Born Again

Tag: Poesia

Di poche parole?… di Ciro Campajola

by Duncan on gen.16, 2012, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana, Simbolo

  Questa non è una poesia.. è un inno… un Manifesto.

Se in tutta la sua vita, Ciro Campajola avesse scritto solo questa “cosa” e non avesse fatto nient’altro.. non dico scrivere.. proprio NIENTE altro… e avesse passato tuti i suoi giorni in una stanza di plastica.. basterebbe questa “cosa”.. per garantirti migliaia di anni nell’Utero della Gloria… semplicemente Grandiosa…

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Non è tanto quando tocca a te

allora

specie se la partita non ti interessa

ti giochi solo la carta necessaria a sfangarla

è quando “sta a te”

è quello il momento in cui ti metti in gioco 

che scopri la tua carta

quella per te vincente

e che lo sia oppure no

non è importante

importa a te

è solo allora che saprai chi sei

quando quella carta segnerà le tue prossime partite

eliminandone qualcuna

aggiungendone qualcun’altra

quando quel che sarà

ti sarà stato dato  

non solo dalle regole di un assurdo gioco

ma

per quel che hai potuto

anche da te stesso

 

Non è senno di poi

non bisogna aspettare per scoprirlo

lo senti da subito

è un istinto naturale come fosse un peccato originario

è qualcosa che hai dentro

è la tua natura a suggerirti le carte di volta in volta

non la tua ragione

è lei che ti porta sin dalla prima partita

a ripetere tante volte la giocata che sai non vincerà

una puntata incoscientemente cosciente di perdere

liberamente perdente

una giocata fatta pur di sedere ad altri tavoli

dove di vincere non te ne frega un cazzo

tavoli dove ti basta starci

esiliato tra gli esiliati da ogni ingranaggio

e con un buon bicchiere tra le mani

ascoltare rapito storie di chi ci sta seduto

facendone sbornia e tesoro insieme

sentirti ricco ed ebbro

e poi andare avanti così tutta la notte

a perdifiato

col cuore in gola

sudando

sentendoti

giocando

magari perfino a carte

ma giocando

non gareggiando

di gareggiare non te ne frega un cazzo

e poi magari accorgerti

che l’ultimo avventore rimasto in sala

è un’avventrice

avvicinarti istintivo al suo tavolo

mentre lo straccio già lucida il pavimento

stanco e frettoloso di riposo

e con calma

sederti e non chiederle niente

in attesa forse di qualcosa

e se qualcosa sarà

non dovrai aspettare molto per saperlo

ve lo ricorderà lo straccio ormai ridotto uno straccio

supplicante di una tregua nella quotidiana fatica del vivere

poi nel momento stesso in cui la notte diventa alba

e la serranda si abbassa sull’attimo precedente

da sapere non ci sarà più niente

è solo il momento successivo di mille momenti prima

e voi non siete lì per caso

non è orario né luogo per incontri casuali

se siete lì

è perché ci siete arrivati con le vostre occasioni

per come le avete guidate

sapete già tutto senza sapere niente

non c’è bisogno di presentazioni

dovete solo scoprire se diventerete voi stessi

un’occasione tra le vostre occasioni

 

Tutto sta

al valore che dai tu a quella carta

e a quanto ne dai alla posta in palio

se ne dai più a quella partita

o alla tua partita

se preferisci alzarti alla pari da quel tavolo

non affannarti troppo

non sudare

rinunciare al piatto che avresti voluto

alla “tua”vittoria

e assicurarti il meglio possibile

e i capelli bianchi

oppure andare avanti

sempre e comunque

e sempre e comunque fino al cuore di ogni cosa

non fare delle mezze misure una tua misura

mai

e fin tanto che sei vivo

di qualsiasi colore avrai i capelli

non lasciarci mai il tuo sangue a quel cazzo di tavolo

giocartelo prima nel caso

e fino all’ultima goccia

perderlo ma non disperderlo

non a quel tavolo

non è il quello tuo tavolo

e quello è tuo il sangue

se vuoi avvelenarlo sai benissimo come fare

basta rivolgerti ad altri giocatori della stessa partita

 

E’ così che ti conosci

non necessariamente conoscendo

la conoscenza è relativa se tu non ci “Credi”

è andando avanti a tentoni e tentativi

assaggiandoti

prendendoti anche a morsi se è necessario

non lasciandoti mai in pace

semmai intralceranno il tuo vivere

non lasciandoti mai in pace

se mai ti lasceranno in pace

è così che ti fai largo in questa vita

“quando sta a te”

facendo di volta in volta

quanto più vuoto è possibile intorno al tuo vivere

eliminando tutto quel casino

che di vuoto ne è già troppo pieno

e serve solo a incasinarti ancora di più

fino a ridurti a un ibrido addomesticato

 

Cazzo quando veniamo al mondo

è la prima cosa che dovrebbero insegnarci

e invece anche questo scoprirai

solo quando starà a te incassarlo

e molto dipenderà dal come saprai incassarlo

ma in seguito

comunque lo avrai fatto

ti tornerà utile

sarà un vantaggio nel setacciarti il vivere

e nel modo di incassare per vivertelo

sarai come un pazzo cercatore d’oro anche in piena merda

in pieno fango

nel pieno di qualunque altra cosa

ma sempre in pieno

non sei da mezze misure

o magari nel pieno di una pozza di sangue avvelenato di tuo

nuotando contro corrente e contro probabilità

e aggiungendo a quella fottuta pozza

anche il sale delle tue lacrime e del tuo sudore

ma senza mai smettere di cercare il tuo oro

senza mai smettere di crederci

sempre più convinto e cosciente del tuo cammino

a dispetto di quel che il tuo cammino può “sembrare”

 

Sembrare e vivere sono due cose diverse

ma sembra che a ricordarlo siano in pochi

e intendo

in pochi tra i pochi

quindi sta a te

consentirti o no

di vivere quel che ti fa sentire vivo

fregandotene se al mondo non piace

perché nel frattempo avrai scoperto

che il mondo

civilmente

se ne frega di quel che ti piace

che il mondo

civilmente

se ne frega del piacere in genere

preferisce ottenere piuttosto che godere

e perché anche tu

in fondo te ne freghi di trovarlo quell’oro

a te basta Crederci

è questa la differenza tra te e quelli civili

tu vuoi solo cercarlo quell’oro

battere i tuoi sentieri

evitando intralci

burocrazie

ipocrisie

posti di blocco

multe da pagare

e altre rotture di cazzo

 

Come vivere tra Sodoma e Gomorra

la repubblica di Salò

e quella schifosamente attuale

ed essere sempre stato multato

perché beccato a scopare dietro un’ aiuola

colpevole di calpestare i giardinetti  e disturbare i vicini

urlando amore a squarciagola

eccola la civiltà:

bandire ogni naturale forma di umanità

in nome di qualunque immoralità

purché serva

ed è questa forse la carta che io

in questa civiltà

mi son sempre giocato

gridare disturbando i vicini

pagare multe pur di urlare i miei orgasmi

il mio amore

puro o profano che sia stato

ed è

convinto più che mai

che l’amore profano

è soltanto un vecchio scherzo da preti

 

Il “quando sta a te”

viene fuori in momenti estremi

dove anche tutto l’oro del mondo

non serve più

perché di più non c’è niente più

ma non è così

lo sembra

lo sembra perché sentiamo troppo

ma ascoltiamo poco

vediamo troppo

ma osserviamo poco

ci piace distrarci

a volte ci conviene

altre siamo incapaci

ma al momento estremo

spesso

ci accompagniamo noi stessi

e questo non ci piace ricordarlo

 

Il quando sta a te

te lo giochi ogni volta che ti schieri

o dalla parte del naturale

della grazia

del semplice

del rispetto a dispetto del sopruso

del sorriso a cospetto del ghigno

dell’umiltà in faccia all’arroganza

del significato sincero del “buongiorno”

del grazie se hai avuto cortesia

e del prego se ne hai data

insomma

del “niente di chissà che”

semplicemente del normale

del notare il bisogno in occhi troppo dignitosi per chiedere

e farne istintivo un tuo dovere ascoltare

nient’altro servirebbe alle civiltà di turno

 

Oppure adeguarti all’inciviltà

solo perché ti dicono che è la “civiltà”

calpestando in nome di questa l’umanità

la dignità invece che i giardinetti

l’andare naturale delle cose

la gentilezza

l’armonia

calpestando il sorriso e il pianto

senza una spalla disponibile

sempre da solo

non un orecchio che ascolti

non senza delegare altre orecchie

che poi a loro volta delegano

e l’amico ti manda da chi di dovere

e chi di dovere ti da l’indirizzo esatto

da chi di dovere andare

e tutti saranno giudici

e se avranno camici bianchi

ti delegheranno in camere con pareti e letti bianchi

e se avranno camici neri

ti delegheranno in camere con sbarre e camicie grigie

e in quelle stanze tu vorresti solo delegarti a Dio

ma non puoi

sei già all’inferno

 

Eccola la civiltà

vietare il sesso sotto le stelle

ma permettere quello malato e nascosto

sporcare l’amore

impedire i giorni a modo tuo

se non entri nei suoi

giorni affidati soltanto alla tua buona stella

e alla tua costanza nel coltivarli ogni mattino

senza bisogno d’altro

senza bisogno della civiltà

quei giorni che alla somma totale

basterebbero a avanzerebbero

per sentirti in pari almeno quella volta

perché è solo quella la volta

che vuoi sentirti in pari

non un minuto prima

un minuto prima vuoi ancora giocare

 

Ma la somma dei tuoi giorni

non dà il giusto peso ai giorni

bara

in questa civiltà di giusto

non c’è rimasto un cazzo di niente

tanto meno il peso

la bilancia è tarata

certi pesi non hanno peso nel vuoto

tutto è a vantaggio dell’inciviltà

neanche i “tecnici” sanno farli questi conti

pare che ciò che sia umanamente possibile fare

sia diventata la cosa più difficile da fare

 

E allora sta ancora a te

o arrivi a morire per vivere

o tanto vale morire

e chiederai con vergogna a Signora Vita

di spalancarti le cosce per far scempio della sua natura

di amarla così

contro natura

non è così che avresti voluto

ma è l’unico modo che hai trovato per entrare in lei

per vivere vivendola

l’unico modo in cui riesci a vivere

orgasmo comunque e vaffanculo

e allora punti il peggio a quel fottuto tavolo

perché se il piatto non offre nulla

tu preferisci il peggio al nulla

non puoi farci un cazzo

è un dato di fatto

nel mio caso un dato di fatto

in uno che si è fatto e ha già dato

 

Come Roberto

anche lui si era fatto e aveva già dato

o almeno così credeva

e noi più di lui

lo incontrai in quelle strade nuove

che ci portarono sulla strada di Kerouac

e di mille altre nuove letture

di musica nuova

di volti nuovi e diversi da tutti gli altri

di voci nuove

discorsi nuovi

lo incontrai quando ancora ci facevamo di tutto

tranne che di droga

a lui piaceva Hemingway

amava la sfida nei suoi versi

e gli piacevano il rock

soprattutto quello duro

e le donne

soprattutto quasi tutte

e poi dopo un po’ gli piacquero anche le droghe

soprattutto l’eroina

ma proprio a lei un giorno disse basta

 

Tra di noi fu il primo a farlo

noi non capimmo

dell’eroina conoscevamo solo il lato migliore

e pensavamo ancora che ne valesse il prezzo

non potevamo immaginare il conto finale

andammo avanti a farci

lui andò per la sua strada

 

