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L’arte di essere Ciro Campajola
by Duncan on giu.15, 2011, under Poesia
Ehi tu,
bandito di puttanesca memoria,
misto barocco e santo tra il saltimbanco e l’eroe.
Parole urlate, sacrari d’amore, e scrivere a fiumi, a traboccare, mai viste poesie così lunghe.
Santo Cristo.. così lunghe.. Chilometriche, ovedose di passione, ma dove cazzo lo trovi il sangue a pompare e le viscere da annodare e il furore da masticare ridendo e sputando l’anima per tracannare tutto il carburante che ti serve per dilagare su queste pagine da appendere ai muri di chiese sconsacrate riconsacrate, in acqua, vino e sperma.. di matrone periferie e tavoli da biliardo per vecchi fanciulli e giocatori di lenza, bambini sugli alberi.
“Il sangue freddo è per i morti
il sangue freddo è per i serpenti” …
scrivevi, come le tue tante pietre buttate sul mare..
E la prostituta alla stazione, e il giro dei tossici, e le comnità calvario.
Ti spappolarono la carne per ingravidarti l’anima che adesso fiorirsce,
perchè
–
“c’è aria che balla
che comunque balla
c’è grazia
c’è amore
in ogni nota suonata
in gioia e in dolore
nel caldo regalo del sole
e in quello comprato sui marciapiedi
e c’è Signora Passione in ogni strada incantata
e mille Maestri
e mille strade per poterli incontrare
anche quelle cicatrizzate sopra le braccia”
–
Bandidos, terra che schiatta e nel sangue e nel piscio benedice gli eroi,
che nascondo il fiasco mentre allungano l amano a toccare tette culo..
Bandidos, cerchi nel fango, pistoleri d’approdo, chiese sbilenche,
e cavalieri del Graal in tuta e sigaro, o solo risata,
nel pianto che uccide, chi era..
“già stato ucciso prima”
ma schiattate zanzare,
perchè passa parola il sogno,
ma il buon sangue non mente,
nè pulcinella nè arlecchino…
musica scatenata a palla, mentre brindi coi fantasmi..
e frusti il passato a pedalere,
E poi..
–
“E poi ci sono stragi e saccheggi
eroi ammazzati e reduci delusi
ma va bene lo stesso
è un’occasione di blues
abbassi le luci
riposi gli ottoni
poggi la guancia sul negro cotone
primitivo padre di ogni ventre di madre
e lasci andare il tuo pianto nel suo ruvido incanto
ancora una volta ti perdi nel canto
e ancora una volta ti senti rinato
e anche stavolta sei nato”
–
Nato.. nato improbabile..
tagliati i figli.. nè burattini nè troie coi peli,
stanze carbone per “L’uomo di pEzza che è pazzo”
E se inietti nel buco del cuore spremute di blues,
attorcigli anncora un sorriso bambino..
il palco chiama… la strada non muore..
il fiato attente..
fino all’ultima giostra,
dell’ultimo sogno,
dell’ultima stella,
e ancora oltre…
perchè è come un’arte…
sì una bastarda arte…
una maledettissima arte..
una cazzutissima arte,
una sfanculatissima e gloriosa arte..
l’arte di essere.. Ciro Campajola…
Il tempo dell’intransigenza
by Duncan on giu.14, 2011, under Poesia, Simbolo
Piovono sassi,
e io ti aspetterò,
sui segnali dimenticati,
vecchi vestiti appesi
saranno il carbone che resta
dopo benzina e accendino.
Non sarà tempo di scivolosi violini
e di sorrisi lavati e pettinati,
Non cercherò biglietti di ingresso,
ed è troppa colma la pentola
per studiare le mosse,
Grandi corridoi vuoti ospitano i
i panchinari in tripla fila,
il ballo delle indulgeze rende putridi
e oggi la misura è coima,
doppioni di figurine sull finire dl quartiere,
non offrirmi caffe intazzinato,
niente zucchero stasera
pago io e pago tutto,
nessuno sconto, nessun credito.
E avranno viste buone gli allenati al guinzaglio,
troppe bollette, castello fantozziano,
e i maggiordomi preparano il culo,
la vasellina, va messa bene,
per agevolare l’inculata,
archivi pieni, lista disco,
posti occupati,
si ammorza la fame nel pomeriggio domenicale,
Ti lascio i fiocchi sulla testa,
i manuali del bel vivere,
e le parate da circo,
tutta la carriera da razza schiava,
e non sarò educato, stanotte,
sfonderò la porta,
nessun permesso,
Verremo ammantati nella notte
portatori del fuoco,
C’è un tempo della frasetta e del cuoricino,
della tenerezza al cubo e delle mille e un bignè,
c’è un tempo di compromessi fino alla luna,
e di manuali del buon comunicatore,
c’è il tempo del sorriso stirato e del tengo famiglia,
c’è il tempo dei primi passi e delle infinite scuse,
dell’indulgenza a spremerla,
delle personcine ammodo che aggiustano sempre il colletto.
Sei mesi per una visita, stai in fila da ometto,
tre giri per il tuo turno al monopoli,
scusate potrese evitare di picchiare peter park?
C’è il tempo del.. posso entrare?
potreste abbassare il volume?
non c’è problema.. mi sposto io..
il tempo dell’oggi ingoia,
il tempo di accettare, accettare, accettare…
ingoiare, ingoiare, ingoiare..
Il tempo del… passo dopo..
sì.. fa un pò schifo.. lo tengono un pò legato..
ma un pò… ma ci sto lavorando..
passo dopo..
e chiudo uno occhio.. e un naso.. e un orecchio,
un tempo delle carte da parati gialloverde,
dei saggi consili,
del.. infliggimi pure l’isola dei famosi..
sono un democratico no?
del.. prendimi pure per il culo se ti va,
della pasta insipida….
E accarezzami la capa, come unn gattino..
e io ti raccontero di Topo Gigio..
Ma piovono pietre stanotte,
e il mare non lascia scontrini,
nessuno prenota alla cassa,
e le scarpe sono quelle che porto,
arriva il tempo dei lupi,
la notte del Drago
i bicchieri frantumati,
il fuoco e la spada.
Ecco la Legge del Silenzio,
Un No più grande di ogni piccola morte,
e Sì forti come un orgasmo,
niente tiepite tisane e frottole della nonna, stavolta,
ci sfideremo fino a marchiarci l’anima.
Traccerò una linea nella sabbia,
ma sarai tu a saltare,
nel Tempo dell’Intransigenza
Assioma.. di Maria Luce
by Duncan on giu.03, 2011, under Misticismo, Poesia, Simbolo
Maria Luce, porta aperta, visioni notturne, angeli e demoni.. lei scruta nelle tenebre, e cammina a piedi scalzi nei bivacchi, e accende il fuoco… suo è il filo sottilissimo.. che porta Oltre.
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ASSIOMA
Esiste una legge nascosta
poco nota
la deduci osservando
le vite altrui
e la tua
quella del nodo dell’anima
qualcosa di non risolto
che torna
ti tormenta
ti aleggia intorno
finchè non ti decidi
e lo affronti
paura,ansia,malattie sono i sintomi
la cura non è medicina
la cura è altro
è cercarti
in ogni dove
dentro te
e dentro gli altri
non c’è rimedio
se non fai così
gli eventi simili
si ripeteranno
finchè non scoprirai
il tranello in cui cadi
ogni volta è così
nessuan dimostrazione
è un assioma
iniziando a crederci
qualcosa si smuove
un fiume dentro te
ti inonda
poi si ritrae
ti raccoglie
per poi spargerti
aprendoti l’anima
inondandola di scintille
bruciando la tua pelle spenta
quel senso di vertigine
che ci fa barcollare
con la paura nel vuoto
è la somma
di questi nodi
che scioglieremo
perché per questo
siamo materia
solo per imparare
imparare a vivere
davvero
è così
così è
Maria Luce
Portatrice di luce.. di Maria Luce
by Duncan on mag.23, 2011, under Poesia, Simbolo
A Manar… la bambina egiziana, la cui storia è raccontata in questo sito.. http://wellthiness.wordpress.com/2011/05/17/manar-la-forza-della-vita-di-una-bimba-con-due-teste/… è dedicata questa immensa poesia di Maria Luce che ora leggerete.
