Born Again

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Dialogo con Ippolita Luzo

by on ott.22, 2015, under Resistenza umana

viaggios

Quante persone sono nate con una passione dentro? Quante persone hanno visto questa passione “svegliarsi” dopo anni di prove e forti esperienze?
Quanti hanno una vulcano dentro, e lo tirano fuori e vorrebbero farsi sentire e la loro è una lotta contro il silenzio intorno, contro l’incomprensione, contro mille piccoli invidie, mille piccole ostilità.. ?
Ho pensato a volte a queste persone che hanno tanto da dire e invece di incoraggiare la loro voce, l’ambiente intorno sembra volerli disincentivare. Sono persone che non hanno scaltrezza, che non sanno “vendersi” bene, che non amano compiacere, e non si affiliano a gruppi, cordate, piccoli clan letterari o di altro genere. Sono persone un po’ troppo fuori margine per chi è abituato a inquadrare tutto. O poco “istituzionali” come poco “istituzionale” è considerata l’amica Ippolita. Non fa parte di una associazione, non è in alcun gruppo che conta, non è collegata alla politica, non è “giornalista professionista”, non è in alcuna “cordata letteraria”, anche locale, di un certo rilievo. E per questo la si considera quasi ‘importuna’ da parte degli addetti ai lavori del mondo letterario e artistico. E’ di quelle persone che se partecipa ad una iniziativa pubblica, a qualunque titolo, alla fine difficilmente la si citerà.. perché.. è poco.. “istituzionale”, perché semplicemente non si pensa che lei possa portare “vantaggi” a chi la coinvolge, e l’opportunismo, come molti di voi sapranno, non ha confini, e dovunque ci saranno quelli che classificheranno gli altri in “utili” per i propri scopi e “non utili”.
Io invece credo (e sono in tanti a crederlo) che a volte sono proprio le persone “fuori dai giochi”, e senza “titoli”, “ruoli”, “appartenenze” particolari ad avere una bella voce, una voce di semplicità, umanità, sincera volontà di condivisione. La loro passione è ancora più meritevole, perché poco gratificata dal mondo circostante e nonostante tutto perseverante nella fedeltà a se stessa.
E così è Ippolita, che raccontava l’Eneide e altre storie ai malati che con lei facevano la chemioterapia, e faceva loro doni, e li faceva volare con la mente, alleggerendogli l’anima in quei giorni molto duri per tutti loro. Non è questa “arte di vivere”? E non è questa “letteratura al servizio dell’essere umano”.
Ippolita che dopo una vita a tenere spesso dentro una buona parte del suo mondo e dopo gli anni della chemio e di altre sofferenze fisiche, trova la sua “magica ossessione”.. e scrive, scrive ovunque, su ogni pezzo di carta, in ogni luogo. E legge a tutti, perché sente che la scrittura tenuta solo per se stessi non ha valore, e vive negli altri, nell’ascolto degli altri, nelle emozioni che gli altri provano con essa. Ed Ippolita scrive anche degli altri.. fa continue recensioni su eventi, spettacoli, libri, poesie.. perché le piace valorizzare gli sforzi creativi di chi incontra.
Ippolita la conobbi un giorno alla Ubik di Catanzaro Lido quando, nell’ambito di un libo che quel giorno lì veniva presentato, parlò con voce commossa di quelle donne che, come sua madre, avrebbero voluto scrivere, insegnare, comunicare, ma, per i limiti del tempo, dovettero passare gran parte della loro vita tenendo dentro di se il proprio mondo.
Di seguito, un dialogo che ho avuto con lei.
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-Di dove sei Ippolita?

Sono di Lamezia, al tempo Nicastro, dove abito e non abito.

-Come è stata la tua infanzia?

Sono nata in una famiglia patriarcale. Stavamo tutti in una grande casa nobiliare: nonna, nonno, i fratelli di mio padre, mia mamma, mio fratello, mia sorella. A tavola, a pranzo e cena, ogni giorno, eravamo in molti; circa 10-12. Fino al 1962-1963 è stato sempre così.
Negli anni sessanta Nicastro non aveva ancora costituito, insieme a Sambiase e Sant’Eufemia, Lamezia. Molti anni fa era solo Nicastro. Ed era bellissima. E’ bella anche adesso, ma è molto peggiorata. Molti palazzi e strade sono irriconoscibili e anonimi. Io abitavo in una strada del centro storico. Ricordo come un incubo la sparizione del giardino di fronte casa mia che era parte di un palazzo nobiliare un po’ malandato, figurati che quando pioveva entrava l’acqua. Un palazzo scomodo, freddo. Mancavano i confort. Avevamo la televisione, ma, quando si ruppe, il nonno non la ricomprò più. Il telefono arrivò tardissimo. Io vivevo immersa in uno stile di vita che era più antico rispetto ai tempi. In confronto alle mie compagne del liceo, era come se vivessi in un’altra epoca. Noi, come famiglia, stavamo sostanzialmente per conto nostro; avevamo pochi scambi sociali. Incontravamo qualcuno quando venivano i parenti. Avevamo una grande cucina con il forno a legna e qui facevamo il pane, il maiale, i taralli per Pasqua. Avevamo la campagna, quindi c’era abbondanza di frutta, olio, vino. Di solito quello che ci avanzava lo regalavamo, piuttosto che venderlo. Ricordo ancora l’immagine di mio padre che arrivava con i fichi. Questo era il mondo da cui vengo io. Un mondo agricolo, di contadini, proprietari, senza essere imprenditori. Un mondo antico anche per quei tempi. Di carattere sono sempre stata timida, introversa. I pochi altri contesti in cui mi ritrovavo non mi aiutavano a socializzare. Quando frequentai il catechismo non mi fecero partecipare al coro, perché dicevano che ero stonata. La mia solitudine, comunque, nasceva a casa dove, nonostante la famiglia numerosa, avvertivo una grande estraneità. Questa sensazione di estraneità l’ho portata con me negli anni. Ma non ho mai amato l’idea di stare sola per conto mio. Ho sempre avuto un grande desiderio di partecipare alla vita sociale, mi piace molto stare insieme con gli altri. Non sono, quindi, una solitaria per scelta; sono una solitaria per destino. Quando sono entrata in un contesto collettivo, e sentivo che finalmente trovavo il mio posto in mezzo agli altri, trovavo qualcuno che mi cancellava. Questo succede anche oggi. Ho cercato di reagire a questa cancellazione, dicendomi frasi come “mi cancellano perché vorrebbero che io reagisca in modo più aggressivo”, mi cancellano “Perché li oscuro”. Ora invece faccio della cancellazione la mia forza.
Anche fisicamente ero una ragazzina molto fragile, molto debole. Ricordo che non riuscivo a fare le scale di casa tanto ero debole ed ogni estate facevo le punture di record B12; che erano delle vitamine. Amavo la scuola, uno dei pochi contesti in cui mi trovavo bene. Sono andata a scuola un po’ prima, un anno prima. Ho sempre amato leggere.

-C’è qualche episodio in particolare della tua infanzia che ti è rimasto impresso?

