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A Francesca Diana.. di Ciro Campajola
by Duncan on ott.25, 2010, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana
Ciro Campajola.. già altre volte la sua presenza ha aleggiato in questo Ciro campajola, già altre volte la sua presenza ha aleggiato in questo Territorio chiamato Born Again… altre sue poesie sono state pubblicate…
Ciro dalla vita estrema e tormentata, ma eternamente ribelle, indomabile, con versi che sputano sangue, ma masticano anche vita, fino all’ultimo. Con piedi che a volte sembrano squartati dal cemento, ma l’anima buona di chi rialza sempre la testa col sorriso bambino di chi porta una fedeltà nell’anima, e vuole dare a chi incontra bicchieri di un vino che è bello rosso forte, ma scalda il cuore, e se ti tiene sveglio.. direbbe Ciro.. “bevilo che è per il tuo bene, e togliti il frack”..:-)
Ciro sa rinnovarsi costantemente. Potrebbe adesso godere gli allori del suo libro pubblicato da poco. E invece è ancora qua, in pista, nella polvere, sulla strada, a tirare fuori chilometriche stanze del deserto, storie che si contano sulle dita, rabbie ancora accese, e fame che non si sazia, e il desiderio di un Luogo.. di un Luogo.. dove gli occhi che si incrociano segnanno tracce di benvenuto nel cielo e mani strette tengono lontani i lupi..
Esiste un Luogo del genere?.. Esisterà? a voi la risposta…
Vi lascio alla poesia “A Francesca Diana” di Ciro Campajola
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Prigioniero della mia libertà
Vado lamentando parole in giro
quelle strette necessarie a tenermi in vita
parole silenziose
come quando la coscienza del dolore
ti mostra l’impotenza del volere
parole trattenute
come quando
perfino un tuo respiro suona assordante
parole come quando è troppo
Poi inevitabilmente
mi devo un’ubriacante disintossicata
Ognuno di noi ha delle particolari facoltà
che nemmeno sa di avere
lo scopre solo in determinati momenti
quelli estremi
è soltanto lì che vengono fuori
anche se accumulate in ogni passo fatto
restano sconosciute fino al passo precedente
La mia facoltà è il distacco
la “disintossicata”
è una dimensione segreta
un confine nascosto tra le pieghe del mio cervello
dove l’ esterno non può seguirmi
sono i miei bar
è così che li chiamo
i bar della mia mente
costruiti su quelli delle mie strade
e sul mio stesso fegato
Sono bar come rifugi
dove il dialogo non è richiesto
e la clientela non è scelta
lo è stata
i pochi avventori non vanno per avventure
ne vengono
sono bar dove chi serve
serve solo a capire se hai soldi per un altro giro
altra tregua da mandar giù
sono bar immaginari
che non esistono
e non insistono per esistere
o sono bar reali
che esistono
e allora bevono per darsi coraggio
e lo fanno fin quando è possibile
fino all’ implacabile serranda che si abbassa
Lamento parole nude
povere di vesti
inequivocabili
evidenti
virgolettate schedate e tutto il resto
chiaramente prive di ogni altro significato che non sia il loro
parole che chiedono subito e soltanto il dunque
logorate dal ripeterne il come e il perché
parole stanche
come quando
cominci a risparmiare sui discorsi
parole svogliate
come quando
ti arrendi a un’evidenza e te ne fai ulcera e ragione
un buco nello stomaco e un altro nel cervello
Lamento silenzi per starmene in pace
lontano sia da riverite osservanze
che dalle perdute speranze
mastico rabbia muta nei binari morti dell’esistenza
“ai margini”
come dicono gli stessi stronzi che li tracciano
palesemente fuori dal gioco del rumore
eppure ancora ne alimento la sorda rabbia
come se il rumore avesse bisogno anche di me
a tutti i costi….
che poi puntualmente mi vengono attribuiti
Eppure non sogno più di pace
mi basta “starci”
non sogno più di libertà
non la urlo più ad alta voce
pago la mia quando riesco a viverla
non sogno più di giorni come orgasmi
o di amplessi finali
non sogno più sogni
cerco solo di custodire quello possibile
quello rinchiuso nel mio pensare
non più dentro il mio dire
eppure
il mio parlare silenzioso
setacciato
dosato
scelto
reso elementare
per non restare imbrigliato in parole dotte e /o duttili
il mio parlare diretto
chiaramente evidente nella sua tregua
viene ugualmente esposto al plotone
come quando urlava la “sua” libertà
il plotone vede comunque rosso quando il dire è trasparente
anche i miei silenzi fanno rumore
Sono prigioniero della mia libertà interiore
fuori l’unico suono consentito è il consenso
dov’è il senso?