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PORTATRICE DI LUCE
Portatrice di luce
piccola Manar
dalle due teste
due esseri pensanti
un cuore solo
unite ma divise
occhi splendenti
sorriso di bimba raddoppiato
stessa anima in due corpi
scherzo dei geni che crea amore
sofferenza duratura e innaturale
separazione cruenta e necessaria
rifletto Manar su di te
su cosa sia il soffio della vita
del perchè pur soffrendo
così tremendamente
la tua voglia di sopravvivere
ha prevalso su ogni previsione
Manar
portatrice di luce
ti immagino così
su un’altalena
con l’altra te stessa
mano nella mano
felici
davanti a voi
Maria Luce
solo l’infinito cielo dell’Amore
è la storia della piccola Manar..
I mondi di Barbara (Lawrence Ferlinghetti)
by Duncan on mag.10, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Poesia, Resistenza umana
Nasce a New York nel 1919 da padre italiano e madre ebreo-francese, artista poliedrico ed eclettico, fulcro della controcultura americana della beat generation insieme ad Allen Ginsberg, Jack Hirschman, J. Kerouac, William Burroughs, Gregory Corso, Neal Cassady, Gary Snyder, Norman Mailer.
Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche
trascinarsi per strade di negri in cerca di pere rabbiose,
hipsters dalla testa d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste
con la dinamo stellata nel macchinario della notte…: questi versi della raccolta “Howl” (Urlo) di Allen Ginsberg, furono editi da Lawrence Ferlinghetti che per questo libro venne arrestato, nella San Francisco della fine degli anni Sessanta.
Era una generazione in rivolta tutta protesa ad inventare visioni nuove del mondo.
“I poeti, se sono veramente tali, non sono compromessi, sono puri e rappresentano una speranza”.
Aforistica e vocativa la sua è poesia che sa restare colta nonostante la semplicità, si fa leggere agevolmente, porge la mano soprattutto ai giovani, esorta, invita, desidera. Versi che professano ancora la rivolta e trasferiscono a tratti parole in immagini, i suoi quadri cercano, anelano la luce nell’intenzione di liberarla, in un processo contrario a quello solito che ne vuole la cattura. L’arte figurativa di Ferlinghetti si è sviluppata in un contesto di grande spessore e presenta una grande varietà di temi: denuncia politica e sociale, critica alle ingiustizie della società mercificata e massificante, amore e celebrazioni raffinate della femminilità: “Tutto ciò che volevo fare era dipingere luce sui muri della vita”.
CHE COS’E’ LA POESIA
“Poesia è
notizie dalla frontiera
della coscienza
Poesia è
il grido che grideremmo
al risveglio in una selva oscura
nel mezzo del cammin
di nostra vita
Una poesia è uno specchio
che percorre una via alta
colma di delizie visive
Poesia è lamina luccicante
dell’immaginazione
deve risplendere
e quasi accecarti
Il sole che irraggia
nelle reti del mattino
È notti bianche e
bocche di desiderio
È fatta
di aloni in dissolvenza
in oceani di suoni
È battute di strada
di angeli e diavoli
È un divano ricolmo di cantanti ciechi
dimentichi dei loro bastoni
Una poesia deve levarsi all’estasi
in qualche punto tra parola e canto
Che canti una poesia
ti voli via
o è anatra morta
dall’anima di prosa
Poesia è anarchia dei sensi
che si fa senso
Poesia è tutto
quanto nato alato canta
Come un vaso di rose una poesia
non la si deve
spiegare
Poesia è una voce di dissenso
contro lo spreco di parole
e la pletora folle della stampa
È ciò che sta
fra le righe
È fatta
da sillabe di sogni
È grida lontane lontano
su una spiaggia al calar della notte
È un faro
che muove il suo megafono
al di sopra del mare
È una foto di Ma’
in reggiseno Woolworth
che guarda dal vetro
un giardino segreto
È un Arabo che trasporta
tappeti variopinti ed uccelliere
per le strade
in una grande metropoli
Una poesia la si può fare in casa
con ingredienti di tutti i giorni
Sta in una pagina sola
ma può riempire un mondo e
sta bene nella tasca di un cuore
Il poeta è un cantante di strada
che salva strade-gatte d’amore
Poesia è pensiero-cuscino
dopo un rapporto
È distillato di animali articolati
che si chiamano l’un l’altro
traverso un golfo immenso
È frammento pulsante
di vita interiore
musica senza collare
È dialogo
di statue nude
È suono d’estate nella pioggia
e di gente che ride
dietro persiane chiuse
al fondo di un vicolo di notte
È lampadina spoglia
di un hotel di vagabondi
che illumina nudità
della mente e del cuore
Lasciate che il poeta sia animale da canto
fattosi lenone
per un re d’anarchia
Poesia è
lirica intelligenza incomparabile
volta a significare
varietà cinquantasette di esperienza
Poesia è una casa alta di echi
di ogni voce che abbia detto mai
qualcosa di folle
o meraviglia
Poesia è un’incursione sovversiva
sull’obliata lingua
dell’inconscio collettivo
Poesia è vero canarino in una miniera di carbone
e noi sappiamo perchè l’uccello in gabbia canti
Poesia è l’ombra gettata dalle nostre
immaginazioni-lampione
È voce
della Quarta Persona Singolare
È voce
entro la voce della tartaruga
È faccia
dietro la la faccia della razza
Poesia è fatta di pensieri-notte
Se può strapparsi via dall’illusione
non sarà rinnegata
prima d’alba
Poesia si fa evaporando
la risata liquida della gioventù
Poesia è libro di luce nella notte
che disperde nuvole di inconsapevolezza
Ode il bisbiglio
di elefanti e vede
quanti angeli danzano
su una punta di spillo
È un ronzare un lamentarsi estatico
ridendo un sospirare all’alba
una risata soffice selvaggia
È Gestalt finale
dell’immaginazione
Sia poesia emozione
ritrovata in emozione
Le parole sono fossili viventi
Ricomponga il poeta la
fera feroce
e la faccia cantare
Grande è un poeta solo quanto il suo orecchio
peccato se di latta
Poesia è lotta continua
contro silenzio, esilio inganno
Il poeta è un baluardo sovversivo
alle soglie della città
che sfida costantemente
il nostro status quo
È maestro d’ontologia
che interroga costantemente la realtà
e la reinventa
Prepara drink
dai liquori insani
dell’immaginazione
e perpetuamente si stupisce
che nessuno barcolli
Dovrebbe essere oscuro imbonitore
alle tende dell’esistenza
Poesia è quanto si ode dai tombini
echi di fuga del fuoco di Dante
Poesia è religione
religione poesia
È il ronzio di falene
cerchio intorno alla fiamma
È una barca di legno ormeggiata nell’ombra
sotto un salice in lacrime
entro l’ansa di un fiume
Il poeta deve avere un grandangolo
sguarda un mondo ogni sguardo
e il concreto è più poetico
Poesia
non è tutta eroina cavalli e Rimbaud
È anche preghiere impotenti
di passeggeri d’aereo
cinture allacciate
per la discesa finale
Poesia è vero oggettodi grande prosa
Dice l’indicibile
Pronuncia l’impronunciabile
sospiro del cuore
Ogni poesia una temporanea follia
e l’irreale è il più realistico
Sia poesia ancora
tocco ribelle
alle porte dell’ignoto
Una poesia è sua stessa Coney Island
della mente
proprio circo dell’anima
Far Rockaway del cuore
Lasciate che un nuovo lirismo
salvi il mondo da sé!”
Tu vivi.. di Alina Dumitriu
by Duncan on mag.10, 2011, under Ispirazione, Poesia
Abbiamo pubblicato già altre poesie di Alina Dumitriu.. questa giovane donna rumena che vive in Italia da anni.. dalla vita incredibile.. in assoluto una delle più grandi poetesse di questa generazione.
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TU VIVI
Tu vivi
negli appositi spazi
di un mondo luminoso
soldato
di rango guerriero
La tua chioma bruciata
porta nel mondo
amore caldo
per deboli
in oscurità
Tu vivi
nel perenne
cielo del dare
abbracci e fortezza
insicuri
cammini
sulle rive di un mare
prono
con la spada rovente
e il petto scoperto
nel vento cavaliere
e di fiamma angelica
il tuo volo
lenisce
un altro giorno di gloria
Tu vivi
e combatti
ingiustizie e affanni
solenne
il giuramento nell’anima
verità e rispetto
produci
e illumini là
dove i tuoi piedi
incidono l’orma
alla scoperta
di un mondo raggiante
Alina Dumitriu
I Mondi di Barbara (Vladimir Vysotsky)
by Duncan on apr.15, 2011, under Ispirazione, Poesia, Resistenza umana
I Mondi di Barbara è la nuova rubrica di Born Again.
