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Per un pugno di semi
by Duncan on lug.03, 2011, under Controinformazione, Resistenza umana, Simbolo, politica
Per un pugno di semi
Questa affermazione, che rincontrerete nei punti finali del testo che leggerete, dovrebbe essere scontata. Dovrebbe essere evidente. Moltissimi di noi non verrebbero neanche sfiorati da un pensiero diverso.
E invece non è così evidente per molte realtà economiche, mediatiche, politiche ed istiuzionali.
E la manipolazione della vita e la brevettazione del “materiale” vivente” è diventato uno dei grandi territori che segneranno il tempo prossimo venturo.
Il testo che leggerete non è sempre scorrevole e limpido, ma porta in sè domande potenti.
Non è un “discorso” solo sui semi…
I semi non sono quegli affarini picolissimi con cui potete riempirvi le mani.
I semi rappresentano una delle architravi della stessa sussistenza alimentare su questo pianeta.
Chi controlla i semi, controlla il cibo. Chi controlla il cibo acquisisce su intere collettività un potere che farebbe impallidire quello delle antiche satrapie orientali.
La manipolazione del vivente è strumentale ANCHE (e soprattutto) allo scopo delle brevettabilità del materiale manipolato.
Una volta, ad esempio, che si saranno create varietà genticamente manipolate (OGM) di Mais, le corporation internazionali che hanno il brevetto su quelle varietà manipolate (ad es.. la Monsanto) cercheranno di fare propagare quella tipologia di mais. Perchè quel mais è nelle loro mani. Se tutte le sementi attualmente essitenti fossero sementi geneticamente manipolate, in pratica la catena alimentare, per tutto quello che deriva dalla semina, maturazione,ecc.. e successivi procedimenti di elaborazione.. sarebbe nelle mani delle corporatione alimentare.
La lotta per i semi non è una battaglia di poche comunità integraliste di contadini, quindi. E’ una lotta per la democrazia prossima ventura. E si intreccia con altri piani e con altre lotte, in una sovrapposizione di livelli, sul piano orizzonta, e sul piano verticale.
L’articolo che leggerete tenta di mostrare “qualcosa” di tutto ciò, andando anche oltre lo stesso discorso dei semi.
E’ la riscoperta e la valorizzazione di un sapere comunitario che è in gioco, di un patrimonio collettivo che va oltre il diiritto e deve porre limiti al diritto. Arrivo a dire che il diritto è legittimo se non mette a repentaglio questo sapere comunitario e le relazioni di vita che esso stesso istituisce.
Il succo è che la proprietà comunitaria delle sementi, ma anche dell’acqua, e altri patrimoni originari non devono essere “concessi” dal diritto, il diritto deve “riconoscerli”, inchinandosi a ciò che rende legittimo il diritto e nè da valore morale, il rispetto della sovranità della vita nel suo manifestarsi.
E’ una lotta per una democrazia non limitata al piano istituzionale governativo.
Una lotta per i saperi comuni, per i beni comuni, per gli spazi condivisi, per i “territori franchi”, emancipati dal mercantilismo più esasperato, e dal codice del profitto, dalla dinanica dello scambio azionario perenne. Non è né liberismo, nè comunismo. I vecchi molochi ideologici sono alberi secchi, germe sterilizzante. E’ un pensiero più antico della ruota e più innovatore delle autostrade telematiche.
La terra appartiene ai popoli. La cultura sociale non deve essere sottoposta ad autorizzazioni e controlli.
La conoscenza va condivisa e deve scorrere senza limiti.
L’economia è solo uno strumento e deve inchinarsi a valori superiori.
I leader devono servire non comandare.
E la vita non è brevettabile.
Vedete a cosa si arriva da un pugno di sementi..
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Tratto da
“NUNATAK
Rivista di storie, culture, lotte della montagna”
SCAMBIO DI SEMI E DIRITTO ORIGINARIO
Parto da un’affermazione poco nota sulle varietà di fruta, ortaggi e cereali: le varietà in natura non esistono. In natura esiste la specie, i loro selvatici, le declinazioni locali delle specie (“ecotipipi”) che nei diversi luoghi, in risposta al terreno e al clima di quei luoghi, hanno evoluto forme e comportamenti particolari; ma le varietà, come le conosciamo oggi (la mela Renetta, il frumento tenero Gentil Rosso, la carota di Nantes…) sono quasi sempre il risultato di un lento processo di selezione, addomesticazione e trasmissione atto da contadini e agronomi nel tempo lungo delle generazioni, e questo risultato richiede decenni, qualche volta secoli, di lavoro anonimo, svolto nella condivisione dei saperi e delle pratiche comuni a un territorio esteso quanto quello di una parrocchia o di una famiglia. In altre parole, le varietà sono un prodotto del tempo e della cultura di un luogo e di una comunità, sono quasi un manufatto. Se si escludono quelle prodotte dai genetisti, quelle ottenute per ibridazione o per mutazione indotta, se si escludono, insomma, quelle più recenti, prodotte a partire dalla prima metà dello scorso secolo, tutte le altre varietà, quelle tramandate (dunque “tradizionali”), non hanno un autore, un “costitutore”, non hanno cioè qualcuno che ne possa vantare un diritto esclusivo di proprietà e di uso. La titolarità sulle varietà tradizionali può essere riconosciuta solo nei confronti della compresenza di chi, in quel luogo e in quella comunità, è vissuto e vive, perchè, poco o tanto, solo costui è cotitolare dei saperi condivisi e delle pratiche che sono servite nel tempo per selezionare e addomesticare la loro forma, il loro comportamento e il loro gusto, cioè per fare loro assumere le caratteristiche che le rendono riconoscibili e particolari.
La mela Cavilla, l’uva Lumassina, il mais Ottofile e il cavolo Gaggetta, essendo il risultato di un lungo processo di adattamento e conformazione, non hanno un autore certo. Queste varietà possono solo avere una moltitudine di coautori, comunque non un proprietario; e se qualcuno ne rivendicasse diritti esclusivi commetterebbe un atto abusivo e giuridicamente on riconoscibile se non per effetto di una norma bizzarra, inconsapevole o prepotente; sono invece patrimonio collettivo, non di tutti in mondi indifferenziato, della nazione o dell’umanità, ma di una comunità legata a un territorio, quanto grande o piccolo non è rilevante. La conservazione ripetuta nel tempo e la consuetudine ne hanno fatto oggetto di diritto comunitario, un diritto che di fatto non esisste più, e non è né privato né pubblico, perchè non possono appartenere neppure allo Stato o alle sue emanazioni territoriali che amministrano il patrimonio pubblico, e sempre più spesso lo fano come se fosse una particolare forma di proprietà privata. Così, tutto quello che è stato oggetto di diritto comunitario, cioè delle comunità (normalmente territoriali) – si pensi agli usi civici – è soggetto ad una progressiva erosione e, come scoria del passato, pare destinato, prima all’esclusione dalla percezione e dalla consapevolezza comune e, successivamente alla totale scomparsa.
Questo punto merita una particolare attenziona: a dispetto di ogni strabismo giuridico, gli ambiti comunitari tuttora esistono – hanno a che fare con le risorse necessarie per a sussistenza degli appartenenti a una comunità e con il patrimonio simbolico costruito nel tempo da quella comunità, fatto di spazi, feste, riti, forme ed espressioni della cultura condivisa e vernacolare – ma non si percepiscono più come tali: solo solo usciti dall’orizzonte della percezione e del linguaggio comuni, e questa uscita è la premessa per la loro definitiva scomparsa nella disattenzione e nel silenzio.
Piccoli esempi presi qua e llà nel deposito della memoria. La strada è, ed è sempre stata, spazio dell’incontro e, nell’immediatezza delle cose, quasi estensione dello spazio abitato. Pare normale – e anche nelle città lo è stato fino a non molti decenni fa - che le persone possano mettere la sedia fuori casa per conversare o fare nulla. Ma non posso dimenticare il vigile che a Genova, una trentina di anni a, in una strada pedonale del centro storico, si era avvicinato a una donna seduta fuori casa vicina al suo uscio per domandare se, per la sedia, avesse pagato la tassa di occupazione del suolo pubblico. In quel momento ho iniziato a capire che lo spazio pubblico e quello comunitario non sono la stessa cosa.
Ancora: organizziamo una festa e suoniamo e balliamo con musica che abbiamo inventato o con la musica popolare, quella ereditata per tradizione, quella di autori tutti ignoti o, proprio come le varietà agricole, di autore collettivo. Anche in questo caso dobbiamo pagare una gabella allo Stato attraverso la sua agenzia, SIAE, che impone una tassa sulle feste accompagnate dalla musica con la ragione dei diritti d’autore: e non conta nulla che la musica sia inventata sul momento o che gli autori non ci siano e, intesi singolarmente, non ci siano mai stati, e neppure che nessun diritto d’autore sarà pagato a nessuno. Andando così a spaglio, cosa potremmo dire della legge per incentivare gli “agricoltori custodi”, pubblicato dalla Regione Toscana pochi anni fa, che prevede un contributo in denaro per chi mantiene e moltiplica varietà tradizionali a condizione che i semi siano consegnati alla banca dei semi indicata dallla stessa Regione senza possibilità di redistribuirli tra gli stessi coltivatori se non sotto vincolo di riconsegna. In questi pochi esempi così eterogenei, si reisce a riconoscere la distanza tra cosa è “pubblico” e cosa è “comune”?