Allora… Io ho impiegato tantissimo ad imparare a stare in bicicletta. Ora… immagina che una volta, per fare la salsa, si mettevano le bottiglie di salsa a bollire fuori. Dietro casa mia c’era uno slargo, e le donne che abitavano nel vicolo mettevano lì fuori a bollire le bottiglie. Accendevano il fuoco e in questi fusti grandi mettevano le bottiglie. Un giorno, con la bici, andai a sbattere proprio contro questi pentoloni!
Ricordo che in quei vicoli passavano gli asini con le ceste. Io abitavo nel rione più antico di Nicastro; sotto casa mia c’erano tutte casette basse, e c’eranoi vicini che stavano seduti uno accanto all’altro perché si conoscevano tutti. La scuola media stava nel quartiere nuovo. Per arrivarci attraversavo la città. Mi accompagnava una compagna che, a differenza di me, era alta e più “in forze”. Mi portava i libri che io, debole, non reggevo. Durante “il tragitto”, di tanto in tanto dovevo fermarmi a riposare.
Di carattere ero talmente timida che, quando, arrivata al quarto ginnasio trovai una classe mista, fu uno shock. Ero la più piccola della classe. La professoressa mi rimandò in latino in greco e, a settembre, agli esami di riparazione, mi bocciò. Quando le chiesi perché mi avesse bocciato, lei rispose che lo aveva fatto perché ero troppo piccola. Successivamente mi resi conto che in questo modo mi aveva agevolato. Ripetendo il quarto ginnasio, ero sempre la più piccola, ma almeno un po’ più coetanea con gli altri. Prendevo voti alti. Frequentai regolarmente il liceo, sempre un po’ fragile di salute. Per dirti come tutto per me fosse più complicato che per i miei coetanei, ti faccio l’esempio del telefono . In quegli anni era entrato in tutte le case ma mio padre diceva “il telefono no, perché poi parlate con gli uomini”. Dopo il liceo, mi iscrissi in filosofia a Messina. A Messina stavo in una sorta di convento, un pensionato gestito dalle suore. Anche se, la maggior parte dei tempo la trascorrevo a Nicastro. Mi sono laureata in filosofia, con un tesi su Stirner e il suo concetto dell’”Unico.” Io avrei voluto fare la tesi sulle donne, sul femminismo.
Dopo la laurea, per sette anni restai disoccupata. Trascorrevo in questa grande casa autarchica, una casa dove non c’era nessun divertimento, nessuno svago, nessuna relazione. In quei sette anni l’unica cosa che, praticamene, facevo era leggere, leggere, leggere. Finalmente nel il 1984 indissero il concorso a cattedra, lo vinsi iniziai a girare la Calabria. Il primo posto in cui mi inviarono era Umbriatico. Si tratta di un paesino, a circa 160 km da qui, che adesso si trova in provincia di Crotone. Lì sono piombata nel medioevo più assoluto. A Lamezia c’era pur sempre un cinema, un teatro, una vita sociale. Ad Umbriatico non c’era niente. Nessuna pompa di benzina, nessuna edicola, niente di niente. Solo un negozio per tutto. La gente era come quella di Anime Nere, il famoso film di Munzi e Criaco. I giovani non c’erano, erano emigrati, lasciando i figli piccoli ai nonni. La scuola era una stanza con la stalla, e in un altro palazzotto c’era la media. Questo è stato il mio ingresso nella vita lavorativa. Ingresso difficilissimo anche perché non sapevo insegnare. La scuola non ti insegna ad insegnare. Ti manda sostanzialmente allo sbaraglio. E io non sapevo da dove iniziare. Visto che conoscevo Dostoevskij, Tolstoj, tutta la letteratura francese, Bel Ami, Balzac… erano queste le cose che raccontavo agli alunni. Costantemente una voce interiore non mi dava pace. “Che gli devo dire?” . L’anno dopo fui inviata a Melissa. Ancora peggio. A Melissa ebbi la sensazione di vivere ancora più indietro nel tempo; gente cattiva, che ti spiava, che sentivi che ti stava con il fiato sul collo. il Preside era sporco, proprio fisicamente sporco, e gli alunni erano di una aggressività allucinante. Poi fu la volta di Mesoraca; e anche lì fu un inferno, sia come colleghi sia come alunni. Ho cominciato ad insegnare bene solo quando mi trasferirono a Monterosso, dieci anni dopo che erano iniziate le mie peregrinazioni con l’insegnamento. I ragazzi erano bravissimi; e forse anche io avevo imparato ad insegnare. Fu una esperienza bellissima. Quando, i n quanto soprannumeraria , fui mandata a Serra san Bruno, i genitori andarono al Provveditore per chiedere di farmi rimanere. E’ la cosa più bella per un insegnante; essere richiesta dai genitori. Finii poi Polia. Altro luogo bellissimo. E’ proprio vero.Esistono luoghi e luoghi. Gli alunni erano deliziosi e studiosi. Li penso tutti con grande affetto. Sono rimasti con me tre anni. Infine giunsi a Lamezia, nel 1998-1999. Inizialmente mi inviarono per due anni ad insegnare ad una scuola particolare del centro storico; una scuola di alunni con grande disagio. Ed in seguito alla Manzoni. E’ stato un bel periodo. Fino a quando ho dovuto smettere per motivi di salute. Intanto mi ero sposata nel 1988, e avevo avuto mio figlio nel 199o.

-Come era sorto il tuo problema di salute?

Come hai potuto capire, non sono mai stata granché bene in tutta la mia vita. Il mio cancro, perché di un cancro si trattava, emerse già con uno stato di salute molto debilitato. Erano gli anni 1999-2000. Avevo avuto un segno rivelatore. Un polipetto all’ano. Anche se l’ho capito dopo, perché i medici non diedero ad esso l’importanza che meritava. Queste cose te le dico perché potrebbero servire ad altri. Quando ci si imbatte in un polipetto all’ano, si deve assolutamente fare la colonscopia. Scoprii dopo, il polipetto all’ano è la spia del cancro al colon. Invece io andai dal proctologo che era un imbecille e che, non mi fece fare nessuna colonscopia e che mi disse “ah sì, lei ha un polipetto all’ano, glielo bruciamo a Catania”. Dopo questo intervento di bruciatura, non sono stata bene, perché avevo dei dolori lancinanti. Andai da un dottore di Roma, primario all’Umberto I. Anche lui non mi fece fare la colonscopia, ma mi diede una sua crema. “Signora –mi disse- le passerà qualsiasi dolore, qualsiasi ragade” . Per lui si trattava di –ragadi rimaste durante l’intervento. Sia la crema che le visite costavano tantissimo. Ma non servirono a nulla. Io stavo sempre male, perdevo sangue. Nel 2002 e nel 2003 ero arrivata a stare così male che mi facevano le flebo di ferro. Più il tempo avanzava, più il mio malessere peggiorava. Un giorno di febbraio 2005 , proprio il giorno San Valentino, mentre mi trovavo a scuola a fare gli scrutini, sentii un fortissimo dolore, come se stessi per partorire. Tornai a casa e poco dopo dovetti essere operata. Con l’intervento emerse ciò che avevo: mi tolsero circa 20 cm di intestino; era un tumore abbastanza alto. Dopo l’intervento dovetti intraprendere la chemioterapia. Furono sei mesi di chemio, due volte al mese. Le feci a Catanzaro, presso l’Ospedale Pugliese, con il professore Mollica. Io non la volevo fare, e cercai di affrontarla a modo mio. Ad esempio, avevo comprato i braccialetti anti nausea e il professore mi diceva “e sì signora, e voi ora con i braccialetti avete risolto”. Oppure facevo l’agopuntura e lui diceva “questa è la signora dell’agopuntura”. Anche se Il dottor Mollica aveva un approccio molto quadrato, molto tradizionale, nel tempo nacque un bellissimo rapporto. Pensa che ci scambiavamo i libri. Ricordo uno di questi libri, “La fine è il mio inizio” di Tiziano Terzani. A lui piacevano i nostri “scambi”, e mi diceva “è così che dobbiamo fare”. Intendeva che così doveva essere l’empatia tra medico-paziente. E’ rimasto un bel rapporto tra noi. Recentemente, l’ho incontrato al cinema e mi ha detto..“lei signora scrive ancora?”