Essa nasce dall’imbattermi in Barbara Lazzarini… non semplicemente una docente, cosa che pure è, ma una persona Capace di Insegnare, nel senso più alto del termine, al di là di ogni status giurico e categoria formale. Capace di creare quel circolo di riappropriazione di sè attraverso la cultura, la scoperta, la letteratura. Capace di trasmettere Bellezza. Vive il lei una conoscenza non erudita, ma viva, incarnata nell’esempio, capace di dare frutto.
Barbara condividerà i suoi Mondi anche qui su Born Again, in un appuntamento periodico.. tendenzialmente un testo ogni dieci giorni.
Il primo pezzo di Barbara Lazzarini, con cui si apre questa rubrica è dedicato a Vladimir Vysotsky , grande, e poco conosciuto in Italia, poeta “libero” sovietico, fuori dai Circhi di Regime, cantore di libertà.
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LA FUCILAZIONE DELL’ECO
Nel silenzio del valico, dove le rocce non sbarrano il cammino ai vènti,
In questi anfratti dove nessuno è mai riuscito a penetrare
Viveva un’allegra eco dei monti,
Rispondeva alle grida, alle grida degli uomini.
Quando la solitudine salirà alla gola come un nodo
E un gemito soffocato, quasi senza rumore, scivolerà nell’abisso,
Agile, l’eco afferrerà il grido d’aiuto,
Lo rafforzerà e lo porterà via con cura nelle sue mani.
Non dovevano essere uomini, gonfi di veleni e di oppio,
Quelli che giunsero per uccidere e ammutolire la gola viva,
Se nessuno ne sentì i passi e i grugniti.
Legarono l’eco e nella sua bocca misero un bavaglio.
Per tutta la notte continuò la farsa sanguinosa e crudele,
L’eco venne calpestata, ma nessuno sentì nulla.
All’alba l’eco dei monti, ammutolita, venne fucilata
E pietre sprizzarono, come lacrime, dalle rocce ferite.
VLADIMIR VYSOTSKY (1938-1980)
Vladimir Vysotsky (Vysockij) era nato il 25 gennaio 1938 nel centro di Mosca, figlio di un sottotenente di carriera dell’armata rossa e di una interprete di tedesco. E’ un periodo terribile nella storia Sovietica, il momento delle grandi “purghe” staliniane. Nel 1946 i genitori divorziano, e l’anno seguente il padre viene trasferito in Germania Est, dove conduce il piccolo Vladimir insieme alla sua nuova compagna, una donna armena. Nel 1949 tornano a Mosca dove frequenta un gruppo di teatranti. Dopo le superiori vorrebbe seguire una formazione artistica ma su richiesta dei genitori si iscrive ad ingegneria, corsi che abbandona quasi subito in seguito ai propri insuccessi. Entra in un istituto di teatro dove segue corsi di canto.
Straordinario poeta, ma i cui versi non vengono stampati perché censurati dalle autorità sovietiche. E quindi Vysotsky viene obbligato a imbracciare la chitarra e cantare, cantare, cantare per far passare le sue parole di orecchio in orecchio per tutta l’URSS. Grazie a cassette registrate fortunosamente, la voce profonda, infiammata e dolente di “Volodja” Vysotsky diventa la voce di tutti coloro che si oppongono e dissentono dal conformismo di regime. Come De Andrè, cantò i perdenti che non si arrendono, gli sconfitti indomiti, gli idealisti disillusi. Come un bluesman la sua vita è fatta di dissipazione e disperazione: pur ignorato e boicottato diventa il poeta più popolare del suo paese, senza che di lui venga mai stampato un singolo verso. La notizia della sua scomparsa viene taciuta dalla stampa ufficiale, ma il grido “Volodja è morto!” rimbalza nelle metropolitane e nelle strade di Mosca. Quasi un milione di persone seguono il suo funerale, e ancora oggi sulla sua tomba vengono portati fiori e pensieri.
Il Premio Tenco ha pubblicato su disco una raccolta di canzoni in omaggio a Vladimir Vysockij, ad opera di numerosi cantautori italiani. Nel disco compare anche la canzone Ochota na volkov “La caccia ai lupi”, cantata da Vysockij.
Vladimir Vysotsky (1938 – 1980)
La caccia ai lupi
Sono stremato, ho i tendini a pezzi,
Ma oggi, ancora come ieri,
Sono braccato. Braccato!
I tiratori, allegri, corrono ad appostarsi!
Dietro gli alberi un tramestio di fucili a canne doppie,
I cacciatori sono acquattati nell’ombra,
I lupi si rotolano sulla neve
Trasformandosi in bersagli viventi.
I cacciatori non giocano alla pari
Con i lupi, e le loro mani non tremano!
Hanno accerchiato la nostra libertà con le bandierine,
Ci colpiscono con certezza, sicuri di centrare il bersaglio.
Il lupo non può rompere le tradizioni.
Noi lupacchiotti, da piccoli, cuccioli ciechi,
Abbiamo succhiato la lupa,
E con il suo latte, il divieto di oltrepassare le bandierine!
Le nostre zampe e le nostre mascelle sono veloci.
E rispondi, tu che sei il capo branco,
Perché ci avventiamo, braccati, contro i loro fucili
E non cerchiamo di trasgredire il divieto?
Il lupo non può, non deve agire diversamente.
Ecco, è arrivata la mia ora.
Colui al quale sono destinato
Sorride e solleva il fucile.
Ho rifiutato di ubbidire,
Ho oltrepassato le bandierine – la sete di vita è più forte!
Ho solo sentito dietro di me, con gioia,
Le grida di stupore degli uomini.
Sono stremato, ho i tendini a pezzi,
Ma oggi, non sono come ieri!
Sono braccato. Braccato!
E i cacciatori sono rimasti a mani vuote!
La caccia ai lupi. La caccia!
Ai predoni grigi, vecchi e ai cuccioli.
I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea.
Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.
La caccia ai lupi. La caccia!
Ai predoni grigi, vecchi e ai cuccioli.
I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea.
Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.
La caccia ai lupi. La caccia!
Ai predoni grigi, vecchi e ai cuccioli.
I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea.
Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.
La caccia ai lupi. La caccia!
Ai predoni grigi, vecchi e ai cuccioli.
I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea.
Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.
(1968)
L’album dal vivo “Live in Volvo” di Vinicio Capossela, pubblicato nel 1998, contiene una traccia intitolata “Il pugile sentimentale”, brano in cui il cantautore italiano riprende e adatta alla lingua italiana l’omonima canzone incisa da Vysockij nel 1966
Solo l’amore ha senso.. di Alina
by Duncan on mar.11, 2011, under Bellezza, Poesia
dove ho scolpito
un’intera vita
la fame dell’amore
non finisce mai ,
e con le mani
e le braccia in salita
assorbono
le pietanze
gli zerbini
i focolari spenti
le dolomiti
e io
rapata e strafatta
mi assorbo le lacrime
che nutrono la fame
e lo schifoso
riso in polvere
lo vedo dissipare
Che raro
firmare un contratto
di cui solo l’idea
rimane ben precisa
e quanto è facile
essere invidiato
Trattata con freddezza
e l’abbraccio lo sentii
con tanta timidezza
Non una parola
di ciò che mi aspettavo
non un augurio
di benevolenza
non un tratto diverso
costruito
tutt’al più
mi guardo attorno
e trovo indifferenza
Qualcuno si mostra socievole
nell’habitat condiviso
e della mia scrittura
vorrebbe capire
il mio successo
e della mia sofferenza
vorrebbe avere
un’interferenza
per poter entrare
in quelle emozioni
dannate in parte
schifate dalla sorte
e del mio sorriso
trarre il narrare
la mia estasi consumata
che dal mio viso
scende orgogliosa
fino alla punta dei piedi
con gli occhi gonfi
e l’anima bucata
Classifica e suggestione
merito dei clandestini
di fronte alle grande dame
quelle più schifate
più pervertite
più iene delle iene
che divorano in branco
e ancora
con un sorriso malato
ti sanano per la pena
e dalla pelle alle ossa
ti ringhiano dietro
facendo del tuo retro
una vera e propria
stupida chimera
Libri
cosa sono
oltre al vorace
passare del tempo
se davanti ad una scrivania
smette di vivere
la saggezza che lei
dama di successo
femmina emancipata
ben vestita e ben truccata
pettinata e curata
fa smorfie
di fronte ad un dono
E poi dall’altra parte
qualcuno si poggia
sulla mia anima
dove l’amore perdona
e la vita non smette mai
di far da bambinaia
legandosi addosso
le corazze
e rinnega i diritti
mentre nessun telefono squilla
e per l’uomo amato
si fa in quattro
e lui non viene a casa
nemmeno a cena
Ma che malattia
la bellezza
ossia
una piccola soddisfazione
tradita
dalla risata della dama
mentre l’altro pezzo di croce
striscia e ama
Mi venne in mente
di comportarmi da vigliacca
e di quella risata
volli farmi carico
il giorno dopo
quando
di fronte alla casa
mi accostai
e pensando
da buona cristiana
suonai alla porta lussuosa
e con la stessa risata
entrai
Vorrei che i miei pensieri
restassero con me
non vendo i miei pensieri
ma li scrivo
li traduco in italiano
per chi italiano si sente
da straniera
dignitosa e orgogliosa
Qualcuno mi insegnò
che solo l’amore ha senso
Solo l’amore ha senso
Rivoglio i mie pensieri
dissi
e dalla sua faccia
tolsi il viscidume
E poi la mia goduria
il mio trionfo
la mia risata
Chiusi la porta
e me ne andai
soddisfatta
e con il pensiero altrove
Avevo sanato
una convulsione malata
Non avrebbe avuto senso
essere disonorata
perché
solo l’amore
ha senso
è ancora
solo l’amore
ha senso.