Quindici anni dopo quel giorno

lui aveva un lavoro una donna e dei figli

aveva una nuova vita

ma sempre quel dannato pezzo mancante del mosaico

quel vuoto che non a caso cerchi di riempire in tutti i modi

un vuoto pesante come una spada di Damocle

 

Erano passati quindici anni

quindici anni sono un vita in certi casi

non nel suo

quel mattino l’eroina era arrapata

sedurre lui

suo vecchio amante

fu un gioco da ragazzi per lei

vecchia troia

 

Si infilò nelle vesti di un amico vicino di casa

tossico e disperato come lo era stato Roberto

e gli chiese aiuto per bucarsi

non riusciva a trovare una vena

erano quasi tutte bruciate

fu così che lo sedusse

le bastò mostrarsi

farsi annusare

 

Un unico amplesso

come ai vecchi tempi

morì con la siringa ancora nel braccio

nel cesso del suo posto di lavoro

erano passati quindici anni

quindici

stramaledetti anni

 

E allora conoscerai anche il prezzo dell’amore contro natura

e a sostenerti avrai soltanto le tue letture

la tua musica

l’umanità avrà altro da fare

e la civiltà sarà schierata con il prezzo 

così Bukowski ti dirà che i belli non ce la fanno

ma che non invecchieranno mai giocando a dama nel parco

resteranno belli lasciando i brutti alla loro brutta vita

ed Hemingway ti ricorderà

che se hai paura della morte non potrai mai vivere

perché nei momenti di vera passione

la dimentichi la paura

come quando fai l’amore con una vera meraviglia di donna

e non c’è spazio per nient’altro in quel momento

perché l’amore totale crea una tregua con la paura

perché la paura deriva dal non amare

perché è la paura di amare che rende vigliacchi

e un uomo vero e coraggioso

è capace di guardare diritto negli occhi la morte

perché ama con sufficiente passione

da spazzare via anche la paura della morte

che poi ritornerà

e tu dovrai rifare l’amore

e dovrai rifarlo bene

con la stessa passione di sempre

e ti sembrerà assurdo che tra miliardi di persone

le uniche che ti parlano e che ti ascoltano 

sono persone morte da un pezzo

morte di troppa vita

o per troppa vita

disposte a morire in qualunque momento

 

Allora il tuo rock incendiario

comincerà a sfumare in note blu

e il blues diventerà tua musica e vita

tua personale colonna sonora

e a ogni dolore seguirà un risveglio in te

e a ogni risveglio

avrai una cicatrice in più

ma sarai un po’ più vivo

meno accomodante

più combattivo

e continuerai per i tuo sentieri senza battere ciglio

ti fidi sempre più dei Grandi e meno dei civili

ti senti solo tra questi civili

e da solo è difficile trovarti

 

Scoprirai che i Grandi non sempre nascono Grandi

e non sempre arrivano a diventarlo

ma non per questo saranno meno Grandi

e scoprirai che a volte diventarlo

può toglierti la grandezza

scoprirai che non c’è poi molta differenza

tra l’Hemingway che hai letto

e certe persone che hai incontrato

troverai i Grandi nei posti più assurdi

nella puttana che ti raccatta per strada e ti rimbocca le coperte

col suo volto sfacciato e provocante

dove tu vedrai riflesso il volto immacolato di tua madre

o nel barbone nel tuo stesso posto

nella tua stessa notte

mentre tu aspetti infreddolito la tua dose

e lui ti invita a riscaldarti al suo fuoco e al suo vino

senza chiederti niente

e senza dirti niente

e a te sembrerà di ascoltare lo stesso coraggio

muto e forte

che tante volte hai ascoltato nei tuoi vecchi libri

e allora quell’uomo

lo metterai accanto a Hemingway sullo scaffale della tua memoria

e imparerai a vivere due vite in una sola

come un equilibrista su due fili

uno sotto e l’altro sopra di te

quello dove ti tocca vivere

una lama sotto i piedi

che ti permette il passo nel ghiaccio

ma ti squarcia ogni passo

e quello che ti fa vivere

il mondo che popola la tua mente

il tuo pensare

il tuo vivere

la tua pelle dalla quale non puoi fuggire

e così anche tu ti servirai del “sembrare”

ma lo userai per essere

una buona sfangata

imparerai a sembrare di esserci quando non ci sei

e ad esserci quando non sembra

da una parte avrai la civiltà da evadere

e da un’altra il tuo mondo per poterlo fare

 

E dovranno passare ancora miliardi di aghi nella tua carne

e miliardi di prezzi dovranno bruciare

e poi andare in cenere

prima di gettare quella siringa

dovrai arrivare come sempre al cuore

anche della morte

all’ultima goccia di sangue

e starà di nuovo sempre e solo a te

riacciuffare la vita con quell’ultima goccia rimasta

dovrai morire per tornare a vivere

le mezze misure non sono la tua misura

ma se vincerai quella partita

dopo conoscerai una strada in più per cercare il tuo oro

saprai che non è quella percorsa fino ad allora

però anche quella ti servirà nella tua strada

e sarai ancora lì

in piedi

stanco e confuso più che mai

ma ancora in cerca del prossimo rigo

 

E armato d’alcol e sigarette

fronteggerai l’ ennesima notte

con spalle appesantite guardate a vista

da musica stanca di ripetersi per niente

ed è allora che nel tuo blues

entrerà discreta la tromba di Chet Baker

e ti alleggerirà da tanto peso

e nel tuo sangue

arriverà calda la voce di Billie Holiday

e ti scalderà da tanto freddo

ed è proprio quello che ci voleva

e la musica lo sapeva

perché come tutto il resto

anche la musica che scorre nel tuo sangue

l’hai setacciata tu

l’hai coltivata tu

e la musica arriva sempre al momento giusto

nel posto giusto

 

E come un gatto domestico

in cerca di rischi per le tue abitudini

ti sentirai niente

ma non ti sembrerà attorno ci sia di più

un ampio zero con tanti posti a sedere

e con tanti altri già occupati

e cercando il prossimo rigo

abbasserai gli occhi e alzerai il bicchiere

una disperata ricerca di un qualsiasi ancora

e il prossimo rigo è già scritto

ma è il più difficile da scrivere

e tu sei ancora lì

ancora in piedi

e sei quello che sei

e potresti essere il risultato di ieri

se solo

non lo fossi stato già l’altro ieri

se non lo fossi sempre stato

 

Allora cambi arredamento

tieni l’essenziale

riempi il bicchiere

accendi una sigaretta

e chiedi alla musica un ulteriore sforzo

e lei per te lo farà

ti darà altro carburante  

e tu ripartirai

senza nemmeno più sapere se quello che cerchi è oro

ripartirai in cerca di un segreto

e incontrerai altri Grandi

e spierai i loro segreti

e conoscerai un bambino coi capelli bianchi

e tante storie alle spalle

un bambino entrato in carcere con i capelli ancora neri

e tante storie ad aspettarlo

un bambino con tanta fame e nessuna scelta

 

Un bambino diventato uomo in quell’assurdo posto

e sfidando anche l’assurdo

trovando anche una coscienza nell’assurdo

una coscienza che non sapeva di avere

che ha scoperto nelle tue stesse letture

anche lui

come te

si è aggrappato a quei libri per evadere

una coscienza che cambierà la sua vita da detenuto

che non lo farà più sottostare a nessun sopruso

e che per questo

lo porterà dal carcere a un letto di contenzione

ma lo aiuterà a sopportare anche quel letto

quella coscienza

che quando poi tornerà in libertà

lo farà restare bambino

lo renderà un uomo libero

per sempre

 

E tu lo incontrerai in una notte assurda

dentro un bar di un paese assurdo

mentre scrive i suoi pensieri su un foglio di carta

e a te sembreranno immortali

e ancora più vivi

perché impreziositi da decine di errori grammaticali

e allora scoprirai un altro segreto

 

E scoprirai che il segreto dei grandi

è non sapere di esserlo

è fare i conti con le proprie insicurezze

le proprie sconfitte

insoddisfazioni

con un quotidiano da sempre ostile

cercando ancora di capire

 

Il segreto dei grandi è specchiarsi al mattino

e trovarsi un segno in più sul viso

la stanchezza di una ruga

e poterla attribuire alla fierezza dello sguardo

giovane

indomito

proteso oltre le ferite

 

Il segreto dei grandi è nel dare senza accorgersene

è sostituire con una poesia una vecchia bandiera

bisognosi comunque di un’arma

perché quella bandiera non diventi bianca

 

Il segreto dei grandi è nascosto nella semplicità

tenuta in vita da un’innata ingenuità

i grandi non sono mai furbi

e difficilmente vincono 

e di vincere non gliene frega un cazzo

i grandi provano

credono

osano

dal primo all’ultimo giorno

e l’ultimo giorno saranno impegnati 

e il giorno dopo sicuramente ricordati

 

Il segreto dei grandi

è di non conoscere paroloni

quelli rompono solo i coglioni

i grandi siedono al tavolo con te

e magari ascoltano

ancora ascoltano

e dopo a fine serata 

quando ti alzi e paghi le tue birre

ti rendi conto che per quello che hai preso

non hai pagato un cazzo

 

E finalmente capirai

che per quanto a volte il posto più comodo

può sembrarti un cappio da cui penzolare

e il bandolo della matassa è sempre più lontano

tu

se vuoi

puoi ritrovarti sempre

sta a te

 

Ora sai che certe facce

possono ucciderti solo guardandoti in faccia

e che puoi trovarle dietro una scrivania

dietro una famiglia

o magari dietro una pistola

che gli basta un ruolo per sentirsi uomini

ma sai anche che sono maschere

maschere addomesticate da secoli mandati giù a memoria

sai che per quanto possano scopare

mangiare e guardare il mare

saranno sempre frigidi nell’amare

il loro amare è compreso nella parte

 

Sai che è difficile accettarlo

ma sai anche che è proprio allora

quando ti guarderanno troppo da vicino

e ti daranno la nausea

che il tuo desiderio di vita

diventa più forte di tutti loro messi insieme

ed quello è il tuo momento

la tua vita

quella che loro non potranno mai capire

né sapranno mai vivere

la vita che tu non vorresti mai perdere

 

E’ il momento che non potranno mai toglierti

è la tua vittoria

sai che per quanto tutto possa sembrarti senza senso

non rinunceresti mai a passare le mani sul viso di una donna

fosse anche di una sola

anche per una volta sola

a respirarle la pelle

e sentirla scivolare come verità sotto le dita

senza intoppi

e sai che ogni volta che la bacerai quel mondo resterà fuori

 

Sai

anzi hai imparato

che vale sempre la pena aspettare il domani

che qualche momento incontaminato si trova sempre

basta cercarlo

sta sempre e ancora a te

ogni volta

e allora non avrai regalato i tuoi momenti

a maschere che non potranno capire

 

E magari ricorderai di essere sempre passato

per uno di poche parole

e rileggendoti ora forse capirai perché

parli poco

ma scrivi troppo cazzo

no

le mezze misure

decisamente non sono la tua misura.

 

c.campajola

 

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Salutamos Socrates

by Duncan on dic.12, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Poesia

Inserisco oggi un pezzo dedicato a Socrates pubblicato sul sito Come Don Chisciotte (http://www.comedonchisciotte.org/site/index.php).

Non so se Socrates fosse davvero come lo descrive l’autore di questo pezzo, se  anche se non ci fosse mai stata un’età leggendaria del calcio, come è stata descritta in tanta letteratura sudamericana… ormai quel mito è entrato nelle pieghe di quel territorio che dalla fantasia si innerva nella realtà, come certi libri che non esistettero mai, ma ora esistono, perchè la fantasia ha generato un sogno che si è radicato nel passato, come epopea di un reale creduto e visionario.

