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Con la magia sempre in tasca.. di Ciro Campajola
by Duncan on ott.16, 2011, under Ispirazione, Poesia

Abbiamo pubblicato anche altre poesie del grande Ciro Campajola. Che poi se dite che è grande si arrabbia.. e anche questo è tipico dei grandi..:-)
La poesia che pubblichiamo oggi è un Vertice.. tocca i cieli del Capolavoro.
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CON LA MAGIA SEMPRE IN TASCA
Di giorno gioco ancora con la rabbia
sono ancora troppo rabbiosi i giorni per poter riposare
non riuscirei a farlo bene
ma di sera stacco
me ne sto in pace da solo con me stesso
anche a costo di prezzi non consentiti
stracciato a forza dal resto di tutto il resto
liberamente rinchiuso
stretto al sicuro tra pareti di silenzio rigenerante
e non ha importanza dove mi trovi
arriva un’ora in cui ho bisogno di qualche ora mia
e me la prendo
a qualunque ora
la mia sera non viene necessariamente di sera
e le mie pareti non sono necessariamente pareti
E’ che certe sere avrei bisogno di non so che
ma ormai so
che il non so che non si trova in giro
se ci fosse
a quest’ora
dopo tutte le ore battute a cercarlo
l’avrei avuto
ho viaggiato poco
ma ho camminato tre vite
Più che un “non so che”
ormai è diventato un “chissà perché”
una ragione a un pezzo assente inesistente e accettato
l’acquisizione di una mancanza
e allora rimango fermo
con me e il mio pezzo mancante
come sempre privo di qualcosa
ma rispetto a una volta
con tante scuse in più per perdermi in altre cose
senza dovere un solo passo
mi basta scegliere
La sera non mi va d’incazzarmi
rimando la battaglia al giorno dopo
non sempre ci riesco
ma ci provo sempre
non mi affanno più a inseguire qualunque ora
seguire mi costringe a guardare
e guardare mi fa incazzare
sarà che invecchio
ma mi sono rotto il cazzo di essere incazzato a tempo indeterminato
la sera cerco solo quello che so
e lo scelgo solo tra le mie scuse
sono diventato precario dell’incazzatura
in un indeterminato tempo precario e sottomesso
Tollero sempre meno l’intollerante
se lo facessi mi odierei
e magari sarei più tollerante se mi odiassi
ma non voglio esserlo
preferisco che siano gli altri ad odiarmi
io me ne sto qui a occhi chiusi sul mondo
a grattarmi beato i coglioni
stravaccato e distaccato
no la sera non voglio più incazzarmi
la rabbia mi serve per il giorno
Qualche serata voglio ancora dedicarmela
starmene con me
parlarmi un po’
magari passeggiando per antiche strade
ripercorrendo vecchie conoscenze
o seduto finalmente ad abitare casa
percorrendo nuove conoscenze
anche se
in serate come questa non so proprio che cazzo dirmi
ma quando me lo dico
va subito meglio
Stasera poi ho la scusa perfetta
scivolo lentamente sulle note di un assolo di tromba
suona Chet Baker
rapisce sul momento le mie emozioni
ne fa vigoroso sentimento
pulsante impulso
accesa passione
Mi perdo tra le mie strette pareti di silenzio
mentre la sua essenza s’inarca in volte di immortale grandiosità
come templi d’ eternità
come cattedrali di verità
a svelare misteri di una sublime beatitudine
sospesa su gradinate di dolore
e raggiunta scalino su scalino
dopo milioni di abitudini disparate
esaltate
osannate
pregate
prosciugate
espiate
e poi consacrate da qualche miracolo blasfemo e ubriaco
Chet va avanti
disperato e immacolato
aggrappato a salvarsi dietro il suo non so che
io per raggiungere la sua dimensione
spalanco le cosce della “mia” percezione
spesso quella “comune”
rinchiude anima e persona in rigidi e frigidi confini
troppo comodo
in una persona c’è sempre molto di più di quanto riesci a vedere
tutto ciò che bisogna fare è guardare
Chet ne è la conferma
non un semplice musicista
o un tossicodipendente
o l’uomo dai troppi amori
dai millei sorpassi
per arrivare in tempo a un solo attimo perfetto
oppure una leggenda
o un’icona maledetta o un angelo del Paradiso
lui è tutto questo e ancora di più
energia vibrante e immediatezza
incompiuto e sfuggevole con la magia sempre in tasca
un caos leggero ma incessante intriso di puro genio
il soffio della tromba è la somma dei suoi giorni non semplice musica
lui non racconta una storia
lui racconta storie
i suoi accordi non suonano un genere
mettono assieme ricordi
quelli per lui speciali
Una luce di gloria disegna i suoi zigomi pronunciati
accende labbra tormentate
mai sazie di essere sazie
scava ancora più a fondo le sue guancie
già consumate dal continuo divorare
illumina l’ottone davanti i suoi occhi
e i suoi occhi si fanno intensi
poi più distanti ad ogni nota soffiata
persi
fino a disolversi in una nota precisa
puoi seguirlo o meno
ma se sei riuscito a vederlo fin qui
non ha senso fermarti adesso
Sopraffatto dal chiarore accennato della sua perduta vanità
della sua raggiunta essenzialità
raccolgo
tra il fraseggio della sua mano
e l’immagine del suo volto compiuto
l’attimo sublime
l’apice culminante del suo dolore diventato musica
vibrazione dell’anima
E’ una sottile
soffusa
poetica cascata di note
argentine
di colore e calore
che schiumano in vortici di improvvise emozioni
a sorprendere sospiri persi nel delirio di un tempo
che mai potrà scalfire tanta bellezza
un orgasmo dell’anima
Sanguino
mentre soddisfatto consegno il biglietto alla mia maschera
un angelo su una pallottola d’argento mi ha colpito
morirò senza un gemito
il sogno di ogni eroe
Colpisci ancora Chet
aggrappami con le tue ali sfracellate
e raccoglimi nel tuo segreto e miracoloso non so che
nascosto al caldo
come una preghiera sul fondo di mille bestemmie
portami nel tuo impossibile volo
ora e sempre
Ciro Campajola
I mondi di Barbara (Octavio Paz)
by Duncan on set.13, 2011, under Poesia

L’appuntamento con Barbara Lazzarini e i suoi Mondi è una delle occasioni speciali di questo Luogo nei mari del WEB, chiamato Born Again.