Alina Dumitriu
Per voce sola… di Maria Luce
by Duncan on feb.11, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Poesia
Mi sento onorato nel pubblicare oggi una poesia di Maria Luce.. in testi come i suoi vibrano interi mondi dell’anima… e spazi smisurati di sogno, dolore, amore e speranza…
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PER VOCE SOLA
per voce sola
con mano ferma
con pianto allegro
ti butti in alto
sfidando il basso
per voce sola
non tremi
per voce sola
ti riprendi
uno sguardo
non voluto
ti risparmi
la fatica
di sognare
per voce sola
per guanto spaiato
per assurdo solo
per manicomi bui
dove non odi
la tua voce sola
con forza d’insieme
che ti spinge
a guardare
un oceano verticale
per voce sola
remi all’ingiù
su assi di legno
marcio e ruvido
con segni
di nomi
e cuori
per voce sola
non rimpiangi
unico sogno
il tuo volare
per voce sola
ti porti in un dentro
dove non c’è ascensore
o scala che tenga
per voce sola
dentro un giardino
senza radici
con frutti sospesi
su rami senza tronco
che raccogli
e non vedi
il succo che cola
sulal tua pelle
tra le labbra
dissetandole
per voce sola
ossessiva
ricorrente
come scandire
del tempo
che non corre
ne si affretta
ma va a tempo
per voce sola
come foglio
ripiegato
in forme
antiche
per voce sola
m’incammino
mi fermo
mi sdraio
davanti al fuoco
per voce sola
brucio
tutte le vendette
nel fumo disperso
di rancori inutili
per voce sola
dei colori
delle rose di maggio
per voce sola
spolvero
le onde del mare
dalla sabbia di troppo
e lucido il pavimento
del cielo
con la cera del sole
lasciando aloni
di arancio e rosso
per voce sola
ti amo
di sola voce
di solo respiro
per voce sola
sola voce
capace
di sfidare
il tempo muto
di domande
ignote
ancora presenti
nel passato
per voce sola
ti cerco
tra le tende
della finestra
di una stanza
di bambina
divenuta
subito donna
per voce sola
frantumo
l’aria
che mi sta stretta
e non mi ossigena
per voce sola
dissanguo
continuamente
vita avida
di sonno interno
per voce sola
afferrro
quel lampadario
fatto
di carezze appese
come lampadine
fulminate
prima del tempo
e mai sostituite
per voce sola
illumino un buio
che non è fuori
per voce sola
mi aspetto
cercando
di non ritardare
per voce sola
ti sento
come sperma caldo
dentro di me
per voce sola
accozzaglia di voci
non sole
divenire rotto
solo dal silenzio
visioni lucide
di sfocata nostalgia
di un dire
che non dice niente
per voce sola
la mia voce
sola
per voce muta
come voce afona
senza corde
strappate
dall’ignavia
o dalla stanchezza dolce
che afferra
dopo l’amore
dopo la fatica
dopo il ripetere
convulso
di ogni gesto
uguale e inusuale
per voce sola
rimbombare
di toni aspri
di guerre inutili
di morte
continua
di corpi
spezzati
di arresa
per voce sola
di fiumi
senza mare
e di mari
senza strade
di strade
senza mondo
di mondi
senza voce
per voce sola
per voce sola
solo e sempre
per voce sola
di parti dolorosi
di figli non voluti
di feti buttati
per voce sola
la loro voce
mai sentita
per voce sola
quell’unica voce
che ho
che abbiamo
che non si zittisce
che mi aspetta
tutte le mattine
che non dorme mai
che mentre dormo io
lei ascolta
e mi racconta
tutto
il giorno dopo
in un viaggio
di vita
che parla
di una voce
per voce sola
sola voce
che ascolto
Maria Luce
Disertori.. di Alina Dimitriu
by Duncan on gen.08, 2011, under Bellezza, Ispirazione, Poesia
può sobbalzare il profondo ?
Qualli identiche anime viaggiano
e conquistano
il risentimento
a tal punto da far dimmenticare
l’unione dei prescelti
e formicolando nei stessi punti d’arrivo
si saziano d’arrida golla?
Vorrei inoltrare lo scambio dei dolori
e sentire le maree arrivando
ad un confine
mai scritto
e mai conosciuto
da nessuno .
Mi chiedo se l’amore fa’ male
ma il male lo conosco ,
mi e statto fornito
in quantità abbondante
e sazia mi sento
se lo digerisco ancora
ogni volta che il mio stomaco lo vomita .
Stare in bilico ,
stare in apnea ,
e respirare l’olfatto delle fragole immaginarie .
Sola , mi piace stare sola ,
perché la mia solitudine
e più prescelta ,
e più sincera ,
e condivisa da verdi prati
dove riposo in pace le mie ferite .
Conosco i profumi ,
i salti in ballo di chi mi rigenera ,
percezioni e fiamme
mi nutrono ancora ,
e firmo l’acesso del cammino ,
con carne debbole ,
perché la debbolezza e un arrivo ,
anche essa fa parte dei diaframmi di fortezza .
Corro incontro ai debboli ,
e respiro il loro ossigeno ,
abbraccio gli ignoranti ,
gli ubriachi , i malati , i severi aristocrati che mi ammirano .
Non capisco , nessuno mi da indizzi ,
ciò che voglio capire non lo sa nessuno ,
mi confondono mi restano amici ,e mi sorridono i vermi i nessuno ,
pestati e cacciati da ogni razza ,
da ogni forma di vita .
Lo schifo , per gli altri , per me no ,in essi capisco il mio
traguardo .
Il compiuto strisciare e rendere divino ogni mio male .
Palese riscontro , onore ad esso ,
nausea e rifiuti mi sottointittolano , sfera di bolle , mani di
fata …
Sono ancora in quel labirinto ,
dove la luce innesca in ogni crepaccio cucito dai ragni ,
sacre creature dell regno notiziario e portatori di felicità .
E voi ci siete?
Vermi e amici miei ,
umili ignoranti di spade aflitte e corsari di sdegno esistere ,
sotto ai dei occhi del vedere e non vedere ,
gli auspici e la gloria umana ?
Disertori e scambisti dei non vedenti ……
Ma di più mi acceca la vista dei erroi evaporati
e mi abbraccio da sola perché in ogni solo obblio ci sono io ,
e i miei traguardi raggiunti e sofferti
ahimè disertori anche essi ,
legionari e paralleli ai mondi in cui ho vissuto
da libera prigioniera !
Amore Zen
by Duncan on dic.24, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Poesia, Simbolo

Lessi una volta questa storia che parlava dell’amore del Maestro Zen Ikkyu per la musicista non vedente Lady Mori.. vi trovai una tale grazia, delicatezza e bellezza che mi restò impresso. Il testo che adesso vi riporto (e che è tratto da questa pagina web.. http://www.fiorigialli.it/dossier/view/5_tu-e-io/612_il-sentiero-del-donarsi), sviluppa poi, a partire da questa vicenda, una riflessione sull’Amore.. anche di coppia.. inteso come pura generosità.. come puro dono….
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IL SENTIERO DEL DONARSI
Il brano che segue parla dell’Amore del maestro zen Ikkyu Sojun (1394-1481).