Socrates.. solo un brasiliano poteva giocare così…

classe ed eleganza.. il lusso di rendere un rozzo banale gioco, da alcuni chiamato calcio… avventura di ragazzi mai cresciuti.. poesia…

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La morte di Socrates, a cui assisto senza sprofondare nella tristezza, simbolizza in qualche modo la morte del calcio. Sembra, anche, un simbolo per ritrarre questa epoca di merda: senza sogni né esagerazioni, senza disubbidienza né disperazione, senza sete di giustizia né di alcool. Questo sozzo mondo borghese ci ha privato di tutto quello che c’è di uono, calcio compreso. È questo un mondo di automi rassegnati, aggrappati alla spazzatura delle proprie auto, ai cellulari, alle fantasie dei giochi a premi. Questa borghesia di merda, mediocre, superba nella propria ignoranza, autistica, incapace di amare e di odiare, di provare rabbia.

Questi umani androidi odierni, dai sentimenti ridotti e meschini, dalle avarizie valutate dalle azioni, portatori di culi e tette posticce, sale da pranzo dai cibi “light”, cultori della salute fisica, piccoli girini che vanno per le strade a senso unico…

Sappiano, i rozzi, che vedere giocare Socrates era come leggere, ad esempio, Italo Calvino: c’erano nel suo gioco bellezza, tenerezza, intelligenza. Era come vedere un quadro di Renoir, pieno di luce e di colori. Come ascoltare la musica di un valzer.

Non correva, non stringeva i denti, non ci metteva le “palle”: era dalla parte dell’eleganza, della maestosità, i suoi passaggi erano un “tocco” di distinzione. Vederlo giocare riempiva gli occhi, e placava l’anima.

Questo calcio spazzatura di oggi, giocato da pupazzi che sono milionari prima ancora di essere persone, è un insulto per il calcio giocato da Socrates.

Non è solo il calcio ad essere in lutto, ma anche la poesia, la bellezza, la natura stessa.

Andiamo Jobim, Vinicius, Maisa Y Chico, Caetano ed Elis, Joao ed Elsa Soarez, María Betanhia e Milton Nascimento e Ari Fangoso e tutte le ragazze di Ipanema e tutti i fannulloni che suonano la musica che accompagna il corteo: è da poco morto un altro frammento del sogno.

Postilla:
(Frammento di un appunto di Waldemar Iglesias pubblicato sul Clarín di Buenos Aires).

Addio, amato dottore

Socrates fu uno dei grandi centrocampisti degli anni ’80. È stato un grande anche fuori dal campo, che osò lamentarsi contro la dittatura brasiliana nei giorni più difficili. È morto di domenica, vinto da un rivale che lottò per sconfiggerlo senza riuscirci: l’alcool.

Antonio Falcao ci ha offerto l’armonia delle sue parole per raccontarcelo:

“Era l’antitesi del buon atleta: rifiutava gli allenamenti individuali o collettivi, e anche l’astinenza: soprattutto dal sesso, dall’alcool, dal tabacco, dalla vita notturna e dalla chitarra (che suonava). Persino il suo nome rifuggiva le convenzioni: Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Studiava medicina mentre giocava, si addentrò nella politica e analizzò il binomio dirigente-giocatore dall’ottica delle relazioni lavorative.

“Si diede alla cittadinanza con impegno, essendo assolutamente solidale coi compagni di lavoro. Per usare il termine tipico dell’incapace e ignorante dittatura militare brasiliana, Socrates era un sovversivo. Anche se, dal punto di vista strettamente democratico, un sovversivo cordiale e salutare, di grande utilità per l’umanità tutta.”

È stato sempre orgoglioso del suo sguardo sul mondo, dei suoi messaggi, quelli che, quando ancora era nel calcio, osava offrire in disparte, una cosa che poi si è trasformata nel suo marchio di fabbrica. Negli anni ’80, ad esempio, questo ammiratore del Che Guevara fu partecipe e ideologo di un’iniziativa che meravigliò il suo paese e l’ambito sportivo: il Movimento Democratico Corinthians che fece sì che il club paulista si affidasse a elezioni democratiche interne. Un simbolo inequivocabile del rifiuto della dittatura, che cominciava a ritirarsi dopo due decenni di potere.

Si professava di sinistra. E dalla sua ammirazione per Fidel Castro è arrivato il nome per uno dei suoi figli. A riguardo, Socrates raccontò una volta, in un’intervista rilasciata alla BBC, il seguente aneddoto: “Quando diedi il nome di Fidel a uno dei miei figli, mia madre mi disse: ‘È un po’ un nome forte per un bambino.’ Le risposi: ‘Mamma, pensa a cosa hai combinato con me’.

Si racconta che si sarebbe potuto chiamare anche John, da Lennon, un altro dei suoi personaggi più apprezzati.

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La luce più bella.. di Alina Dumitriu

by Duncan on nov.06, 2011, under Poesia

Ecco un’altra poesia della nostra Alina Dumitriu.

Questa poesia, per motivi che ora non dirò, ha un senso enorme per me. Questa poesia è un mondo, una galassia.

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Tu riuscirai  ad arrivare

là dove sognavi da piccolo

continuando a sperare

continuando a tingerti di blu

camminando a passo col pesce

e a braccetto con la tua storia

E finché sarai nel utero della tua creazione

potrai anche rallentare i tuoi affanni

lasciando pulsare il tuo impavido  cuore

finché  diventerai vecchio

in un mondo di vecchi.

Ma tu continua -continua a camminare

mettici l’impronta dei tuoi piedi

in ogni stagione  calda o fredda che sià

I tuoi capelli gli vedrai sbiancare

e il tempo ti sembrerà un mare in tempesta

l’ultima materia grigia

pronta ad inghiottire

quella piccola scia di speranza

Ma non è così .. Non succederà

continuerai i tuoi affanni 

tra i fanghi del tempo 

accompagnato dal ultima fantasma

incuneata nella tua mente

E sentirai  come ti possono portare a gala

le bestie addomesticare ….

ed  esisterai oltre ai tuoi crampi

oltre al ventre

oltre al silenzio sbattuto in faccia dalla vita

Eccoti  una grande vita 

la tua- è una grande vita

che ti fa riconoscere

le radici del divino

mentre ti siedi davanti alla pellicola

ripassandoti  lentamente

le dita tra la nebbia dei capelli

e domandandoti del perché

vecchi come te

arrivati alle porte della cenere

hanno affondato i loro piedi

inzuppandoli nel fango del tempo

macchiando di sangue

impronte di talloni bambini

E  ancora loro ti confermeranno

gli affanni stanchissimi

dei  loro compagni devoti

in nessun filo di intermittenza

che ti porga una Fine

perché  Non esiste una fine

non per te vecchio e bambino

- dipinto di blu

boreale è l’incenso della tua luce

colona sonora della forza

l’arresto  della stirpe dei sogni…

l’essenza di un sorso del cielo a bermuda

lo scettro a splendore di chi ti ha arruolato  

in questo avanzo di vita senza sosta.

Adesso è ora

adesso incoroni la tua gloria

vecchio bambino di un degno impasto

sogno prematuro

lievitato nel utero del mondo

Ecco la spada -afferra l’aggancio

la luce più bella  è tua 

Arcangelo ….

 

A.D

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Parole sfuggite di mano.. di Ciro Campajola

by Duncan on nov.06, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana

Abbiamo già pubblicato altre grandiose poesie di Ciro Campajola, oltre che parlare del suo libro (vai al link.. http://www.bornagain.it/wp/2011/08/03/ciro-campajola-il-libro/). Questa che pubblico oggi è un altro dei suoi vertici. Ne approfitto per informarvi che il 13 novembre Ciro terrà una presentazione del suo libro presso la libreria Ubik di Catanzaro Lido (per ulteriori informazioni vai al link facebook.. http://www.facebook.com/profile.php?id=1459098408&ref=tn_tinyman#!/event.php?eid=253378158048298).

Vi lascio a quest’altra grande creazione di Ciro Campajola.

——————

Stai qui

adesso

sul tuo divano

il tuo disco suona

la tua sigaretta è accesa

un bel po’ di passi sul groppone

ed è proprio questo

l’unico abito che ti calza a pennello

quello che ti sta intorno

quello che vedi

ascolti

fumi

odori

quello di cui sei impregnato

quello che emani

che ti piaccia o no

che piaccia o no

quello che sei riuscito a conservare

è così che va

un bagaglio continuamente disfatto

milioni di indirizzi lontano da come sei nato

ognuno di noi nel momento in corso

con milioni di momenti alle spalle

milioni di bagagli

diversi per ognuno di noi

con spalle diverse per ognuno di noi

diverse le circostanze

i motivi

le strade

gli incontri

le combinazioni

le scommesse

quelle vinte

quelle perse

quelle tentate e poi bestemmiate

quelle non puntate e poi rimpiante

quello

che di volta in volta

ti ha portato al momento in corso

dove a decidere per te

sono i momenti trascorsi

vissuti

decisi dalla tua guida

quello che sei riuscito a conservare

quando non serve più starci a pensare

ormai sei quello che sei

e non puoi farne a meno

il caso non è più solo casuale

ora dipende anche da quello che sei

il momento in cui

qualunque momento diventa il tuo momento

la tua seconda pelle

e tu stesso diventi

nel bene o nel male

quello che sei riuscito a conservare

non tutti raggiungono questo momento

io ho conservato la mia musica

e tutte le volte che ci ho fatto sesso

tutte le alcove

ho conservato le mie letture

le pagine corse a cento all’ora

cercate

divorate

digerite

setacciate come un cercatore d’oro

rimasticate lentamente

assaporate con la pelle

assorbite

e poi custodite nel giro del sangue

per correrle ancora

le parole scritte a modo mio

le tele dipinte di colori miei

è in questi momenti che mi sento a casa

su fogli imbrattati

di sfumature o di parole

ma con la mia grafia

non con la loro pagella

è questo che sono riuscito a conservare

quello che testardamente

furiosamente

ho voluto

e saputo conservare

è qui che con la sigaretta accesa

causa del MIO male

con la MIA musica in sottofondo

che stasera ancora scrivo

con parole sempre più MIE

parole ben mal-educate

addestrate

sdegnate

distaccate

qui

nel mio momento in corso

in mezzo alla “realtà”

alle due realtà

quella che sta oltre la mia finestra

e quella che dovrebbe essere in realtà

quella che pensavi che fosse

un po’ per come te la raccontano

una sorta di realtà “didattica”

non reale

e molto perché

quando vieni al mondo

avverti a pelle come dovrebbe essere

avverti naturale il bisogno di giocare

di ridere

di piangere

gridare

amare

fare sesso

e poi farlo ancora

e poi ancora

ancora

e gioire

sentire piacere

e

sentirti piacere

trovi naturale il bisogno

qualunque bisogno

di ripararti dal caldo come dal freddo

di poter contare su tutti gli altri

non vedi un solo motivo per non farlo

non immagini

che per fare questo

dovrai fare i conti con il reale che la realtà ti offre

sarà il primo paradosso che incontri

ma non potrai riconoscerlo

poi man mano

cambi sempre più indirizzi

fai il primo bagaglio

e nel prossimo

tu ancora non lo sai

qualcosa non c’entrerà

e dovrai scartare

pensare

decidere

e già allora sceglierai

quello che sei riuscito a conservare

per la prima volta vedrai in faccia quel ragazzino

quel negretto africano

quello con il torace divorato dalla fame

la pancia gonfia di solo aria

e ti chiedi perché lui sia così diverso dagli altri bambini

così diverso da te

e non ti spieghi

come cazzo faccia a tenersi quelle mosche in faccia

non ti spieghi la sua passività

e se chiedi in giro ti diranno

che “questa è la realtà”