L’uomo di pezza ha cambiati i suoni
ogni parola è interscambiabile
non decide più il senso
ma il prezzo
l’uomo di pezza è pazzo
L’uomo di pezzo ha cambiato orchestra
maestri strumenti e compagnia cantante
i maestri hanno cambiato strumenti
gli strumenti cambiano suono a comando
il suono si adegua di rimando
e la compagnia canta solo in contanti
L’uomo di pezza è dichiaratamente pazzo
s’innalza sovrano calpestando il popolo
e firma dall’alto la sua dichiarazione
il popolo sottostante
e non più sovrano
gli vende la ragione
e gli affida la Nazione
La canzone è sempre quella
tu la scegli
lui la arrangia
mentre la musica è in rianimazione
e in rianimazione mancano anime
L’uomo di pezza è un solo lungo zerbino
buoni cattivi e preti
demoni e santi
eroi e briganti
storia e invenzione
scienza e fantascienza
virtù e schiavitù
finzione e religione
regola ed eccezione
tutto è intrecciato nella stessa stoffa
un’unica trama tramata senza una trama pensata
o comunque sensata
intrecciata senza un filo conduttore
cucita a doppio filo a un filo di lama
una trama senza via d’uscita
se non la stessa lama che ne tagli netto il filo
il bandolo della matassa è lontano nel tempo
è andato perso
qualcuno dice occultato
qualcuno dice sia il punto inamovibile del nodo
quello che tiene insieme l’uomo di pezza
L’uomo di pezza è legato alla sua pazzia
e come un putrido virus
avanza nel suo contagio
si moltiplica a dismisura
e si riproduce a sua misura
l’uomo di pezza è un esercito rumoroso
bombarda ogni evidente ragione
per coprire il suo confuso silenzio
l’uomo di pezza tappa tutti i buchi
intrecciando ogni spazio con parole cucite a caso
l’uomo di pezza spreca la vita a rammendarsela addosso
come un disperato gesto di porre limiti alla luce
alla trasparenza che ne svelerebbe l’evidenza:
la malattia
L’uomo di pezza è solo un pupazzo infetto
non ha l’avventura del brigante
e non ne ha lo stile
attorno al suo nome non girano storie affascinati
il suo nome è sconosciuto alle leggende
e lontano dalle leggi
lui non ha mai niente da raccontare
niente mai da dichiarare
lui ha già dichiarato
firmando la sua dichiarazione
lui parla senza dire
e per non dire niente
parla troppo
lui ha stracci nel cervello
e panni sporchi da lavare
ma si guarda bene dal farlo
potrebbe scoprire che l’uomo di pezza è lui stesso
o peggio
è anche lui
ma con stracci in bocca
sugli occhi e sulle orecchie
e i panni diventano altri stracci
L’uomo di pezza è un unico zerbino
tutti dentro
buoni cattivi e preti
annodati tra di loro
da uno scheletro di stracci
la coda somiglia al capo
teme anch’essa la parola chiara
illuminerebbe altri scheletri nascosti
La libertà è una chimera
e lo è sempre stata
ma non è una qualunque fantasia
io la considero un’utile utopia
senza di essa
non avremmo la possibilità
di allevare l’unica libertà possibile
quella dentro di noi
quella che non si guarda allo specchio
ma ci guarda nella coscienza
quel lumicino che ti fa vedere meno il buio
quella fiammella che per alcuni è tutto il calore possibile
come lo è per me
malgrado la mia vita “politicamente scorretta”
malgrado la trama del mio film
zeppa di contraddizioni e sbagli
di abbagli e delusioni
di tentativi ed errori
malgrado il mio film bocciato
da un pubblico distratto e mai invitato
io la tengo ancora accesa quella fiammella
a dispetto di tutto e di tutti
alimento questa piccola luce di libertà
che non è quella del sogno
la chimera
è quella possibile
e non servono soldi o rivoluzioni per ottenerla
basta una bilancia