-Ritorna sul periodo della chemio…

La chemio la feci dal 2005 al 2006, a Catanzaro, come ti avevo detto. Dovevo stare là tutto il giorno, perché avevo il port. Il port consiste nell’aver sotto la pelle un impianto. Loro ti fanno una sorta di infusione, con delle flebo. Ricordo che stavo in una sala piccola, in cui c’erano altre cinque persone. Tutti e sei eravamo attaccati alla flebo. Il primo giorno in cui entrai per fare la chemio vidi queste persone tristi. Allora mi sono messa a parlare “Adesso vi racconto una storia”. E gli ho raccontato l’Eneide, gli ho parlato di Didone. Si sono tutti rianimati. Erano tutti felici. E così ho sempre fatto quando andavo là.

-E’ bellissimo quello che hai fatto..

Questo per dirti che io non sono una “vera” solitaria. Non sono quel tipo di “solitaria” che detesta stare con gli altri, che vuole sempre stare nella sua solitudine. Io quando andavo tra questi malati, parlavo, parlavo; parlavo tanto. E poi portavo i fiori. Devo dirti che nonostante la chemio sia qualcosa di durissimo e doloroso, quella fu per me una bella esperienza; perché fu una esperienza di umanità, di condivisione, di socialità. Fu una opportunità di stare con gli altri. Circa l’impatto della chemio, tutto sommato per diverso tempo ressi abbastanza bene. Ma alla fine mi sono sentita malissimo. Mi venne la candidosi. Proprio con la fine della chamio, cominciò l’inferno.

-Racconta..

Nel 2006 cominciai a produrre schiuma. Schiumavo come una lumaca. Avevo proprio la lingua bianca. E come schiumavo in bocca, il dottore mi spiegava che schiumavo anche dall’interno… nella pancia, nello stomaco… una cosa pazzesca. A lungo trovai medici superficiali che non capivano quello che avevo. Che mi dicevano le solite banalità del tipo “sei depressa”. Finalmente trovai un medico di Roma che mi disse che avevo la candidosi. Questa problematica mi aveva ridotta ad essere uno zombie. In quei due anni non tornai a scuola. Molti colleghi dopo l’intervento e la chemio tornano a scuola. E anche io, mentre stavo facendo la chemio, dicevo ai colleghi “ora torno, ora torno”. E invece mi venne questa candidosi terribile. Per due anni non ho saputo come uscirne. Furono due anni di inferno. Credevo di morire. Ormai anche andare a fare le visite mediche era uno strazio. Non riuscivo più a camminare; barcollavo. Tutto questo fino a quando incontrai una persona che mi salvò. Era un ortopedico di Roma che mi diede una cura senza carne e che mi disse “Si prenda un limone spremuto ogni giorno”. Con la dieta e il limone mi passò la candidosi. Prima, come ti dicevo, avevo schiuma all’interno del corpo, mi sentivo sempre gonfia, ero sempre dolorante, sempre piegata in due. Tutto questo passò grazie alla dieta e al limone. Nanni Moretti in Caro Diario racconta le sue vicissitudini di salute, e dice “Ho imparato che ogni mattina si deve prendere un bicchiere d’acqua tiepida con un limone spremuto”. E’ molto importante, in questi casi, incontrare la persona giusta. Ci sono certe persone che ti danneggiano più che aiutarti, o comunque ti tolgono energia piuttosto che motivarti. Pensa che una psicologa un giorno mi disse “va beh, mio padre è morto, tutti dobbiamo morire”. Comunque la guarigione richiese mesi. Oltre a questa tremenda candidosi, successivamente ebbi un altro bestiale problema fisico. Tutto iniziò con un grande dolore alla gamba. Dopo l’intervento e la chemio, zoppicavo sempre. Non riuscivo comunque a capire come venirne a capo. Decisi di andare da quel medico di Roma che mi aveva fatto conoscere l’acqua col limone e mi disse “signora, lei non ha niente alla gamba, ha avuto uno spostamento del bacino e quindi ha sbilanciato e deve mettere un tacchetto più alto di una scarpa.”. Il trucchetto del tacchetto funziona… sulla gamba… a quel punto però.. non riuscivo più a masticare. Il tacco aveva innescato una sorta di mutamento a livello di mandibola. Prima andai da un dentista che per due volte mi da un byte, m io non riuscivo a stare con questo byte. Poi andai in un famoso centro dentistico che si trova a Crotone. Lì ho avuto a che fare con lo gnatologo, che è quello che si occupa dei byte. Mi applicò un byte e, dopo qualche mese, non vedevo più, non camminavo più. A un certo punto mi sono tolta di bocca questo byte; e mi successe di tutto. I denti cominciarono a sbattere l’uno contro l’altro. Ancora adesso ho tutti i denti rovinati. Per fortuna incontrai un osteopata, che si chiama Oreste Montepaone e lavora a Catanzaro. Lui riuscì a risistemarmi. Da allora, ogni settimana devo andare da Oreste che mi sistema la mascella, mi sistema la gamba e me la mette dritta e gran parte delle problematiche fisiche vengono meno.

-La scrittura è la tua passione, racconta come nacque tutto questo, cosa ti ha accesola scintilla.