e tu sei ancora piccolo per capire

anche tu sei un bambino

non vedi una folla che lo aiuti

come in realtà dovrebbe accadere

o credevi dovesse accadere

vedi gente che succhia anche le ossa di quel bambino

nella realtà vedi chiaramente L’IRREALE

per la prima volta vedrai un’altra realtà

per la prima volta diffiderai della realtà

dovrai farlo tante altre volte

se vorrai salvarti il culo

per poi arrivare

forse

al tuo momento

quello che sei riuscito a conservare

poi

a quel bambino

e alla tua vista

si aggiungerà la bimba nuda

terrorizzata

coperta con solo un cappello di paglia

che tiene stretto con la mano

come un disperato scudo

quella bimba vietnamita che corre sotto le bombe

quella bimba

che ancora oggi fugge e piange nella sua foto

esausta

sotto le bombe di altre terre

e dovrà apparirti il pinguino in tv

e pugnalarti lo sguardo

dovrai vederlo sporco

soffocato di petrolio

senza più luce nelle piume

opaco

offeso

indignato

moribondo

mentre un manichino senza espressione

dice qualcosa che nemmeno ascolta

e non potrai cambiare canale

poi una notte incontrerai una ragazza

anche lei nuda

e anche lei

lontana milioni di indirizzi da come è nata

la vedrai gelare al freddo

sotto una luna al neon

in un’indifferenza di ghiaccio

e non vedrai nessuno che la copre

solo vermi che le girano intorno

e una canna di pistola dietro la schiena

e quello che vedi è REALE

ma in realtà dovrebbero aprirsi cento porte

cento coperte dovrebbero avvolgere

accogliere

riscaldare quella ragazza

proteggerla da quella pistola

e non dovrebbero esserci vermi oltre la pistola

in realtà quella ragazza viene stuprata due volte

in una sola volta che si ripete ogni volta

l’ ho incontrata quella ragazza

e ho incontrato le sue sorelle

mi hanno raccolto per strada

e rimesso in piedi

mentre la realtà mi passava addosso indifferente

loro mi hanno accolto nel loro momento

in quel che avevano potuto conservare

erano tutte puttane

e nessuna di loro aveva scelto di esserlo

e nessuna di loro era “facile”

non c’erano donnine allegre tra le puttane

erano semplici donne

ed erano tutte tristi

splendide vergini sacrificali

lacrime silenziose sul volto dell’indecenza

pianto senza peccato

immacolate

e immolate

sul rogo del peccato di qualcun altro

e capisci sempre di più

che la realtà devi costruirtela tu

sceglierti i pezzi buoni

e dovrai farti un culo così per riuscire a farlo

e non è detto che ci riuscirai

dovrai decifrare lo sporco e il pulito

vestirti di entrambi

vivere quello che sembra e quello che è

dovrai avvicinare il tuo naso

rischiare la puzza

sfidare l’infezione

ora sai che non è come te la raccontano

né come la pensavi

non ti fiderai più dell’evidenza del bianco e del nero

dovrai toccarli con mano

dovrai attraversarli

che sia bianco o che sia nero

dovrai arrivare al cuore del colore

vivere del suo battito

assaggiarlo sulla punta della lingua

sporcarti la pelle

e dopo guardarti allo specchio

solo così potrai vedere la verità

la tua verità

riflessa sulla tua pelle

lei non mente

mai

dovrai saper scegliere la dose e il colore

il giusto bianco e quello nero

dovrai saperli miscelare

adeguarli al momento

la gradazione buona oggi

potrebbe non coprire domani

dovrai ribaltare il concetto di coerenza

coniugarlo con l’incoerenza

è lei il cammino

è lei che offre un domani

magari migliore

la coerenza è solo muschio che si forma

un alibi per invecchiare senza rischio di vivere

capirai questo

e in una volta sola

non ascolterai più milioni di persone

né miliardi di parole a memoria

e Il solito “tossico” che dorme drogato e beato

ti sembrerà meno beato e più malato

meno tossico e più ragazzo

sarà molto meno sfacciato ai tuoi occhi

molto più doloroso da vedere

e magari ti verrà di capire

prima non ci avevi mai pensato

avevi già domande e risposte sull’argomento

quelle che ti avevano raccontato

quelle che mai avresti pensato di farti

o potrebbe capitare di avvicinarti troppo

di farti risucchiare dall’infezione

e allora

se avrai i tuoi colori

le tue pagine

quelle corse e quelle scritte

quello che sei riuscito a conservare

avrai più possibilità di venirne fuori

magari più forte

o perlomeno meno debole

rafforzato di fragilità

se di tuo non avrai conservato niente

se dovrai affidarti alla “realtà”

la realtà ti seppellirà

senza il fondo irreale di quella realtà

non avresti mai visto quest’aspetto della realtà

la realtà cannibale

e allora tante cose ti sfuggono di mano

come queste parole adesso

che non accennano a fermarsi

che non riesco a trattenere

come gocce diventate torrente

come un torrente straripato

e tante mani si allontaneranno

senza giudizio non sapranno come tenerti a bada

senza motivo non potranno più etichettarti

catalogarti

ingabbiarti

e tu hai tolto motivo al loro giudizio

e se chiederai una mano

ti daranno leggi

parole

cavilli

giustificazioni

alibi

tutto tranne che una mano

e se il giorno ti impedisce di dormire

ti daranno sonniferi per la notte

per addormentarti di giorno

e se urlerai il giusto

cambieranno la giustizia

e dovrai rimboccarti le maniche

aggrapparti ad altre mani

al palmo nero del mendicante

che ti raccontavano sporco

e ti accorgerai che era solo nero di strada

non era sporco

sporche sono i milioni di mani lavate

che sarai costretto a stringere ogni fottuto giorno

e qualche notte

ti ritroverai a cercarlo quel barbone

come una boccata d’ossigeno

come la cosa più reale che tu abbia mai visto

resterai a guardarlo il tempo di una birra

e ti racconterà secoli di vita senza accorgersi di te

e tu senza accorgertene

ti ritroverai nei tuoi vecchi vicoli

quasi a cercare un ritorno a casa

e non ti farai più tante domande

e se per mangiare dovrai rubare

rubare non sarà da condannare

sarà il reale

ti ricorderai che “questa è la realtà”

e allora te ne fotterai della realtà

e se per avere una mano bianca

dovrai tornare al mercato nero

lo farai

senza timori e senza rimorsi

vuoi rimanere sveglio di giorno

e non ti farai fregare

cerchi solo il giusto per te

quello che sei riuscito a conservare

quello che ti serve per continuare a farlo

ora sai distinguere il bianco dal nero.

Ciro Campajola

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I mondi di Barbara (Vladimir Holan)

by Duncan on ott.16, 2011, under Bellezza, Poesia

Barbara Lazzarini è la cultura che si fa mano incrociata nella mano. E’ la letteratura che non resta tra i libri, ma spezza le pagine, ed esce fuori, come lievito costante di un pensiero mai reso, di una vita mai doma.

Oggi, nell’ambito della sua rubrica, pubblichiamo il suo pezzo dedicato a Vladimir Holan.

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«…Per quale varco potrò mai fuggire

l’ira infinita e l’infinita disperazione?

Perché dovunque fugga è sempre l’inferno; sono io l’inferno (…) »

(John Milton, “Paradiso Perduto”, libro IV, vv. 76-78)

 

Ci aggiustiamo a dormire, chi più, chi meno, quando la luce lascia il posto alle tenebre. Il sonno sarà forse quel tentativo di staccare con le pressioni della coscienza. Per taluni, più o meno spesso, la vigilanza resta continua e allora l’insonnia dà concretezza a quei sogni che in genere, non senza dolore, espandono la sensazione di libertà. Quando il senso di costrizione scandisce vigile ogni attimo del giorno e la sensibilità acuisce come un faro la percezione dell’oscurità, si fa strada l’eco di voci rare, come quella di V. Holan. La sua produzione è un’alchimia di parole che sa soggiogare l’uomo, il suo tempo e il suo spazio.

 

COSI’ SOLO NOI

 

Per tutta la notte hai ascoltato il vento di marzo,

il vento che mentiva, poiché qualcosa qui non c’era

e gli mancava,

il vento che si innamorò, non amò ed era quasi…

 

Così solo noi amiamo il temporaneo, il fugace,

ma in perpetuo e a un segno tale che consideriamo

anche l’immortalità esilio…

 

Nato in Boemia nel 1905, è dapprima la storia che lo costringe. Perseguirà la solitudine come un obiettivo, ampiamente realizzato, tanto che a partire dalla fine della seconda guerra mondiale non uscirà più dalla sua casa di Kampa. Il poeta murato, questa è la più consueta definizione che si dà di lui. Aver dovuto attraversare il nazismo e poi una volta fuori da quell’orrore, perdere ogni sogno e ritrovarsi nella costrizione infinita dello stalinismo, è insostenibile per lo spirito di Holan. Dunque la condizione storica che impatta sulla sua ipersensibilità, lo rende un automurato. Il suo è un rifiuto d’ essere dove l’orrore imponeva d’espandere se stesso, per continuare ad esistere. Rifiutare ogni legame, smettere di partecipare alle regole sociali, umane, divenire qualcosa d’intaccabile che non intacchi, chiamarsi fuori, astenersi dal partecipare anche solo muovendosi in quel feroce teatro della storia.

…Sono stufo ormai della vostra sfrontatezza,

 

che intride ogni cosa là dove voleva racchiudere

e non riuscì ad abbracciare.

Ma sì che verrà, una catastrofe,

che non avete potuto nemmeno sognare,

perchè privi di sogni,

Dio vuole che sia ben sentito ciò che ha inventato,

verrà la catastrofe, ai bambini ed agli ubriachi è chiaro,

soltanto dall’amore potrebbe qui ancora sgorgare la gioia, 

se l’amore non fosse passione,

soltanto dall’amore potrebbe qui ancora sgorgare la felicità,

se la felicità non fosse passione,

ai bambini ed agli ubriachi è chiaro…

Occorrerebbe vivere per essere,

ma non sarete, perchè non vivete,

e non vivete, perchè non amate,

perchè non amate voi stessi, e tanto meno il prossimo.

Ma io sono stufo della vostra villania,

e se ancora non mi sono ucciso, è solo perchè

non sono stato io a darmi la vita

e perchè ancora amo qualcuno, dato che amo me stesso…

Potete ridere, ma solo l’aquila aggredisce l’aquila

e solo Briseide il ferito Achille.

Essere non è lieve… Lievi sono solo gli stronzi…

 

 

Restano murati con lui i suoi libri, il suo onnipresente fiasco di vino, il ricordo tenero della madre, simbolo potente di una purezza immarcescibile. Holan può far male e dunque non piacere, è il cantore del silenzio, la sua lirica non smette di sanguinare, è una insonne notte eterna. Scrittore potentemente onirico, metafisico, a tratti barocco, dopo aver vestito di tenebre le sue visioni, ce le rende forgiate coi frammenti taglienti di dense parole di pietra.

 

 

Ti direi 

di quelle nuvole smaltate di rosso 

come unghia finte tolte al tramonto.

Ti direi 

di quella coperta blu 

che è mare arricciato nei miei pensieri.