L’appuntamento di oggi è dedicato al poeta messicano Octavio Paz.
Barbara fa parte di coloro che l’insegnare lo rendono missione esistenziale. Per fare crescere con l’anima e rendere l’arte vita.. due delle cose che fa Barbara.. scusate se è poco..:-)
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Poeta assolutamente luminoso, carnale, vitale, nasce a Città del Messico nel 1914 ed è considerato tra i massimi esponenti della poesia in lingua spagnola, per me è certamente tra i più veri, i suoi versi sono magma che dalle pieghe dei sensi, risale in superficie, mantenedosi incandescente.
Diciamo che elementi comuni a Neruda sono rintracciabili proprio in questa loro aderenza alla terra, alla passionalità, ma per Paz il regno del sensibile nutre una linfa vitale niente affatto eterea, è uno che può scandalizzare ed è indispensabile sgombrare il campo da pregiudizi retorici per poterne godere la bellezza incredibile. Non a tutti è dato essere liberi, ecco perchè, in Italia, di lui poco si sa, la patria dei bacchettoni cattolici lo reputa poco consono alle declinazioni scolastiche e quest’ ipocrisia, che è la nostra vera sovrana, fa l’eterna ministra dell’istruzione.
Scrittore, saggista, poeta, diplomatico, vissuto molto in Spagna, prende parte alla guerra civile.
Uomo abituato a decidere per proprio conto sarà sempre vigile e attento a non farsi condizionare da regole, ideali e preconcetti.
Sono molto rilevanti nella poetica di Paz le influenze pessoiane, ma la sua visione del mondo resta opposta e diversa, arricchita e resa singolare, caso raro nella nella poesia occidentale, da influssi culturali e filosofici orientali e più specificatamente indiani, poichè lui, nel suo ruolo di ambasciatore, visse per un lungo periodo di tempo proprio in India.
E ora ascoltate di che è capace:
Toccare
Le mie mani
aprono la cortina del tuo essere
ti vestono con altra nudità
scoprono i corpi del tuo corpo
le mie mani
inventano un altro corpo al tuo corpo.
Questa è in assoluto una delle sue poesie più note, famosissima. Io la trovo molto più che bella, ma guai a banalizzarla, apre un universo sconosciuto, ha in sè una capacità di personificare nelle mani l’idea stessa del potenziale riservato alla letteratura e alla poesia, sentire con le parole ciò che toccano le sue mani è possibile, aprire varchi dell’essere che si fa tale solo sotto quella cortina rivestita di nudità, è l’obiettivo della parola che il poeta divide con noi, ci rende partecipi per estensione di sensibilità, per ciascuno di noi è vero in modo inconfutabile che il corpo desiderato e amato è un corpo sacro e come tale la preghiera massima consiste nel reinventarselo completamente diverso da ciò che tutti gli altri vedono. Non credo che qui parli davvero con l’amata, l’amata sente quello che le mani sanno fare, parla a se stesso e a noi racconta come l’anima sua intende il sesso, anima che deve cantare la gioia della condivisione.
Vado per il tuo corpo come per il mondo,
il tuo ventre è una spiaggia soleggiata,
i tuoi seni due chiese dove il sangue
celebra i suoi misteri paralleli,
i miei sguardi ti coprono come edera,
sei una città che il mare assedia,
una muraglia che la luce divide
in due metà color di pesca,
un luogo di sale, roccia e uccelli
sotto la legge del meriggio assorto,
vestita del colore dei miei desideri
vai nuda come il mio pensiero,
vado pei tuoi occhi come per l’acqua,
le tigri bevono sogni in quegli occhi,
il colibrì si brucia in quelle fiamme,
vado per la tua fronte come per la luna,
come la nube per il tuo pensiero,
vado per il tuo ventre come per i tuoi sogni,
la tua gonna di mais ondeggia e canta,
la tua gonna di cristallo, la tua gonna d’acqua,
le tue labbra, i capelli, i tuoi sguardi,
tutta la notte goccioli, tutto il giorno
apri il mio petto con le tue dita d’acqua,
chiudi i miei occhi con la tua bocca d’acqua,
sulle mie ossa goccioli, nel mio petto
affonda radici d’acqua un albero liquido,
vado per la tua strada come per un fiume,
vado per il tuo corpo come per un bosco,
come per un sentiero nel monte
che in un brusco abisso finisce,
vado per i tuoi pensieri assottigliati
e all’uscita dalla tua bianca fronte
la mia ombra abbattuta si strazia,
raccolgo i miei frammenti uno a uno
e proseguo senza corpo, cerco tentoni, [...]
E ancora
Parole? Sì, di aria
e nell’aria perdute.
Tu lascia che mi perda tra parole,
lasciami essere aria su labbra,
un soffio vagabondo senza sagoma,
breve aroma che l’aria fa svenire.
Anche la luce in se stessa si perde.
Paz è però poeta messicano che nel Messico lascia il legame di sangue e le radici profonde, la sua opera più significativa è forse “Il labirinto della solitudine” . Qui il pathos è rivolto alla terra che manca, quasi fosse donna, un amore fisico che unisce al morso della nostalgia, la magia di contorni paesaggistici incantevoli e dolorosi. Il Messico polveroso, luminoso, fatto di cielo e colori di miseria e gratitudine, di gesti umani e scorni esistenziali, lì dove mare e cielo sono un’unica casa, il tempo non contraccambia l’innamoramento per lo spazio e lo tiene lontano.
Il labirinto è una ricostruzione sociale dei problemi del paese, una riflessione accorata delle tradizioni tipiche, del carattere dei luoghi e delle genti.