Nel 2009 avvenne un evento che fu uno spartiacque per me. C’era una signora che aveva organizzato un evento con un pulmino, ma gli era venuta meno uno dei partecipanti, lei mi chiese di prendere io il posto di quella persona e lo feci. Si trattava di andare ad Ischia dove lei doveva ritirare un premio di poesie. Le sue poesie mi piacquero e scrissi un pezzo. Tempo dopo, nell’ambito di un evento organizzato a Lamezia, mi venne chiesto di leggere quel brano. Provai una emozione particolare nel farlo. E questo fu uno stimolo a continuare a scrivere. Una delle motivazioni interioro era che mio figlio mi leggesse. All’inizio mi dicevo “scrivo perché mio figlio mi legga”… “scrivo, glielo faccio leggere, lui lo leggerà, e io parlo con lui”. Poi mi sono resa conto che molte volte non mi leggeva. E allora ho cominciato a dirmi “adesso dice che non mi legge… però poi… mi leggerà.” Posso però dirti che un momento decisivo dal punto di vista “tecnico” fu l’avere imparato il PC. Prima ho sempre scritto su fogli di carta, e mi trovavo piena di fogli che smarrivo continuamente. Anche perché scrivevo dappertutto. Sull’agenda, sugli assegni, sulle note della spesa. Nel 2007 tutti quei foglietti li bruciai. Per imparare il PC ho fatto venire un ragazzo a casa per insegnarmelo. Era il 2010. Poco dopo, dovendo scrivere una presentazione per il libro di un amico , scoprii l’esistenza dei siti letterari. Per me fu una rivelazione. Ora quell’ubriacatura mi sembra una cosa lontana. Ma in quel momento per me era come trovarmi nel “paese dei balocchi”. Tutti questi siti letterari, dove si poteva scrivere in continuazione e confrontarsi con gli altri, commentare, vedere i loro commenti. Appena entrai in questi siti, mi sembrava di essere in uno dei collettivi degli anni ’70. Io ero un po’ troppo impetuosa nel pormi, e anche molto schietta. Questo comportava che venissi bannata da quei siti o che me ne andassi io. Nel 2012, un professore che avevo conosciuto proprio su uno di quei siti, e che aveva apprezzato il mio stile, mi aprì un blog. E si può dire che dal 2012 ad oggi io scrivo in continuazione.

-Se dovessi chiederti perché scrivi, come risponderesti?

A me piace comunicare. Per comunicare io non ho trovato altro sistema che non sia quello del foglio. Per comunicare posso usare solo la scrittura. Lo posso fare dicendo ad un’altra persona quello che io penso di lui, di quello che scrive. E’ un modo per conoscersi. Ed è un modo per fare un dono. “Ti do questa parte di me”.

-Quindi non sei molto d’accordo con chi dice di scrivere solo per se stesso e che non gli interessa se altri leggono o meno?

Assolutamente no. Per me sono dei pazzi. Per me la scrittura è imprescindibile da chi ti legge. Voglio anche dirti che dalla scrittura si capisce se ciò che uno dice è vero o falso, e se chi scrive è una persona “vera” o “falsa”.

-Di cosa scrivi maggiormente?

Sai che non potrei dirti un argomento particolare sul quale scrivo.. si può dire che scrivo di qualsiasi cosa.

-Questi anni ultimi anni come sono stati?

Per certi aspetti è stato un periodo in cui è stato possibile che le mie idee cominciassero a trasformarsi in realtà. Per altri versi è stato un periodo di cancellazione. Da sempre in un certo senso io sono cancellata. Ma negli ultimi tempi è avvenuto con particolare intensità.. Un mio amico giornalista dice che vengo oscurata perché non sono “istituzionale”. Anche in un’altra iniziativa a cui avrei dovuto partecipare, seppi che alla fine non ero stata invitata perché non ero… “istituzionale”. Io non sono presidente di una Associazione, non faccio parte di un partito, non sono una giornalista, non ho potere economico. Non sono nessuno, quindi… hahaha.

-Detta così è quasi un complimento, perché istituzionale vuol dire che sei nel sistema. Le parole che noi usiamo ci qualificano. Qualificare una persona come “non istituzionale”, vuol dire porsi nei confronti di quella persona in una posizione di spocchia, di giudizio.

Ma il mondo letterario e culturale è un mondo di spocchia e di giudizio… e di cordate…

-Cosa intendi per cordata?

Le persone che operano nel mondo della cultura si aggregano in gruppi di mutuo sostegno reciproco. Anche quelli che sono bravi si devono appoggiare a qualcuno, altrimenti non trovano spazio.

-Insomma sinergie di pura convenienza?

Si… come si forma una cordata? Immagina uno scrittore locale che ha raggiunto un successo di portata nazionale, meglio morto. La cordata si manifesta nel parlare di lui, nello stare vicino a questo scrittore, nel fare iniziative su di lui, morto.. Anche perché, tramite la sua luce, di riflesso, si cerca di avere visibilità. E poi ci sono tanti modi per cercare visibilità. Adesso vanno di moda gli incontri con dieci persone, perché dieci persone sono una garanzia per la riuscita della serata. Una cosa che mi indigna profondamente è poi tutto quel mondo di coloro che si vogliono creare una posizione attraverso l’esibire il loro essere antimafia. Io ho messo un disegno sul mio profilo dove alcune vittime di mafia dicevano “per favore dimenticateci, perché voi non potete fare le vostre carriere sulle nostre morti”. Opportunisti dell’antimafia per fare la loro carriera. Altra cosa che ho notato nel corso degli anni è che pochi, davvero pochissimi, hanno una vera opinione indipendente. Moltissimi non si accorgono, in modo indipendente, se una persona è brava o meno. Se io mi accorgo che una persona è brava, senza che me l’ha detto nessuno, mi dicono “a te chi te l’ha detto?”. Il plauso della gente comune viene solo dopo che qualcuno di importante e di autorevole ha dato la sua approvazione. Prima non ti considera nessuno. E comunque sono arrivata anche alla conclusione che gli altri, con le dovute eccezioni, se ti incontrano la prima volta.. le prime cose che notano sono come ti vesti, quanti soldi hai e se puoi essere loro utile, se puoi servire in qualcosa.

-La tua vita può essere intesa alla luce dell’amore per la scrittura e la condivisione…

Guarda.. nel 2009 ho cominciato a girare con questi fogli in borsa. E lì leggevo dove mi trovavo. Una volta leggevo ad una persona su una panchina, stavo leggendo quella che era “la mia pasquetta” e una donna che si trovò a sentire mi disse “signora, questa è la pasquetta mia”. Avevo il desiderio di leggere in continuazione quello che scrivevo. Ad esempio alle otto di mattina chiamavo e dicevo “Buon giorno, ho scritto questo”. E leggevo quello che avevo scritto. E ho cominciato a scrivere. E poi ho cominciato a leggere in pubblico.

-Ricordo un tuo appassionato discorso alla Ubik di Catanzaro Lido…

Io esprimevo alla Ubik la bellezza e la difficoltà delle donne che potevano scrivere. Mia madre ha sempre voluto fare la maestra, ma le era sempre stato negato, e ha fatto una vita difficile, portandosi dentro questa mancanza. Ancora. adesso che ha 90 anni , vive con questo senso di mancanza. Quella sera dissi che sono contenta di essere andata a scuola… posso scrivere, posso insegnare, posso parlare. Grazie sempre a Nunzio Belcaro, alla sua sensibilità, a Gianluca Pitari. La libreria Ubik ama la scrittura. Per me scrivere è relazione..

-Voglio concludere con qualche tuo brano. Leggine due..
Questo brano si chiama “Dove ritorniamo”..