Torniamo alle varietà tradizionali che, abbiamo osservato, sono oggetto di una titolarità comunitaria e come tali non dovrebbero esssere brevettabili, appropriabili da nessuno, neppure dallo Stato e dalle sue emanazioni. E i semi e i materiali da propagazione di quelle varetà si possono fare circolare liberamente? Pare banale rispondere “sì”, eppure, grazie a una direttiva europea (98/95) e alle sue interpretazioni più restrittive, dal 2000 è stato necesssario iniziare a fare una azione di pressione – che dura ancora oggi – nei confronti del Ministero delle Politiche Agricole per sostenere che, malgrado qualunque direttiva o legge conseguente, debba essere riconosciuta (non concessa!) ai coltivatori la libertà di scambio delle sementi delle varietà da loro riprodotte, tanto più se si tratta di varietà tradizionali, tanto più se la produzione di quelle sementi avviene entro l’aerea di tradizionale difusione e coltivazione di quelle varietà.
La ragione portata avanti vive all’interno di una duplice argomentazione.
1- Le varietà tradizionali sono prodotto delle comunità locali e oggetto della loro titolarità collettiva che, al pari di un uso civico, non può esssere alienata, abrogata, appropriata né limitata.
2- Lo scambio delle sementi è una pratica consuetudinaria che nella cultura e nell’economia rurale si svolge in modo corrente secondo un costume consolidato e risale a un tempo che precede la memoria collettiva (in parole più chiare si direbbe: è così “da sempre”.
A questi due punti potremmo aggiungerne un terzo. Tutto ciò che ha a che fare con le pratiche di sussistenza è parte di un ambito pregiuiridico che logicamente precede e fonda ogni legge – perchè una legge che neghi i diiritti legati alla sussistenza è, o dovrebbe essere, impensabile e in sé contraddittoria -, e lo scambio delle sementi è senza dubbio un elemento che rinvia all’autoproduzione del cibo e, dunque, alla sussistenza; alle sementi e alla confezione del proprio cibo potremmo aggiungere ciò che riguarda la generazione dei figli, la possibilità di curarsi se e come si desidera, il riparo da reddo e maltempo, e altro ancora.
Lo stesso valore pregiuridico è quello che dovrebbe essere riconosciuto – perchè la sussistenza comunitaria e di qualunque formazione sociale è presupposto logico di ogni norma che ne regoli il funzionamento – a ciò che riguarda le risorse delle comunità e il loro patrimonio simbolico, che normalmente sono autoregolati e fissati per tradizione orale, prima che scritta, attraverso la consuetudine e il costume. E in questo ambito troviamo le comunanze (commons) e l’accesso alle risorse rinnovabili, il loro uso collettivo, ripetibile e non erosivo.
Tutti questi non sono diritti, né vecchi né nuovi, perchè non sono corrispettivi per ciò che è dovuto, vengono prima dei diritti: sono uno spazio originario, sono premesse del diritto e come tali devono essere riconosciute inviolabili e non assoggettabili ad altre limitazioni o riserve oltre alla necessità che la loro espressione non possa danneggiare, prevaricare, o limitare le altrettanto sacrosante facoltà elementari di altri di agire per assicurare la sussistenza per sé, la propria famiglia, la propria comunità. La sussistenza, nulla di più. Se esiste un ambito pregiuridico, r iguardante la sussistenza e le comunanze, che logicamente precede la formazione del diritto, esiste anche un ambito ultragiuriico che ontologicamente supera lo spazio del diritto, e questo è l’ambito del sacro e di ciò che si riconosce come tale, come la vita.
Torniamo alla perdita di percezione delle comunanze che nel tempo porta al loro disconoscimento e alla loro scomparsa tra l’inconsapevolezza e l’indifferenza. Oggi, dei semi si occupano i frigoriferi delle banche del germoplasma, delle feste gli assessorati alla culura o le istituzioni preposte all’animazione del “tempo libero”, della salute le istituzioni sanitarie, del sapere condiviso e comune la scuola e la televisione, della bontà del cibo le ASL. Della vita in generale, si occupano gli esperti di ogni genere: l’istituzionalizzazione delle comunanze corrisponde al passaggio dalle forme comunitarie di partecipazione diretta ai meccanismi elettorali delle democrazia delegata. Si confonde il comune con il pubblico, la partecipazione con la delega: il trucco è lo stesso, ed il risultato è che nel tempo lle comunanze diventano invisibili, fino a quando si può dubitare che siano mai esistite, e “partecipazione” diventa parola vuota, ornamento e alibi per addolcire forme di controllo del consenso.
Prima che le comunanze scompaioano del tutto è necessario riafferrarle e riaprire la morsa tra lo spazio normativo pubblico e privato perchè i beni comuni siano riconosciuti tali e siano resi indipendenti dalle ingerenze e intromissioni statali. E d’altra parte è necessario segnare, sul confine del sacro e dell’ambito di sussistenza, l’orizzonte invalicabile del diritto perchè anche oltre questo confine valga un principio di astensione, di non competenza a legiferare.
Nella pratica delle scelte, per riaprire la morsa tra pubblico e privato, si potrebbe cominciare da pochi primi interventi e affermare in generale, che..
L’acqua, l’aria, la terra e le sementi, i luoghi considerati sacri da chi li abita e li vive per il culto e la preghiera, gli spazi comunitari, i saperi condivisi, la linngua madre gli usi tramandati, le scelte partecipate, le soluzioni in armonia con il senso comune, le consuetudini e le pratiche locali sono patrimonio comune, ne è titolare chi è vissuto, vive e vivrà nell’ambito comunitario che li riguarda; l’accesso ch e se ne ha non può ledere le facoltà di accesso di nessun altro che ne sia titolare; tutto quanto è patrimonio comune, non si può cancellare, vietare, limitare, dividere, manipolare contronatura, vendere, modificare, usucapire, appropriare, violare, brevettare, rinunciare, delocalizzare, privatizzare, istituzionlizzare. E tutto questo non può riguardare neppure cosa vive alle radici della vita, nell’ambito del sacro: così anche le persone e, più in generale, gli esserei viventi e i loro geni.
Oppure, per offrire alcuni esempi particolari tra i molti possibili, che:
1- Chi coltiva un appezzamento di terra, qualunque sia la sua dimensione, per l’autoconsumo familiare e per la vendita diretta e senza intermeiari, pià liberamente: trasformare e conezionare i prorpi prodotti nell’abitazione o nei suoi annessi, attraverso le attrezzature e gli utensili usati nella consueta gestione domestica; e vendere i propri prodotti agricoli (comprese le sementi autoprodotte), alimentari e artigianato manuale ai consumatori inali, senza che ciò sia considerato atto di commercio.
2- Le feste di paese e quelle comunitarie, la musica tradizionale e i balli popolari senza autore nato, sono liberi da permessi e atuorizzazioni amministrative, non sono assoggettabili alla normativa sul diritto d’autore né ai controlli o alle competenze della siae.
3- I diritti di uso civico sulle terre demaniali, comunitarie e frazionali non possono essere modificati, liquidati, sospesi o trasferiti; e restano nella disponibilità delle comunità che hanno diritto ad accedervi. Le terre soggette ad uso civico e i beni frazionali on possono essere vendute, alienate, edificate, né essere soggette a cambio di destinazione.
4- Le varietà tramandate di ortaggi, frutta e ceereali sono bene comune, la loro titolarità appartiene alle comunità locali dove nel tempo sono state selezionate, addomesticate e conservate e in nessun modo appropriabili o brevettabili.
5- Nulla di ciò che è vivente è brevettabile, neppure in parte,
E così di seguito per dieci, cento o altri mille punti.. Semplice no?

Finché Essa Esiste noi siamo la Musica (ASCESA.. da ARCIPELAGO GULAG)
by Duncan on ott.25, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo, politica
Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn,
già due note fa parlai di questa opera colossare e memorabile che negli anni ’70 colpì come un asteroide lasciando fratture definitive e mai più superate, tutta la coltre di menzogna, ottusità, manipolazione che si era incatramata dinanzi al vero volto del Comunismo Sovietico.. o Comunismo Concentrazionario (come concentrazionario, a suo modo e con sue varianti, è stato quello cinese, e poi quello cambogiano,ecc.)
La superiorità morale che intellettuali prezzolati o forme di autoconvincimento ideologico avevano avvolto attorno a quel Moloch fu un vestisto stracciato su sepolcri e cadaveri. Propio nelle scale delle cantine sporche, la stanza 101 di Orwell, la porta buia… Uno dei più grandi sistemi di campi di concentramento mai edificati nel mondo. Ossia.. tutto quel territorio chiamato ARCIPELAGO GULAG…… che divenne la dimora di decine e decine di milioni di persone colpevoli quasi sempre solo di avere una testa, solo di pensare non come bestie lobotomizzate, solo di avere detto una opione che non era un raglio fotocopiato, solo di avere detto una opinione che sembrava alludere a.. solo per avere avuto dei parenti compromeessi, solo perché qualcuno li aveva denunziati.. solo perchè… venivano stabiliti tot milioni di gente da incarcerare a prescindere.
L’ARCIPELAGO GULAG non era solo una macchina di terrore strisciante e brutale che da una parte mirava a distruggere chi veniva imprigionato, dall’altra a terrorizzare i “liberi”…. stai attento ragazzo, appena sgarri verrai fagocitato nell’Arcipelago..
Con questi sistemi l’oligarchi sovietica distrusse ogni forma di indipendenza mentale e spirituale nella popolazione per decenni.. e assecondò un piatto e avvilito conformismo, servito anche dall’opera di milioni di delatori.
Ma all’epoca ancora molti facevano grandi simposi in occidente su Lenin, Stalin e Mao e dell’Unione Sovietica dicevano che c’erano stati errori.. ma.. in fin dei conti…
In fin dei conti … alla fine della scala… i Gulag… l’ultimo anello di una servitù strisciante e che mirava a stroncarre ogni spazio aperto, ogni pensiero in quallche modo libero.