Il grande amore di Ikkyu era una musicista non vedente nota come Lady Mori. Si dice che Lady Mori era famosissima per la maestria con cui suonava il suo strumento a corde: l’uditorio era rapito sia dalla musica sia dalla dolcezza con cui ella toccava le corde del suo strumento.
Ikkyu rimase rapito da tale maestria. In molti suoi componimenti poetici, egli ha declamato l’abilità delle mani di Lady Mori, poco importa se ciò avveniva mentre suonava uno strumento o mentre accarezzava il suo corpo. Perfino Ikkyu, dall’alto della consapevolezza zen, non era in grado di riprodurre la profondità dell’emozione e della sensibilità che lei infondeva al modo in cui lo toccava.
Il Sentiero del donarsi
Non passa notte che Ikkyu non canti a squarciagola
Per se stesso
Per il cielo e per le nuvole
Perché Lei si è data liberamente
Le sue mani la sua bocca i suoi seni
Le sue lunghe cosce madide di sudore (Ikkyu)
Il sesso consapevole (zen) è semplicemente questo: amanti che fanno l’Amore, che danno l’un l’altro, che vogliono dare l’un l’altro; senza prendere, senza esigere, senza egoismo, bensì in modo altruistico e dedito al qui e ora.
La sfida consiste nel mantenere questo spirito in ogni momento della relazione. Il sentiero del Donarsi si fonda sugli insegnamenti del chado, la cerimonia giapponese del tè.
Ogni appuntamento scandito da questo rito costituisce l’occasione per il padrone di casa e per l’ospite di essere in comunione nell’unicità del momento. Il padrone di casa ha il massimo riguardo per l’ospite, che a sua volta ricambia dimostrandosi riconoscente. Attraverso questo semplice gesto, le due persone instaurano un’armonia reciproca che finisce per estendersi al resto del mondo.
Uno dei principi fondamentali del chado si può applicare direttamente alla scelta di dare. Esso viene definito “kokoro ire” o “inclusione dello spirito del mondo”. I maestri del tè esortano a mettere il cuore in quello che facciamo. “Non servite il tè per il solo desiderio di suscitare una impressione positiva sugli altri o perché sperate di ricevere qualcosa in cambio; servite i vostri ospiti perché li volete servire, con un cuore sincero e umile”.
Nell’incontro erotico l’amore, l’attenzione, il rispetto reciproco giocano un ruolo determinante affinché gli amanti possano raggiungere il vero piacere. Nel chado, il migliore dei tè non è servito dal padrone di casa che costruisce una sala da tè fatta di oro e pietre sfavillanti. L’ingrediente più importante, come per ogni pasto che si rispetti, è l’amore aggiunto da colui che lo prepara.
Questo aspetto viene approfondito da una storia avente per protagonista Sen Rikyu (1522-1591), il più celebre maestro del tè giapponese, che narra di un coltivatore di tè che un giorno aveva invitato il grande maestro a prendere il tè a casa sua. Sen Rikyu era famoso per le sue qualità. L’imperatore stesso lo aveva accolto nella suo palazzo dandogli una carica di prestigio.
Sopraffatto dalla gioia motivata dal fatto che Rikyu aveva accettato il suo invito, il coltivatore di tè lo condusse nella sala da tè, servendoglielo personalmente. In quella straordinaria occasione, fu tale la sua eccitazione da indurlo a compiere dei movimenti maldestri a causa della mano che gli tremava: fece cadere la tazza e urtò il cucchiaino, facendolo volare per aria. Gli altri ospiti, discepoli di Rikyu, repressero a stento il riso nei confronti della goffaggine con cui l’uomo aveva servito il tè (erano ovviamente abituati ad assistere alla cerimonia condotta nella perfezione estetica del loro maestro). Ma Rikyu fu colpito da questo episodio al punto da dire: “Questo tè è eccellente!”
Mentre rincasavano, uno dei discepoli chiese a Rikyu perché era stato favorevolmente colpito da un rito eseguito in modo tanto deprecabile. Rikyu rispose: “Quell’uomo non mi ha invitato con l’intento di far sfoggio della sua abilità. Egli ha semplicemente voluto servirmi il tè con tutto il suo cuore. Si è dedicato completamente alla preparazione di una tazza di tè per il sottoscritto, senza preoccuparsi di commettere errori. Quella sincerità mi ha colpito”.
Questo è il sentiero che conduce alla suprema consapevolezza delle zen: dare per il puro piacere di dare. Talvolta crediamo che una relazione richieda molto denaro, una casa lussuosa o regali costosissimi. Tuttavia, lo spirito del kokoro ire (l’inclusione del proprio cuore) ci rammenta che nulla è più importante dell’amore che dimostriamo alle persone che sono con noi.
Ogni individuo è una manifestazione dello spirito divino; il fatto di essere accanto a qualcuno con tutto il cuore denota quindi rispetto non solo per quell’individuo, ma anche per la grande forza divina che esiste in ogni cosa. Avviene che le persone scelgano di dare sull’onda del senso del dovere o dell’insicurezza. Il sesso non dovrebbe essere un’incombenza a cui assolvere. Se fate l’amore pensando al bucato o al lavoro che vi attende domani, la vostra mente e il vostro corpo non saranno connessi. Un tiepido sforzo non è certo meritevole di generosità. Non arrancate lungo il cammino. Se vi sorprendete a trascinare i piedi, significa che non siete sulla buona strada. Non date per dimostrare di essere bravi.
A prescindere dalla competenza acquisita da un amante, se manca il cuore, il sesso non tarderà a farvi mancare le più profonde sensazioni. Innanzi tutto s’impone la presenza dello spirito dell’amplesso, lo spirito della scelta di dare. Da quello spirito aperto, che coinvolge e innalza, trae origine la tecnica. Evitate parimenti di dare con troppa serietà. Il buon sesso si ottiene con la partecipazione generosa ma senza sforzarsi al limite delle proprie forze. Siate attivi ma non precipitosi. Come sostiene Rikyu a proposito del chado:“E’ giusto che sia il padrone di casa sia l’ospite cerchino di fare del loro meglio e di conseguenza di creare una situazione soddisfacente per entrambi. Non è comunque giusto che ambiscano alla soddisfazione fin dall’inizio”.
Per essere un buon amante basta possedere un cuore generoso. Se la tecnica è approssimativa, non scoraggiatevi e insegnatevi a vicenda. Vi accorgerete che presto non lo sarà più.
Non attribuitevi troppa importanza per la vostra generosità poiché un simile atteggiamento induce il partner a sentirsi in debito o a voler contraccambiare. “Fate un buon lavoro segretamente”, dicono i maestri. Si tratta del concetto giapponese legato al “toku”, che pur traducendo il nostro “virtù” in verità ha come significato “buona azione che non attende né pretende ricompensa”. Toku è assimilabile all’amore che si dona al neonato. Crescendo il neonato ignora i nostri sacrifici, esso si limita a sapere di essere felice. Ed è lì che si trova la nostra ricompensa.
Se sceglierete di dare alle persone che amate facendo in modo che non lo sappiano mai, innalzerete lo spirito collettivo dell’umanità. Non serve preoccuparsi di ricevere qualcosa in cambio, perché quando due partner che si desiderano fanno bel sesso, dare e ricevere diventano la stessa cosa. Uno si trova nell’altro e la distinzione fra dare e ricevere è irrilevante.
Per dirla con le parole del filosofo romantico Kahlil Gibran (1883-1931):“Succhiare il nettare del fiore infonde piacere all’ape, ma anche il fiore trae piacere nel donare il suo nettare all’ape. Poiché per l’ape il fiore costituisce una fonte di vita e per il fiore l’ape costituisce un messaggero d’amore, per entrambi, per l’ape e per il fiore, il dare e il ricevere insiti nel piacere sono un bisogno e un’estasi.”
Quando siete realmente tutt’uno con ogni cosa, poco importa ciò che date, perché avete sempre tutto. Potete donare liberamente ciò che è racchiuso nel vostro cuore, perché il suo contenuto non si esaurirà mai. I maestri zen sono soliti ripetere: “Se è abbastanza profonda, la sorgente amplierà il flusso delle risorse”. A prescindere da ciò che daremo, ci sentiremo sempre ben riforniti, perché la sorgente della nostra scelta di dare è infinita. E’ la fonte dell’amore.
Non ultima è la qualità che si profonde nell’attimo. Se si pensa che potremo ripetere un incontro per sperimentare altre delizie e ci tratteniamo abbiamo nuovamente lasciato che la mente interferisca limitando la nostra estasi.