“Nella circolarità nostra vita ritorniamo sempre all’infanzia, all’adolescenza. Tutto quello che succede dopo è una schermata, e poi l’infanzia ci insegue e ci riporta indietro. A lei ritorniamo più o meno consapevoli, più o meno felici, più o meno soddisfatti. Le rondini di maggio, i loro voli circolari rasenti il mio balcone e di fronte la chiesa barocca, il suo bellissimo giardino che nessuno ricorda più. La nonna che fumava qualche sigaretta di nascosto come una ladra, dietro una finestra. Lo zio lento, maldestro, che sicuramente avrebbe rotto qualche tazza, avrebbe versato il latte per le scale. La mia mamma che lavorava con i capelli corti, un foulard in testa. Scendeva in una botola, prendeva la carbonella, preparava un braciere, per una serie di maschi per i quali era d’uopo riscaldarsi. Le donne di casa preparavano grandi ceste con cenere fumante e le lenzuola bianche sotto la cenere profumavano di buono e di famiglia. Ugo mi accompagnava a scuola. Palma veniva nella nostra campagna, dormiva da noi il sabato. Poi ritornava alle sue galline, ai suoi cani, ai suoi gatti. La cucina in muratura, il forno a legna per fare il pane, i taralli per pasqua con l’anice nero, e il baccalà con le patate del venerdì. Ero convinta mi volessero avvelenare, bambina, chissà perché. Leggevo troppe favole nere. Ero convinta di essere di troppo in quella famiglia numerosa, articolata, complessa. Ero sicuramente non capita. Non c’era il tempo. Mangiavo quindi poco. Ero magra, magrissima. Debole, debolissima. Quanti record b-12 ho bevuto nelle primavere della mia infanzia e della mia adolescenza. Pensavo, leggevo e pensavo. Studiavo, amavo la scuola, non conoscevo altro. Amavo i diari scolastici, i quaderni, le penne, il banco, dove io trovavo il mio posto. Non c’era posto per me in parrocchia. Ero timida, poco intonata, nemmeno un coro. Riuscii ad andare in bicicletta dopo e ricordo un grande pentolone di salsa contro cui andai a sbattere nel vico chiuso dietro casa. Non imparai nemmeno l’alligalli malgrado gli sforzi di mia cugina non avevo ritmo, non parlavo.
Con chi avrei potuto parlare di personaggi letterari, leggere poesie che scrivevo e sceneggiature mai recitate. Avevo sempre il muso. Il mio papà sempre molto carino, mi chiamava Cassandra, capra maltese cioè testarda. La zia Giuditta mi chiamava Sandrina, le ricordavo Sandra Mondaini. Per tutti ero studiosa, capace, ma poi finiva lì, come se fossi ancora in quella casa dove per altro non vivo più da tanti anni. Ma non sono vissuta da nessun’altra parte. Non ho ricordo delle altre case dove ho abitato. Non ho ricordi di questa dove abito da più di 15 anni. Tutti noi non andiamo da nessuna parte, ma è bello andare. Quello che non ho fatto allora lo faccio ora. So ballare l’alli galli, so parlare in pubblico, sono elegante e sono carina. Saprei fare molte altre cose se sarà il mio destino farle. Il tempo è circolare. Nulla si perde e tutto è per sempre, ma la selezione annulla il superfluo. Il banale, il quotidiano, annulla lo squallore di una vita falsa e ci ridona le immagini essenziali a dirci chi siamo.”

Quest’alro brano è dedicato ad Amy Winehouse ed ora anche a Whitney Huston..

“Nel dissolvimento del mio mondo ho pensato che vivere la mia sofferenza, mi avrebbe permesso di essere capita dai miei cari. Così, nelle televisioni private, in qualche associazione, elegiacamente ho intonato il canto dell’amore perduto, commentando poesie di altri poeti, parlando di Emily Dickinson, parlando convinta che i miei cari avrebbero capito le mie ragioni. Sono venuti anche a sentirmi. Hanno visto i giornalisti locali che mi intervistavano, le persone che mi porgevano i fiori, che si congratulavano, si erano commossi gli spettatori, e loro, i miei cari “adesso ti sei specializzata, adesso puoi fare solo questo”. E io che parlavo per loro! Adesso ho iniziato a parlare per me. Ed è successo di tutto. L’invidia profonda di chi si sentiva scavalcata. Le persone semplici che mi dicevano di avermi visto in televisione e che mi domandavano quando avrei fatto un libro. Ma io non voglio scrivere nessun libro. La mia casa è invasa da libri, da fogli, da agende. Scrivo dappertutto. Esco e penso a quello che scriverò a casa. Ti credo perché penso che ti sia successa la stessa cosa. E’ la frase creativa. Mia sorella quando mi vede con un foglio in mano, scappa. Ho smesso di leggere alle amiche. Non possono capire il turbinio che abbiamo in testa. Le voci, i personaggi, le storie che vogliono essere scritte. A volte scrivo come se fossi in trance. Non so neanche io cosa racconterò. Poi ovviamente ci diamo una regolata. Qui pubblicano tutti. A che pro. Una volta lessi un libricino piccolo piccolo. Della Sperling forse. La storia di una donna di una piccola città che faceva conferenze, veniva premiata con qualche premio letterario. Pensai “che squallore una vita così”.
Ho cercato a lungo quel libricino, scritto da un ragazzo molto bravo ma non l’ho trovato, giù dove deposito riviste, libri, quaderni. Ho cercato – Frammenti di un discorso amoroso- lo sapevo a memoria- dove lo avrò messo? Amy, già a sedici anni scriveva le sue canzoni, Amy le ha cantate al mondo intero, Amy era infelice, nonostante tutto non aveva niente. Hai ragione, abbiamo creato dei mostri, ma non sono gli oggetti i responsabili, siamo noi con il nostro uso distorto a creare infelicità e malessere. Povera Amy, poveri pazzi, in un momento storico che ha tutto tranne il rispetto dei sentimenti. Amy è nata il 14, io il 13 settembre Cosa vuoi che mi interessi quando la corrispondenza finirà e tu potresti diventare famoso? Certo ti auguro di veder realizzato il tuo sogno, ma per me il momento più importante è questo, quello del creare. Dopo, vedrai, dirai-Tutto Qui?- Dopo la soddisfazione di avercela fatta sentirai come me, come Amy, la profonda sensazione di essere estraneo a quel che ti circonda. Perché siamo fatti così, siamo in tanti così, ma va bene così.

 

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Intervista a Loredana Lodesi- testimonianza sul Metodo Di Bella

by on set.20, 2013, under Controinformazione, Medicina, Resistenza umana

Loredana Lodesi.

Un nome è sempre più di un nome.

E’ una storia. E’ una voce.

E’ una condivisione.

Loredana è un’altra delle testimonianze che ho raccolto da persone che hanno sperimentato (su di loro o su altri) il metodo Di Bella, per affrontare il tumore.. senza ricorrere (o dopo avere già ricorso) alle violente cure ufficiali.

Voglio citare due brano dall’intervista che ho fatto a Loredana.

Primo brano..

” A me quello che mi ha aiutato tantissimo sono state le testimonianze. Io quando andavo allo studio della dottoressa, e trovavo una persona di una certa età, e mi mettevo a parlare; questa mi diceva, lei che aveva un tumore ai polmoni, che le avevano detto che doveva vivere tre mesi, e invece sono passati due anni. Poi trovai un’altra persona che mi diceva “a me avevano dato sei mesi di vita, e invece è un anno e mezzo che mi curo”. Tutte queste cose mi facevano pensare che grazie a Dio avevo intrapreso la strada giusta.”