Ti direi

Di quella Luna pazza 

che ride alla morte dei sogni d’innocenza.

 

Non posso parlarti di poeti assolti 

né redimerne i versi.

Anche se il paradiso fosse verità 

non vuol dire che sia vero.

Non posso dirti di alberi sfrondati dal dolore 

né di erba che cresce la speranza.

Anche se l’inferno fosse inganno 

non vuol dire che sia falso.

Ti dico solo

cibati di vita fin quando è vera 

anche se non vuol dire che sia reale

Poeta e autore di racconti, il praghese è stato tradotto da slavisti del calibro di A. M. Ripellino.

 

Per Holan “Il precario e l’irripetibile sono le certezze assiali, le leggi maggiori del nostro vivere. L’implacabile determinismo che ci governa fa dell’esistenza una kàtorga, un castigo inflitto già prima della colpa, una condanna senza riscatto. [...]La storia è per Holan un costante deturpamento della verginità e della purezza. (A. M. Ripellino.)

 

La poesia è lì, nel chiuso e infinito sentimento di noi che mai si placa. E dice in silenzio, sospirando senza fretta a passi d’eterno

 

Una ragazza ti ha chiesto 

 

Una ragazza ti ha chiesto: che cosa è poesia?

Volevi dirle: già il fatto che tu esisti, ah sì, che tu esisti, e che nel tremore e stupore,

che sono testimonianza del miracolo,

soffrendo mi ingelosisco della tua piena bellezza,

e che non posso baciarti e con te non mi posso 

giacere, e che non ho nulla, e colui che è sprovvisto di doni è costretto a cantare…

Ma non glielo hai detto, hai taciuto

e lei non ha udito quel canto…

 

(da Una notte con Amleto, Einaudi, 1966. Traduzione di Angelo Maria Ripellino.)

 

 

Holan come un nuovo Orfeo si percepisce non vivente, come il simboli dei cantori, muore nel momento stesso in cui cessa di vivere Euridice simbolo di speranza, sa che è così, sa che cantare non serve, l’istinto lo spinge a continuare a farlo, a immaginare la poesia unica forza salvifica. Gli dei dagli inferi godono della sua musica e lo chiamano al dolore. Nulla trattiene la sua tenace resistenza, prova  a battere il fato, dio degli dei, va a calarsi nell’oscurità, per stabilire patti ingiusti, per svendere versi e canto in cambio di nulla. Il poeta poi sale e s’inerpica, sa che nell’ordito del patto, trame oscure celano inganni, la luce si scorge, il fato s’insinua oltre il regno sull’ombra, e lui verso Euridice si volterà sempre.

Non è la sfiducia in lei, è l’ombra che s’allunga imprevista quando pare di vedere la luce.

 

GIÙ PROFONDO

 

Fra stelle e parole non mancano contatti…

Ma giù profondo di fronte alla colpa ereditaria della morte,

lì dove donne nell’averno spalancano l’amore

che un semplice sussurro profana,

all’amante sono serve le ali, ai

genii il serpente...


 

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Con la magia sempre in tasca.. di Ciro Campajola

by Duncan on ott.16, 2011, under Ispirazione, Poesia

Abbiamo pubblicato anche altre poesie del grande Ciro Campajola. Che poi se dite che è grande si arrabbia.. e anche questo è tipico dei grandi..:-)

La poesia che pubblichiamo oggi è un Vertice.. tocca i cieli del Capolavoro.

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CON LA MAGIA SEMPRE IN TASCA

Di giorno gioco ancora con la rabbia

sono ancora troppo rabbiosi i giorni per poter riposare

non riuscirei a farlo bene

ma di sera stacco

me ne sto in pace da solo con me stesso

anche a costo di prezzi non consentiti

stracciato a forza dal resto di tutto il resto

liberamente rinchiuso

stretto al sicuro tra pareti di silenzio rigenerante

e non ha importanza dove mi trovi

arriva un’ora in cui ho bisogno di qualche ora mia

e me la prendo

a qualunque ora

la mia sera non viene necessariamente di sera

e le mie pareti non sono necessariamente pareti

 

E’ che certe sere avrei bisogno di non so che

ma ormai so

che il non so che non si trova in giro

se ci fosse

a quest’ora

dopo tutte le ore battute a cercarlo

l’avrei avuto

ho viaggiato poco

ma ho camminato tre vite

 

Più che un “non so che”

ormai è diventato un “chissà perché”

una ragione a un pezzo assente inesistente e accettato

l’acquisizione di una mancanza

e allora rimango fermo

con me e il mio pezzo mancante

come sempre privo di qualcosa

ma rispetto a una volta

con tante scuse in più per perdermi in altre cose

senza dovere un solo passo

mi basta scegliere

 

La sera non mi va d’incazzarmi

rimando la battaglia al giorno dopo

non sempre ci riesco

ma ci provo sempre

non mi affanno più a inseguire qualunque ora

seguire mi costringe a guardare

e guardare mi fa incazzare

sarà che invecchio

ma mi sono rotto il cazzo di essere incazzato a tempo indeterminato

la sera cerco solo quello che so

e lo scelgo solo tra le mie scuse

sono diventato precario dell’incazzatura

in un indeterminato tempo precario e sottomesso

 

Tollero sempre meno l’intollerante

se lo facessi mi odierei

e magari sarei più tollerante se mi odiassi

ma non voglio esserlo

preferisco che siano gli altri ad odiarmi

io me ne sto qui a occhi chiusi sul mondo

a grattarmi beato i coglioni

stravaccato e distaccato

no la sera non voglio più incazzarmi

la rabbia mi serve per il giorno

 

Qualche serata voglio ancora dedicarmela

starmene con me

parlarmi un po’

magari passeggiando per antiche strade

ripercorrendo vecchie conoscenze

o seduto finalmente ad abitare casa

percorrendo nuove conoscenze

anche se

in serate come questa non so proprio che cazzo dirmi

ma quando me lo dico

va subito meglio

 

Stasera poi ho la scusa perfetta

scivolo lentamente sulle note di un assolo di tromba

suona Chet Baker

rapisce sul momento le mie emozioni

ne fa vigoroso sentimento

pulsante impulso

accesa passione

 

Mi perdo tra le mie strette pareti di silenzio

mentre la sua essenza s’inarca in volte di immortale grandiosità

come templi d’ eternità

come cattedrali di verità

a svelare misteri di una sublime beatitudine

sospesa su gradinate di dolore

e raggiunta scalino su scalino

dopo milioni di abitudini disparate

esaltate

osannate

pregate

prosciugate

espiate

e poi consacrate da qualche miracolo blasfemo e ubriaco

 

Chet va avanti

disperato e immacolato

aggrappato a salvarsi dietro il suo non so che

io per raggiungere la sua dimensione

spalanco le cosce della “mia” percezione

spesso quella “comune”

rinchiude anima e persona in rigidi e frigidi confini

troppo comodo

in una persona c’è sempre  molto di più di quanto riesci a vedere

tutto ciò che bisogna fare è guardare

 

Chet ne è la conferma

non un semplice musicista

o un tossicodipendente

o l’uomo dai troppi amori

dai millei sorpassi

per arrivare in tempo a un solo attimo perfetto

oppure una leggenda

o un’icona maledetta o un angelo del Paradiso

lui è tutto questo e ancora di più

energia vibrante e immediatezza

incompiuto e sfuggevole con la magia sempre in tasca

un caos leggero ma incessante intriso di puro genio

il soffio della tromba  è la somma dei suoi giorni non semplice musica

lui non racconta una storia

lui racconta storie

i suoi accordi non suonano un genere

mettono assieme ricordi

quelli per lui speciali

Una luce di gloria disegna i suoi zigomi pronunciati

accende labbra tormentate

mai sazie di essere sazie

scava ancora più a fondo le sue guancie

già consumate dal continuo divorare

illumina l’ottone davanti i suoi occhi

e i suoi occhi si fanno intensi

poi più distanti ad ogni nota soffiata

persi

fino a disolversi in una nota precisa

puoi seguirlo o meno

ma se sei riuscito a vederlo fin qui

non ha senso fermarti adesso

 

Sopraffatto dal chiarore accennato della sua perduta vanità

della sua raggiunta essenzialità

raccolgo

tra il fraseggio della sua mano

e l’immagine del suo volto compiuto

l’attimo sublime

l’apice culminante del suo dolore diventato musica

vibrazione dell’anima

 

E’ una sottile

soffusa

poetica cascata di note

argentine

di colore e calore

che schiumano in vortici di improvvise emozioni

a sorprendere sospiri persi nel delirio di un tempo

che mai potrà scalfire tanta bellezza

un orgasmo dell’anima

 

Sanguino

mentre soddisfatto consegno il biglietto alla mia maschera

un angelo su una pallottola d’argento mi ha colpito

morirò senza un gemito

il sogno di ogni eroe

 

Colpisci ancora Chet

aggrappami con le tue ali sfracellate

e raccoglimi nel tuo segreto e miracoloso non so che

nascosto al caldo

come una preghiera sul fondo di mille bestemmie

portami nel tuo impossibile volo

ora e sempre

Ciro Campajola

 

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I mondi di Barbara (Octavio Paz)

by Duncan on set.13, 2011, under Poesia

L’appuntamento con Barbara Lazzarini e i suoi Mondi è una delle occasioni speciali di questo Luogo nei mari del WEB, chiamato Born Again.

L’appuntamento di oggi è dedicato al poeta messicano Octavio Paz.

Barbara  fa parte di coloro che l’insegnare lo rendono missione esistenziale. Per fare crescere con l’anima e rendere l’arte vita.. due delle cose che fa Barbara.. scusate se è poco..:-)

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Poeta assolutamente luminoso, carnale, vitale, nasce a Città del Messico nel 1914 ed è considerato tra i massimi esponenti della poesia in lingua spagnola, per me è certamente tra i più veri, i suoi versi sono magma che dalle pieghe dei sensi, risale in superficie, mantenedosi incandescente.

Diciamo che elementi comuni a Neruda sono rintracciabili proprio in questa loro aderenza alla terra, alla passionalità, ma per Paz il regno del sensibile nutre una linfa vitale niente affatto eterea, è uno che può scandalizzare ed è indispensabile sgombrare il campo da pregiudizi retorici per poterne godere la bellezza incredibile. Non a tutti è dato essere liberi, ecco perchè, in Italia, di lui poco si sa, la patria dei bacchettoni cattolici lo reputa poco consono alle declinazioni scolastiche e quest’ ipocrisia, che è la nostra vera sovrana, fa l’eterna ministra dell’istruzione.

Scrittore, saggista, poeta, diplomatico, vissuto molto in Spagna, prende parte alla guerra civile.

Uomo abituato a decidere per proprio conto sarà sempre vigile e attento a non farsi condizionare da regole, ideali e preconcetti.

Sono molto rilevanti nella poetica di Paz le influenze pessoiane, ma la sua visione del mondo resta opposta e diversa, arricchita e resa singolare, caso raro nella nella poesia occidentale, da influssi culturali e filosofici orientali e più specificatamente indiani, poichè lui, nel suo ruolo di ambasciatore, visse per un lungo periodo di tempo proprio in India.

E ora ascoltate di che è capace:

 Toccare

Le mie mani

aprono la cortina del tuo essere

ti vestono con altra nudità

scoprono i corpi del tuo corpo 

le mie mani

inventano un altro corpo al tuo corpo.

