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Canta la tua Canzone
by Duncan on feb.07, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana

quello che è stato assediato, schiacciato, spezzato, sepolto sotto comuli di conformismo e ipocrisia.. o .. semplicemente.. offuscato..
La guarigione non è renderti INTEGRATO.. ma renderti INTEGRO.
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La donna che mi si avvicinò a un convegno organizzato per una raccolta di fondi, presentandosi come Katharine, era tonda e larga come la Venere di Willendorf. Vestita con un completo giacca e pantaloni molto elegante, portava al polso un braccialetto di plastica uguale a quello che mettono ai pazienti negli ospedali per la loro identificazione.
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Mentre andavamo al bar a prendere un caffé, mi raccontò che era dovuta arrivare a cinquant’anni per capire quanta importanza avessero avuto per lei le figure di Meg, Jo, Beth e Amy (le protagoniste di “Piccole donne”). <<La mia preferita era Jo>> mi spiegò. <<A quel tempo avevo tutta una vita segreta d poesie scritte da me, di nascondigli sugli alberi e di fumetti per ragazzi che mi divoravo uno dopo l’altro, ed ero sicura che Jo mi avrebbe capito. Il fatto è che qualsiasi membro della famiglia March mi sembrava più vicino di qualsiasi membro della mia. Voglio dire, mia madre si ammazzava di lavoro all’azienda del gas esattamente come mio padre nella sua tipografia,e allora perché doveva essere per forza lei ad occuparsi di tutte le faccende domestiche?
E poi avevo una sorella maggiore che sembrava ancora più piccola e infantile di me; non faceva altro che chiedermi quali orecchini le stavano meglio o se il suo ultimo ragazzo mi pareva carino. Io avevo giurato a me stessa che non sarei mai stata simile né all’una, né all’altra.
Poi, quando avevo circa dodici anni, è cambiato tutto quanto. A un tratto le mie amiche hanno incominciato a comportarsi come se
qualsiasi ragazzo fosse più importante delle cose che noi facevamo insieme. Io ho incominciato a vergognarmi di mia madre perché non era magra, anche se fino a un momento prima adoravo starle seduta in bracciio, era così comoda… Ho smesso di andare a scuola volentieri, o smesso di parlare in classe davanti alle mie compagne,e a poco a poco sono diventata quella che Seventeen definiva “una ragazza che sa ascoltare”. Della mia vita segreta di un tempo si è salvata una cosa sola: l’abitudine di soccorrere glli uccellini caduti dal nido e i cani randagi. Mia sorella e un ragazzo che mi piaceva (prendevo anch’io le mie prime cotte) dicevano che era una cosa un pò sciocca, ma non grave, purché rinunciassi almeno all’idea di fare la veterinaria da grande. Qualche volta, come se stessi facendo uno scivolone, tornavo improvvisamente a essere la persona di un tempo, che ragionava con la sua testa e aveva le sue idee, però ogni volta che mi capitava mi sentivo antipatica. Mi sentivo egoista. Ho persino bruciato tutte le poesie che avevo scritto, così nessuno avrebbe mai scoperto chi ero veramente.
<<Invece di essere “Kate”, all’improvviso sono diventata “Kathi” con la i, come tutte le altre ragazze della scuola che si chiamavano Sandi o Patti o cose del genere. Invece di fare il puntino sulla i disegnavamo un circoletto oppure, mi vergongo quasi a dirlo, un cuoricino.>>
A quel punto mi rammentai che anch’io da ragazzina mi ero messa a scrivere il mio nome facendo dei cuoricini al posto del puntino delle i, cosicché ci infilammo in una lunga disquisizione sulla sindrome della caramella al miele, la mascheera tutta sorrisi e moine che avevamo adottato da adolescenti. Non c’era da meravigliarsi se le ragazze a poco a poco trasformavano la rabbia che sentivano dentro in depressione e in pessime abitudini alimentari: dove avrebbero potuto incanalarla, altrimenti?