Secondo brano (collocato cronologicamente prima del primo che ho citato). Un brano che vale milioni di parole. Dopo l’operazione al senso, Loredana, trovandosi a fare fisioterapia, si ritrova per la prima volta a seno nudo davanti a uno specchio, e vede un seno molto diverso dall’altro..

“La fisioterapista mi ha messo davanti a uno specchio. Quella è stata la prima volta che mi sono vista a seno nudo. E ho realizzato che avevo un seno molto diverso dall’altro. E lì mi sono uscite le lacrime. Questa qui fa “ma signora perché piange?”. Quando mi ha chiesto così l’ho guardata come se fosse un’extraterrestre. Cazzo, pensavo, ma questa qui è una donna? E’ possibile che mi sta chiedendo perché sto piangendo. Per una donna il seno è la femminilità. Ma al di là del significato anche sessuale, ma il seno è il nutrimento dell’umanità. Se una donna come me mi chiede perché sto piangendo, allora non è una donna.”

Loredana ha la passione per la scrittura. Racconti e poesie soprattutto. Ho potuto leggere alcune delle sue poesie e le trovo bellissime. Alla fine dell’intervista ne ho inserite due.

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-Quanti anni hai Loredana?

Ho sessant’anni, e sono campana.

-Quando si sono manifestati i primi problemi?

Nel 1998 ho fatto il controllo di routine, perché facevo la famosa prevenzione, facevo la mammografia. Già prima del ’98 io ero consapevole di avere un fibroadenoma da tenere sotto controllo.

-Prima di questa cosa tu avevi avuto altro?

Avevo avuto altri problemi, fin da quando avevo poco più di vent’anni. Però non erano problemi relativi ai tumori.

-A un livello, diciamo .. esistenziale, tu avevi avuto momenti particolari?

Sì.. e credo che questo influisca tantissimo. Da una piccola indagine mia, ho potuto vedere che spesso, quando sopraggiunge un tumore, ci sono stati dei problemi prima. Avevo avuto dei problemi soprattutto affettivi.

-Ritornando al controllo che fai nel ’98..

In seguito a questo controllo, mi  diedero la notizia che questo fibroadenoma si era trasformato. Per essere più sicura, sono andata a fare un controllo anche in un altro luogo e mi hanno ribadito la stessa cosa. Il dottore presso cui avevo fatto quest’altro controllo fu molto sbrigativo. Mi disse “signora, si è trasformato, e si deve operare..”.

-Ma, si è trasformato in cosa? Te lo avevano detto?

No. Solo con l’immagine non può essere certa la diagnosi. Però l’immagine era molto brutta. Mi ricordo benissimo che c’era un’operatrice femmina che mi ha fatto la mammografia. E questa signora, mentre mi stavo andando a rivestire, mi sussurrò praticamente in un orecchio “vada a Milano”.

-Nel senso di andare allo Ieo?

Ovviamente sì, intendeva quello. Io ero così scioccata, che manco capivo perché questa mi aveva detto così. Ci arrivai solo dopo. Praticamente cominciai ad attivarmi per capire dove operarmi, cosa fare.

-Ma tu in pratica non sapevi ancora la gravità, lo stadio..

No, ancora no. Avevo solo capito che era da operare. Teniamo presente che, quando non hai avuto a che fare con un tumore, a parte che ti vengono mille cose in testa, vai nel pallone e non capisci più niente. Però io non ero, come adesso, esperta di queste problematiche. Mi capitasse oggi, io saprei come muovermi. Ma quando ti capita per la prima volta, non sai dove andare, cosa fare, non sai niente. Perché c’è questa doppia cosa che.. intanto sei scioccato.. e poi non te ne sei mai interessato. E’ qualcosa che quando non ti tocca, pensi che possa capitare solo agli altri. Non pensi mai che potrebbe capitare anche a te. E quindi tutti pensano “mamma mia, il tumore, fa paura, ecc.” Pensano che è una brutta cosa e che fa paura, ma nessuno pensa che possa capitare a lui. Quando invece ti tocca, capisci che può capitare a chiunque. Allora io mi attivai per vedere dove operarmi e tramite delle amicizie, sono arrivata ad un professore, molto famoso da queste parti. Era un medico considerato un’eccellenza. Ma invece è stata un’esperienza pessima. L’intervento è andato in questo modo. Ho fatto il colloquio con l’anestesista, poco prima dell’intervento. Mi hanno portato  in sala operatoria ed è arrivato questo dottore con due giovani assistenti femmina. Mi hanno anestetizzato solo il seno. Io vedevo tutta la scena. Il dottore ha messo le mani dentro, ha estratto solo il nodulo, mi ha lasciato con la ferita aperta e ha lasciato alle giovani dottoresse l’impegno di ricucire. Poi hanno mandato ad analizzare questo pezzo che hanno tolto. Dopo pochissimo tempo, non so quanto, ma credo un quarto d’ora, è arrivato un tipo con l’esito dicendo “è tutto ok”, e queste due giovani dottoresse si sono messe a ricucire. Io dissi loro “dottoresse, mi raccomando, siete femmine, quindi facciamo un bel lavoretto”.

-Pensavo all’operazione. Il chirurgo che fa l’operazione e la ricucitura che fa fare alle assistenti..

Questo avviene normalmente. Non c’è nessun chirurgo, che una volta operato, ti ricuce, perché purtroppo ci sono quelli che devono imparare. E secondo te su chi imparano? Imparano sui malati. Io mi sono chiesta molte volte “ma la prima volta che i medici operano, come fanno se non l’hanno  mai fatto?”. E quindi sono arrivata alla convinzione che non solo le ricuciture, ma anche le operazioni vengano fatte fare a medici che.. devono imparare. I medici non possono che imparare sui pazienti. Io ho avuto un’altra esperienza personale non bella.

-Di che si trattava?

Praticamente mi dovevano togliere un calcolo, ma per poco non mi ammazzavano. Io però sono convinta che è successo perché non mi stava operando il professore. Non sempre è il professore che ti opera. Sono gli assistenti, i giovani medici che devono imparare.

-Si penso anche io che accada qualcosa del genere.. andiamo a quello che è successo, dopo l’operazione.

Mi hanno riportato in stanza e il giorno dopo sono uscita dall’ospedale. All’inizio mi sentivo tranquillissima. Solo che, man mano che il seno si sgonfiava, mi sono resa conto che toccavo qualcosa di strano. La sensazione che avevo era quella che avevo prima dell’intervento. E’ cominciato a venirmi un dubbio; anche perché ho fatto due più due, nel senso che la cicatrice era praticamente intorno all’areola, la parte superiore dell’areola. In pratica la mammella si divide in quattro quadranti. E il quadrante supero interno – Cioè quello superiore nella parte interna verso il cuore- era quello che era interessato dal nodulo. Quindi, io guardando questa cicatrice sotto l’areola e sentendo questa sensazione, mi sono insospettita. Pensavo che per non deturparmi il seno, il chirurgo mi avesse fatto la cicatrice dall’interno “qui vicino all’areola la pelle è grinzosa, quindi una volta che guarisce non si vede più”.  Non ero tranquilla, comunque. E mi sono fatta, di mia iniziativa, una mammografia. Per farla sono andata nello stesso posto dove avevo fatto quella precedente che avevo fatto come conferma della prima diagnosi. L’ho fatta con la stessa dottoressa con cui avevo fatto la mammografia l’ultima volta; e lei mi disse “signora, ma lei non si era operata?”. In quel momento è stato come fare una doccia gelata. Fu la conferma del mio sospetto. Cioè, che non mi avevano tolto il tumore.