Questa è in assoluto una delle sue poesie più note, famosissima. Io la trovo molto più che bella, ma guai a banalizzarla, apre un universo sconosciuto, ha in sè una capacità di personificare nelle mani l’idea stessa del potenziale riservato alla letteratura e alla poesia, sentire con le parole ciò che toccano le sue mani è possibile, aprire varchi dell’essere che si fa tale solo sotto quella cortina rivestita di nudità, è l’obiettivo della parola che il poeta divide con noi, ci rende partecipi per estensione di sensibilità, per ciascuno di noi è vero in modo inconfutabile che il corpo desiderato e amato è un corpo sacro e come tale la preghiera massima consiste nel reinventarselo completamente diverso da ciò che tutti gli altri vedono. Non credo che qui parli davvero con l’amata, l’amata sente quello che le mani sanno fare, parla a se stesso e a noi racconta come l’anima sua intende il sesso, anima che deve cantare la gioia della condivisione.

Vado per il tuo corpo come per il mondo, 

il tuo ventre è una spiaggia soleggiata, 

i tuoi seni due chiese dove il sangue 

celebra i suoi misteri paralleli, 

i miei sguardi ti coprono come edera, 

sei una città che il mare assedia, 

una muraglia che la luce divide 

in due metà color di pesca, 

un luogo di sale, roccia e uccelli 

sotto la legge del meriggio assorto, 

 

vestita del colore dei miei desideri 

vai nuda come il mio pensiero, 

vado pei tuoi occhi come per l’acqua, 

le tigri bevono sogni in quegli occhi, 

il colibrì si brucia in quelle fiamme, 

vado per la tua fronte come per la luna, 

come la nube per il tuo pensiero, 

vado per il tuo ventre come per i tuoi sogni, 

 

la tua gonna di mais ondeggia e canta, 

la tua gonna di cristallo, la tua gonna d’acqua, 

le tue labbra, i capelli, i tuoi sguardi, 

tutta la notte goccioli, tutto il giorno 

apri il mio petto con le tue dita d’acqua, 

chiudi i miei occhi con la tua bocca d’acqua, 

sulle mie ossa goccioli, nel mio petto 

affonda radici d’acqua un albero liquido, 

 

 

vado per la tua strada come per un fiume, 

vado per il tuo corpo come per un bosco, 

come per un sentiero nel monte 

che in un brusco abisso finisce, 

vado per i tuoi pensieri assottigliati 

e all’uscita dalla tua bianca fronte 

la mia ombra abbattuta si strazia, 

raccolgo i miei frammenti uno a uno 

e proseguo senza corpo, cerco tentoni, [...]

 E ancora

 Parole? Sì, di aria

e nell’aria perdute.

Tu lascia che mi perda tra parole,

lasciami essere aria su labbra,

un soffio vagabondo senza sagoma,

breve aroma che l’aria fa svenire.

Anche la luce in se stessa si perde.

Paz è però poeta messicano che nel Messico lascia il legame di sangue e le radici profonde, la sua opera più significativa è forse “Il labirinto della solitudine” . Qui il pathos è rivolto alla terra che manca, quasi fosse donna, un amore fisico che unisce al morso della nostalgia, la magia di contorni paesaggistici incantevoli e dolorosi. Il Messico polveroso, luminoso, fatto di cielo e colori di miseria e gratitudine, di gesti umani e scorni esistenziali, lì dove mare e cielo sono un’unica casa, il tempo non contraccambia l’innamoramento per lo spazio e lo tiene lontano.

Il labirinto è una ricostruzione sociale dei problemi del paese, una riflessione accorata delle tradizioni tipiche, del carattere dei luoghi e delle genti.

Nordamericani e Messicani: incontro impossibile tratto da Il labirinto della solitudine 

-Gli Americani sono creduli, 

noi credenti; 

-amano le fiabe e le storie poliziesche, 

noi i miti e le leggende. 

I Messicani mentono per fantasia, per disperazione o per vincere lo squallore della loro vita; 

-loro non mentono, ma sostituiscono la verità vera, che è sempre sgradevole, con una verità sociale. 

Noi ci ubriachiamo per confessarci; 

-loro per dimenticare. Sono ottimisti; 

noi nichilisti, solo che il nostro nichilismo non è intellettuale, ma una reazione istintiva; e dunque è irrefutabile. 

I Messicani sono diffidenti; 

-loro invece aperti. 

Noi siamo tristi e sarcastici; 

-loro allegri e spiritosi. 

I Nordamericani vogliono comprendere, 

noi contemplare. 

-Sono attivi; 

noi tranquilli. 

Ci compiaciamo delle nostre piaghe, 

come essi delle loro invenzioni. 

-Credono nell’igiene, nella salute, nel lavoro, nella felicità, ma forse ignorano la vera allegria, che è un’ebbrezza e un vortice. 

Nell’urlo della notte di festa la nostra voce scoppia in bagliori, e vita e morte si confondono; 

la loro vitalità si pietrifica in un sorriso: nega la vecchiaia e la morte, ma immobilizza la vita. 

E qual è la radice di atteggiamenti così contrari? 

Credo che per i Nordamericani il mondo sia qualcosa che si può perfezionare; 

per noi è qualcosa che si può redimere. 

Loro sono moderni. 

Noi, come i loro antenati puritani, crediamo che il peccato e la morte costituiscano il fondo ultimo della natura umana. 

Solo che il puritano identifica la purezza con la salute. Di qui l’ascetismo che purifica e le sue conseguenze: il culto del lavoro per il lavoro, la vita sobria – a pane e acqua -, l’inesistenza del corpo come possibilità di perdersi o ritrovarsi in un altro corpo. Ogni contatto contamina. Razze, idee, costumi, corpi estranei portano in sé germi di perdizione e impurità. L’igiene sociale completa quella dell’anima e del corpo. 

Invece i Messicani, antichi o moderni, credono nella comunione e nella festa; non c’è salute senza contatto. Tlazoltéotl, la dea azteca dell’impurità e della fecondità, degli umori terrestri e umani, era anche la dea dei bagni di vapore, dell’amore sessuale e della confessione. 

L’uomo, mi sembra, non è nella storia: è storia. Il sistema nordamericano vuole solamente vedere la parte positiva della realtà. Fin da bambini uomini e donne sono sottoposti a un inesorabile processo di adattamento: alcuni princìpi, racchiusi in brevi formule, sono ripetuti senza sosta dalla stampa, la radio, le chiese, le scuole e da quegli esseri affettuosi e sinistri che sono le madri e le mogli nordamericane. 

 

 

Imprigionati in quegli schemi, come la pianta in un vaso che la soffoca, l’uomo e la donna non crescono o maturano mai. Un tale complotto non può che provocare violente ribellioni individuali. La spontaneità si vendica in mille forme, sottili o terribili. La maschera benigna, cortese e spoglia, che sostituisce la mobilità drammatica del volto umano, e il sorriso che la immobilizza quasi dolorosamente, mostrano fino a che punto l’intimità può essere devastata dall’arida vittoria dei principi sugli istinti. 

 

 

Il sadismo soggiacente a quasi tutte le forme di relazione della società nordamericana contemporanea, forse non è altro che un modo di sottrarsi alla pietrificazione imposta dalla morale della purezza asettica. E le nuove religioni, le sette, l’ubriacatura liberatoria che apre le porte della « vita ». È sorprendente il significato quasi fisiologico e distruttivo di questa parola: vivere vuol dire passare i limiti, infrangere norme, andare fino in fondo (a che cosa?), « sperimentare sensazioni ». Coabitare è una « esperienza » ( per ciò stesso unilaterale e vana). 

 

 

Ma non è oggetto di queste righe descrivere quelle reazioni. Basti dire che tutte, come le opposte reazioni messicane, mi sembrano rivelatrici della nostra comune incapacità di conciliarci con il flusso della vita. Un’analisi dei grandi miti umani sull’origine della specie e sul senso della nostra presenza terrena rivela che ogni cultura — intesa come creazione e partecipazione comune di valori — parte dalla convinzione che l’ordine dell’Universo è stato infranto o violato dall’uomo, l’intruso. 

 Dal buco o dall’apertura della ferita che l’uomo ha inflitto nella carne compatta del mondo, può nuovamente irrompere il caos, che è lo stato originario e, per così dire, naturale della vita. Il ritorno « dell’antico Disordine Originale » è una minaccia che assilla tutte le coscienze in tutti i tempi”

 L’uomo è solo dovunque. Ma la solitudine del messicano, sotto la grande notte di pietra di un altipiano ancora abitato da divinità mai sazie, è molto diversa da quella dell’americano del nord, che vaga in un mondo astratto di macchinari, di concittadini e di precetti morali. Nella valle del Messico l’uomo si sente come sospeso tra cielo e terra e oscilla fra forze opposte e potenze contrastanti, e occhi pietrificati e bocche pronte a divorarlo […]

  _Il labirinto della solitudine_

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Passi coraggiosi e sudati.. di Ciro Campajola

by Duncan on set.13, 2011, under Poesia, Resistenza umana

A Ciro Campajola ho dedicato anche altri momenti in questo Territorio chiamato Born Again…

Ma lui sarà sempre parte dell’anima di questo posto..

così come è parte dell’Anima del Mondo.

Tra dannazione e bellezza, non appenda mai cappelli al chiodo, perchè può solo sputare in faccia al vento, ridere sotto la corsa della musica, e disegnare sogni ancora vivi.. come e vivo lui..

Questa è una delle sue ultime poesie.

———————————————————

PASSI CORAGGIOSI E SUDATI

Nel passato di ognuno di noi

è conservato il proprio momento di gloria

qualche sera lo vai a ripescare

proprio come una vecchia cara foto ingiallita

a volte è molto meglio che guardare certe persone negli occhi

o peggio ancora

averci a che fare con certe persone e i loro occhi

ma è raro che qualcuno coltivi ancora un po’ di quel momento

di solito lo si lascia ingiallire

come un gioco per cui non si ha più l’età

ed è in quel momento che stai uccidendo la tua gloria

per quanto continui a conservarlo quel momento

l’hai condannato a essere un ricordo

hai chiuso il guscio all’avventura

lo hai condannato a morte

 

Ovviamente sono di parte

ma come tutti

sono come tutti

e come tutti il mio momento è il più bello di tutti

 

Il mio momento è quando si parlava

senza dover azionare il cervello

oggi ne fanno volantini ironici e contrari

“non aprire la bocca senza azionare il cervello”

e poi li appendono in tristi sale di uffici

io non ci trovo niente di comico né di illogico

a me pare una cosa saggia

la voce partiva dall’anima

non dalla ragione

la ragione può essere furba

la ragione può anche uccidere

e quanto cazzo mi ha ucciso il mio momento

ma “quanto” cazzo mi ha fatto vivere

 

Ed eccomi qui stasera

tante sere dopo quel momento

io e il mio mondo

lontano dagli occhi dal mondo

quel mondo che non sa un cazzo di te

ma si impiccia sempre dei cazzi tuoi

 

La musica è quella di allora

il grigio nei capelli no

ma chissenefrega

l’emozione è ancora la stessa

e continua a crescere quando meno te l’aspetti

è la stessa che seminai

la stessa che mi spinge ancora a coltivare

la stessa che mi ha fatto morire e vivere

la stessa che mi terrà vivo

volente o nolente

fino alla morte

la stessa che appena oggi

nonostante la siccità  in cui agonizza il mondo

mi ha fatto dono di nuovi fiori freschi

 

Altri fiori che profumeranno soltanto il mio giardino

quello del mio mondo fuori dal mondo

quello sospeso tra sogno e realtà

 

Non sono in gara con nessuno

non penso all’immortalità

non me ne frega un cazzo

è il battito del cuore fin tanto che batte

è la porta che si apre al sole

le orme che brillano di sudore in mezzo alla luce

le emozioni che corrono libere

e libere si rincorrono

gli uomini che si buttano

ci danno dentro

che cadono e si rialzano

fino a quando non ricadono finiti

e qualche volta si rialzano anche allora

 

La gloria è nel passo

nel provarci

nella temerarietà

che la morte vada a farsi fottere

 

Oggi

solo oggi

nient’altro che oggi

 Ciro Campajola

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Gli uomini del futuro.. di Attila Iozsef

by Duncan on ago.03, 2011, under Controinformazione

 

GLI UOMINI DEL FUTURO

Loro saranno la forza e la modestia
fanno a pezzi la maschera di ferro del sapere
per vedere l’anima sul volto.
…Baciano il pane e il latte e con la mano
con cui carezzano la testa dei figli
cavano dalla pietra il ferro
e tutti gli altri metalli.
Dalla montagna costruiscono città,
i loro polmoni quieti enormi
assorbono tempeste uragani
e si calmano come gli oceani.
E aspettano sempre l’ospite inatteso
per lui anche apparecchiano
e dispongono anche dei loro cuori.