Nordamericani e Messicani: incontro impossibile tratto da Il labirinto della solitudine
-Gli Americani sono creduli,
noi credenti;
-amano le fiabe e le storie poliziesche,
noi i miti e le leggende.
I Messicani mentono per fantasia, per disperazione o per vincere lo squallore della loro vita;
-loro non mentono, ma sostituiscono la verità vera, che è sempre sgradevole, con una verità sociale.
Noi ci ubriachiamo per confessarci;
-loro per dimenticare. Sono ottimisti;
noi nichilisti, solo che il nostro nichilismo non è intellettuale, ma una reazione istintiva; e dunque è irrefutabile.
I Messicani sono diffidenti;
-loro invece aperti.
Noi siamo tristi e sarcastici;
-loro allegri e spiritosi.
I Nordamericani vogliono comprendere,
noi contemplare.
-Sono attivi;
noi tranquilli.
Ci compiaciamo delle nostre piaghe,
come essi delle loro invenzioni.
-Credono nell’igiene, nella salute, nel lavoro, nella felicità, ma forse ignorano la vera allegria, che è un’ebbrezza e un vortice.
Nell’urlo della notte di festa la nostra voce scoppia in bagliori, e vita e morte si confondono;
la loro vitalità si pietrifica in un sorriso: nega la vecchiaia e la morte, ma immobilizza la vita.
E qual è la radice di atteggiamenti così contrari?
Credo che per i Nordamericani il mondo sia qualcosa che si può perfezionare;
per noi è qualcosa che si può redimere.
Loro sono moderni.
Noi, come i loro antenati puritani, crediamo che il peccato e la morte costituiscano il fondo ultimo della natura umana.
Solo che il puritano identifica la purezza con la salute. Di qui l’ascetismo che purifica e le sue conseguenze: il culto del lavoro per il lavoro, la vita sobria – a pane e acqua -, l’inesistenza del corpo come possibilità di perdersi o ritrovarsi in un altro corpo. Ogni contatto contamina. Razze, idee, costumi, corpi estranei portano in sé germi di perdizione e impurità. L’igiene sociale completa quella dell’anima e del corpo.
Invece i Messicani, antichi o moderni, credono nella comunione e nella festa; non c’è salute senza contatto. Tlazoltéotl, la dea azteca dell’impurità e della fecondità, degli umori terrestri e umani, era anche la dea dei bagni di vapore, dell’amore sessuale e della confessione.
L’uomo, mi sembra, non è nella storia: è storia. Il sistema nordamericano vuole solamente vedere la parte positiva della realtà. Fin da bambini uomini e donne sono sottoposti a un inesorabile processo di adattamento: alcuni princìpi, racchiusi in brevi formule, sono ripetuti senza sosta dalla stampa, la radio, le chiese, le scuole e da quegli esseri affettuosi e sinistri che sono le madri e le mogli nordamericane.
Imprigionati in quegli schemi, come la pianta in un vaso che la soffoca, l’uomo e la donna non crescono o maturano mai. Un tale complotto non può che provocare violente ribellioni individuali. La spontaneità si vendica in mille forme, sottili o terribili. La maschera benigna, cortese e spoglia, che sostituisce la mobilità drammatica del volto umano, e il sorriso che la immobilizza quasi dolorosamente, mostrano fino a che punto l’intimità può essere devastata dall’arida vittoria dei principi sugli istinti.
Il sadismo soggiacente a quasi tutte le forme di relazione della società nordamericana contemporanea, forse non è altro che un modo di sottrarsi alla pietrificazione imposta dalla morale della purezza asettica. E le nuove religioni, le sette, l’ubriacatura liberatoria che apre le porte della « vita ». È sorprendente il significato quasi fisiologico e distruttivo di questa parola: vivere vuol dire passare i limiti, infrangere norme, andare fino in fondo (a che cosa?), « sperimentare sensazioni ». Coabitare è una « esperienza » ( per ciò stesso unilaterale e vana).
Ma non è oggetto di queste righe descrivere quelle reazioni. Basti dire che tutte, come le opposte reazioni messicane, mi sembrano rivelatrici della nostra comune incapacità di conciliarci con il flusso della vita. Un’analisi dei grandi miti umani sull’origine della specie e sul senso della nostra presenza terrena rivela che ogni cultura — intesa come creazione e partecipazione comune di valori — parte dalla convinzione che l’ordine dell’Universo è stato infranto o violato dall’uomo, l’intruso.
Dal buco o dall’apertura della ferita che l’uomo ha inflitto nella carne compatta del mondo, può nuovamente irrompere il caos, che è lo stato originario e, per così dire, naturale della vita. Il ritorno « dell’antico Disordine Originale » è una minaccia che assilla tutte le coscienze in tutti i tempi”
L’uomo è solo dovunque. Ma la solitudine del messicano, sotto la grande notte di pietra di un altipiano ancora abitato da divinità mai sazie, è molto diversa da quella dell’americano del nord, che vaga in un mondo astratto di macchinari, di concittadini e di precetti morali. Nella valle del Messico l’uomo si sente come sospeso tra cielo e terra e oscilla fra forze opposte e potenze contrastanti, e occhi pietrificati e bocche pronte a divorarlo […]
_Il labirinto della solitudine_
I mondi di Barbara (Julio Cortazar)
by Duncan on ago.03, 2011, under Bellezza, Poesia

Eccoci con un altro appuntamento con I mondi di Barbara… la rubrica di Barbara Lazzarini. Semi di cultura viva, di cultura che cammina.. sono quelli che lei lancia.. unendo sempre cultura, vita e bellezza.. in indissolubili nodi.
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Julio Cortázar (Bruxelles, 26 agosto 1914 – Parigi, 12 febbraio 1984)
Complesso scrittore argentino-parigino. Disorientando il lettore, con le parole fa magia e costruzioni metafisiche.
Amato moltissimo da Borges, di lui Neruda ha scritto: “Chiunque non legga Cortázar è condannato”.