Aleksandr Solženicyn conobbe anni di denzione e poi scrisse l’opera clandestinaemnte. E’ un mezzo miracolo che questa opera esista e si sia salvata. Chi controla il passato controlla il futuro.. scrive Orwell in 1984… e molto materiale di quel mondo era stato distrutto.. su altro scendeva l ‘oblio.
E quando l’ARCIPELAGO uscì chiesero a Solženicyn… “ma che senso ha?.. si ci furono errrori.. ma ora.. perché ricordare?.. perchè prestare il campo ai nostri nemici?.. perché agitare le acque?… dimentichiamo… andiamo avanti…”
Ma c’è una pace che libera e costruisce il futuro, e una pace mortifera che è la pace dell’acqua stagnante, dell’acqua di fogna.. ed è mortifera.
Anche perché verrà sempre qualcuno un giorno che come porterà i suoi Doni… a che prezzo? Quale è il prezzo?
Il testo che leggerete oggi … tratto da Arcipelago Gulag…. è sorprendente per molti aspetti…
Va comunque inteso nel contesto più ampio di un’opera enorme di migliaia di pagine..
Questo brano che ho riportato in parte si chiama ASCESA…
Nonostante siano stati l’apice dell’orrore, i lager, i Gulag, non spezzarono tutti gli uomini.. questo è uno dei succhi di ciò che dice Solženicyn nel brano. In quegli uomini, in molti di loro, non smise di brillare la luce originaria che portavano dentro. Anzi… sepolti da carichi di lavoro disumani.. circondati dalla neve e da temperature di decine e decine di gradi sotto zerro.. sottoposti a ogni forma di umiliazione e abuso.. nutriti con un rancio immondo che non avreste il coraggio di dare neanche a un topo di fogna.. eppure molte di queste persone RESISTETTERO. E anzi.. ne uscirono migliori.. per molti di loro.. fu una ASCESA.
Attenzione, il brano è in un contesto,d icevo prima. Non dovete immaginarlo da solo. Da solo è bellissimo sì, ma dà una impressione troppo riconciliata con l’evento. Invece è un momento di liberazione che scorre sofferto dopo altre centinaia di pagine di orrore. Perché ci sono alti momenti dell’ARCIPELAGO dove questa Ascesa proprio non la vedi, ma vedi solo Discesa e Abominio. Ci sono pagine pagine dove troverai anche strumenti di tortura, pressioni sfiancanti, notti interrotte costantemente per spezzare la volontà, donne che finite nell’Arcipelago diventavano in sostanza schiave sessuali, uomini rinnegati dalle mogli e dai figli come “nemici del popolo”.. greggi di persone a costruire canali e ferrovie chilometriche solo con vanghe e picconi.. capannelli di persone.. che morivano ogni gionro come mosche e venivano lasciati là in sinistri monumenti alla bestialità umana… e uomini incancreniti dentro, distrutti interiormente da anni passati nell’Arrcipelago.
E in questo contesto che a volte Solženicyn si innalza… e scaturiscono fuori nonostante tutto, questi canti dello spirito umano… queste forme di luce nelle tenebre.. queste persone che i Gulag addirittura, non solo non riuscirono a spezzare, ma resero migliori…
E quel paradosso che di cui parlò anche il celebre Vikotor Frankl, internato nei campi di concentramento nazisti.
A volte avviene che l’uomo, privato di tutto, ridotto ai minimi termini, sfiancato senza pietà.. non solo non impazzisca e non muoia.. ma addirittura possa innalzarsi, e scoprire una libertà interiore, che prima non aveva mai avuto. Accade che sotto un corpo ridotto a brandelli e piagato la Coscienza possa fare cavalcate di una libertà che non avresti mai ritenuto possibile. Accade che, non solo non vieni disgregato, ma cominci a sentirti migliore, a ssentire la tua anima espandersi, a vivere amicizie radicali, a provarecompassione anche per un filo d’erba, a sentire forza nel dolore, amore nel dolore.
Ripeto… è il paradosso.. e non è una soluzione conciliata.. questa sublime ironia della sparanza si accompagna a passaggi cupi e violenti del libro di Solženicyn. Ma tuttavia essa esiste e persiste. E mi viene alla mente quella bellissima frase di T. Eliot
“Finché Essa Esiste noi siamo la Musica”
Troverete una tensione religiosa nel brano.. ma potrete leggerlo comunque e comunque trarre… perché esso parla su piani che tutti possono comprendere e sentire, al di là delle proprie personali credenze.
E ci sono momenti memorabili….
Come la differenza… lo spartiacque…
tra COLORO DISPOSTI A SOPRAVVIVERE A QUALUNQUE COSTO e
COLORO CHE VOLEVANO SOPRAVVIVERE, MA NON A QUALUNQUE COSTO..
I secondi furono meno dei primi, ma furono quelli che veramente si salvarono, anche quando morirono. I primi furono quelli che si p erdettero, anche quando rimasero in vita. Perché A QUALUNQUE COSTO.. voleva dire accettare tutta la filosofia bastarda della Bestia che è alle radici stesse del Gulag… voleva dire strisciare e leccare… piegarsi a ogni compromesso… tradire e denunciare i propri compagni.. vendere tutto ciò che rende un Uomo un Uomo.. percorrere tutti i 1300 gradini della Degradazione…
Se anche fossi uscito vivo, dopo decenni di detenzione, a che prezzo?…. Quale sarebbe stato il prezzo?
Una morte dello spritio definitiva.. una perdita drammatica della propria luce interiore.. del meglio di ciò che sarà sempre un essere umano…
Ma altri scelsero la seconda alternativa del bivio….
Anche questi sono quelle Gocce di Splendore, di Umanità, di Verità di cui parla Fabrizio De Andrè in Smisurata Preghiiera, una delle sue ultime canzoni..
Vi lascio ad ASCESA.. tratto da ARCIPELAGO GULAG… di Aleksandr Solženicyn
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E gli anni passano…
Non, come si dice scherzando nel lager, <<inverno-estate, inverno-estate>> – è un lungo autunno, un interminabile inverno, una primavera svogliata, solo l’estate è breve. Nell’Arcipelago l’estate è breve.
Oh, quant’è ungo anche un solo anno! Anche in un solo anno, quanto tempo hai per meditare! Lo farai trecentotrenta volte mentre scalpicci all’adunata nella fanghiglia sotto una fitta pioggerella, nell’infuriare di una bufera di neve, nell’aria immobile di un gelo intenso. Per trecentotrenta giorni sbrigherai un odioso lavoro che non è il tuo con la testa sgombra. E per trecentotrenta sere te ne starai lì, intirizzito e fradicio alla fine del turno, aspettando che la scorta si raduni dalle torrette lontane. Andando al lavoro. Tornando dal lavoro. Abbassando la tesa su settecentotrenta scodelle di brodaglia, su settecentotrenta piatti di kasa. E sulla tua cuccetta, addormentandoti, svegliandoti. Né la radio né i libri ti distrarranno, non ce ne sono, grazie a Dio.
E questo è solo un anno. Ma sono dieci. Venticinque…
E quando finirai nell’infermeria come distrofico, sarà anche quella una buona occasione per pensare.
Pensa. Ricava qualcosa anche dalla tua disgrazia.
Infatti per tutto questo tempo infinito il cervello e l’anima dei detenuti non restano affatto inattivi. Da lontano, in massa, sembrano pidocchi brulicanti, ma non sono forse il coronamento del creato? Un tempo non è forse stata infusa in loro una fioca scintilla divina? Che ne è adesso di quella scintilla?
Per secoli si è ritenuto che la pena venga inflitta al delinquente perché durante tutta la durata della pena egli mediti sul suo crimine, ne sia tormentato, si penta e a poco a poco si emendi.
Ma, l’Arcipelago Gulag non conosce rimorsi di coscienza! Su cento indigeni, cinque sono malavitosi, e non si rimproverano i crimini commessi, ne sono orgogliosi, sognano di compierne ancora, in futuro, e con ancora maggiore destrezza, maggiore spudoratezza. Non hanno nulla di cui pentirsi. Altri cinque hanno sgraffignato alla grande, ma non ai privati: ai nostri tempi si può sgraffignare alla grande solo allo stato, il quale a sua volta sperpera il denaro pubblico senza pietà e senza discernimento; di cosa dunque dovrebbero pentirsi costoro? Semmai del fatto che se avessero rubato di più e spartito con altri sarebbero rimasti in libertà. Altri ottantacinque indigeni non hanno mai commesso alcun crimine. Di cosa devono pentirsi? Di avere pensato quello che pensavano? O di essersi lasciato prendere prigioniero in una situazione disperata? Di avere lavorato sotto i tedeschi invece di crepare di fame? Di avere preso qualcosa dal campo per nutrire i tuoi figli mentre lavoravi gratis nel kolchoz? O di avere portato via qualcosa dalla fabbrica per la stessa ragione?
No, non solo non t penti, ma la coscienza pulita risplende dai tuoi occhi come un lago montano. (..)
Nella nostra pressoché generale consapevolezza di essere innocenti sta la principale differenza tra noi e i galeotti di Dostoervskij, i galeotti di Jubakovic. Loro avevano la consapevolezza di essere dei reietti irrecuperabili, noi la certezza che qualsiasi uomo libero può essere acciuffato come lo siamo stati noi, la certezza che il filo spinato ci divide solo per convenzione. La maggioranza di quei galeotti ha una incondizionata consapevolezza della colpa individuale, noi abbiamo la certezza di condividere la sventura di milioni di persone.
Di sventura non si muore. Bisogna superarla.