<<E le ragazze che cadono in depressione sono sempre quelle veramente sane dentro>> seguitò Katharine. <<Per lo meno è un modo per ribellarsi, quello. Io invece ho tirato avanti come al solito: dal momento in cui ho distrutto le mie poesie, non ho fatto altro che sforzarmi di essere una ragazza diversa, socialmente accettabile. E per mia sfortuna ci sono riuscita. <<Ho sposato un uomo anche lui socialmente accettabile e abbiamo avuto quattro figli. Io vivevo solo per loro, il che voleva dire che dovevo controllare tutto quello che facevano. Sono anche stata a dieta per trent’anni pur dinon assomigliare a mia madre. In quell’epoca sono diventata “Kit”, come se nome e corpo dovessero occupare il minor spazio possibile. Più lasciavo perdere me stessa, più pensavo: ora sì che sono veramente una brava donna.
<<Ovviamente ho anche incominciato a fare impazzire mio marito e i ragazzi: a chi non succederebbe, con vicino una persona che vive solo di te e per te? Ma il peggio è che stavo impazzendo anch’io. Ho passato dieci anni a imbottirmi di tranquillanti che mi aveva
prescritto uno stronzo di merito. Lui diceva che avrei dovuto essere contenta perché avevo “tutto quello che volevo”. Quando i ragazzi sono cresciuti e i miei servigi sono diventati inutili, la mia famiglia non sapeva più che farsene di me e così mi hanno ficcat dentro a un bel manicomio. Immagino che, dopo tutti quegli anni che avevo passato a controllare la loro vita, abbiano pensato bene di essere loro a controllare la mia.>>
A salvarla, alla fine, era stata una cosa che con l’ospedale psichiatrico non aveva niente a che vedere. In attesa della solita dose serale di farmaci, seduta nella stanza comune, Katharine aveva assistito per caso a Nobody’child, un film per la televisione sulla vIta di Marie Balter, una donna che era stata rinchiusa in maniomio da bambina, essenzialmente perché i genitori non la volevano. In quel manicomio era vissuta per vent’anni in una condizione di dipendenza totale dai farmaci, finché una psichiatra non aveva creduto di <<vedere una persona dietro a quegli occhi>>. Ho visto anch’io quel film, interpretato da una Marlo Thomas molto realistica, e una volta ho anche parlato con la vea Marie Balter. Era riuscita davvero a sconfiggere non solo la dipendenza dai farmaci che per anni le avevano somministrato in ospedale, ma anche una grave forma di agorafobia, l’angoscia di stare in mezzo alla gente che spesso affligge chi dalla gente è stato troppo a lungo lontano. Stando alle previsioni dei medici, Marie non sarebbe mai stata in grado di vivere fuori dalle mura di un istituto; grazie invece a un lungo processo, iniziato con l’iscrizione a un corso universitario e la coabitazione con una famiglia disposta a sostenerla fino in fondo nelle sue scelte, e approdato infine alla scelta di vita autonoma, grazie anche al conseguimento del titolo di studio per lavorare con le persone come lei, bisognose cioè di solidi punti di appoggio una volta dimesse dagli ospedali psichiatrici, Marie era diventata un’entusiasta propugnatrice della riforma delle istituzioni psichiatriche e dei programmi per il reinserimento sociale degli ex pazienti.
Ricordavo perfettamente la scena finale del film, dove la protagonista torna per tenere una conferenza nello stesso ospedale dove un tempo si era trascinata da una stanza all’altra, intontita dalla Torazine e completamente spersonalizzata. <<So che l’ultima volta che ci siamo visti>> dice la protagonista dal palco della conferenza <<alcuni di voi, se non addirittura la maggior parte, erano sicuri che sarei ritornata. Bene, eccomi qui.>>
Quella scena finale di trionfo aveva fatto capire a Katherine che anche nel suo caso il recupero era possibile, ma a commuoverla ancora di più era stata la scena finale, quela dove Marie abbraccia il <<fantasma>> della bambina abbandonata e terrorizzata che era stata lei in passato. <<Marie l’abbraccia>>, mi spiegò Katharine <<e a quel punto lei la bambina si fondono in un’unica persona. Bè, quando ho visto quella scena non ho potuto fare a meno di piangere. A un tratto ho pensato: “Kate è sempre dentro di me”. E poi: “Se una come Marie Balter ce l’ha fatta, non vedo perché non dovrei farcela anch’io.”