Siate simili a loro,
che i vostri bambini dalle gambe di giglio
possano attraversare indenni
il mare di sangue che hanno davanti.

Attila József

da Poesie – 1922-1937

 
 Attila Jozsef, poeta ungherese dalla vita drammatica e avventurosa. Amico di Thomas Mann e di Luckàcs, venne radiato dal partito comunista perché ne aveva profetizzato il destino tirannico: mise fine alla sua breve vita buttandosi sotto un treno nel 1937, a 32 anni.
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Ciro Campajola.. il libro..

by Duncan on ago.03, 2011, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana

Le poesie sono pensieri sbloccati

Firmati da realtà opprimenti

Tu non fai altro che scriverle

Io non so cosa è esattamente ciò che scrive Ciro Campajola. So che spacca le dighe, spacca i muri, spacca gli spartiti, così come spacca i coglioni… specie di chi è sazio nella propria mediocrità e complicità, e spacca la vita e la morte.

Le chiamiamo poesie, ma di poesie del genere io non ne ho lette mai. Chilometriche, inarrestabili, fluviali.

Urlano fino a trapanarti la mente, ma ridono anche, tra il malinconico e la speranza affamata dietro un bicchiere di vino e un bicchiere di blues e un bicchiere di anima.

Ferite e grotte di solitudini, abbandoni e volti cancellati dalla lavagna, i gironi infernali dei senza nome, e dei nomi di coloro a cui hanno rubato il nome. E di loro che canta Ciro. Delle principesse bambine vestite da prostitute e dagli occhi grandi come il mare. Delle periferie capovolte dei tossici, e dei marchiati a fuoco, i puntini neri per le freccette facili, i collaudati oggetti del disprezzo, le mani fragili che chiedono vita e carezze, e prendono pugni e morte.

Ma Ciro non è un delicato poeta da confortevole nicchia malinconica. In lui suona a stordire le orecchie, la forza iconoclasta dell’eterna invettiva contro l’abiezione, la sacra indignazione che è l’onore di tutto la grande poesia satirica dell’antichità, e di tutto il grande teatro ironico, appassionato e civile dei nostri giorni.

Sì… la ribellione delle parole. La ribellione nelle parole. Non cercate conferenze per acculturati e teste d’uovo. Ciro è nato nelle periferie, vive nelle ciminiere, sale su quegli strani sentieri che si affacciano sul volto bello della vita che regge il pugno, e mostra il dito alle cornacchie gracchianti della dissoluzione.

Lui mostra il riso delle scimmie. Ma a quel riso non si arrende come gli eterni sconfitti. E a quel riso non si accompagna, come gli eterni complici vigliacchi.

Perché è tutta una scansione di tempi.. tutta una scansione di ritmi.

E lui ti mostra il male, ti mostra la scimmia deforme, il concerto malato dei vampiri. E a volte è acciottolato in mezzo al grembo che piange.

Ma non vedrete mai solo il buio..

Alla fine c’è sempre un canto del cuore,

siamo sempre qua – sembra dire Ciro – a dare sperma e polmoni alla vita..

e poi tu*

tu sempre con quelli che non ci stanno

che preferiscono pagare e fanculo il conto

tu confuso

tra quelli che sanno tutto e quelli che non sanno niente

tu

che non ne vuoi più sapere e fanculo pure le chiacchiere

tu

tra la legge uguale per tutti o meno

tu

che per quel che ne sai

fanculo comunque sia la legge

con te è sempre stata uguale

mai giusta

tu

che batti sudato e testardo il tuo sentiero

che per gli altri sia legale o no

lo è per te

 

E’ la tua strada ragazzo, la strada stretta è sbagliata.

La strada di chi lo batte il suo tempo, anche quando le ore pesano fino spezzarti le dita. Ma tu non  la molli. “Sono quello che sono”.. dillo, dillo forte e fai il tuo passo, cammina sul tuo Sentiero.. prendi ciò che ti appartiene e vai, costi quel che costi, quanto sangue può costare, è onorare ogni attimo. Questo ti fa scalpitare Ciro dentro. Questo ti scaraventa addosso.. con buona pace di tutti i cantori della stanchezza, che dilagano nel nostro tempo.

E’ intollerante nel suo scrivere? Può essere. Non è un santo. Non vuole essere un santo. La sua poesia è bambina e negra allo stesso tempo. Crudele e sensibile allo spasimo. Conosce la lotta di strada questa poesia, a mali estremi sa tirare le unghie… Nasce dalla musica, la musica la partorisce, musica genererà.

Non è per i levigati, le personcine inamidate, i professionisti del volontariato, per tutti coloro che si rifanno una verginità con le “pecorelle smarrite”. Se siete tra costoro.. non è il libro per voi. C’è tanto altro in libreria, cercate altro.

Le vite scartate gli stanno appese al collo, e lui si fa male a portarle, ma DEVE portarle. E sono tutti qua a prendersi la sua mano. E c’è ancora lui, nelle notti a dare lucido alle trombe.

La sua poesia trasuda Onestà. L’eccesso si accoppia al rigore morale. Solo uno dei tanti apparenti paradossi che vivono in lui e in ciò che scrive.

E alla fine c’è la notte più notte, notte al quadrato.

Alla fine c’è l’alba afferrata “appena in tempo”.. “in fondo alla notte”..

Alla fine c’è musica che passa nelle vene.

Alla fine c’è un anello..

ti accorgerai*

che comunque

nei giorni chiari e in quelli bui

hai sempre trovato un anello

in ogni tempo

con ogni tempo

e sia nel sole che nella pioggia

tu lo hai sempre portato al dito

come una fede nuziale

come un matrimonio benedetto di suo.

Non vi dico di leggere il suo libro..

Non si dice mai a qualcuno di leggere un libro,

a un certo punto un libro, un disco, un volto ti chiamano..

chiamano e basta.

Vi dico invece di dare lucido alle trombe.

Alfredo Cosco

*Brani di poesie di Ciro Campajola non presenti nel libro.

Per l’acquisto contattare Ciro attraverso posta Facebook.

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Gli eroi non muoiono mai

by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Simbolo

Ehi tu,

piccolo sogno su due gambe,

dai poster ai murale

epiche dei ghetto,

strade di periferia.

covo di Patrizi e tossici,

un cucchiaio in bocca e sopra un uomo,

occhi bendati,

parrocchia di periferia,

campionati di strada,

a piedi scalzi,

pizze scommesse..

e pugili ammaccati,

vecchi su nuvole di sigaro,

donne dai diecimila figli,

o cento o tre,

E tu, maestro,

bambino nel tempo,

l’amore fa male…

ma ti rende immenso,

e ti giudicheranno

e sarai smerdato in sala mensa,

vorrei dirti che il mare non è solo oltre il cemento,

ma è già nel cemento,

e che sarai padre di diecimila figli,

o di cento o di tre,

ci sono trampolini in alto sopra il cuore,

ci sono notti che tu custodirai,

cartoni di piscio e birra coi barboni,

alcuni dimenticano… tu no,

Gli eroi non muoiono mai.

  

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I mondi di Barbara (Gregory Corso)

by Duncan on giu.18, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Poesia

 

Eccoci di nuovo con Barbara Lazzarini e i suoi “mondi”; la sua rubrica dove ci regala una cultura viva e non da museo. Voci, e pagine e carne della bellezza e della dignità. In questa occasione ci parlerà di Gregory Corso.

————————————————————————————-

E’ disastroso essere un cervo ferito.

Io sono il più ferito, lupi qui nell’ombra,

e ho i miei cedimenti, anche.

La mia carne è presa nell’Amo Inevitabile!

Da bambino vidi molte cose che non volevo essere.

Sono la persona che non volevo essere?

La persona tipo parlar da soli?

La persona tipo favola del vicinato?

Sono io colui che, sugli scalini del museo, dorme su un fianco?

Indosso la stoffa di un uomo che ha fallito?

Sono il matto del villaggio?

Nella grande serenata delle cose,

ddsono io il brano più soppresso?

_Gregory Corso_

 

« Mi capitò in gioventù, a 12 anni in riformatorio … ci rimasi cinque mesi niente aria, niente latte, e la maggioranza erano negri e odiavano i bianchi approfittando terribilmente di me… ed io ero veramente come un angelo allora perché quando mi picchiavano e mi buttavano piscia nella cella, il giorno dopo venivo fuori e gli raccontavo il mio bel sogno di una ragazza che volava e scendeva davanti a un pozzo profondo e si metteva a guardare.Vi dico questo perché penso che sia la prima volta che abbia mai sentito l’ orrore di quel gregory 12enne.Ora voglio combatterlo, allora non potevo, perché ero sincero e poi, in qualche modo, per strada, ho perso quel Gregory… » (tratto da The New American poetry 1945-1960)

“…era leggendo Shelley in un carcere minorile che aveva cominciato a scrivere poesie, a sognare la Bellezza con la B maiuscola, a immaginare mondi stellati non legati ai fili della logica inesplicabili”.

Di Gregory Corso, la scrittrice Fernanda Pivano disse: “insolente al di là del sopportabile e strafottente nella più assoluta imprevedibilità qualunque cosa abbia detto o scritto ha sempre rivelato il dono di non dire mai una sciocchezza”.