Non sarà questa la ragione della sorprendente rarità dei suicidi nei lager? Infatti sono rari, sebbene tutti quelli che vi sono stati ricordino casi di suicidio. Ma ricorderanno un numero ancora maggiore di evasioni. Ci sono state sicuramente più evasioni che suicidi (..). Anche gli atti di autolesionismo erano molto più numerosi dei suicidi, ma anche in questi casi si tratta di un atto di amore per la vita,un semplice calcolo: sacrificare una parte per salvare il tutto. Mi sembra addirittura che, statisticamente, su mille abitanti, il numero di suicidi nel lager fu inferiore a quello trai i liberi. Naturalmente non ho la possibilità di verificarlo.
(…)
In generale, come si può interpretare correttamente il suicidio? Hans Bernstein insiste sul fatto che i suicidi non sono affatto codardi, che il suicidio richiede una grande forza di volontà. Egli stesso si era fatto una corda con delle bende e aveva cercato di impiccarsi, tenendo le gambe piegate. Ma vedeva dei cerchi verdi davanti agli occhi, sentiva un ronzio alle orecchie, e ogni volta abbassava istintivamente i piedi per terra. All’ultimo tentativo la corda si spezzò, e Bernstein fu contento di essere rimasto vivo.
Può darsi che anche nella disperazione estrema occorra uno sforzo di volontà per suicidarsi, non lo discuto. Per molti anni non mi sarei azzardato a dare giudizi. Per tutta la vita sono stato convinto che in nessuna circostanza avrei anche solo pensato al suicidio. Ma non molto tempo fa ho passato mesi cupi, nel corso dei quali mi pareva che tutto lo scopo della mia vita fosse perduto, soprattutto se fossi rimasto in vita. Ricordo chiaramente quel mio allontanarmi dalla vita, quegli accessi in cui sentivo che morire è più facile che vivere. Ritengo che in un tale stato ci voglia più volontà per continuare a vivere che non per morire. Ma è probabile che tali stati varino a seconda delle persone e delle situazioni limite. Perciò sin dai tempi antichi il suicidio viene giudicato nei due diversi modi.
Fa un grande effetto immaginare che tutti quei milioni di innocenti perseguitati si suicidassero in massa, facendo così un doppio dispetto al governo: dimostrando la propria innocenza e defraudandolo della manodopera gratuita. E se se il governo si fosse ammorbidito? E se il governo avesse cominciato ad avere pietà dei propri sudditi? Ne dubito. Questo non avrebbe certo fermato Stalin, avrebbe preso in prestito dal mondo libero un’altra ventina di milioni di persone.
Ma non andò così! La gente moriva a centinaia di migliaia, a milioni, ridotta a quello che parrebbe il limite più estremo, ma chissà perché non ci furono suicidi. Condannati a un’esistenza mostruosa, allo sfinimento per fame, a un lavoro massacrante, non si suicidavano?
Riflettendoci ho trovato quella che mi pare la conclusione più certa. Un suicida è sempre un fallito, è sempre un uomo in un vicolo cieco, uno che ha perduto la partita della vita, e non ha la forza di volontà per continuare. Se questi milioni di misere creature impotenti non si suicidavano, significa che in loro era vivo qualche sentimento invincibile. Una qualche idea forte.
Era il sentimento universale di essere tutti quanti nel giusto. Era la sensazione di essere sottoposti come popolo a una prova simile al giogo tartaro.
Ma se non ha nulla da rimproverarsi, a che cosa pensa continuamente il detenuto? <<La bisaccia e la prigione danno l’uso della ragione.>> Lo daranno pure. Ma a cosa applicarla?
Per moli anni, non solo per me, le cose andarono così. Il nostro primo cielo della prigione furono vortici di nubi nere e nere colonne di cenere, fu il cielo di Pompei, il cielo del Giudizio Universale, perché avevano arrestato non un uomo qualunque, ma Me, il centro del mondo.
Il nostro ultimo cielo della prigione fu infinitamente alto, infinitamente limpido e addirittura più bianco che celeste.
Per tutti noi (eccettuati i credenti) l’inizio è lo stesso: ci strappiamo i capelli, anche se abbiamo la testa rapata. Come abbiamo potuto! Come abbiamo fatto a non vedere i nostri delatori! (e l’odio che proviamo per loro! Come vendicarci?) Che imprudenza! Che cecità! Quanti errori! Come rimediare? Bisogna rimediare al più presto! Bisogna scrivere… bisogna dire… bisogna informare…
Ma non bisogna fare nulla. E nulla ci salverà. A suo tempo firmeremo l’articolo 206, a suo tempo ascolteremo il verdetto del tribunale, o quello dell’invisibile OSO.
Cominciano le prigioni di transito. Insieme ai pensieri sul lager che ci aspetta, ora amiamo ricordare il passato: come era bella la nostra vita! (anche se era brutta) Ma quante possibilità non sfruttate! Quanti fiori non colti! Quando li recupererò, adesso?… Se solo riuscirò a scamparla, oh come vivrò diversamente, quanto sarò intelligente! E il giorno della futura liberazione? Splende come il sole che sorge.
Conclusione: bisogna arrivarci! A qualunque costo!
Ma le parole si riempiono del loro pieno significato e l’impegno che si prende è terribile, restare vivi a qualunque costo!
Chi si prenderà questo impegno, chi non batterà ciglio dinanzi al suo purpureo bagliore, verrà offuscato dalla propria disgrazia che non gli farà vedere né la sventura comune né il mondo intero.
E’ il grande bivio della vita nel lager. Da qui partono due strade, una verso destra e una verso sinistra, una sarà sempre in salita, l’altra sempre più in discesa. Se vai a destra perderai la vita. Se vai a sinistra perderai la coscienza.
L’ordine che hai dato a te stesso, <<sopravvivere!>>, è un guizzo naturale per ogni essere vivente. Chi non ha voglia di sopravvivere? Chi ha il diritto di sopravvivere? Tutte le forze de nostro corpo tendono a questo! E’ l’ordine dato a ogni cellula di sopravvivere! Una potente carica viene immessa nella gabbia toracica, e una nube elettrica circonda il cuore perché non si arresti. Nella distesa oltre il circolo polare, sotto una bufera di notte, conducono ai bagni, a cinque chilometri di distanza, trenta zek sfiniti ma coriacei. Dei bagni non vale neppure la pena parlare, ci si lavano sei persone alla volta in cinque turni, la porta dà direttamente sul’esterno, fuori si gela e quattro turni fanno la fila lì, prima e dopo il bagno, perché non possono muoversi senza la scorta. Eppure nessuno si busca non solo la polmonite, ma neppure un raffreddore (un vecchio si lava così per un decennio, scontando la pena tra i cinquanta e i sessanta anni. Ed eccolo libero, a casa. Sta al caldo, nella bambagia – si consuma in un mese. E’ venuto meno l’ordine: sopravvivere…).
Ma sopravvivere e basta non significa ancora sopravvivere a qualunque costo. <<A qualunque costo>> significa a spese d un altro.
Diciamoci la verità: a questo grande bivio del lager, a questo spartiacque delle anime, a svoltare a destra non è la maggioranza. Ahimè, non è la maggioranza Ma per fortuna non sono neppure pochi singoli. Sono molte le persone che fanno questa scelta. Ma non lo gridano, bisogna saperle riconoscere. Decine di volte sono state poste anche loro di fronte a questa scelta, ma loro sapevano sempre ciò che facevano.
Arnold Susi finì nel lager quando era prossimo alla cinquantina. Non era mai stato un credente, ma era sempre stato onesto, non si era mai comportato altrimenti, e non cambiò vita nel lager. E’ un “occidentale”, quindi doppiamente incapace di adattarsi, prende continuamente cantonate, si mette in situazioni insostenibili, sta ai lavori comuni, sta nella zona di punizione, e sopravvive, e lascia il lager così come era quando ci arrivò. L’ho frequentato all’inizio, l’ho frequentato dopo e posso testimoniarlo. A onor del vero, furono tre circostanze decisive a facilitargli la vita nel lager: venne riconosciuto invalido, ricevette pacchi per diversi anni e, grazie alle sue dote musicali, riusciva a procurarsi qualcosa da mangiare con le sue esibizioni artistiche. Ma queste tre circostanze possono soltanto spiegare perché è rimasto vivo. Se non ci fossero state, sarebbe morto, ma non sarebbe cambiato (e quelli che morirono, non morirono appunto perché non erano cambiati?).
Taraskevc, uomo assai semplice e privo di malizia, ricorda: <<C’erano molti detenuti pronti a strisciare per un razione di pane e una boccata di machorka. Io stavo per morire, ma avevo l’anima pulita, dicevo sempre pane al pane>>.
E’ risaputo da molti secoli che la prigione trasforma profondamente l’uomo. Gli esempi sono innumerevoli – come Silvio Pellico che, dopo otto anni di detenzione, da carbonaro ardente diventa un umile cattolico. Nel nostro paese si ricorda sempre Dostoevskij. E Pisarev? Ce cosa rimase del suo spirito rivoluzionario dopo la fortezza di Pietro e Paolo? Si può discutere se sia stato un bene o un male per la rivoluzione, ma tutte queste trasformazioni vanno a vantaggio di un approfondimento dell’anima. Scriveva Ibsen: <<Anche l’anima intisichisce per mancanza di ossigeno>>.
Eh, no! Non è tanto semplice! Anzi, è esattamente il contrario! Ecco il generale Gorbatov – impegnato sin dalla giovinezza a combattere, a fare carriera nell’esercito, non aveva mi avuto il tempo per pensare. Ma finì in prigione ed ecco che cominciarono a tornargli alla memoria vari episodi: aveva sospettato di spionaggio un innocente; aveva fatto fucilare per sbaglio un polacco assolutamente innocente (in quale altro momento avrebbe ricordato tutto questo? Forse, dopo la riabilitazione, non ricordò più molte cose). E’ stato scritto abbastanza di queste trasformazioni spirituali nei prigionieri, si è ormai raggiunto il livello teorico della scienza carceraria. Scrive ad esempio Luceneckij nel prerivoluzionario <<Tjuremnyl vestnik>> (Messaggero delle carceri): <<l’oscurità rende l’uomo più sensibile alla luce; la forzata inattività suscita in lui sete di vita, di movimento, di lavoro; il silenzio lo costringe a riflettere profondamente sul suo “io”, sull’ambiente che lo circonda, sul suo passato, sul presente e a pensare al futuro>>.