<<Certo, quella era la versione cinematografica della storia. Ho passato settimane intere a scavare dentro di me, in cerca dei luoghi dove aveva vissuto quella bambina, prima che lei mi permettesse di entrare in contatto con lei. Ma un giorno finalmente Kate mi h fatto vedere le sue poesie – quelle che avevo bruciato – e io all’improvviso, me le sono ricordate tutte, parola per parola.
<<Da quel momento ho passato ogni giorno a immaginare di stare seduta accanto a lei, in attesa di quel che aveva da dirmi. E la prima cosa è stata che si era sentita molto sola. Poi mi ha detto che era troppo magra, e allora come faceva a stare seduta sulle mie ginocchia? Poi mi ha detto che non capiva perché stavo in ospedale, visto che non ero malata; e infatti poco dopo me ne sono andata via.
<<Adesso non ho più bisogno di andarla a trovare tutti i giorni perché è diventata parte i me. Grazie a lie ho deciso di restituire la giusta misura a due cose: il mio nome e il mio corpo. Ora cerco di fare lecose che so che piacerebbero anche a lei. Per esempio, dopo aver fatto per mesi dei lavori che lei odiava, alla fine ho rinunciato e ho messo su un rifugio per animali abbandonati. Però l’ultima volta che ho parlato con lei mi ha detto una cosa buffa: “Non c’era bisogno che tu ti preoccupassi, tanto c’er Jo a prendersi cura di me”>>.
Mentre uscivamo dal bar il mio sguardo cadde di nuovo sul braccialetto dell’ospedale. Ora che ne era uscita, disse Katjarine, continuava a portarlo in segno di solidarietà verso le donne ancora rinchiuse e imbottite di farmaci, ancora in attesa di qualcosa, così come un tempo aveva atteso lei. <<Ho perso me stessa molto tempo fa>>, mi ha spiegato <<ma ora mi sento meglio di quanto sia mai stata, dai tempi in cui leggevo Piccole donne.>>
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Itaca, Amore Mio
by Duncan on gen.14, 2010, under Bellezza, Resistenza umana, Simbolo

Il testo che leggere non è suo. Ma della moglie. E la moglie è anch’essa reclusa. Provate a pensarci. Pierdonato è recluso da 15 anni, ergastolano, ex 41bis. Maria Buonpastore è reclusa da 11 nni, di cui 6 anni e 5 mesi in 41bis (credevo che quasi nessuna donna fosse stata sottoposta al famigerato sistema del 41bis). Hanno tre figli, Marianna, Nunzio e Francesco; che da più di dieci anni crescono senza il padre e la madre. Entrambi in carcere. Se ci pensata c’è dentro un dramma e un dolore che a stento può essere realizzato. C’è la storia di mille abbracci spezzati, di incontri sognati, e a volte rubati, nello spazio angusto e controllato di un colloquio; che diventa comunque un Paradiso, tanto prezioso è quel bacio, quella carezza e quell’abbraccio dopo tanta astinenza. Riporto alcune parole con cui Pierdonato mi ha fatto giungere questo testo:
“Allego un tema scritto da mia moglie, attuallmente ristretta presso la casa circondariale di Rebibbia, Roma, da 11 anni, un periodo durissimo, tra cui 6 anni e 5 mesi di regime 41bis.. Questo tema ha lo scopo di evidenziare i sentimenti che coinvolgono due esseri umani prigionieri, quindi privati di tutto. Un parallelismo con l’Odissea narrata da Omero. E’ un tema che è piaciuto molto, tanto da essere stato menzionato nella sezione prosa del Premio Nazionale “Emanuele Casalini” e pubblicato nel volume relativo, giunto all’ottava edizione” .
E’ un’opera splenda. Dove la propria storia personale si riflette nell’eterna narrazione dell’Odissea, nel Mito di Itaca, di Ulisse e del Ritorno. Archetipi universali vivono in queste pagine, che bruscamente implodono in un amore personale e ardente, tanto più quanto ostacolato, tormentato, crocifisso in ogni modo. E forse è proprio vero che l’Amore è la forza primigenia che aiuta a resistere; e come queste persone possano “sentirsi” così profondamente dopo che i loro contatti sono divenuti quasi impossibili, essendo entrambi reclusi, e in regimi duri e prolungati, è uno dei Misteri più alti della condizione umana.