-Che avevano fatto allora?

Praticamente avevano fatto una nodulectomia. Diciamo propedeutica ad un intervento più allargato. Pensavano di togliere il nodulo e di analizzarlo. Se era un tumore, si operava allargando e quindi si faceva una quadrantectomia o una mastectomia. Ma non era un tumore ed è finita lì. Con il piccolo particolare che il nodulo non lo avevano preso perché era in tutt’altro posto che dove mi avevano operato. Cioè il mio sospetto della cicatrice sull’areola, che io pensavo era stato un modo per non deturparmi il seno, in realtà era il posto dove mi avevano preso il pezzo. Ma il mio nodulo non era lì, era molto più sopra…nel quadrante supero-interno!

-Insomma, si sono sbagliati totalmente?

Sì. Si sono sbagliati perché prima di tutto non hanno messo dei punti di repere, e quindi non hanno mappato, diciamo così, il posto dove operare.

-Cosa sono i punti di repere?

Sono dei puntini che loro segnano sul posto da operare. Ti centrano. E’ come se ti centrassero.. è come se ti facessero.. hai presente l’affare del tiro a segno.. ecco, c’è il punto dove colpire. Ti mettono una specie di segnino, ti segnano con una penna e ti dicono, è qui. A me non mi hanno segnato.

-Ma come facevi a sapere che non ti hanno segnato?

Ma perché me lo avrebbero fatto sotto ecografia. Non così a caso. E quindi io ricordo benissimo che lui ha palpato e fa “eccolo, eccolo qua”. Però ha toccato un posto dove non c’era, ma io in quel momento non me ne sono resa conto perché avevano già anestetizzato il seno. Però è andato avanti così, ha concluso e se ne è andato. Ed eravamo tutti contenti che non era niente. E invece ora scoprivo che mi dovevo rioperare. Mi è tornata alla mente quella vocina che mi aveva sussurrato all’orecchio “vai a Milano, vai a Milano”. E decisi di andare allo Ieo.

-Che periodo era?

Intorno a giugno ’98.

-Vai a Milano, quindi.

Sì, però non subito. Ti spiego. A Milano ci sono andata per la visita. Dopo poco tempo, dopo un mesetto, quando mi hanno dato l’appuntamento. Però a Milano ho scoperto che avrei dovuto pagare moltissimo per operarmi.

-Quanto?

Questo non me lo ricordo. Lì ho scoperto che se hai i soldi puoi vivere. Ma se non li hai non vai da nessuna parte. C’è questa grande differenza. Vuoi l’eccellenza? Allora paga. E non tutti se lo possono permettere. Adesso, a parte il fatto che io non navigo nell’oro, e avrei dovuto fare grandi sacrifici per andarci. Volendo potevo farlo, però non ho voluto. Mi sono detta “no, io mi metto in lista e vado quando mi chiamano”.

-Quindi allo IEO se uno vuole fare l’operazione presto, deve pagare tanto. Se invece non vuole pagare quella cifra, deve mettersi in lista.

Sì, se ti metti in lista vai col Servizio sanitario nazionale. E io ho preferito fare così. Però ho dovuto aspettare sei mesi.

-Chi non paga è un cittadino di serie b..

Quando mi hanno chiamata, sono andata e ho fatto l’intervento. Il medico che mi ha visitato si è fatto due risate?

-Perché?

Perché loro si sento superuomini. Perché al Nord funziona tutto e al sud siamo la merda. Io ho visto le facce, ho visto i sorrisini.

-Volevano intendere che il modo in cui ti hanno operato era assurdo?

Sì. Comunque mi è stata fatta una quadrantectomia con dissezione ascellare. Mi sono stati tolti 19 linfonodi. Di cui due metastatici, presi dalla malattia. Uno ascellare, e uno alla catena mammaria interna. Proprio il più vicino a dove era posizionato il carcinoma. Che era un carcinoma duttale infiltrante G2. Questa era la definizione. Ho fatto la trafila dell’intervento, non senza prima potermi rendere conto che forse lo IEO non è tutto quello che si dice. Nei giorni precedenti che servono per fare tutti gli esami, io ho avuto un’infezione che è un’infezione ricorrente a cui io vado soggetta per problemi pregressi. E facevo un certo tipo di antibiotico che lì non avevano; me lo sono dovuto far comprare fuori. Il problema che ho avuto io con quell’infezione poteva averlo anche qualche altra persona. E’ un problema frequentissimo. Una banalissima infezione urinaria con febbre alta. Non è che lo dico perché ho speso i soldi dell’antibiotico. Lo dico perché è rappresentativo di un sistema che non è tutto quello che si dice. E poi, passati i giorni che occorrevano, mi hanno fatto fare un po’ di riabilitazione per il braccio. La fisioterapista mi ha messo davanti a uno specchio. Quella è stata la prima volta che mi sono vista a seno nudo. E ho realizzato che avevo un seno molto diverso dall’altro. E lì mi sono uscite le lacrime. Questa qui fa “ma signora perché piange?”. Quando mi ha chiesto così l’ho guardata come se fosse un’extraterrestre. Cazzo, pensavo, ma questa qui è una donna? E’ possibile che mi sta chiedendo perché sto piangendo. Per una donna il seno è la femminilità. Ma al di là del significato anche sessuale, ma il seno è il nutrimento dell’umanità. Se una donna come me mi chiede perché sto piangendo, allora non è una donna. Io non è che voglio infierire sui settentrionali, ma se al posto suo c’era una napoletana..

-Aspetta… non generalizziamo. Questo tipo di sensazioni le hanno tutte le persone in tutto il mondo. Non c’è un Nord compatto, tutto identico. Ci sono persone più fredde e meno fredde. Il Sud è in genere un po’ più caldo. Ma ho conosciuto al Nord persone davvero splendide per generosità e calore umano.

Guarda, forse sono io che sono stata particolarmente sfortunata. Ma mi sono capitate sempre persone fredde, asettiche.

-Comunque, tornando alla tua vicenda concreta, è vero come certi eventi, certe mancanze di sensibilità sono una mazzata, quando ci si trova in momenti particolarmente dolorosi.

Sì.. mi veniva da dire a quella donna.. “Cosa cazzo vuoi che faccia davanti a questo specchio? Che mi guardi come se non fossi io?”. E poi.. altra cosa importante.. a me non me l’hanno neanche detto “signora vuole fare la ricostruzione?”. A me mi operò un professore che poi è andato in America, Santini. Ed è uno che ha anche scritto un bellissimo articolo che ti manderò. Sembra uno molto umano. Invece quando è toccato a me, io l’ho visto due secondi, appoggiato con la mano allo stipite della porta. Non è neanche entrato in camera.