(….)
Certo, nessuno pensava alle nostre anime mentre gonfiavano l’Arcipelago. Ma è davvero impossibile mantenere la propria integrità in u n lager?
Di più: è davvero impossibile, nel lager, elevarsi spiritualmente?
Nel distaccamento di Samarka, nel 1946, un gruppo di intellettuali sono ormai allo stremo, stanno per morire: sono estenuati dalla fame, dal freddo, dal lavoro superiore alle loro forze, e vengono persino privati del sonno, non hanno dove dormire perché le baracche interrate non sono ancora state costruite. Vanno a rubare? Fanno soffiate? Piagnucolano sulla propria vita rovinata? No. Prevedendo la morte imminente, di lì a qualche giorno, non a qualche settimana, passano così le loro ultime ore libere, senza dormire, seduti lungo un muretto: Timofeev Ressovskskij organizza con loro un “seminario” e si affrettano a comunicare gli uni agli altri ciò che sanno, tengono gli uni agli altri le loro ultime conferenze. Padre Savelij parla della <<morte decorosa>>; un sacerdote che insegnava alla facoltà di teologia parla di patristica; un uniate di dogmi e canoni; un ingegnere, dei principi dell’energetica del futuro; un economista, di come, per mancanza di nuove idee, non si sia riusciti a porre le basi dell’economia sovietica. Quanto a Timofeev-Ressovskij, espone i principi della microfisica. A ogni nuovo incontro qualcuno manca all’appello: è già all’obitorio… Questi sono veri intellettuali, capaci di interessarsi a tutto, questo quando sono già irrigiditi, a un passo dalla morte!
Permettete, amate la vita voi? Voi, voi che esclamate e canticchiate, accennando passi di danza: <<Ti amo, vita! Ah, ti amo vita!>>. L’amate? E allora amatela! Amatela anche nel lager. E’ vita anche quella.
Quando non lotti contro il destino
La tua anima rinasce…
Non avete capito un accidente. E’ proprio allora che l’anima si svigorisce.
La nostra strada, quella che abbiamo scelto, è tutta curve. E’ in salita? O porta al cielo? Andiamo avanti, inciampando.
Il giorno della liberazione? Cosa ci potrà essere, dopo tanti anni? Saremo cambiati fino a diventare irriconoscibili, e saranno cambiati i nostri cari, e i luoghi un tempo cari ci appariranno più estranei di terre straniere.
Da un certo momento in poi, pensare alla libertà diventa addirittura una violenza. Qualcosa di artificioso. Di alieno.
Il giorno della “liberazione”! Come se in questo paese ci fosse la libertà. O come se si potesse liberare chi non si è prima liberato da sé nell’anima.
Le pietre franano sotto i nostri piedi. Cadono giù, nel passato. Sono la cenere del passato.
Noi stiamo salendo.
E’ bello pensare in prigione, ma anche nel lager non è male. Innanzitutto perché non ci sono assemblee. Per dieci anni sei esentato da tutte le assemblee! Non è aria di montagna, questa? Mentre pretendono il tuo lavoro e il tuo corpo fino all’estenuazione, addirittura fino alla morte, i lagersciki non attentano minimamente all’ordine dei tuoi pensieri. Non cercano di avvitarti il cervello per bloccarlo. Questo dà una sensazione di libertà molto maggiore di quella che si prova correndo dove ti portano le gambe.
Nessuno cerca di convincerti a chiedere di entrare nel partito. Nessuno cerca di estorcerti quote sociali da versare ad associazioni volontarie. Non esiste sindacato che ti “difende” quanto l’avvocato d’ufficio del tribunale. Non si fanno riunioni per parlare della produzione. Non possono eleggerti a nessuna carica, nominarti delegato né, soprattutto, costringerti a fare propaganda. Né ad ascoltarla. Non devi strillare appena tirano i fili: <<Esigiamo!… Non permetteremo!…>>. Non dovrai arrivare alla sezione elettorale per dare il tuo voto, libero e segreto, all’unico candidato della lista. Non ti vengono richiesti obblighi scolastici. Non devi criticare i tuoi errori. Né scrivere articoli per il giornale murale. Né concedere interviste al corrispondente regionale.
Avere la testa libera non è forse un privilegio della vita nell’Arcipelago?
E c’è un’altra libertà: non ti possono privare della famiglia e dei tuoi bene, ne sei già stato privato. Neppure Dio può toglierti quanto non hai. E’ una libertà fondamentale.
E’ bello pensare in reclusione. Il più insignificante dei pretesti ti stimola a lunghe e serie riflessioni. Per una volta, l’unica in tre anni, proiettarono un film al campo. Era una dozzinale commedia “spotiva”: Il primo guantone. Una noia. Ma dallo schermo martellavano insistentemente la morale:
<<L’importante è il risultato, e non se è a vostro favore.>>
Sullo schermo ridevano. Anche in sala ridevano. Esci strizzando gli occhi nel cortile del campo inondato di sole, e ripensi a quella frase. E ci ripensi la sera sulla tua cuccetta. E il lunedì mattina all’adunata. E puoi pensarci tutto il tempo che vuoi – quando mai avresti potuto farlo così a lungo? E lentamente la tua mente si rischiara.
Quella frase non è uno scherzo. E’ un pensiero contagioso. Già da molto tempo ha attecchito nella nostra patria, ma continuano a inocularcelo. L’idea che conti solo il risultato materiale è talmente radicata in noi che quando, per esempio, un Tuchacevskij, uno Jagoda o uno Zinov’ev vengono dichiarati traditori in combutta con il nemico, la gente si limita a esclamare e a meravigliarsi in coro:
<<ma cosa gli mancava, a quello?>>
Dal momento che poteva mangiare a crepapelle, aveva venti vestiti, e due dacie, e l’automobile, e l’aereo, e la notorietà, che gli mancava?!! Per milioni di nostri compatrioti è inconcepibile che un uomo (non parlo dei tre che ho nominato) possa essere guidato da qualcosa che non sia la cupidigia.
Ecco fino a che punto è stato accettato e assimilato quel <<l’importante è il risultato>.
(…)
Ma è una menzogna. Da anni pieghiamo la schiena in questa galera che è l’Unione Sovietica. Lentamente, con il volgere degli anni, ci eleviamo nella comprensione della vita e da questa altezza lo si vede chiaramente che l’importante non è il risultato, ma lo spirito! Non è importante ciò che è stato fatto, ma come è stato fatto. Non ciò che è stato raggiunto, ma a quale prezzo.
Se per noi detenuti è importante il risultato, è vero anche il principio che bisogna sopravvivere a qualunque costo. E cioè fare la spia, tradire i compagni per sistemarsi al calduccio, e magari ottenere anche uno sconto di pena. Alla luce della Dottrina Infallibile, non c’è nulla di male in questo. Così facendo, infatti, il risultato sarà a nostro favore, e l’importante è il risultato.
Nessuno nega che sia piacevole conseguire un risultato. Ma non a costo di perdere la propria dignità umana.
Se l’importante è il risultato, occorre spendere tutte le forze e tutti i pensieri per sfuggire ai lavori comuni. Occorre chinare la schiena, leccare i piedi, comportarsi da vili pur di restare un balordo. E così facendo salvarsi.
Se invece importa la sostanza, occorre rassegnarsi ai lavori comuni. Coi cenci addosso. Con le mani scorticate. Con il tozzo di pane più piccolo e peggiore. Forse anche morire. Ma finché sei vivo, potrai raddrizzare la schiena dolorante. Ed è allora, quando hai smesso di temere le minacce e di cercare ricompense, che diventi il tipo più pericoloso agli occhi rapaci dei padroni. Infatti, come potrebbero avere ragione di te?
Comincia addirittura a piacerti alzare una barella carica di immondizie (di sassi, magari, no?) mentre discorri con il compagno dell’influsso del cinema sulla letteratura. Comincia a piacerti sederti a fumare sul trogolo vuoto della malta accanto al muro che hai costruito tu. E sei orgoglioso se il capomastro ti passa davanti, socchiudendo gli occhi guardando il tuo lavoro, lo misura con lo sguardo e dice: <<L’hai fatto tu? E’ bello dritto>>.
Quel muro non ti occorre affatto, non credi che possa rendere più vicina la futura felicità del popolo, eppure, misero schiavo cencioso, sorridi a te stesso nel vedere l’opera delle tue mani.
Figlia di un anarchico, Galja Venediktova lavorava come infermiera nella sezione sanitaria, ma quando si accorse che si stava lì non per curare i malati ma perché era un buon posto, lei, cocciuta, preferì andare ai lavori comuni e prese in mano il maglio e la vanga. E dice che quella per lei fu la salvezza spirituale.
A chi è buono anche il pane secco fa bene, a chi è cattivo non fa bene neppure la carne. (Sarà. Ma se uno non ha neanche il pane secco?)
Se hai rinunciato anche solo una volta a <<sopravvivere a qualunque costo>> e ti sei diretto là dove vanno i placidi, i semplici, la reclusione inizia a trasformare in modo sorprendente il tuo vecchio carattere. Lo trasforma nella direzione per te inattesa.
Uno potrebbe credere che qui debbano svilupparsi nell’uomo sentimenti malvagi, lo sgomento di chi è oppresso, l’odio generalizzato, l’irritazione, il nervosismo. Invece non ti accorgi neppure di come, con l’impercettibile trascorrere del tempo, la prigionia alimenti in te i germogli di sentimenti opposti.
