanno sbarrato le porte esterne e hanno detto:
“USCIREMO DI QUI SOLO QUANDO AVREMO IMPARATO A SUONARE!”
Suonano le trombe, ma quanti ascoltano…
Quante cose poniamo in empirei territori iperbolici perché ci vediamo
sempre con quello stesso ritmo.. e siamo abituati a misurarci e a
misurare con le “velocità” e le “capacità” che scorgiamo in giro. E il
nostro limite del possibile è talmente ben codificato, in uno spettro
di ampiezza già dato, che noi neanche.. anche solo per gioco..
IMMAGINIAMO…
Ma se ci dessimo dentro, con tutto quello che portiamo con noi,
giocandoci tutta la posta, cosa.. cosa non potremmo fare?
Cose di questo genere già altre volte hanno nutrito la mia anima…
Io ho sempre chiamato questo mondo…LA DEDIZIONE SUPREMA..
Baggio in giovanissima età ebbe un incidente tremendo alle gambe. I
migliori chirurghi del mondo gli dissero “sarai già fortunato se riuscirai ad imparare a camminare decentemente, quanto a giocare, scordatelo, non esiste UNA possibilità, neanche una su un milione..” E
questo glielo dissero TUTTI i chirurghi del mondo. Per tutti Baggio era uno sfortunato ragazzo con un grande futuro davanti, diventato per sempre Chimera. Ma complice il suo carattere testardo fin dalla nascita, un periodo di rivoluzione spirituale e l’incontro con una forma particolare di Buddhismo, LUI CONSACRO’ SE STESSO NELLA
BATTAGLIA SUPREMA..
Quella di cui l’I-KING dice “Solo le anima nobili possono attraversare
la Grande Acqua”.
Coinvolse tutti gli strati e le risorse del suo essere. Poteri fisici e mentali.
Si allenava ogni giorno. Con un’applicazione e una intensità bestiali.
Meditava ogni giorno. Visualizzava la guarigione ogni giorno.
Respirava in un certo modo ogni giorno. Ci furono giorni che arrivò a
meditare per dieci ore di seguito! E si allenò fisicamente andando oltre la soglia del dolore. Passarono mesi e mesi, e poi sappiamo cosa
è stato Roberto Baggio. Probabilmente il più grande calciatore italiano di tutti i tempi.
Lessi una volta la biografia di uno scrittore che riuscì a creare il libro della sua vita, il suo gioiello, pur essendo prima molto “bloccato”, con dieci fantastici mesi di disciplina e passione. In cui scriveva sempre, imparava a memoria brani di libri, riscriveva pezzi famosi a modo suo, si abbeverava delle migliori fonti.
Questa è la DEDIZIONE SUPREMA.
Quanto è forte il potere del tuo Cuore?
Fino a dove riuscirai a spingerti?
Quando dirai basta.. e quanto invece riuscirai a rialazare le tue gambe, mosaico di strazio, e rimetterti a camminare.. e riazarle
ancora, e ancora.. anche se qualcuno ha suonato la campana..?
Da questo nei Tempi Antichi venivano riconosciuti i Guerrieri dello
Spirito.
Il loro Cuore li rendeva più grandi della Vita.
Quanto riesci a dare per quello che ami? Sai amare fino a farti male,
fino a prendere il peso più grande perchè l’altro sia felice, per il semplice fatto che senti amore?
Un antico Maestro un tempo disse:
DONA TUTTO TE STESSO, SOLO COSI’ NON AVRAI MAI RIMPIANTI.
Quando noi ci consacriamo a qualcosa – questo è un punto importante – il nostro impegno non è una mera “sommatoria”. Non si tratta solo di un accrescimento “quantitativo”, ma l’intensità dell’applicarsi e del darsi se portata fino a un certo livello determina un “Salto”, il passaggio ad un altro livello, un mutamento “qualitativo”..
A tal proposito mi torna ora alla mente il grande saggio indiano
Patanjali. Patanjali è un gigante nella storia dello Yoga, che visse
intorno al 400 a.c.. Scrisse un’opera monumentale e capitale, gli Yoga Sutra. E un’opera che molti considerano un tesoro meraviglioso nella storia dello spirito umano.
Ecco, lessi una volta, del tutto casualmente, un brano meraviglioso
della sua opera, che non ho più dimenticato.
Questo brano adesso lo condivido con voi…dopo questo post notturno e delirante dedicato alla DEDIZIONE SUPREMA.
Alla fine, un video, dedicato ai PEACEFUL WARRIORS, ai Guerrieri di Pace come voi.
“Quando sei ispirato da un grande proposito,
da qualche progetto straordinario,
tutti i tuoi pensieri oltrepassano i loro confini.
La tua mente trascende le limitazioni,
la coscienza si espande in ogni direzione
e ti ritrovi in un nuovo, grande
mondo meraviglioso.
Le forze, le facoltà e i talenti addormentati
Si ridestano, ed ecco che diventi
Una persona molto, molto più grande
Di quel che avevi osato sognare.”
PATANJALI (III-I sec. A.C.)

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