La sua è un’ampia produzione narrativa e poetica, ma il suo capolavoro resta il famoso romanzo del “realismo magico” Il gioco del mondo (Rayuela) . In esso i personaggi attraversano in modo non convenzionale la quotidianità e nelle loro scelte, nei loro pensieri, nelle azioni, persino nelle stasi, l’autore innesta una profonda analisi filosofica che tratteggia una psicologia originale, dissacrante, sorprendente delle figure umane che dal testo prendono vita. Sfioro la tua bocca, con un dito sfioro l’orlo della tua bocca, la disegno come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare faccio nascere ogni volta la bocca che desidero, la bocca che la mia mano ha scelto e ti disegna sulla faccia, una bocca scelta tra tutte, con la sovrana libertà…. Sperimentatore instancabile, romantico e carnale, dicono fosse malato di “gigantismo”, era dunque condannato a crescere sempre, contro le consuete leggi di Cronos, e la sua stessa opera, allo stesso modo, rifiuta di assestarsi in via definitiva e non sa seguire la scontata linearità del tempo. I suoi tenaci lettori, perduti nei percorsi di altre dimensioni, con Cortázar sanno di essere riusciti a percorrere un viaggio ultraterreno.
Julio Cortázar è stato anche un magnifico poeta, i suoi versi non cercano altro che d’arrivare all’anima, è suadente e vivo, doloroso e vero. Vi posto due delle sue più note e belle poesie, talmente chiare nell’esposizione delle tematiche, che non necessitano d’alcuna spiegazione.
Il Futuro
E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.
Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.
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Se devo vivere
Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell’architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
del pane che passa la sua mano bruna per la fessura.
Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.
_Julio Cortàzar_
I Mondi di Barbara (Vladimir Vysotsky)
by Duncan on apr.15, 2011, under Ispirazione, Poesia, Resistenza umana
I Mondi di Barbara è la nuova rubrica di Born Again.
Essa nasce dall’imbattermi in Barbara Lazzarini… non semplicemente una docente, cosa che pure è, ma una persona Capace di Insegnare, nel senso più alto del termine, al di là di ogni status giurico e categoria formale. Capace di creare quel circolo di riappropriazione di sè attraverso la cultura, la scoperta, la letteratura. Capace di trasmettere Bellezza. Vive il lei una conoscenza non erudita, ma viva, incarnata nell’esempio, capace di dare frutto.
Barbara condividerà i suoi Mondi anche qui su Born Again, in un appuntamento periodico.. tendenzialmente un testo ogni dieci giorni.
Il primo pezzo di Barbara Lazzarini, con cui si apre questa rubrica è dedicato a Vladimir Vysotsky , grande, e poco conosciuto in Italia, poeta “libero” sovietico, fuori dai Circhi di Regime, cantore di libertà.
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LA FUCILAZIONE DELL’ECO
Nel silenzio del valico, dove le rocce non sbarrano il cammino ai vènti,
In questi anfratti dove nessuno è mai riuscito a penetrare
Viveva un’allegra eco dei monti,
Rispondeva alle grida, alle grida degli uomini.
Quando la solitudine salirà alla gola come un nodo
E un gemito soffocato, quasi senza rumore, scivolerà nell’abisso,
Agile, l’eco afferrerà il grido d’aiuto,
Lo rafforzerà e lo porterà via con cura nelle sue mani.
Non dovevano essere uomini, gonfi di veleni e di oppio,
Quelli che giunsero per uccidere e ammutolire la gola viva,
Se nessuno ne sentì i passi e i grugniti.
Legarono l’eco e nella sua bocca misero un bavaglio.
Per tutta la notte continuò la farsa sanguinosa e crudele,
L’eco venne calpestata, ma nessuno sentì nulla.
All’alba l’eco dei monti, ammutolita, venne fucilata
E pietre sprizzarono, come lacrime, dalle rocce ferite.
VLADIMIR VYSOTSKY (1938-1980)
Vladimir Vysotsky (Vysockij) era nato il 25 gennaio 1938 nel centro di Mosca, figlio di un sottotenente di carriera dell’armata rossa e di una interprete di tedesco. E’ un periodo terribile nella storia Sovietica, il momento delle grandi “purghe” staliniane. Nel 1946 i genitori divorziano, e l’anno seguente il padre viene trasferito in Germania Est, dove conduce il piccolo Vladimir insieme alla sua nuova compagna, una donna armena. Nel 1949 tornano a Mosca dove frequenta un gruppo di teatranti. Dopo le superiori vorrebbe seguire una formazione artistica ma su richiesta dei genitori si iscrive ad ingegneria, corsi che abbandona quasi subito in seguito ai propri insuccessi. Entra in un istituto di teatro dove segue corsi di canto.
Straordinario poeta, ma i cui versi non vengono stampati perché censurati dalle autorità sovietiche. E quindi Vysotsky viene obbligato a imbracciare la chitarra e cantare, cantare, cantare per far passare le sue parole di orecchio in orecchio per tutta l’URSS. Grazie a cassette registrate fortunosamente, la voce profonda, infiammata e dolente di “Volodja” Vysotsky diventa la voce di tutti coloro che si oppongono e dissentono dal conformismo di regime. Come De Andrè, cantò i perdenti che non si arrendono, gli sconfitti indomiti, gli idealisti disillusi. Come un bluesman la sua vita è fatta di dissipazione e disperazione: pur ignorato e boicottato diventa il poeta più popolare del suo paese, senza che di lui venga mai stampato un singolo verso. La notizia della sua scomparsa viene taciuta dalla stampa ufficiale, ma il grido “Volodja è morto!” rimbalza nelle metropolitane e nelle strade di Mosca. Quasi un milione di persone seguono il suo funerale, e ancora oggi sulla sua tomba vengono portati fiori e pensieri.
Il Premio Tenco ha pubblicato su disco una raccolta di canzoni in omaggio a Vladimir Vysockij, ad opera di numerosi cantautori italiani. Nel disco compare anche la canzone Ochota na volkov “La caccia ai lupi”, cantata da Vysockij.
Vladimir Vysotsky (1938 – 1980)
La caccia ai lupi
Sono stremato, ho i tendini a pezzi,
Ma oggi, ancora come ieri,
Sono braccato. Braccato!