Una volta eri brusco e impaziente, avevi sempre fretta, non avevi mai tempo. Ora ne hai in abbondanza, anche troppo, hai mesi e anni alle spalle e davanti a te e, liquido benefico calmante, la pazienza si espande nelle tue vene.
Stai salendo…
Prima non perdonavi nulla a nessuno, condannavi implacabilmente e osannavi con pari irruenza; ora i tuoi giudizi, non più categorici, si fondano su una serena indulgenza pronta a comprendere tutto. Ora che hai capito la tua debolezza, puoi comprendere quella altrui. E sorprenderti della forza altrui. E sperare di imitarla.
I sassi ci frusciano sotto i piedi. Stiamo salendo.
Con gli anni il tuo cuore, la tua stessa pelle si rivestono della corazza difensiva dell’autocontrollo. Non ti affretti più a fare domande, non ti affretti a dare risposte, la tua lingua perde la facoltà elastica della vibrazione facile. I tuoi occhi non sprizzano più gioia per una buona notizia né si offuscano per il dolore.
Infatti resta sempre da vederne il seguito. Resta da capire se saranno gioie o dolori.
Ormai la tua regola di vita è: non gioire se trovi qualcosa, non piangere se la perdi.
Con le sofferenze la tua anima, un tempo arida, si riempie di linfa. Anche se non impari ad amare cristianamente il prossimo, ora impari ad amare chi ti è vicino.
Quegli esseri a te vicini in spirito che ti circondano in prigionia. Quanti di noi hanno dovuto ammettere di avere conosciuto per la prima volta l’autentica amicizia proprio da detenuti!
E anche quelli che ti sono vicini per sangue, che ti circondavano nella vita che facevi prima, che ti amavano, mentre tu li tiranneggiavi….
Ecco una direzione fruttuosa e inesauribile per i tuoi pensieri: riesamina la vita che facevi prima. Ricorda tutto ciò che di brutto e vergognoso hai commesso, e chiediti se non sia possibile porvi rimedio, ora.
Sì, sei stato imprigionato immeritatamente, non hai nulla da rimproverarti di fronte allo stato e alle sue leggi. Ma di fronte alla tua coscienza? Ma di fronte ad altre singole persone?
(…)
Rimasi a lungo nel reparto post-operatorio da cui Kornfel’d se sene era andato verso la morte, e restai sempre solo (avevano smesso di operare perché il chirurgo era stato arrestato), e, in quelle notti insonni ripensavo alla mia vita e mi meravigliavo delle svolte che aveva preso. Con l’accortezza affinata nel lager davo ai miei pensieri la forma di versi in rima, per ricordarli. E’ giusto riportarli qui come vennero composti, sul guanciale di malato, mentre fuori dalla finestre il campo di lavoro forzato viveva ore agitate dopo la sommossa.
Quando ho disperso fino all’ultimo
grano tutta quanta la buona semente?
eppure anche io passai l’adolescenza
fra i canti sereni sei Tuoi templi!
La sapienza delle pagine scritte
abbagliò la mia mente superba:
i misteri del mondo mi apparvero raggiungibili,
e malleabile come cera il destino.
Il sangue ribolliva a ogni schizzo
si colorava di colori diversi il futuro,
e senza fragore, silenziosamente,
si sgretolò l’edificio della fede nel mio petto.
Ma passato fra l’essere e il non essere,
caduto e rimasto sull’orlo,
contemplo, grato e trepidante,
la mia vita di un tempo.
Non dalla mia mente, non dal mio desiderio,
è illuminata ogni frattura:
ma dal fermo splendore del Significato Supremo
rivelatomi solo più tardi.
E adesso che sono stato ridonato
Ho attinto l’acqua viva –
Dio del Creato! Io credo di nuovo!
Anche quando ti rinnegavo Tu eri con me…
Guardandomi indietro, vidi come in un tutto, l’arco della mia vita cosciente. Non avevo capito me stesso né le mie aspirazioni. Per molto tempo mi era sembrato un bene ciò che invece era la mia rovina, e avevo sempre cercato di andare nella direzione opposta a quella realmente utile. Ma come il mare travolge nei suoi flutti il bagnante inesperto e lo getta sulla riva, così anche io tornavo dolorosamente sulla terraferma sotto i colpi delle disgrazie. E soltanto così riuscii a percorrere la strada che avevo sempre desiderato.
Con la schiena curva, che per poco non fu spezzata, ricavai dagli anni di prigione l’esperienza di come l’uomo diventi malvagio e di come diventi buono. Inebriato dai successi giovanili mi sentivo infallibile e quindi ero crudele. Nei momenti di maggiore malvagità ero convinto di agire bene, con il mio armamentario di ragionamenti che filavano alla perfezione. Ma sulla paglia marcia del lager avvertii in me il primo agitarsi del bene. A poco a poco mi si rivelò che la linea di demarcazione fra bene e male passa non fra gli stati, non fra le classi, non fra i partiti, ma attraversa il cuore di ciascun essere umano, e attraversa tutti i cuori. E’ una linea mobile, fluttua in noi con gli anni. Anche in un cuore invaso dal male mantiene una piccola testa di ponte del bene. Anche nel cuore più buono c’è un angolo di male ben radicato.
Da allora ho capito la verità di tutte le religioni del mondo: esse lottano contro il male nell’uomo (in ogni uomo). Non si può eliminare completamente il male dal mondo, ma è possibile circoscriverlo in ciascun uomo.
Da allora ho capito la menzogna di tutte le rivoluzioni della storia: distruggono soltanto i portatori del male a esse contemporanei (e, nella fretta, senza rendersene conto, anche i portatori del bene), ed ereditano il male stesso ulteriormente accresciuto.
A onore del ventesimo secolo va scritto il processo di Norimberga: cercò di uccidere l’idea stessa del male, e in minima parte gli uomini contaminati dal male. (In questo Stalin non ebbe certo alcun merito, lui avrebbe senza dubbio preferito chiarire di meno e fucilare di più.) Se entro il ventunesimo l’umanità non sarà saltata in aria o non si sarà asfissiata, potrà trionfare questo orientamento?
Ma se non dovesse trionfare, tutta quanta la storia dell’umanità sarà stata un vano scalpiccio senza senso! Verso cosa tendiamo, e perché? Anche l’uomo delle caverne sapeva colpire il nemico con una clava.
<<Conosci te stesso.>> Nulla favorisce di più il destarsi in noi della capacità di comprendere quanto il riflettere senza tregua sui crimini commessi, gli sbagli e gli errori compiuti. Dopo essere tornato per lunghi anni su queste difficili riflessioni, se mi parlano della spietatezza dei nostri massimi funzionari, della crudeltà dei nostri boia, ricordo me stesso con le spalline da capitano mentre la mia batteria attraversa la Prussia Orientale stretta dal fuoco, e dico:
<<Noi eravamo forse migliori?>>
Se in mia presenza qualcuno inveisce contro la fiacchezza dell’Occidente, contro la sua scarsa lungimiranza politica, la sua mancanza di coesione e la sua indecisione, non manco di ricordare:
<<Eravamo forse più saldi , noi , prima di passare per l’Arcipelago? Erano forse più forti i nostri pensieri?>>
Ecco perché ritorno agli anni della mia detenzione e dico, producendo talvolta stupore negli astanti:
<<SII BENEDETTA, PRIGIONE!>>
Aveva ragione Lev Tolstoj quando sognava di venire incarcerato. A partire da un certo momento, quel gigante cominciò a inaridire. Aveva bisogno della prigione come di un acquazzone in tempo di siccità.
Tutti gli scrittori che scrissero di prigioni senza esservi stati personalmente ritennero doloroso esprimere la loro compassione per i reclusi e maledire la prigione. Io che ci sono stato a sufficienza, io che vi ho coltivato la mia anima, dico senza alcuna indecisione:
<<Sii benedetta prigione, perché ti ho conosciuta nella mia vita!>>
(Ma, dalle tombe mi rispondono: Parli bene tu, che sei rimasto vivo!)
A Francesca Diana.. di Ciro Campajola
by Duncan on ott.25, 2010, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana
Ciro Campajola.. già altre volte la sua presenza ha aleggiato in questo Ciro campajola, già altre volte la sua presenza ha aleggiato in questo Territorio chiamato Born Again… altre sue poesie sono state pubblicate…
Ciro dalla vita estrema e tormentata, ma eternamente ribelle, indomabile, con versi che sputano sangue, ma masticano anche vita, fino all’ultimo. Con piedi che a volte sembrano squartati dal cemento, ma l’anima buona di chi rialza sempre la testa col sorriso bambino di chi porta una fedeltà nell’anima, e vuole dare a chi incontra bicchieri di un vino che è bello rosso forte, ma scalda il cuore, e se ti tiene sveglio.. direbbe Ciro.. “bevilo che è per il tuo bene, e togliti il frack”..:-)
Ciro sa rinnovarsi costantemente. Potrebbe adesso godere gli allori del suo libro pubblicato da poco. E invece è ancora qua, in pista, nella polvere, sulla strada, a tirare fuori chilometriche stanze del deserto, storie che si contano sulle dita, rabbie ancora accese, e fame che non si sazia, e il desiderio di un Luogo.. di un Luogo.. dove gli occhi che si incrociano segnanno tracce di benvenuto nel cielo e mani strette tengono lontani i lupi..