Gregory Nunzio Corso il 26 marzo 1930 nasce a New York da genitori italiani, una famiglia instabile che lo mette di fronte a situazioni come l’ orfanotrofio, fughe e riformatorio. A diciassette anni progetta una rapina per cui poi viene arrestato; in carcere conosce la letteratura del grande Ottocento e scrive poesie già verso la fine degli anni Quaranta. Nel ’50 conosce Ginsberg per caso al Greenwich Village. Va ad Harvard e diviene un topo di biblioteca, mentre continua la sua produzione poetica. La prima raccolta di poesie è 

The Vestal Lady on Brattle a cui segue un periodo di connessione culturale europea. Sempre negli stessi anni stabilisce anche rapporti con i maggiori esponenti della Beat Generation. Nei primi anni Sessanta invece, dopo un infelice matrimonio e una sfortunata esperienza come professore, si trasferisce in Europa per circa due anni. Nel ’62 pubblica Long Live Man e nel ‘70 Elegiac Feelings American, collaborando sporadicamente nel cinema e nel teatro. Dopodiché si è orientato sempre più verso le filosofie orientali e nel ’74 ha pubblicato The Japanese Book, in cui trova sbocco artistico la propria esperienza religiosa. The Vestal Lady on Brattle (1955) rappresenta l’esordio letterario del poeta e anche il primo insuccesso editoriale; il tutto si svolge attorno ad intricate vicende interiori espresse il più della volte con grande indecisione ed instabilità data dalle varie intenzioni e dai vari modi di esprimersi che si sovrappongono e che confondono. I temi, personali, e gli stili, “allucinati”, sono accompagnati della realtà urbana vista nella sua routine quotidiana; in un certo senso ci si trova di fronte ad una sorta di “bestiario”, una serie cioè di caricature distorte delle personalità, più o meno spersonalizzate, che si incontrano nel mondo occidentale. L’influsso di Whitman è parecchio vistoso e spesso, piuttosto che liberare il verso, lo appesantisce; anche Shelley, molto amato da Corso, è imitato in modo maldestro. In parte questi aspetti negativi possono essere riconsiderati anche per parlare della raccolta successiva del poeta, Gasoline (Benzina), ma decisamente c’è da fare un’eccezione. Nel ’58 infatti viene separatamente pubblicata Bomb, una poesia altrettanto famosa che Howl e importante manifesto della Beat Generation. Il tono generale di questa raccolta è più cupo della precedente e difatti si viene proiettati in un incubo metropolitano, la metafora del decadimento e della disgregazione: l’ombra della bomba atomica. Per scrivere Bomb, Corso fu ispirato da una manifestazione contro la “bomba” a cui assistette e da cui rimase impressionato dalla forte carica d’odio. Così gli sembrò che la mostruosità distruttrice della bomba non fosse tanto diversa da quella di quei manifestanti e di tutti gli uomini che rispondevano con l’odio all’odio verso qualcosa che esiste. Diceva che era impossibile odiare qualcosa che è e che niente può fare male se viene amata; il vero assassino dell’umanità è l’odio. Il risultato fu una lettera d’amore alla bomba ed egli si meravigliava perché tutti inorridissero. Egli affermava quindi che la condizione umana è già abbastanza difficile senza che la si debba peggiorare: il “flagello”, l’”ascia”, la “catapulta di Leonardo”, i “tomahawk” indiani, la “spada di S. Michele”, la “lancia di S. Giorgio” e così via tutto per indicare la morte. Nella raccolta successiva The Happy Birthday of Death (1960) l’attacco al conformismo è simile a quello di Kerouac, ma tutto è portato al piccolo quotidiano e si fa più ironico e tagliente. Infine in Long Live Man il suo messaggio diventa più pacato e meno provocatorio, simbolo di una riduzione della speranza di creare un’America migliore; l’esuberanza macabra, l’ironia tagliente e il tono apocalittico lasciano il posto all’introspezione: “I’m good example there’s such a thing called soul“. La sua poesia è decisamente beat per i suoi aspetti bizzarri, provocatori e caricaturali, ma il poeta è più diretto verso un idealismo che gli fa dire che cerca “an America to sing hopefully for“. Mentre per Ginsberg il senso di non-appartenenza è rassicurante, per Corso nascono angosce e sofferenza; mentre Kerouac e Snyder già alla fine degli anni Cinquanta trovano nello Zen un superamento della ragione per raggiungere una propria saggezza, egli invidia Ginsberg per la sua consapevolezza. Il suo cammino è estremamente contorto, segnato da ripensamenti e marce indietro e proprio a questa sua incertezza va ricondotto il suo sperimentalismo, fatto di versi che si rincorrono l’uno con l’altro senza alcuna sorta di interpunzione.

  “Io sono molto buono, e sai perché? Perché non ho mai ubbidito a quel capo della mafia, in prigione, che mi ha detto: ‘Stai sempre attento, quando parli con due persone, di vedere anche la terza’ e io gli ho chiesto chi è la terza persona, e lui mi ha risposto: ‘La terza persona sei tu’…”

 

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L’arte di essere Ciro Campajola

by Duncan on giu.15, 2011, under Poesia

Ehi tu,

bandito di puttanesca memoria,

misto barocco e santo tra il saltimbanco e l’eroe.

Parole urlate, sacrari d’amore, e scrivere a fiumi, a traboccare, mai viste poesie così lunghe.

Santo Cristo.. così lunghe.. Chilometriche, ovedose di passione, ma dove cazzo lo trovi il sangue a pompare e le viscere da annodare e il furore da masticare ridendo e sputando l’anima per tracannare tutto il carburante che ti serve per dilagare su queste pagine da appendere ai muri di chiese sconsacrate riconsacrate, in acqua, vino e sperma.. di matrone periferie e tavoli da biliardo per vecchi fanciulli e giocatori di lenza, bambini sugli alberi.

“Il sangue freddo è per i morti

il sangue freddo è per i serpenti” …

scrivevi, come le tue tante pietre buttate sul mare..

E la prostituta alla stazione, e  il giro dei tossici, e le comnità calvario.

Ti spappolarono la carne per ingravidarti l’anima che adesso fiorirsce,

perchè

“c’è aria che balla

che comunque balla

c’è grazia

c’è amore

in ogni nota suonata

in gioia e in dolore

nel caldo regalo del sole

e in quello comprato sui marciapiedi

e c’è Signora Passione in ogni strada incantata

e mille Maestri

e mille strade per poterli incontrare

anche quelle cicatrizzate sopra le braccia”

Bandidos, terra che schiatta e nel sangue  e nel piscio benedice gli eroi,

che nascondo il fiasco mentre allungano l amano a toccare tette culo..

Bandidos, cerchi nel fango, pistoleri d’approdo, chiese sbilenche,

e cavalieri del Graal in tuta e sigaro, o solo risata,

nel pianto che uccide, chi era..

“già stato ucciso prima”

ma schiattate zanzare,

perchè passa parola il sogno,

ma il buon sangue non mente,

nè pulcinella nè arlecchino…

musica scatenata a palla, mentre brindi coi fantasmi..

e frusti il passato a pedalere,

E poi..

“E poi ci sono stragi e saccheggi

eroi ammazzati e reduci delusi

ma va bene lo stesso

è un’occasione di blues

abbassi le luci

riposi gli ottoni

poggi la guancia sul negro cotone

primitivo padre di ogni ventre di madre

e lasci andare il tuo pianto nel suo ruvido incanto

ancora una volta ti perdi nel canto

e ancora una volta ti senti rinato

e anche stavolta sei nato”

 –

Nato.. nato improbabile..

tagliati i figli.. nè burattini nè troie coi peli,

stanze carbone per “L’uomo di pEzza che è pazzo”

E se inietti nel buco del cuore spremute di blues,

attorcigli anncora un sorriso bambino..

il palco chiama… la strada non muore..

il fiato attente..

fino all’ultima giostra,

dell’ultimo sogno,

dell’ultima stella,

e ancora oltre…

perchè è come un’arte…

sì una bastarda arte…

una maledettissima arte..

una cazzutissima arte,

una sfanculatissima e gloriosa arte..

l’arte di essere.. Ciro Campajola…

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Il tempo dell’intransigenza

by Duncan on giu.14, 2011, under Poesia, Simbolo

Piovono sassi,

e io ti aspetterò,

sui segnali dimenticati,

vecchi vestiti appesi

saranno il carbone che resta

dopo benzina e accendino.

Non sarà tempo di scivolosi violini

e di sorrisi lavati e pettinati,

Non cercherò biglietti di ingresso,

ed è troppa colma la pentola

per studiare le mosse,

Grandi corridoi vuoti ospitano i

i panchinari in tripla fila,

il ballo delle indulgeze rende putridi

e oggi la misura è coima,

doppioni di figurine sull finire dl quartiere,

non offrirmi caffe intazzinato,

niente zucchero stasera

pago io e pago tutto,

nessuno sconto, nessun credito.

E avranno viste buone gli allenati al guinzaglio,

troppe bollette, castello fantozziano,

e i maggiordomi preparano il culo,

la vasellina, va messa bene,

per agevolare l’inculata,

archivi pieni, lista disco,

posti occupati,

si ammorza la fame nel pomeriggio domenicale,

Ti lascio i fiocchi sulla testa,

i manuali del bel vivere,

e le parate da circo,

tutta la carriera da razza schiava,

e non sarò educato, stanotte,

sfonderò la porta,

nessun permesso,

Verremo ammantati nella notte

portatori del fuoco,

C’è un tempo della frasetta e del cuoricino,

della tenerezza al cubo e delle mille e un bignè,

c’è un tempo di compromessi fino alla luna,

e di manuali del buon comunicatore,

c’è il tempo del sorriso stirato e del tengo famiglia,

c’è il tempo dei primi passi e delle infinite scuse,

dell’indulgenza a spremerla,

delle personcine ammodo che aggiustano sempre il colletto.

Sei mesi per una visita, stai in fila da ometto,

tre giri per il tuo turno al monopoli,

scusate potrese evitare di picchiare peter park?

C’è il tempo del.. posso entrare?

potreste abbassare il volume?

non c’è problema.. mi sposto io..

il tempo dell’oggi ingoia,

il tempo di accettare, accettare, accettare…

ingoiare, ingoiare, ingoiare..

Il tempo del… passo dopo..

sì.. fa un pò schifo.. lo tengono un pò legato..

ma un pò… ma ci sto lavorando..

passo dopo..

e chiudo uno occhio.. e un naso.. e un orecchio,

un tempo delle carte da parati gialloverde,

dei saggi consili,

del.. infliggimi pure l’isola dei famosi..

sono un democratico no?

del.. prendimi pure per il culo se ti va,

della pasta insipida….

E accarezzami la capa, come unn gattino..

e io ti raccontero di Topo Gigio..

Ma piovono pietre stanotte,

e il mare non lascia scontrini,

nessuno prenota alla cassa,

e le scarpe sono quelle che porto,

arriva il tempo dei lupi,

la notte del Drago

i bicchieri frantumati,

il fuoco e la spada.

Ecco la Legge del Silenzio,

Un No più grande di ogni piccola morte,

e Sì forti come un orgasmo,

niente tiepite tisane e frottole della nonna, stavolta,

ci sfideremo fino a marchiarci l’anima.

Traccerò una linea nella sabbia,

ma sarai tu a saltare,

nel Tempo dell’Intransigenza

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Assioma.. di Maria Luce

by Duncan on giu.03, 2011, under Misticismo, Poesia, Simbolo

Maria Luce, porta aperta, visioni notturne, angeli e demoni.. lei scruta nelle tenebre, e cammina a piedi scalzi nei bivacchi, e accende il fuoco… suo è il filo sottilissimo.. che porta Oltre.

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ASSIOMA

Esiste una legge nascosta

poco nota

la deduci osservando

le vite altrui

e la tua

quella del nodo dell’anima

qualcosa di non risolto

che torna

ti tormenta

ti aleggia intorno

finchè non ti decidi

e lo affronti

paura,ansia,malattie sono i sintomi

la cura non è medicina

la cura è altro

è cercarti

in ogni dove

dentro te

e dentro gli altri

non c’è rimedio

se non fai così

gli eventi simili

si ripeteranno

finchè non scoprirai

il tranello in cui cadi

ogni volta è così

nessuan dimostrazione

è un assioma

iniziando a crederci

qualcosa si smuove

un fiume dentro te

ti inonda

poi si ritrae

ti raccoglie

per poi spargerti

aprendoti l’anima

inondandola di scintille

bruciando la tua pelle spenta

quel senso di vertigine

che ci fa barcollare

con la paura nel vuoto

è la somma

di questi nodi

che scioglieremo

perché per questo

siamo materia

solo per imparare

imparare a vivere

davvero

 

è così

così è

 Maria Luce

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