I tiratori, allegri, corrono ad appostarsi!
Dietro gli alberi un tramestio di fucili a canne doppie,
I cacciatori sono acquattati nell’ombra,
I lupi si rotolano sulla neve
Trasformandosi in bersagli viventi.
I cacciatori non giocano alla pari
Con i lupi, e le loro mani non tremano!
Hanno accerchiato la nostra libertà con le bandierine,
Ci colpiscono con certezza, sicuri di centrare il bersaglio.
Il lupo non può rompere le tradizioni.
Noi lupacchiotti, da piccoli, cuccioli ciechi,
Abbiamo succhiato la lupa,
E con il suo latte, il divieto di oltrepassare le bandierine!
Le nostre zampe e le nostre mascelle sono veloci.
E rispondi, tu che sei il capo branco,
Perché ci avventiamo, braccati, contro i loro fucili
E non cerchiamo di trasgredire il divieto?
Il lupo non può, non deve agire diversamente.
Ecco, è arrivata la mia ora.
Colui al quale sono destinato
Sorride e solleva il fucile.
Ho rifiutato di ubbidire,
Ho oltrepassato le bandierine – la sete di vita è più forte!
Ho solo sentito dietro di me, con gioia,
Le grida di stupore degli uomini.
Sono stremato, ho i tendini a pezzi,
Ma oggi, non sono come ieri!
Sono braccato. Braccato!
E i cacciatori sono rimasti a mani vuote!
La caccia ai lupi. La caccia!
Ai predoni grigi, vecchi e ai cuccioli.
I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea.
Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.
La caccia ai lupi. La caccia!
Ai predoni grigi, vecchi e ai cuccioli.
I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea.
Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.
La caccia ai lupi. La caccia!
Ai predoni grigi, vecchi e ai cuccioli.
I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea.
Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.
La caccia ai lupi. La caccia!
Ai predoni grigi, vecchi e ai cuccioli.
I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea.
Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.
(1968)
L’album dal vivo “Live in Volvo” di Vinicio Capossela, pubblicato nel 1998, contiene una traccia intitolata “Il pugile sentimentale”, brano in cui il cantautore italiano riprende e adatta alla lingua italiana l’omonima canzone incisa da Vysockij nel 1966
A Francesca Diana.. di Ciro Campajola
by Duncan on ott.25, 2010, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana
Ciro Campajola.. già altre volte la sua presenza ha aleggiato in questo Ciro campajola, già altre volte la sua presenza ha aleggiato in questo Territorio chiamato Born Again… altre sue poesie sono state pubblicate…
Ciro dalla vita estrema e tormentata, ma eternamente ribelle, indomabile, con versi che sputano sangue, ma masticano anche vita, fino all’ultimo. Con piedi che a volte sembrano squartati dal cemento, ma l’anima buona di chi rialza sempre la testa col sorriso bambino di chi porta una fedeltà nell’anima, e vuole dare a chi incontra bicchieri di un vino che è bello rosso forte, ma scalda il cuore, e se ti tiene sveglio.. direbbe Ciro.. “bevilo che è per il tuo bene, e togliti il frack”..:-)
Ciro sa rinnovarsi costantemente. Potrebbe adesso godere gli allori del suo libro pubblicato da poco. E invece è ancora qua, in pista, nella polvere, sulla strada, a tirare fuori chilometriche stanze del deserto, storie che si contano sulle dita, rabbie ancora accese, e fame che non si sazia, e il desiderio di un Luogo.. di un Luogo.. dove gli occhi che si incrociano segnanno tracce di benvenuto nel cielo e mani strette tengono lontani i lupi..
Esiste un Luogo del genere?.. Esisterà? a voi la risposta…
Vi lascio alla poesia “A Francesca Diana” di Ciro Campajola
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Prigioniero della mia libertà
Vado lamentando parole in giro
quelle strette necessarie a tenermi in vita
parole silenziose
come quando la coscienza del dolore
ti mostra l’impotenza del volere
parole trattenute
come quando
perfino un tuo respiro suona assordante
parole come quando è troppo
Poi inevitabilmente
mi devo un’ubriacante disintossicata
Ognuno di noi ha delle particolari facoltà
che nemmeno sa di avere
lo scopre solo in determinati momenti
quelli estremi
è soltanto lì che vengono fuori
anche se accumulate in ogni passo fatto
restano sconosciute fino al passo precedente
La mia facoltà è il distacco
la “disintossicata”
è una dimensione segreta
un confine nascosto tra le pieghe del mio cervello
dove l’ esterno non può seguirmi
sono i miei bar
è così che li chiamo
i bar della mia mente
costruiti su quelli delle mie strade
e sul mio stesso fegato
Sono bar come rifugi
dove il dialogo non è richiesto
e la clientela non è scelta
lo è stata
i pochi avventori non vanno per avventure
ne vengono
sono bar dove chi serve
serve solo a capire se hai soldi per un altro giro
altra tregua da mandar giù
sono bar immaginari
che non esistono
e non insistono per esistere
o sono bar reali
che esistono
e allora bevono per darsi coraggio
e lo fanno fin quando è possibile
fino all’ implacabile serranda che si abbassa
Lamento parole nude
povere di vesti
inequivocabili
evidenti
virgolettate schedate e tutto il resto
chiaramente prive di ogni altro significato che non sia il loro
parole che chiedono subito e soltanto il dunque
logorate dal ripeterne il come e il perché
parole stanche
come quando
cominci a risparmiare sui discorsi
parole svogliate
come quando
ti arrendi a un’evidenza e te ne fai ulcera e ragione
un buco nello stomaco e un altro nel cervello
Lamento silenzi per starmene in pace
lontano sia da riverite osservanze
che dalle perdute speranze
mastico rabbia muta nei binari morti dell’esistenza
“ai margini”
come dicono gli stessi stronzi che li tracciano
palesemente fuori dal gioco del rumore
eppure ancora ne alimento la sorda rabbia
come se il rumore avesse bisogno anche di me
a tutti i costi….
che poi puntualmente mi vengono attribuiti
Eppure non sogno più di pace
mi basta “starci”
non sogno più di libertà
non la urlo più ad alta voce
pago la mia quando riesco a viverla
non sogno più di giorni come orgasmi
o di amplessi finali
non sogno più sogni
cerco solo di custodire quello possibile
quello rinchiuso nel mio pensare
non più dentro il mio dire
eppure
il mio parlare silenzioso
setacciato
dosato
scelto
reso elementare
per non restare imbrigliato in parole dotte e /o duttili
il mio parlare diretto
chiaramente evidente nella sua tregua
viene ugualmente esposto al plotone
come quando urlava la “sua” libertà
il plotone vede comunque rosso quando il dire è trasparente
anche i miei silenzi fanno rumore
Sono prigioniero della mia libertà interiore
fuori l’unico suono consentito è il consenso
dov’è il senso?