Esiste un Luogo del genere?.. Esisterà? a voi la risposta…
Vi lascio alla poesia “A Francesca Diana” di Ciro Campajola
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Prigioniero della mia libertà
Vado lamentando parole in giro
quelle strette necessarie a tenermi in vita
parole silenziose
come quando la coscienza del dolore
ti mostra l’impotenza del volere
parole trattenute
come quando
perfino un tuo respiro suona assordante
parole come quando è troppo
Poi inevitabilmente
mi devo un’ubriacante disintossicata
Ognuno di noi ha delle particolari facoltà
che nemmeno sa di avere
lo scopre solo in determinati momenti
quelli estremi
è soltanto lì che vengono fuori
anche se accumulate in ogni passo fatto
restano sconosciute fino al passo precedente
La mia facoltà è il distacco
la “disintossicata”
è una dimensione segreta
un confine nascosto tra le pieghe del mio cervello
dove l’ esterno non può seguirmi
sono i miei bar
è così che li chiamo
i bar della mia mente
costruiti su quelli delle mie strade
e sul mio stesso fegato
Sono bar come rifugi
dove il dialogo non è richiesto
e la clientela non è scelta
lo è stata
i pochi avventori non vanno per avventure
ne vengono
sono bar dove chi serve
serve solo a capire se hai soldi per un altro giro
altra tregua da mandar giù
sono bar immaginari
che non esistono
e non insistono per esistere
o sono bar reali
che esistono
e allora bevono per darsi coraggio
e lo fanno fin quando è possibile
fino all’ implacabile serranda che si abbassa
Lamento parole nude
povere di vesti
inequivocabili
evidenti
virgolettate schedate e tutto il resto
chiaramente prive di ogni altro significato che non sia il loro
parole che chiedono subito e soltanto il dunque
logorate dal ripeterne il come e il perché
parole stanche
come quando
cominci a risparmiare sui discorsi
parole svogliate
come quando
ti arrendi a un’evidenza e te ne fai ulcera e ragione
un buco nello stomaco e un altro nel cervello
Lamento silenzi per starmene in pace
lontano sia da riverite osservanze
che dalle perdute speranze
mastico rabbia muta nei binari morti dell’esistenza
“ai margini”
come dicono gli stessi stronzi che li tracciano
palesemente fuori dal gioco del rumore
eppure ancora ne alimento la sorda rabbia
come se il rumore avesse bisogno anche di me
a tutti i costi….
che poi puntualmente mi vengono attribuiti
Eppure non sogno più di pace
mi basta “starci”
non sogno più di libertà
non la urlo più ad alta voce
pago la mia quando riesco a viverla
non sogno più di giorni come orgasmi
o di amplessi finali
non sogno più sogni
cerco solo di custodire quello possibile
quello rinchiuso nel mio pensare
non più dentro il mio dire
eppure
il mio parlare silenzioso
setacciato
dosato
scelto
reso elementare
per non restare imbrigliato in parole dotte e /o duttili
il mio parlare diretto
chiaramente evidente nella sua tregua
viene ugualmente esposto al plotone
come quando urlava la “sua” libertà
il plotone vede comunque rosso quando il dire è trasparente
anche i miei silenzi fanno rumore
Sono prigioniero della mia libertà interiore
fuori l’unico suono consentito è il consenso
dov’è il senso?
L’uomo di pezza ha cambiati i suoni
ogni parola è interscambiabile
non decide più il senso
ma il prezzo
l’uomo di pezza è pazzo
L’uomo di pezzo ha cambiato orchestra
maestri strumenti e compagnia cantante
i maestri hanno cambiato strumenti
gli strumenti cambiano suono a comando
il suono si adegua di rimando
e la compagnia canta solo in contanti
L’uomo di pezza è dichiaratamente pazzo
s’innalza sovrano calpestando il popolo
e firma dall’alto la sua dichiarazione
il popolo sottostante
e non più sovrano
gli vende la ragione
e gli affida la Nazione
La canzone è sempre quella
tu la scegli
lui la arrangia
mentre la musica è in rianimazione
e in rianimazione mancano anime
L’uomo di pezza è un solo lungo zerbino
buoni cattivi e preti
demoni e santi
eroi e briganti
storia e invenzione
scienza e fantascienza
virtù e schiavitù
finzione e religione
regola ed eccezione
tutto è intrecciato nella stessa stoffa
un’unica trama tramata senza una trama pensata
o comunque sensata
intrecciata senza un filo conduttore
cucita a doppio filo a un filo di lama
una trama senza via d’uscita
se non la stessa lama che ne tagli netto il filo
il bandolo della matassa è lontano nel tempo
è andato perso
qualcuno dice occultato
qualcuno dice sia il punto inamovibile del nodo
quello che tiene insieme l’uomo di pezza
L’uomo di pezza è legato alla sua pazzia
e come un putrido virus
avanza nel suo contagio
si moltiplica a dismisura
e si riproduce a sua misura
l’uomo di pezza è un esercito rumoroso
bombarda ogni evidente ragione
per coprire il suo confuso silenzio
l’uomo di pezza tappa tutti i buchi
intrecciando ogni spazio con parole cucite a caso
l’uomo di pezza spreca la vita a rammendarsela addosso
come un disperato gesto di porre limiti alla luce
alla trasparenza che ne svelerebbe l’evidenza:
la malattia
L’uomo di pezza è solo un pupazzo infetto
non ha l’avventura del brigante
e non ne ha lo stile
attorno al suo nome non girano storie affascinati
il suo nome è sconosciuto alle leggende
e lontano dalle leggi
lui non ha mai niente da raccontare
niente mai da dichiarare
lui ha già dichiarato
firmando la sua dichiarazione
lui parla senza dire
e per non dire niente
parla troppo
lui ha stracci nel cervello
e panni sporchi da lavare
ma si guarda bene dal farlo
potrebbe scoprire che l’uomo di pezza è lui stesso
o peggio
è anche lui
ma con stracci in bocca
sugli occhi e sulle orecchie
e i panni diventano altri stracci
L’uomo di pezza è un unico zerbino
tutti dentro
buoni cattivi e preti
annodati tra di loro
da uno scheletro di stracci
la coda somiglia al capo
teme anch’essa la parola chiara
illuminerebbe altri scheletri nascosti
La libertà è una chimera
e lo è sempre stata
ma non è una qualunque fantasia
io la considero un’utile utopia
senza di essa
non avremmo la possibilità
di allevare l’unica libertà possibile
quella dentro di noi
quella che non si guarda allo specchio
ma ci guarda nella coscienza
quel lumicino che ti fa vedere meno il buio
quella fiammella che per alcuni è tutto il calore possibile
come lo è per me
malgrado la mia vita “politicamente scorretta”
malgrado la trama del mio film
zeppa di contraddizioni e sbagli
di abbagli e delusioni
di tentativi ed errori
malgrado il mio film bocciato
da un pubblico distratto e mai invitato
io la tengo ancora accesa quella fiammella
a dispetto di tutto e di tutti
alimento questa piccola luce di libertà
che non è quella del sogno
la chimera
è quella possibile
e non servono soldi o rivoluzioni per ottenerla
basta una bilancia
e dare il proprio nome ad ogni cosa
che sia un bene o che sia un male
e dopo pesare il tutto
per disfarti del peso e tenerti leggero
La libertà possibile
è’una libertà tenuta in piedi
dal peso della leggerezza
il peso più pesante
una libertà sviluppata allenando i propri giorni
con tenacia e sudore
non adottata a distanza di sicurezza
una libertà che non si nasconde
mai
negli applausi come nei fischi
una libertà che ti permette di riconoscere la puzza
e di starne alla larga
Continuo a coltivarla questa possibile libertà
come una pianta miracolosa
che non vuole altro che acqua e luce
cose trasparenti a pensarci
ecco forse perché i miei silenzi fanno rumore
per l’uomo di pezza il vero rumore è il mio vivere
è stupefacente per lui
è pericoloso per una realtà drogata
illegale per la legge di un pazzo in una trama pazza
L’uomo di pezza divide la libertà
e dice di moltiplicarla
ma ne parla comunque al plurale
mentre la mia libertà al plurale
non significa più un cazzo di niente
la storia mi dice che la libertà è unica e sola
prendersi delle libertà è tutt’altra storia
e conosco anche quella di storia
L’uomo di pezza è un pazzo puzzle
fatto di pezzi e di pizzi
scrive i prezzi sui pizzi
e poi li infilza in un altro pezzo
che ritorna il prezzo al pizzo
l’uomo di pezza è spudoratamente pazzo
L’uomo di pezza è un solo zerbino
ma è appartenente
a tutti
al capo come alla coda
alla cupola come alla coppola
poi il capo sogghigna
e la coda si indigna
poi si agita un po’
e poi….
e poi non ricorda più
L’uomo di pezza dimentica
non ricorda di essere un unico zerbino
frizzi lazzi prezzi e pizzi
vizi e sfizi
vezzi e olezzi
sono punti della stessa stoffa
pizzi dello stesso prezzo
pezzi dello stesso pazzo
pazzi dello stesso pizzo
E’pazzo il capo
è pazza la coda
il capo schiaccia la coda
e la coda si agita ma non troppo
quel tanto per mantenere intatta la vetrina
perché è la vetrina la nuova politica dell’uomo
e mandarla in mille pezzi è da pazzi
dicono i pazzi
perché la nuova politica è corretta
perché nuova la politica è corrotta
perché la correttezza serve alla corruzione
e tiene a bada l’insurrezione
perché all’educazione hanno cambiato declinazione
il buono si coniuga col buonista
e il sopruso ringrazia il silenzio con assegni a vista
L’uomo di pezza mi ha rotto il cazzo
Onde concentriche si dipanano regolari nel cielo buio
partendo da un unico dolore
fisso
costante
devastante
il dolore di una vita in agonia
attraversando a intervalli stabiliti i miei pensieri
infilandosi maligne negli sprazzi di pace
per sconvolgere con composta lucidità
il delicato equilibrio che governa la mia esistenza
E sento la mia sudata libertà in pericolo
e non so da chi difenderla
l’uomo di pezza è un unico zerbino
la coda è come il capo
e come tutto il resto
l’uomo di pezza è pazzo
E pazzo sei tu che perdi tempo a leggermi
mentre tutt’intorno il mondo cade a pezzi
e pazzo sono io che scrivo solo per te col fegato a pezzi
mentre tutt’intorno il mondo cade a pezzi
sono io che scrivo solo per te
e solo perché tu perdi tempo con me
dal momento che sia tu che io
se siamo pazzi o meno
conta zero
Fino a quando
a stabilirlo
sarà un pazzo
pupazzo
di pezza
c.campajola
La lettera di un’amica
by Duncan on lug.05, 2009, under Ispirazione, Resistenza umana
Questo è un post insolito. E’ un post che nasce da un dialogo, da una corrispondenza con una persona particolare, un’ amica speciale. Le avevo inviato un articolo letto su internet che io considerai tendenzioso e “drogato” di ideologia, e lei mi mandò in risposta questo testo che va ben al di là dell’articolo in questione, osando avventurarsi in altri territori. Un testo che può davvero intendersi a prescindere da tutto, e appunto per ciò lo mando da sole, senza accompagnamenti di altri testi. Su alcune delle cose da lei scritte posso ritrovarmi, su altre meno. Ma non è questo il punto. Non è fare considerazini di merito che per me è importante.