Nel testo il momento più coinvolgente è quando Maria Bonpastore racconta dell’incontro con Pierdonato, incontro fisico, viso nel viso, senza vetro divisorio, con baci e carezze. Un abbraccio atteso per nove lunghissimi anni e alla fine ottenuto nel 19/07/2007.
Itaca eterno sogno degli esuli, dei fuggitivi, degli sbandati, dei profughi, dei disperati, dei prigionieri. Esuli con un Sogno nel Cuore. Itaca Sogno che rubi la mente. Luogo delle Origini. Madre di tutte le braccia spezzata.
Perchè forse è vero che l’Orizzonte di ogni Partenza è il Ritorno..
E che “Di ogni mio Viaggio lontano da Te, Tu sei la Meta”.
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“Se quello che i mortali desiderano potesse avverarsi, per prima cosa vorrei il ritorno del padre”. E’ Telemaco, il figlio di Ulisse, a parlare così nell’Odissea. Egli è una delle prima figure che nelle grandi narrazioni dell’umanità testimonia l’angoscia del figlio senza il padre. Dopo di lui ne vennero molti altri. E oggi sono in tantissimi…
Il mio viaggio esistenziale, quello dell’uomo che amo e quello dei nostri figli, è per certi versi molto simile al viaggio narrato da Omero nell’Odissea. Il nostro è un viaggio che non ha vele, certo, non ha bussola, ma tuttavia è un viaggio molto simile. Siamo su una zattera in balia della tempesta che noi, con le nostre sole forze e la nostra fatica, stiamo cercando di condurre in un porto sicuro. Il mare è la vita, le onde, la tempesta, invece, sono le nostre tribolazioni.
Il mio Ulisse si chiama Pierdonato, in carcere da 14 anni (che però se vengono sommati ad altri 6, già vissuti in questi luoghi, sono 20 anni!). Io sono sua moglie, Penelope, che lo aspetta tessendo la sua interminabile tela. “Telemaco” sono invece Mariana, Nunzio e Francesco che aspettano il ritorno del padre… e della madre. Se Ulisse, nella sua Odissea, dovette affrontare Ciclopi, sirene, maghe, avversità degli dei, ecc., però alla fine, dopo 20 anni, riuscì a tornare alla sua Itaca; la nostra Odissea non sembra ancora avere fine…
Ogni essere umano ha una sua Itaca nel cuore. Poco importa se sia quello scoglio pietroso nel mare Egeo; la nostra Itaca, che poi in realtà è l’Itaca di tutti, non è una questione di carta geografica. E’ invece un luogo dell’anima, della mente, la meta che abbiamo nel cuore e alla quale, prima o poi vogliamo giungere.
Itaca è una grande metafora, che può trovare radici dappertutto, può trovare scogli in qualsiasi parte del mondo, il mare (nella mente) e i sentimenti (in ogni anima). Itaca è l’isola per eccellenza, l’approdo desiderato dagli esseri umani che tendono ad essa anche inconsapevolmente.
E’, come ha detto qualcuno, il porto dei dotti e degli ignoranti; è la poesia di tutti. Ulisse è l’eroe assoluto che non ha mai smesso di interessarci.
Ulisse è un modello, è fratello, è simbolo, riemerge sempre nei nostri comportamenti, protagonista della storia. Itaca dunque è luogo dell’anima, rifugio della fantasia.
Nel nostro caso, ha una lettura ambivalente; da un lato si potrebbe pensare che Montescaglioso, quel paesino sulle colline nella provincia di Matera (il nostro luogo natio) potrebbe essere la nostra Itaca, certo anche questo è un aspetto da tenere presente, ma l’Itaca di ci parlavo precedentemente è qualcosa che l’uomo si porta dentro di se da millenni. E perciò noi siamo anni che navighiamo in questi mari. La meta è il luogo verso cui siamo diretti, il nostro punto di arrivo, ed esistenziale, perché riguarda l’esistenza e la vita, che coinvolge l’individuo a un livello di vissuto personale. L’uomo che non si pone uno scopo nella sua esistenza è come una nave priva di timone, che probabilmente non riuscirà mai a raggiungere la sua destinazione.