e dare il proprio nome ad ogni cosa
che sia un bene o che sia un male
e dopo pesare il tutto
per disfarti del peso e tenerti leggero
La libertà possibile
è’una libertà tenuta in piedi
dal peso della leggerezza
il peso più pesante
una libertà sviluppata allenando i propri giorni
con tenacia e sudore
non adottata a distanza di sicurezza
una libertà che non si nasconde
mai
negli applausi come nei fischi
una libertà che ti permette di riconoscere la puzza
e di starne alla larga
Continuo a coltivarla questa possibile libertà
come una pianta miracolosa
che non vuole altro che acqua e luce
cose trasparenti a pensarci
ecco forse perché i miei silenzi fanno rumore
per l’uomo di pezza il vero rumore è il mio vivere
è stupefacente per lui
è pericoloso per una realtà drogata
illegale per la legge di un pazzo in una trama pazza
L’uomo di pezza divide la libertà
e dice di moltiplicarla
ma ne parla comunque al plurale
mentre la mia libertà al plurale
non significa più un cazzo di niente
la storia mi dice che la libertà è unica e sola
prendersi delle libertà è tutt’altra storia
e conosco anche quella di storia
L’uomo di pezza è un pazzo puzzle
fatto di pezzi e di pizzi
scrive i prezzi sui pizzi
e poi li infilza in un altro pezzo
che ritorna il prezzo al pizzo
l’uomo di pezza è spudoratamente pazzo
L’uomo di pezza è un solo zerbino
ma è appartenente
a tutti
al capo come alla coda
alla cupola come alla coppola
poi il capo sogghigna
e la coda si indigna
poi si agita un po’
e poi….
e poi non ricorda più
L’uomo di pezza dimentica
non ricorda di essere un unico zerbino
frizzi lazzi prezzi e pizzi
vizi e sfizi
vezzi e olezzi
sono punti della stessa stoffa
pizzi dello stesso prezzo
pezzi dello stesso pazzo
pazzi dello stesso pizzo
E’pazzo il capo
è pazza la coda
il capo schiaccia la coda
e la coda si agita ma non troppo
quel tanto per mantenere intatta la vetrina
perché è la vetrina la nuova politica dell’uomo
e mandarla in mille pezzi è da pazzi
dicono i pazzi
perché la nuova politica è corretta
perché nuova la politica è corrotta
perché la correttezza serve alla corruzione
e tiene a bada l’insurrezione
perché all’educazione hanno cambiato declinazione
il buono si coniuga col buonista
e il sopruso ringrazia il silenzio con assegni a vista
L’uomo di pezza mi ha rotto il cazzo
Onde concentriche si dipanano regolari nel cielo buio
partendo da un unico dolore
fisso
costante
devastante
il dolore di una vita in agonia
attraversando a intervalli stabiliti i miei pensieri
infilandosi maligne negli sprazzi di pace
per sconvolgere con composta lucidità
il delicato equilibrio che governa la mia esistenza
E sento la mia sudata libertà in pericolo
e non so da chi difenderla
l’uomo di pezza è un unico zerbino
la coda è come il capo
e come tutto il resto
l’uomo di pezza è pazzo
E pazzo sei tu che perdi tempo a leggermi
mentre tutt’intorno il mondo cade a pezzi
e pazzo sono io che scrivo solo per te col fegato a pezzi
mentre tutt’intorno il mondo cade a pezzi
sono io che scrivo solo per te
e solo perché tu perdi tempo con me
dal momento che sia tu che io
se siamo pazzi o meno
conta zero
Fino a quando
a stabilirlo
sarà un pazzo
pupazzo
di pezza
c.campajola
IL POTERE DELLE FIABE
by Duncan on lug.05, 2009, under Ispirazione, Simbolo

Nelle fiabe c’è un percorso antico, che si annida negli archetipi dell’uomo.
Questo è stato sempre saputo. Renderle vuota fantasticheria è una delle tante incomprensioni che hanno caratterizzato la conoscenza nel corso del tempo.