Il punto è condividere con voi parole che nascono da un percorso esistenziale, da una personale ricerca. Comunque la si pensi, parole emblematiche di chi non si accontenta di verità di seconda mano, anche qualora fossero giuste, ma vuole comprendere da sé, afferrare da sé. Ve le invio per l’onestà che c’è dentro, perché sono sincere, perché sono vive. E perché non “chiudono”, ma “aprono”, cioè per i temi trattati e il modo di trattarli possono far sorgere riflessioni, domande, inquietudini, spunti alla ricerca in chi legge.
Il nome dell’autrice è Cristina alias C-Side. A fine testo inserisco anche il link del suo “myspace” (tra l’altro presente già nei nostri “preferiti”) e uno dei suoi indirizzi email, qualora qualcuno volesse dialogare o confrontarsi con lei. E’ una persona che trova prezioso lo scambio umano.
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Ho letto tutto e, lasciando momentaneamente da parte le solite cose del tipo “dobbiamo capire che ciò che accade fuori è lo specchio di ciò che accade dentro di noi e blabla…” per me si continua a confermare la sensazione che l’incontro/scontro tra realtà e finzione stia diventando sempre meno visibile per chi non ha occhi per Vedere… Mi spiego meglio, seppur rischiando di cadere in teorie fantascientifiche (una volta si diceva così, adesso si utilizza la parola “fiction”): viviamo su un pianeta che sta volgendo a un cambiamento epocale, e il tempo (inteso come flusso, materia, o come preferisci… insomma, come un qualcosa che ti dia un’idea “solida”) sta accellerando di continuo in questa direzione inevitabile (per fortuna o per sfortuna, dipenderà dall’evoluzione delle coscienze, e non di tutte). In questo continuum spazio-temporale, i fatti e di conseguenza la narrazione di essi stanno subendo la stessa sorte.
Ora, a mio dire esistono DA SEMPRE delle forze (o se preferisci usa la parola “poteri”) che sanno che se vogliono ottenere i propri scopi, devono attentare a una cosa che concede all’essere umano di cercare la Libertà come l’assetato cerca l’acqua, ed è la Memoria. Il Ricordo. Se un uomo non ricorda cos’era, difficilmente si orienterà per un probabile e diverso stato d’Essere, e perdonami il gioco di parole.
Così, non solo si bombarda l’uomo di informazioni, ma addirittura di informazioni false, soprattutto queste shockanti e ad effetto. Perché? perché così, se proprio l’uomo ricorda, deve ricordare qualcosa che non esiste, di modo che possa continuare a non esistere anche lui, e a non dare fastidio al compimento dei piani (quelli occulti). Anzi, addirittura, se si riesce a fargli credere che il mondo sta andando a rotoli, che non c’è futuro e che domani non si sa se esisterà ancora, probabilmente darà sfogo ai suoi impulsi in un fremito estremo di egoismo e menefreghismo indotti e fomentati, e inizierà a fare gesti inconsulti come quelli, VERI O PRESUNTI che siano, di cui narrano i media. E così, l’uomo di cui sopra, poverino, darà paradossalmente ragione a quei poteri occulti, che in realtà lo avevano provocato deliberatamente per il conseguimento dei propri scopi, così da sfruttare l’energia scatenata dalla GAMMA DELLE REAZIONI UMANE.
E qui rischio veramente di incartarmi nel tentativo disperato di spiegarmi, dato il sottile passaggio semantico. Ma “loro” giocano proprio su questo confine incerto, capisci?
Ora, se mi chiedessi quali soluzioni ci possano essere, te ne elenco una che non ha nulla di nuovo e che può avere, se vogliamo, le “solite” svariate interpretazioni e aprire millemila links: ogni santo giorno, occorre scegliere a chi o cosa credere, e sapere che qualsiasi informazione diffondiamo ha un peso specifico in una o nell’altra direzione, e OGNUNO ha la responsabilità anche di ciò che crede L’ALTRO.
Personalmente, cerco di evitare da tempo di diffondere notizie di cui non posso essere stata testimone diretta. Posizione radicale, lo so, ma che sento necessaria. Il mondo abbisogna di Silenzio, e invece c’è un perenne, ipnotico brusìo di fondo che confonde il messaggio originario e che viene alimentato.
Nel caso specifico dell’articolo che mi hai inviato, non mi interessa in questa sede manifestare il mio parere e il mio orientamento (qualora esista) su chi parteggiare: cadrei nello stesso giogo dualistico e divisionista che fa tanto comodo a “loro”. Ti basti sapere che il cuore mi suggerisce delle cose, giuste o sbagliate, e che continuerà a suggerirmele ogni volta che si presenta l’occasione di scegliere cosa sia meglio per me, in primis, e per il mondo inteso come umanità, poi.
Oppure, per dirla in altri termini, allora mi schiero con chi preferisce diffondere le belle notizie e le belle iniziative di cui il mondo, anzi, QUEL mondo di cui non voglio più far parte, non parla, e ribadisco: sono per i “pro”, non più per i “contro”.
Cristina alias C-Side
crispull@gmail.com
http://www.myspace.com/criside
BARRICATE INVISIBILI
by Chiara on mar.08, 2009, under Fuori categoria
“Il mondo è bello perché è vario” amiamo spesso dire tutti per giustificare le differenze che ci separano dalle persone che ci circondano. Eppure a volte vorremmo plasmare il mondo e chi lo abita a nostra immagine, creando i giusti equilibri dove ci sembra che gli scompensi regnino sovrani.
Inermi e inerti, la maggior parte delle volte possiamo solo erigere barricate invisibili per difenderci dal profondo senso di disordine che percepiamo nel mondo, e chiudiamo gli occhi o ci voltiamo dall’altra parte, perché non possiamo accettare certe realtà. Tutto questo potrebbe applicarsi a migliaia di situazioni diverse. Provate ad immaginarne una, ma che sia forte, che graffi il cuore e vi bagni gli occhi. Io dirò la mia: immaginate che una persona che amate sia così autodistruttiva da danneggiare tutti coloro che ama con la su smania di mettere i desideri di un altro prima dei suoi. Non so voi, ma io accetto molto più facilmente l’egoismo che non un altruismo malato che distrugge tutto ciò che incontra sulla sua strada. Ho sempre pensato che per stare bene con il mondo si debba stare innanzitutto bene con se stessi, e per fare questo è necessario un po’ di sano egoismo. Persone che mettono i bisogni di altri prima dei propri facendo a pezzi la propria, unica vita, mi mettono letteralmente in crisi. Mattone dopo mattone costruirei tra me e loro una muraglia lunga quanto l’eternità per non trovarmeli più davanti. Certi comportamenti scivolano nella malattia, ma chi siamo noi, alla fine, per definire, psicologicamente parlando, cosa sia malattia e cosa sanità? La “vita sana”, non è un concetto oggettivo: è frutto di innumerevoli abitudini e costumi, figlia della società in cui siamo immersi. I comportamenti, le scelte di vita, gli abiti che indossiamo e il cibo che mangiamo, il grado del nostro egoismo e il modo in cui sorridiamo; queste e mille altre cose sono il risultato di un misto di scelta, ambiente, e potremmo dire, di DNA. Quale percentuale sia merito di uno e quale dell’altro, non sta a me dirlo, né voglio aprire lunghi dibattiti su un argomento tanto controverso. Quello che mi chiedo invece è come ce la caviamo di fronte a certe inaccettabili verità. La risposta a questa domanda dice chi siamo, definisce la natura del nostro carattere e ci colloca in un preciso posto nel mondo. Come ve la cavate di fronte ad un parente che si droga, o ad un amico che si suicida o si autodistrugge per far felice qualcun altro; cosa dite a chi si annulla per far sorridere l’ approfittatore di turno? Posso darvi la mia risposta, aspettando le vostre:
“Ti starò vicino, amico, finché vorrai aiutare te stesso, finché prenderai la mia mano e ti tirerai via dal buio che ti sta inghiottendo. Ti starò vicino e ruberò un po’ di spazio alla mia vita per aiutarti, sarò con te, ti abbraccerò o ti tirerò le orecchie se servirà, farò tutto quello che posso; ma se ti sentirò puntare i piedi e tirarmi verso di te verso l’orlo del precipizio, allora lascerò la tua mano, e sarò salva. Poi mi volterò, mi allontanerò e non mi volterò mai indietro.”
Chiara Vitetta