Sul sentiero della Gloria
by Duncan on dic.24, 2010, under Ispirazione, Misticismo, Poesia, Resistenza umana, Simbolo
ti aggrappavi al muro e soffiavi fuori l’aria,
e ti ingozzavi di cibo, e ti masturbavi col turbo..
ricordi quei giorni?
Una volta la malattia era a strati,
strato dopo strato invadeva l’anima…
e colpo dopo colpo ingoiavi la rabbia,
ricordi quei giorni?
E né mani, né piedi, né occhi…
l’ombra dello scorpione, fruste sottili, fruste a rigare a sangue,
l’orgoglio degli sfigati, parti mediocri,
assalti mediocri spacciati, e appena atomi di respiro
ricordi quei giorni?
e quando irrompeva la vita.. provavi a correre, per non perdere quel
calore
che sembrava svegliarti…
prima che scendesse ancora la notte,
ricordi quei giorni?
I demoni avevano campo libero,
e tu eri solo un Pagliaccio, un fantoccio, un coniglio bagnato..
ma tu eri già lì…. no?
nessuno è mai solo…
nessuno è perduto…
non credete agli idoli bastardi,
ai simulacri di morte,
non date nome al Mistero,
alla Bellezza che pulsa tra le braci,
al Canto intonato tra gli incendi,
non credete alle Musiche Sinistre,
alle cappe nere come il petrolio,
alla morte delle sirene troie,
nessuno è smarrito sui vetri spezzati..
sulle palle di neve ad Est della Gloria…
dietro i nomi delle Bestie,
negli ingorghi del veleno,
nel tuo Moloch tascabile…
nella merda che ti affoga…
tu eri già lì…
non aveva nome il Mistero…
ti segue per passi e passi..
Nessun serpente potrà toccarti,
mentre il cielo cade in frantumi
e il silenzio si dissipa,
e gli atomi non sono che polvere..
sul Sentiero della Gloria
OSA CREDERE
by Duncan on nov.04, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
OSA CREDERE
C’è una poesia stupenda, attribuita a Josei Toda, anche se non credo sia sua. E’ uno di quei rari casi in cui una poesia appartiene a un autore, ma entra nel campo vitale di un altro, quasi fosse troppo affine a quella esistenza, piuttosto che a quella di colui che l’ha generata. Certe cose sembrano talmente scritte da un altro che l’altro quasi se ne appropria, ed entrano nella sua Leggenda. E credo che potranno sforzarsi a centinaia a sottolineare come Osa Credere non sia di Josei Toda. Per ancora molto tempo a venire è al suo nome che continuerà ad essere accompagnata. Come “Lentamente muore”, scritta in realtà da Martha Medeiros, ma che quasi tutti attribuiscono a Neruda. E, in un certo senso, “vogliono” attribuire a Neruda. Il suo Mito calamita questa poesia, e forse tra qualche centinaio d’anni riuscirà ad emanciparsi da questo abbraccio. O forse mai.
Rileggendo oggi Osa Credere una serie di immagini e impressioni ha preso corpo in me, uscendo fuori senza chiedere il permesso.. alla fine di esse, la poesia di Toda (vedete, ci casco anch’io..)
Stai rubando scampoli di tempo, stari rubando battiti di sole, stai rubando istanti di sogno? Non vedi che sei tu contro l’onda, non vedi che il Banco è forte, il Casinò non perde, ragazzo? Non ti senti un ladro, un clandestino, a spiare dai muri, e a partire, bagagli e mantelli per specchiarti un minuto in un sogno; non vedi che a volte il vento è burrasca e trascina foglie oscure nel cielo? Non vedi che a volte è come saltare in mezzo alle mine? Non vedi che a volte senti solo la sabbia tra le mani? Il Banco è forte e tutto il casinò è dalla sua, e tu che pensi di fare? Perché non batti in ritirata una volta per tutte? Sarai comunque ricordato tra gli applausi… perché non segui i saggi consigli? Non vedi che sei piccolo dinanzi al Destino? Perché rubare secondi, minuti, giorni, ore, quando potresti spassartela al mare? Il Banco è potente nei suoi giochi…
Stetti un po’ silenzio, ma poi risposi:
“Ne avete di saggezza amici miei, la vostra prudenza è proverbiale… potete vincere in mille tribunali con i vostri argomenti… avete mille precedenti da far valere. La vostra voce non è malvagia, è il rassicurante canto della resa che da sempre tiene molti lontano dai guai, e chissà quante vite avrete salvato. Ma mi spiace, in milioni hanno tirato in remi in barca, c’è sempre trippa per gatti per chi sa accontentarsi, e da vecchi avremo mille ragioni per scusare la nostra viltà. Durante gli anni non ci mancheranno hobby, occupazioni e dipendenze per stordire la voce che non abbiamo voluto seguire. L’insoddisfazione sarà come un tarlo, insistente, irritante, frustrante. Ma ci hanno consegnato mille droghe per stordirci. E poi, chi ci potrà accusare?
Ci sono cose che non puoi fare, bambino, mettiti l’anima in pace, e adesso vai, che il tempo corre, tanto tra sudore e giocattoli, tra lavoro e bevute occuperai il tuo tempo. E poi l’equilibrio cosmico dove lo mettiamo? Se tutti fossero aquile, chi impersonerebbe gli altri ruoli?
Argomentazioni impeccabili, ma, mi spiace. Noi abbiamo un’altra Strada che ci chiama. E su quella Strada continuerò.
Ci sono poteri che voi non conoscete. I persiani persero a Maratona, chi ci avrebbe scommesso? Ci sono forze che smuovono montagne. Se hai un sogno, combatti per esso. Sta sicuro, alcuni giorni ti sentirai solo, alcuni giorni vedrai solo nebbia, alcuni giorni avrai le ginocchia sbucciate, alcuni giorni ti sembrerà di essere davanti al muro bianco, alcuni giorni saranno violenti come una tagliola, alcuni giorni non ci sarà una voce a incoraggiarti. È la Lunga Notte, quasi tutti mollano là. Ma è proprio quando il buio è più oscuro che è prossimo alla fine..
Adesso dammi la tua mano e ripeti come ad alta voce, perché le parole scacciano la Paura, bandisci il Dubbio, e ripeti le Parole…
Credo in quello che sono,
la mia Visione sarà incandescente nella mia mente,
nel giorno e nella notte,
affronterò il Drago nella sua tana,
seguirò la Stella irraggiungibile
e comunque vada
avrò giocato la mia Partita,
e qualunque sia l’esito,
avrò osato credere.
————————-
Osa credere
Osa credere che c’è un canto nel tuo cuore.
Osa credere nei tuoi desideri.
Finché hai il coraggio di credere
niente potrà impedirti
di giocare il ruolo che vuoi.
Troppe persone finiscono su una strada sbagliata
fuorviate da un granello di dubbio.
Il destino si può cambiare.
Il sole è già alto sul giorno che è nato.
Troppi dicono che tutto va bene
e non capiscono perché si dovrebbe cambiare.
Troppi nascondono il loro splendore
sotto macigni di sofferenza.
Noi non dobbiamo chinare la testa
alziamoci invece cantando di gioia.
Non c’è momento migliore
dell’istante presente.
Avanzerò senza sosta
adesso che so
di aver trovato qualcosa
che mi appartiene.
J.Toda
A Francesca Diana.. di Ciro Campajola
by Duncan on ott.25, 2010, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana
Ciro Campajola.. già altre volte la sua presenza ha aleggiato in questo Ciro campajola, già altre volte la sua presenza ha aleggiato in questo Territorio chiamato Born Again… altre sue poesie sono state pubblicate…
Ciro dalla vita estrema e tormentata, ma eternamente ribelle, indomabile, con versi che sputano sangue, ma masticano anche vita, fino all’ultimo. Con piedi che a volte sembrano squartati dal cemento, ma l’anima buona di chi rialza sempre la testa col sorriso bambino di chi porta una fedeltà nell’anima, e vuole dare a chi incontra bicchieri di un vino che è bello rosso forte, ma scalda il cuore, e se ti tiene sveglio.. direbbe Ciro.. “bevilo che è per il tuo bene, e togliti il frack”..:-)
Ciro sa rinnovarsi costantemente. Potrebbe adesso godere gli allori del suo libro pubblicato da poco. E invece è ancora qua, in pista, nella polvere, sulla strada, a tirare fuori chilometriche stanze del deserto, storie che si contano sulle dita, rabbie ancora accese, e fame che non si sazia, e il desiderio di un Luogo.. di un Luogo.. dove gli occhi che si incrociano segnanno tracce di benvenuto nel cielo e mani strette tengono lontani i lupi..