L’uomo di pezza ha cambiati i suoni
ogni parola è interscambiabile
non decide più il senso
ma il prezzo
l’uomo di pezza è pazzo
L’uomo di pezzo ha cambiato orchestra
maestri strumenti e compagnia cantante
i maestri hanno cambiato strumenti
gli strumenti cambiano suono a comando
il suono si adegua di rimando
e la compagnia canta solo in contanti
L’uomo di pezza è dichiaratamente pazzo
s’innalza sovrano calpestando il popolo
e firma dall’alto la sua dichiarazione
il popolo sottostante
e non più sovrano
gli vende la ragione
e gli affida la Nazione
La canzone è sempre quella
tu la scegli
lui la arrangia
mentre la musica è in rianimazione
e in rianimazione mancano anime
L’uomo di pezza è un solo lungo zerbino
buoni cattivi e preti
demoni e santi
eroi e briganti
storia e invenzione
scienza e fantascienza
virtù e schiavitù
finzione e religione
regola ed eccezione
tutto è intrecciato nella stessa stoffa
un’unica trama tramata senza una trama pensata
o comunque sensata
intrecciata senza un filo conduttore
cucita a doppio filo a un filo di lama
una trama senza via d’uscita
se non la stessa lama che ne tagli netto il filo
il bandolo della matassa è lontano nel tempo
è andato perso
qualcuno dice occultato
qualcuno dice sia il punto inamovibile del nodo
quello che tiene insieme l’uomo di pezza
L’uomo di pezza è legato alla sua pazzia
e come un putrido virus
avanza nel suo contagio
si moltiplica a dismisura
e si riproduce a sua misura
l’uomo di pezza è un esercito rumoroso
bombarda ogni evidente ragione
per coprire il suo confuso silenzio
l’uomo di pezza tappa tutti i buchi
intrecciando ogni spazio con parole cucite a caso
l’uomo di pezza spreca la vita a rammendarsela addosso
come un disperato gesto di porre limiti alla luce
alla trasparenza che ne svelerebbe l’evidenza:
la malattia
L’uomo di pezza è solo un pupazzo infetto
non ha l’avventura del brigante
e non ne ha lo stile
attorno al suo nome non girano storie affascinati
il suo nome è sconosciuto alle leggende
e lontano dalle leggi
lui non ha mai niente da raccontare
niente mai da dichiarare
lui ha già dichiarato
firmando la sua dichiarazione
lui parla senza dire
e per non dire niente
parla troppo
lui ha stracci nel cervello
e panni sporchi da lavare
ma si guarda bene dal farlo
potrebbe scoprire che l’uomo di pezza è lui stesso
o peggio
è anche lui
ma con stracci in bocca
sugli occhi e sulle orecchie
e i panni diventano altri stracci
L’uomo di pezza è un unico zerbino
tutti dentro
buoni cattivi e preti
annodati tra di loro
da uno scheletro di stracci
la coda somiglia al capo
teme anch’essa la parola chiara
illuminerebbe altri scheletri nascosti
La libertà è una chimera
e lo è sempre stata
ma non è una qualunque fantasia
io la considero un’utile utopia
senza di essa
non avremmo la possibilità
di allevare l’unica libertà possibile
quella dentro di noi
quella che non si guarda allo specchio
ma ci guarda nella coscienza
quel lumicino che ti fa vedere meno il buio
quella fiammella che per alcuni è tutto il calore possibile
come lo è per me
malgrado la mia vita “politicamente scorretta”
malgrado la trama del mio film
zeppa di contraddizioni e sbagli
di abbagli e delusioni
di tentativi ed errori
malgrado il mio film bocciato
da un pubblico distratto e mai invitato
io la tengo ancora accesa quella fiammella
a dispetto di tutto e di tutti
alimento questa piccola luce di libertà
che non è quella del sogno
la chimera
è quella possibile
e non servono soldi o rivoluzioni per ottenerla
basta una bilancia
e dare il proprio nome ad ogni cosa
che sia un bene o che sia un male
e dopo pesare il tutto
per disfarti del peso e tenerti leggero
La libertà possibile
è’una libertà tenuta in piedi
dal peso della leggerezza
il peso più pesante
una libertà sviluppata allenando i propri giorni
con tenacia e sudore
non adottata a distanza di sicurezza
una libertà che non si nasconde
mai
negli applausi come nei fischi
una libertà che ti permette di riconoscere la puzza
e di starne alla larga
Continuo a coltivarla questa possibile libertà
come una pianta miracolosa
che non vuole altro che acqua e luce
cose trasparenti a pensarci
ecco forse perché i miei silenzi fanno rumore
per l’uomo di pezza il vero rumore è il mio vivere
è stupefacente per lui
è pericoloso per una realtà drogata
illegale per la legge di un pazzo in una trama pazza
L’uomo di pezza divide la libertà
e dice di moltiplicarla
ma ne parla comunque al plurale
mentre la mia libertà al plurale
non significa più un cazzo di niente
la storia mi dice che la libertà è unica e sola
prendersi delle libertà è tutt’altra storia
e conosco anche quella di storia
L’uomo di pezza è un pazzo puzzle
fatto di pezzi e di pizzi
scrive i prezzi sui pizzi
e poi li infilza in un altro pezzo
che ritorna il prezzo al pizzo
l’uomo di pezza è spudoratamente pazzo
L’uomo di pezza è un solo zerbino
ma è appartenente
a tutti
al capo come alla coda
alla cupola come alla coppola
poi il capo sogghigna
e la coda si indigna
poi si agita un po’
e poi….