Le fiabe hanno un rapporto antichissimo con l’anima dell’uomo. Quelle che sembrano storielle e piccole avventure si nutrono di potenti riferimenti simbolici, e hanno qualcosa da dire alla nostra coscienza e al nostro inconscio.
I bambini non hanno mai smesso di avere fame di fiabe. Le fiabe sono sia un qualcosa di distinto da tutto il resto, sia parte della più ampia categoria delle “storie”. Entrambi i poli coesistono. Né due mondi distinti, né totale compenetrazione. Le fiabe sono un modo di articolarsi delle “storie”, distinto da altri.
L’essere umano non può vivere senza storie. Qualuque sia la sua età.
Cambia la forma e la complessità, lo stile e la profondità, la durezza e la radicalità.. ma le storie ritornano incessantemente evocate dalle profondità del nostro spirito.
Abbiamo creato i manga, interminabili epopee a fumetti, i cicli fantasi, come l’epocale Dune di Herbert o il Signore degli Anelli di Tolkien. Ci siamo scoperti a vedere la saga di Hokuto e Ken il Guerriero da bambini, o innamorati dei miti indiani narrati intorno al focolare. Abbiamo cercato la terra del Sogno deglli aborigeni per trovare dimenticati sentieri dell’anima, o le parabole sufi per danzare sotto i cieli del delirio, e svendere il mantello dell’Io per ritrovare il Danzatore oltre ogni frammento disperso.
Un mondo senza storie è un mondo morto. Il tentativo di sradicare ogni elemeno “fabuloso” dal proprio piano di esistenza, volgarmente spacciato per “realismo”, è quanto di più “irreale” ci sia, perché misconosce e atrofizza la “realtà” emotiva e spirituale dell’essere umano. E non c’è niente di più spaventosamente irreale che una totale immersione nella frequenza monodimensionale dell’io quotidiano. Quella è “una” frequenza, che deve essere vissuta comea anche le “altre” frequenze. Ogni piano potenzia l’altro, e senza piani superiori, il quotidiano diviene maschera, anoressica rappresentazione di sopravvivenze forzate e giochi di potere e posizionamento, o di resa e cristallizzazione relazionale. E’ lo spalancamento anche ai piani superiori che ci rende davvero “reali”, in quanto “autentici”, irrorati da miti e simboli che incarnadosi nel quotidiano illuminano il nostro sguardo e ci rendono esseri capaci di creare e trasformare.
Camminatori della speranza. E piantatori di ulivi nei deserti. Portare la Poesia nel Mondo, rendendo fertile il mondo, è una delle più lussureggianti manifestazioni di una vita integra e aperta a tutti i piani dell’essere.
Chi rinuncia alle storie o chi ne viene privato, deperisce, e intristisce come un grigio funzionario della vita. La potenza delle cose gli si pone come inesorabile e non ricorda più che ci sono parole che possono destare dal sonno, che ci sono parole che sciolgono anche “i cuori di ghiaccio” (andate agli ultimi passi del Silmarillion di Tolkien), che ogni essere umano è un Mago sotto mentite spoglie.
Ed è anche un Guerriero pronto a dare l’anima per quello in cui crede, per valori che considera sacri.
E un Amante a cui si incendiano gli occhi per passione e amore.
Un Artista che dipinge colori sui muri di periferie intossicate da mafia e droga, per celebrare incantesimi contro la disperazione.
Ogni essere umano, disse Paolo Coelho nel suo momento migliore, è portatore di una Leggenda Personale. Senza Leggenda Personale l’essere umano si appanna.
I cultori del materialismo più grezzo e dozzinale, o i cinici da salotto sono forse tra le persone più ottuse e miopi che siano mai state partorite.
Sogni di Bellezza hanno animato tutta la grande arte.
Eroici furori in ogni indignazione, che ancora ritorna, ogni volta che innocenti sono sacrificati ai Moloch, ogni volta che un bambino è violato, ogni volta che l’Abominio imperversa, ogni volta che vediamo i collari strozzare la voce, ogni volta che scegliamo di alzarci e parlare quando tutti tacciono per paura o convenienza.
Le leggende, i miti e le storie custodiscono le radici dell’uomo e i suoi orizzonti. Il meglio di ciò che è stato e il meglio di ciò che sarà.