Esiste un Luogo del genere?.. Esisterà? a voi la risposta…
Vi lascio alla poesia “A Francesca Diana” di Ciro Campajola
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Prigioniero della mia libertà
Vado lamentando parole in giro
quelle strette necessarie a tenermi in vita
parole silenziose
come quando la coscienza del dolore
ti mostra l’impotenza del volere
parole trattenute
come quando
perfino un tuo respiro suona assordante
parole come quando è troppo
Poi inevitabilmente
mi devo un’ubriacante disintossicata
Ognuno di noi ha delle particolari facoltà
che nemmeno sa di avere
lo scopre solo in determinati momenti
quelli estremi
è soltanto lì che vengono fuori
anche se accumulate in ogni passo fatto
restano sconosciute fino al passo precedente
La mia facoltà è il distacco
la “disintossicata”
è una dimensione segreta
un confine nascosto tra le pieghe del mio cervello
dove l’ esterno non può seguirmi
sono i miei bar
è così che li chiamo
i bar della mia mente
costruiti su quelli delle mie strade
e sul mio stesso fegato
Sono bar come rifugi
dove il dialogo non è richiesto
e la clientela non è scelta
lo è stata
i pochi avventori non vanno per avventure
ne vengono
sono bar dove chi serve
serve solo a capire se hai soldi per un altro giro
altra tregua da mandar giù
sono bar immaginari
che non esistono
e non insistono per esistere
o sono bar reali
che esistono
e allora bevono per darsi coraggio
e lo fanno fin quando è possibile
fino all’ implacabile serranda che si abbassa
Lamento parole nude
povere di vesti
inequivocabili
evidenti
virgolettate schedate e tutto il resto
chiaramente prive di ogni altro significato che non sia il loro
parole che chiedono subito e soltanto il dunque
logorate dal ripeterne il come e il perché
parole stanche
come quando
cominci a risparmiare sui discorsi
parole svogliate
come quando
ti arrendi a un’evidenza e te ne fai ulcera e ragione
un buco nello stomaco e un altro nel cervello
Lamento silenzi per starmene in pace
lontano sia da riverite osservanze
che dalle perdute speranze
mastico rabbia muta nei binari morti dell’esistenza
“ai margini”
come dicono gli stessi stronzi che li tracciano
palesemente fuori dal gioco del rumore
eppure ancora ne alimento la sorda rabbia
come se il rumore avesse bisogno anche di me
a tutti i costi….
che poi puntualmente mi vengono attribuiti
Eppure non sogno più di pace
mi basta “starci”
non sogno più di libertà
non la urlo più ad alta voce
pago la mia quando riesco a viverla
non sogno più di giorni come orgasmi
o di amplessi finali
non sogno più sogni
cerco solo di custodire quello possibile
quello rinchiuso nel mio pensare
non più dentro il mio dire
eppure
il mio parlare silenzioso
setacciato
dosato
scelto
reso elementare
per non restare imbrigliato in parole dotte e /o duttili
il mio parlare diretto
chiaramente evidente nella sua tregua
viene ugualmente esposto al plotone
come quando urlava la “sua” libertà
il plotone vede comunque rosso quando il dire è trasparente
anche i miei silenzi fanno rumore
Sono prigioniero della mia libertà interiore
fuori l’unico suono consentito è il consenso
dov’è il senso?
L’uomo di pezza ha cambiati i suoni
ogni parola è interscambiabile
non decide più il senso
ma il prezzo
l’uomo di pezza è pazzo
L’uomo di pezzo ha cambiato orchestra
maestri strumenti e compagnia cantante
i maestri hanno cambiato strumenti
gli strumenti cambiano suono a comando
il suono si adegua di rimando
e la compagnia canta solo in contanti
L’uomo di pezza è dichiaratamente pazzo
s’innalza sovrano calpestando il popolo
e firma dall’alto la sua dichiarazione
il popolo sottostante
e non più sovrano
gli vende la ragione
e gli affida la Nazione
La canzone è sempre quella
tu la scegli
lui la arrangia
mentre la musica è in rianimazione
e in rianimazione mancano anime
L’uomo di pezza è un solo lungo zerbino
buoni cattivi e preti
demoni e santi
eroi e briganti
storia e invenzione
scienza e fantascienza
virtù e schiavitù
finzione e religione
regola ed eccezione
tutto è intrecciato nella stessa stoffa
un’unica trama tramata senza una trama pensata
o comunque sensata
intrecciata senza un filo conduttore
cucita a doppio filo a un filo di lama
una trama senza via d’uscita
se non la stessa lama che ne tagli netto il filo
il bandolo della matassa è lontano nel tempo
è andato perso
qualcuno dice occultato
qualcuno dice sia il punto inamovibile del nodo
quello che tiene insieme l’uomo di pezza
L’uomo di pezza è legato alla sua pazzia
e come un putrido virus
avanza nel suo contagio
si moltiplica a dismisura
e si riproduce a sua misura
l’uomo di pezza è un esercito rumoroso
bombarda ogni evidente ragione
per coprire il suo confuso silenzio
l’uomo di pezza tappa tutti i buchi
intrecciando ogni spazio con parole cucite a caso
l’uomo di pezza spreca la vita a rammendarsela addosso
come un disperato gesto di porre limiti alla luce
alla trasparenza che ne svelerebbe l’evidenza:
la malattia
L’uomo di pezza è solo un pupazzo infetto
non ha l’avventura del brigante
e non ne ha lo stile
attorno al suo nome non girano storie affascinati
il suo nome è sconosciuto alle leggende
e lontano dalle leggi
lui non ha mai niente da raccontare
niente mai da dichiarare
lui ha già dichiarato
firmando la sua dichiarazione
lui parla senza dire
e per non dire niente
parla troppo
lui ha stracci nel cervello
e panni sporchi da lavare
ma si guarda bene dal farlo
potrebbe scoprire che l’uomo di pezza è lui stesso
o peggio
è anche lui
ma con stracci in bocca
sugli occhi e sulle orecchie
e i panni diventano altri stracci
L’uomo di pezza è un unico zerbino
tutti dentro
buoni cattivi e preti
annodati tra di loro
da uno scheletro di stracci
la coda somiglia al capo
teme anch’essa la parola chiara
illuminerebbe altri scheletri nascosti
La libertà è una chimera
e lo è sempre stata
ma non è una qualunque fantasia
io la considero un’utile utopia
senza di essa
non avremmo la possibilità
di allevare l’unica libertà possibile
quella dentro di noi
quella che non si guarda allo specchio
ma ci guarda nella coscienza
quel lumicino che ti fa vedere meno il buio
quella fiammella che per alcuni è tutto il calore possibile
come lo è per me
malgrado la mia vita “politicamente scorretta”
malgrado la trama del mio film
zeppa di contraddizioni e sbagli
di abbagli e delusioni
di tentativi ed errori
malgrado il mio film bocciato
da un pubblico distratto e mai invitato
io la tengo ancora accesa quella fiammella
a dispetto di tutto e di tutti
alimento questa piccola luce di libertà
che non è quella del sogno
la chimera
è quella possibile
e non servono soldi o rivoluzioni per ottenerla
basta una bilancia
e dare il proprio nome ad ogni cosa
che sia un bene o che sia un male
e dopo pesare il tutto
per disfarti del peso e tenerti leggero
La libertà possibile
è’una libertà tenuta in piedi
dal peso della leggerezza
il peso più pesante
una libertà sviluppata allenando i propri giorni
con tenacia e sudore
non adottata a distanza di sicurezza
una libertà che non si nasconde
mai
negli applausi come nei fischi
una libertà che ti permette di riconoscere la puzza
e di starne alla larga
Continuo a coltivarla questa possibile libertà
come una pianta miracolosa
che non vuole altro che acqua e luce
cose trasparenti a pensarci
ecco forse perché i miei silenzi fanno rumore
per l’uomo di pezza il vero rumore è il mio vivere
è stupefacente per lui
è pericoloso per una realtà drogata
illegale per la legge di un pazzo in una trama pazza
L’uomo di pezza divide la libertà
e dice di moltiplicarla
ma ne parla comunque al plurale
mentre la mia libertà al plurale
non significa più un cazzo di niente
la storia mi dice che la libertà è unica e sola
prendersi delle libertà è tutt’altra storia
e conosco anche quella di storia
L’uomo di pezza è un pazzo puzzle
fatto di pezzi e di pizzi
scrive i prezzi sui pizzi
e poi li infilza in un altro pezzo
che ritorna il prezzo al pizzo
l’uomo di pezza è spudoratamente pazzo
L’uomo di pezza è un solo zerbino
ma è appartenente
a tutti
al capo come alla coda
alla cupola come alla coppola
poi il capo sogghigna
e la coda si indigna
poi si agita un po’
e poi….