e poi non ricorda più
L’uomo di pezza dimentica
non ricorda di essere un unico zerbino
frizzi lazzi prezzi e pizzi
vizi e sfizi
vezzi e olezzi
sono punti della stessa stoffa
pizzi dello stesso prezzo
pezzi dello stesso pazzo
pazzi dello stesso pizzo
E’pazzo il capo
è pazza la coda
il capo schiaccia la coda
e la coda si agita ma non troppo
quel tanto per mantenere intatta la vetrina
perché è la vetrina la nuova politica dell’uomo
e mandarla in mille pezzi è da pazzi
dicono i pazzi
perché la nuova politica è corretta
perché nuova la politica è corrotta
perché la correttezza serve alla corruzione
e tiene a bada l’insurrezione
perché all’educazione hanno cambiato declinazione
il buono si coniuga col buonista
e il sopruso ringrazia il silenzio con assegni a vista
L’uomo di pezza mi ha rotto il cazzo
Onde concentriche si dipanano regolari nel cielo buio
partendo da un unico dolore
fisso
costante
devastante
il dolore di una vita in agonia
attraversando a intervalli stabiliti i miei pensieri
infilandosi maligne negli sprazzi di pace
per sconvolgere con composta lucidità
il delicato equilibrio che governa la mia esistenza
E sento la mia sudata libertà in pericolo
e non so da chi difenderla
l’uomo di pezza è un unico zerbino
la coda è come il capo
e come tutto il resto
l’uomo di pezza è pazzo
E pazzo sei tu che perdi tempo a leggermi
mentre tutt’intorno il mondo cade a pezzi
e pazzo sono io che scrivo solo per te col fegato a pezzi
mentre tutt’intorno il mondo cade a pezzi
sono io che scrivo solo per te
e solo perché tu perdi tempo con me
dal momento che sia tu che io
se siamo pazzi o meno
conta zero
Fino a quando
a stabilirlo
sarà un pazzo
pupazzo
di pezza
c.campajola
NON VOLTARTI
by Duncan on lug.25, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Musica, Poesia, Resistenza umana, Simbolo, video

Ciro Campajola, persona che conosco da poco e dalla vita durissima ed estrema, è a mio parere uno dei più grandi poeti viventi. E per essere tali non è importante quante persone ti conoscono. Lui ha un bel pòd ipersone che lo conoscono e lo ammirano. Ma anche se fossero solo due, non cambierebbe. Non è il consenso e la fama che fa la poesia. Alcune sue poesie sono agglomerati di dolore, urla, passione e amore che esplodono.. alcune sono lussureggianti e violente, drammatiche e colossalli.. mai dome… Oggi voglio pubblicare questa che non è tra le sue più tragiche e violente, ma è pregna di un senso di riscatto e di speranza. Quindi in primo luogo è essa la protagonista d’onore di questo Post. Poi, per quei giochi di assonanze, rimandi, connessioni e contaminazioni che a volte amiamo fare su questo sito.. metto anche la traduzione (e il testo originale) di una canzone memorabile che questo testo di Ciro Campajola mi ha fatto vennire alla mene.. WALK ON.. VAI AVANTI.. degli U2.. Una canzone sulla speranza, sulla fuga da mondi impossibili e da prigionie del corpo e dello spirito, sulla fede che porta avanti, sull’amore che è l’unica cosa che veramente hai, l’unica cosa che ti tiene in piedi..
“E l’amore non è una cosa semplice,
l’unico bagaglio che puoi portare.
E l’amore non è una cosa semplice,
l’unico bagaglio che non puoi portare,
è tutto quello che non puoi lasciare indietro”.
A tutti voi che lottate per la vita e per i vostri sogni e le finestre che si aprono sul cuore..
ANDATE AVANTI..
per te che arranchi nel freddo senza passato per un futuro che sempra chimera..
VAI AVANTI…
per te che hai conosciute orge di demonie oscuri giorni, tenaglie ai polsi e alle mani, e ora cammini sul Grande Sentiero..
NON VOLTARTI.