Sfidando i secoli e i millenni Ulisse (Odisseo per i greci) è in un certo senso ancora tra noi. E’ un personaggio senza tempo.
L’uomo è un mistero ; se passerà la vita a risolvere questo… mistero, non avrà vissuto invano la sua vita!
E’ nell’Odissea che nasce questa venerazione per a casa che ha dominato più di 25 secoli l’Occidente. Viviamo ancora negli ultimi riflessi della casa di Ulisse, dove ogni cosa, i muri, le stanze, il letto, la dispensa, il focolare, le greggi, i beni, possiedono lo stesso valore di una persona o di un sentimento: era custodito, conservato, protetto e difeso come sacro. Nient’altro va difeso con questa forza, nemmeno la vita, perciò Ulisse è spietato con i Proci che hanno violato quello che i greci chiamano l’oikos, l’amore per la casa e la patria verso la quale Ulisse prova una tenerezza e una nostalgia immensa. In quel luogo è raccolto il passato, il presente e il futuro. Il mio Pierdonato come Ulisse non dimentica mai. Non cede a nessuna lusinga, vince una dopo l’altra le forze; Circe e Calipso che spingerebbero a dimenticare: difende la sua memoria dagli incantesimi della magia. Accumula memorie; scrive, il mio Pierdonato. Penelope piange per lui, lo teme morto. Il suo animo è pieno di una sola persona: Ulisse, il marito, il complice, e non spazio per nessuna altra figura. Ulisse fa lo stesso. Non vuole dimenticare:
Seduto s la riva, sogna Itaca- la moglie che rappresenta la casa, e amerebbe vedere almeno un filo di fumo levarsi dalla sua terra. Poiché non può vedere quel fumo… vorrebbe morire, dice Atena. Quella forza di nostalgia sia in lui.. riempie il suo cuore.
Penelope difende disperatamente con tutte le sue astuzie, gli inganni e i rinvii, la fedeltà al marito alla cui mente e al cui cuore nessuna figura femminile tranne Penelope giunge così vicino. Penelope desidera ardentemente il marito, con tutta la forza dello spirito e dell’eros. Ulisse le manca. Lei lo ricorda di continuo, senza di lui si sente monca, soffre per lui e piange per lui fino a quando Atena le versa sulle palpebre il sonno.
Per lei non c’è accettazione né rassegnazione, davanti all’assenza incolmabile. Come Penelope anche Ulisse ha un rapporto con il tempo della sofferenza.
Entrambi, Ulisse e Penelope, imparano a conoscersi attraverso la sofferenza: gli strati accumulati del dolore producono la sua arte suprema: la pazienza ostinata, la coraggiosa sopportazione: Ulisse è un eroe pieno di umanità. Dopo nove lunghissimi e interminabili anni, il 19/12/2007 siamo riusciti ad abbracciarci io e il mio Ulisse nella sala del colloquio del carcere femminile di Rebibbia, effettuando il primo incontro senza vetro divisorio. I suoi baci, le sue carezze hanno guarito gli squarci lasciati non solo sulla mia pelle dagli artigli feroci della sfortuna, ma anche nel mio cuore.
Quanto più lunga è l’attesa, tanto più dolce è l’incontro, e questo viaggio che sa di leggenda, di navigatori e di mari, tra miraggi e oscuri pericoli, ci fa desiderare di navigare in un mare di serenità e, con la volontà di Dio, di tornare finalmente a casa, come Ulisse, perché sono certa che Ulisse è veramente esistito…
L’argomento è inesauribile se non decido di troncarlo. Si fa fatica a dire qualcosa di un sentimento umano così sconvolgente e così “inattuale” come questo della lontananza fisica forzata, che si muove sull’orlo di un abisso senza fondo e un dolore incomunicabile Io ho timore di spezzare, con queste parole incantate, non adeguate, l’incanto stregato di questo nostro sentire sulla nostra pelle. Queste parole andrebbero ascoltate in silenzio e nell’interiorità segreta del cuore e non portate alla ribalta dalla esteriorità e dall’evidenza, perché in queste parole è inciso il sigillo di una storia d’amore, una storia umana che si ripete in infinite altre storie.
Rebibbia 2009 Maria Buonpastore