e poi non ricorda più
L’uomo di pezza dimentica
non ricorda di essere un unico zerbino
frizzi lazzi prezzi e pizzi
vizi e sfizi
vezzi e olezzi
sono punti della stessa stoffa
pizzi dello stesso prezzo
pezzi dello stesso pazzo
pazzi dello stesso pizzo
E’pazzo il capo
è pazza la coda
il capo schiaccia la coda
e la coda si agita ma non troppo
quel tanto per mantenere intatta la vetrina
perché è la vetrina la nuova politica dell’uomo
e mandarla in mille pezzi è da pazzi
dicono i pazzi
perché la nuova politica è corretta
perché nuova la politica è corrotta
perché la correttezza serve alla corruzione
e tiene a bada l’insurrezione
perché all’educazione hanno cambiato declinazione
il buono si coniuga col buonista
e il sopruso ringrazia il silenzio con assegni a vista
L’uomo di pezza mi ha rotto il cazzo
Onde concentriche si dipanano regolari nel cielo buio
partendo da un unico dolore
fisso
costante
devastante
il dolore di una vita in agonia
attraversando a intervalli stabiliti i miei pensieri
infilandosi maligne negli sprazzi di pace
per sconvolgere con composta lucidità
il delicato equilibrio che governa la mia esistenza
E sento la mia sudata libertà in pericolo
e non so da chi difenderla
l’uomo di pezza è un unico zerbino
la coda è come il capo
e come tutto il resto
l’uomo di pezza è pazzo
E pazzo sei tu che perdi tempo a leggermi
mentre tutt’intorno il mondo cade a pezzi
e pazzo sono io che scrivo solo per te col fegato a pezzi
mentre tutt’intorno il mondo cade a pezzi
sono io che scrivo solo per te
e solo perché tu perdi tempo con me
dal momento che sia tu che io
se siamo pazzi o meno
conta zero
Fino a quando
a stabilirlo
sarà un pazzo
pupazzo
di pezza
c.campajola
NON VOLTARTI
by Duncan on lug.25, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Musica, Poesia, Resistenza umana, Simbolo, video

Ciro Campajola, persona che conosco da poco e dalla vita durissima ed estrema, è a mio parere uno dei più grandi poeti viventi. E per essere tali non è importante quante persone ti conoscono. Lui ha un bel pòd ipersone che lo conoscono e lo ammirano. Ma anche se fossero solo due, non cambierebbe. Non è il consenso e la fama che fa la poesia. Alcune sue poesie sono agglomerati di dolore, urla, passione e amore che esplodono.. alcune sono lussureggianti e violente, drammatiche e colossalli.. mai dome… Oggi voglio pubblicare questa che non è tra le sue più tragiche e violente, ma è pregna di un senso di riscatto e di speranza. Quindi in primo luogo è essa la protagonista d’onore di questo Post. Poi, per quei giochi di assonanze, rimandi, connessioni e contaminazioni che a volte amiamo fare su questo sito.. metto anche la traduzione (e il testo originale) di una canzone memorabile che questo testo di Ciro Campajola mi ha fatto vennire alla mene.. WALK ON.. VAI AVANTI.. degli U2.. Una canzone sulla speranza, sulla fuga da mondi impossibili e da prigionie del corpo e dello spirito, sulla fede che porta avanti, sull’amore che è l’unica cosa che veramente hai, l’unica cosa che ti tiene in piedi..
“E l’amore non è una cosa semplice,
l’unico bagaglio che puoi portare.
E l’amore non è una cosa semplice,
l’unico bagaglio che non puoi portare,
è tutto quello che non puoi lasciare indietro”.
A tutti voi che lottate per la vita e per i vostri sogni e le finestre che si aprono sul cuore..
ANDATE AVANTI..
per te che arranchi nel freddo senza passato per un futuro che sempra chimera..
VAI AVANTI…
per te che hai conosciute orge di demonie oscuri giorni, tenaglie ai polsi e alle mani, e ora cammini sul Grande Sentiero..
NON VOLTARTI.
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NON VOLTARTI
Non voltarti
perché oltre all’evidente buio del presente
vedresti estendersi mute ed assolute
le nebbie di un passato mai passato
che ancora ha la forza per tirarti a sé
che ancora devasta con il suo dolore
il vuoto trascorrere di un inutile tempo
di un oggi che beffa il tuo ieriCome giovani spiriti
seguivamo impavidi le rotte del desiderio
raccogliendo gli inebrianti frutti del nostro vivere
trascinati nostro malgrado
dal vorticoso vento della libertà più vera
più sofferta
per sentire la vita
il sangue scorrere nelle vene
sentire l’immane sforzo
di mettere a nudo le nostre anime selvatiche e ribelli
la parte più nascosta delle nostre solitudini
Non voltarti
non cercare occhi di comprensione
dove gli sguardi ti penetrano l’anima
giudicando il tuo vivere sincero e generoso
come arbitri assoluti di una vita addestrata
con l’arroganza di chi sa di possederti
come burattinai timorosi del sincero
come trappole mortali per generosi
Guarda avanti
segui il tuo istinto
la tua natura
fregatene di “come funziona”
fregatene di “come vogliono”
di “cosa vogliono”
lasciati trasportare dal profumo dei tuoi pensieri
dei tuoi desideri
Vola in alto
oltre le miserie di una vita data per scontata
fa del tuo cammino una cosa per te meravigliosa
un’eterna poesia dell’anima
fallo per te
Quando anche la sofferenza ricorda gioia
il futuro è solo vita da vivere con pienezza
con entusiasmo
giorno dopo giorno
attimo dopo attimo
fino in fondo
libero dal ricatto di qualunque giorno
Guarda avanti
lasciati rapire dal sacro vento della tua libertà
assapora l’importanza di essere nuovamente vivo
Urla il tuo amore sconfinato
in faccia ad un mondo di fantasmi senza anima
vestito solo della propria avidità
della propria ipocrisia
del proprio cinico egoismo
Guarda avanti
oltre la sottile linea del concreto
del momento
e ritroverai con te stesso
il senso del tuo esistere
Guarda avanti
A Alyna
Ciro Campajola
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| VAI AVANTI
E l’amore non è una cosa semplice L’unico bagaglio che puoi portare E l’amore non è una cosa semplice… L’unico bagaglio che puoi portare E’ tutto quello che non puoi lasciare indietro E se l’oscurità ci mantiene in disparte E se la luce del giorno sente come è lunga la via d’uscita E se il tuo cuore fragile è stato rotto E per un secondo ti volti indietro Oh no, sii forte
Vai avanti, Vai avanti Quello che hai loro non possono rubarlo No, loro non possono neanche sentirlo Vai avanti, vai avanti… Stai sicura questa notte Tu prepari i bagagli per un luogo dove nessuno di noi è mai stato Un luogo che è stato creduto di essere visto Tu puoi volarci lontano Un uccello canta in una gabbia aperta Che volerà solo, volerà solo per la libertà
Vai avanti, vai avanti Quello che hai non possono negarlo Non possono venderlo, non possono acquistarlo Vai avanti, vai avanti Stai sicura questa notte
E lo so è doloroso E il tuo cuore è in pezzi E tu puoi solo pretendere di più Vai avanti, vai avanti
Casa…difficile sapere cos’è se non ne hai mai avuta una Casa…non posso dire dov’è ma io so che sto andando a casa Che è dove è la ferita
E lo so è doloroso Come il tuo cuore in pezzi E tu puoi solo pretendere di più Vai avanti, vai avanti
Lasciali indietro Puoi riuscire a lasciarli indietro Tutti i tuoi modi Tutto quello che fai Tutto quello che costruisci Tutto quello che rompi Tutto quello a cui provvedi Tutto quello che rubi Tutto questo puoi lasciarlo indietro Tutte le tue ragioni Tutti i tuoi sensi Tutti i tuoi discorsi Tutto quello che indossi Tutti i tuoi piani… ——————- |