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NON VOLTARTI
Non voltarti
perché oltre all’evidente buio del presente
vedresti estendersi mute ed assolute
le nebbie di un passato mai passato
che ancora ha la forza per tirarti a sé
che ancora devasta con il suo dolore
il vuoto trascorrere di un inutile tempo
di un oggi che beffa il tuo ieriCome giovani spiriti
seguivamo impavidi le rotte del desiderio
raccogliendo gli inebrianti frutti del nostro vivere
trascinati nostro malgrado
dal vorticoso vento della libertà più vera
più sofferta
per sentire la vita
il sangue scorrere nelle vene
sentire l’immane sforzo
di mettere a nudo le nostre anime selvatiche e ribelli
la parte più nascosta delle nostre solitudini
Non voltarti
non cercare occhi di comprensione
dove gli sguardi ti penetrano l’anima
giudicando il tuo vivere sincero e generoso
come arbitri assoluti di una vita addestrata
con l’arroganza di chi sa di possederti
come burattinai timorosi del sincero
come trappole mortali per generosi
Guarda avanti
segui il tuo istinto
la tua natura
fregatene di “come funziona”
fregatene di “come vogliono”
di “cosa vogliono”
lasciati trasportare dal profumo dei tuoi pensieri
dei tuoi desideri
Vola in alto
oltre le miserie di una vita data per scontata
fa del tuo cammino una cosa per te meravigliosa
un’eterna poesia dell’anima
fallo per te
Quando anche la sofferenza ricorda gioia
il futuro è solo vita da vivere con pienezza
con entusiasmo
giorno dopo giorno
attimo dopo attimo
fino in fondo
libero dal ricatto di qualunque giorno
Guarda avanti
lasciati rapire dal sacro vento della tua libertà
assapora l’importanza di essere nuovamente vivo
Urla il tuo amore sconfinato
in faccia ad un mondo di fantasmi senza anima
vestito solo della propria avidità
della propria ipocrisia
del proprio cinico egoismo
Guarda avanti
oltre la sottile linea del concreto
del momento
e ritroverai con te stesso
il senso del tuo esistere
Guarda avanti
A Alyna
Ciro Campajola
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| VAI AVANTI
E l’amore non è una cosa semplice L’unico bagaglio che puoi portare E l’amore non è una cosa semplice… L’unico bagaglio che puoi portare E’ tutto quello che non puoi lasciare indietro E se l’oscurità ci mantiene in disparte E se la luce del giorno sente come è lunga la via d’uscita E se il tuo cuore fragile è stato rotto E per un secondo ti volti indietro Oh no, sii forte
Vai avanti, Vai avanti Quello che hai loro non possono rubarlo No, loro non possono neanche sentirlo Vai avanti, vai avanti… Stai sicura questa notte Tu prepari i bagagli per un luogo dove nessuno di noi è mai stato Un luogo che è stato creduto di essere visto Tu puoi volarci lontano Un uccello canta in una gabbia aperta Che volerà solo, volerà solo per la libertà
Vai avanti, vai avanti Quello che hai non possono negarlo Non possono venderlo, non possono acquistarlo Vai avanti, vai avanti Stai sicura questa notte
E lo so è doloroso E il tuo cuore è in pezzi E tu puoi solo pretendere di più Vai avanti, vai avanti
Casa…difficile sapere cos’è se non ne hai mai avuta una Casa…non posso dire dov’è ma io so che sto andando a casa Che è dove è la ferita
E lo so è doloroso Come il tuo cuore in pezzi E tu puoi solo pretendere di più Vai avanti, vai avanti
Lasciali indietro Puoi riuscire a lasciarli indietro Tutti i tuoi modi Tutto quello che fai Tutto quello che costruisci Tutto quello che rompi Tutto quello a cui provvedi Tutto quello che rubi Tutto questo puoi lasciarlo indietro Tutte le tue ragioni Tutti i tuoi sensi Tutti i tuoi discorsi Tutto quello che indossi Tutti i tuoi piani… ——————- |
CONTINUA
by Duncan on mar.14, 2010, under Ispirazione, Poesia, Resistenza umana

Venerdì 11 ero a Roma.. circa le dieci di mattina.. stazione metro di San Paolo.
Si avvicina un ragazzo con la barba, l’atteggiamento è di chi sta per chiedere. E io per un attimo ho quella sorta di automatico irrigidimento che, anche inconsapevolmente hai, dopo che per due giorni ti si sono avvicinate almeno cinquanta persone con quell’atteggiamento. E questa cosa fa riflettere.. di come a chi viene dopo non venga data la stessa attenzione di chi viene prima.. ed inevitabilmente si faccia di tutto un calderone.
Però.. una sorta di miscuglio di educazione dura a morire del tutto e vago dispiacere forse nutrito di sensi di colpa verso il dolore e il bisogno.. mi spinge a non allontanarlo automaticamente o, a non distaccarmi, prima che abbia detto almeno una parola.
E questo tipo mi dà un foglio.. mi dice che è un poeta.. e che distribuisce le sue poesie..e se voglio dargli un piccolo contributo per potersi sostenere, in cambio di esse..
E allora qualcosa in me si scioglie. Oltre a pezzi di carta interi, avevo due euro a moneta e glieli dò. Lui non si limitava a chiedere soldi. Offriva qualcosa di sé. E poi.. non si vergognava a definirsi poeta, e addirittura a chiedere un contributo per le sue poesie. Roba che sa di marziano finito per sbaglio sulla Terra.
O forse quella maledetta fascinazione cinematografica che ormai so che è una malattia dentro di me.. E questa scena era talmente cinematografica da farmi essere grato per essa..
E poi pensavo a questo tipo che in chissà quale miserabile topaia vive e che scrive le sue poesie chissà con quale assurda passione tra il freddo e la solitudine, sentendosi almeno cento volte al giorno fuoriposto, e altrettante cento di nuovo rialzando le chiappe dal fuoriposto perché si deve pur andare avanti..
E mi chiedevo se sta anche scrivendo un libro, magari con carta di altri buttata e riciclata..
se insegue qualche sogno tra le pieghe distratte, gli angolli e le ombre tra i muri della metropoli..
Prendo il suo foglio.. e.. ormai ero nel fim.. gli metto una mano sul braccio destro…
e gli dico…
CONTINUA….
e me ne vado, mentre la nuova carrozza metro si avvicina; e non mi volto indietro per non dargli il fardello della riconoscenza, e lo ringrazio per avermi fatto dire quelle parole che tante volte ho sognato mi fossero state dette
quando una trottola scheggiata nella neve strappava al dolore la sua canzone.. e che talvolta qualcuno mi ha detto… come un passero dalle gambe spezzate..
CONTINUA…
Tu e io, noi e loro, schermi al finestrino, il proiettore, luci dentro i manicomi, e carceri dell’anima, sogni come orme nel fango, amori dolci sui fianchi,
c’è chi non si arrende ancora,
l’Amore non è una cosa facile…
CONTINUA
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Di seguito una delle poesie contenute in quel foglio.. ah, il nome i
quel ragazzo.. Emiliano..
Allieta l’animo mio
di profumate fragole cosparso
danzando nella penombra
su tetti di gelida neve composti
una musica soffice
invade il mio corpo leggero
quando delle tue mani
l’ombra oso intravedere
e colorati i tuoi occhi
di carnefice dolcezza
fissano dolci
i miei deliranti sorisi
c’è allegria nei miei sogni
quando il tuo corpo sfioro
con desiderio
attendo la tua rinascita
dolce creatura
attendo il tuo dolore
dolce amore
attendo il tuo essere
mentre non ho la tua amicizia
non ho la tua compagnia
non ho te