Perché lo scopo di ogni Partenza è il Ritorno.
E perché.. di ogni mio viaggio lontano da Te, Tu sei la Meta.
E adesso capirete perché non riusciamo a smettere di leggere, di ascoltare storie, vedere film.. perché i miti ci perseguitano, perché andiamo a dare la caccia agli archetipi. Perché siamo curiosi e appassionati. Perchè vogliamo conservare tutte le storie del mondo e raccontarle.
Perché quando i popoli venivano massacrati ed estinti sceglievano e scelgono di consacrare alcune persone a tramandare il patrimonio, le loro storie più grandi, di generazione in generazione, fino al momento in cui esse potranno trovare nuova fioritura.
Ogni dominatore ha sempre temuto l’anima dell’uomo. I mezzi dirincoglionimento collettivo agiscono ancora di più sull’inconsio che sul conscio, scaraventandone dentro il mondo della merce e del consumo, e parodie oscene di storie, volgari vaccate che deprimono invece di alzare, anastetizzano invece di ispirare, intristiscono invece di liberare.
Tuttavia i miti e le storie persistono perché non sono sradicabili dall’anima dell’Uomo.
La stessa sete non può essere riempita con merce avariata e pasti pronti.
Le fiabe sono uno dei territori delle Storie. Tutti vi possono accedere, ma i loro destinatari privilegiati sono i bambini.
La loro “artigianalità”, la semplicità e “povertà” della messa in opera, è una ricchezza piùc he un limite. Il bambino sente la madre (o altri) raccontargli una fiaba. Non ci sono mezzi, non ci sono immagini, effetti speciali. Non c’è nulla se non una voce e una storia. La “povertà” crea una “intimità” speciale e unica, tra quel bambino e quella madre, che, proprio in quel momento, sono l’unico vero centro dell’universo. Conchiglie che si ricambiano il suono del
Mare. Congiurati di un capovolgimento del mondo. Avventurosi esploratori di un’altra dimensione, con regole che sono solo le loro.
Ogni singola fiaba è diversa da tutte quelle che vi sono state e vi saranno. La fiaba dei pollicino (ad es.) che narrerai stasera è diversa da tutte le fiabedi pollicino mai raccontate in tutta la storia del mondo. La tua voce, la vibrazione sotterranea che la anima, il tuo bambino, la sensibilità che gli è propria, i vostri codici speciali di comunicazione, gli scambi energetici da mente a mente, il tocco di una mano su una mano o un viso.. le pause, i toni, i richiami.. tutto renderà quella storia unica.
Le fiabe non sono qualcosa di edulcorato e inevitabilmente sdolcinato. Il dolore, la morte, il male, non mancano, non vengono negati.
Ma si mostra come il coraggio, la bellezza, l’amore possono vincere.
Che attraverso la caduta e il dolore si può rinascere.
E passatemi l’affermazione finale accusabile da “passatista”.. ma, persone capaci di raccontare ancora fiabe a un bambino piuttosto che riempirlo di cose o giochi elettronici hanno un posto d’onore nelle fondamenta umaniste del mondo.
Il potere delle fiabe rammenta che esiste un potere oltre ogni degradazione, qualcosa di perduto, qualcosa da ritrovare. Una principessa di incredibile bellezza, un anello magico, prove di valore, aquile che ti trasporteranno in mondi lontani. Cominci a credere fin da bambino, mettendo cascina in fieno per quando verranno i giorni dei baubau di grigio vestiti e dal sorriso a tagliola, con momente sonanti e cemento nel cuore e porteranno il freddo. Ma tu hai cominciato a sognare da lontano, sai che in un modo o nell’altro non sarai abbandonato. Che avrai la tua spada per combattere. La tua principessa da baciare. Un grande avventura da vivere. Qualcosa per cui lottare, come un antico cavaliere. Perché certe storie non muoiono mai.
E’ anche questo il potere delle fiabe.
Vi lascio con questa meravigliosa canzone di Vecchioni, qui cantata insieme ad Ornella Vanoni. Una canzone a cui sono legato per motivi che mi prendono l’anima. Mi ricorda persone scomparse, lunghi viaggi in macchina, insieme a canzoni bellissime