-Si è appoggiato sulla porta prima che ti operassi?

No, quando mi è venuto a dare la notizia, dato che dopo l’operazione avevano fatto tutti gli esami.. Non si è neanche avvicinato al letto. Appoggiato allo stipite della porta mi ha comunicato che era un carcinoma duttale infiltrante GII.

-Distante sia emotivamente.. sia fisicamente..

Sì..

-Ma sul seno tu in quel momento provasti ad informarti.. sulla ricostruzione..

No. In quel momento non me ne fregava nulla. Poi sopraggiunge la depressione. Sopraggiunge la paura che devi morire, che non ce la farai. A me in quel momento non interessava niente dell’estetica. Io pensavo che per me era finita.

-Perché pensavi che era finita?

Perché avevo vissuto da pochissimo un evento che riguardava una mia amica, di quarant’anni. Perché avevo visto tantissime donne morte per tumore al seno. Di sopravvissute, forse solo una. Ti parlo delle persone che conoscevo io. Pensavo che.. “quanto potrò vivere? Qualche anno? Comunque farò la stessa fine”.

-Pensavi che magari una recidiva sarebbe stata fatale..

Quello che non tutti riescono a capire, e neanche io allora era.. quello che diceva il professore Di Bella. Il tumore è una malattia dell’organismo. Il tumore non è il nodulo. Il tumore è solo la manifestazione finale di un processo iniziato anni prima, iniziato tempo prima.  E poi si può manifestare con un nodulo, con un’ulcera. Io sapendo questa cosa, sapendo di tante persone che si erano avvelenate di chemio, radio e comunque erano morte, non pensavo alla ricostruzione. Comunque, poi è passato il periodo della degenza, ed è venuto il periodo di consulto con i medici per la terapia.

-Un consulto sempre allo Ieo?

Sì. Sono andata a questo consulto. C’era una dottoressa anche stavolta. Non avendo altri organi intaccati, la dottoressa mi propose i canonici sei ciclo di chemio “preventiva” o, come dicono loro “per la sicurezza”. Quando lei mi ha proposto questa chemio, le ho fatto presente che io avevo altri problemi di salute. Problemi come le infezioni ricorrenti che ho. Per cui abbattendomi tutte le difese immunitarie con la chemio, sarei stata aggredita. Tra l’altro io c’ho una insufficienza renale e credo che, praticamente, non sarei neanche sopravvissuta a quei veleni. O forse sarei stata massacrata dalle infezioni. A quel punto la dottoressa si è impietrita, perché non sapeva più che cosa dirmi. Non sapeva cosa rispondermi. E lì mi sono resa conto che probabilmente la mia cartella, con tutta la mia  storia clinica, non l’avevano neanche letta; perché altrimenti avrebbero saputo che cosa comportava la chemioterapia. Tornando alla dottoressa, lei mi dice “allora, facciamo una cosa, lei torni tra venti giorni. Io faccio una riunione collegiale, per capire come fare”. Sono tornata dopo venti giorni e, sai quale è stata la bella pensata? Mi ha detto “abbiamo fatto la riunione collegiale e abbiamo deciso che ne farà solo tre invece di sei e fa una copertura antibiotica. E io pensavo “ma allora quei cicli non erano indispensabili?”.

-Che poi, vorrei che qualcuno mi spiegasse il senso della chemio preventiva. Se in quel momento non hai nulla, anche se c’è il rischio che il tumore ritorni, non mi pare certo che somministrando al corpo sostanze chemioterapiche che scongiureresti una tale eventualità. Piuttosto, magari gli faciliti il compito, perché, se ricomparisse, si troverebbe un sistema immunitario “preventivamente” indebolito..

Infatti, è una assurdità completa. Però.. loro magari pensano che ci sono delle cellule, che magari, anche se praticamente quasi impossibili da percepire, ancora operano..

-Non ci avevo pensato. Solo questo argomento potrebbe dare un elemento logico a una pratica che altrimenti sembrerebbe pura follia.

Sì.. ma resta fermo il fatto che la chemio ammazza le difese immunitarie. E se il tumore comunque si riaffaccia, ha campo libero. Io a loro detto di sì, ma avevo deciso che non avrei fatto nulla. Sono tornata a casa e ho cominciato a informarmi su cos’altro poter fare.

-In che periodo avevi fatto questa visita di controllo?

Allora.. l’intervento era stato fatto a gennaio 2000. La visita di controllo.. credo a febbraio.. intorno a metà febbraio.

-Tornata a casa, cominci ad informarti..

E viene fuori che mia sorella conosceva un medico che praticava il metodo Di Bella. Andai in visita da lui e lui mi tranquillizzò, dicendomi che facendo questa terapia sarei stata bene, non avrei avuto alcun problema. Io mi sono procurata i farmaci e ho iniziato la terapia il più presto possibile. Poi però, per motivi logistici, ho avuto bisogno di continuare la cura a altrove. Non volli cambiarlo solo per motivi logistici, ma anche perché non mi era piaciuto il suo atteggiamento verso una paziente che era prossima alla morte; e verso la quale lui era diventato freddo e scostante. Comunque, cambiai medico e andai dalla dottoressa Bandini.

-Come è stato l’impatto della cura?

Io l’ho seguita con particolare attenzione. La somatostatina non mi ha creato particolari problemi; giusto qualche problema di carattere intestinale, ma sopportabile. Andavo tutte le sere a letto con la mia temporizzata, prendevo tutte le medicine, ecc. Poi ho cominciato a fare qualche controllo, io e la dottoressa vedevamo che era tutto apposto  e quindi continuavamo con la terapia.

-Che succede poi?

Non succede nulla. Io arrivo ad oggi, a distanza di tutti questi anni, pur con tutti gli altri problemi, continuo questa prevenzione, prendendo pochi elementi della terapia, che probabilmente non lascerò mai?

-Quali sono questi elementi?

Retinoidi, melatonina, parlodel.. vitamina C e calcio ho dovuto sospenderli per altri motivi.

-C’è qualcosa che ti ha particolarmente aiutato in questi anni?

Una cosa che mi ha aiutato tantissimo, per quanto mi fossi documentata tanto sull’Mdb, ed essendo convintissima che funziona, se ovviamente non ci sono terapie pregresse.. quando l’organismo è in grado di riprendersi.. funziona alla grande. A me quello che mi ha aiutato tantissimo sono state le testimonianze. Io quando andavo allo studio della dottoressa, e trovavo una persona di una certa età, e mi mettevo a parlare; questa mi diceva, lei che aveva un tumore ai polmoni, che le avevano detto che doveva vivere tre mesi, e invece sono passati due anni. Poi trovai un’altra persona che mi diceva “a me avevano dato sei mesi di vita, e invece è un anno e mezzo che mi curo”. Tutte queste cose mi facevano pensare che grazie a Dio avevo intrapreso la strada giusta.

-Le storie danno forza..

Un’altra cosa che ti posso dire è che, nel contesto in cui io vivo, in questi tredici-quattordici anni, intorno a me c’è stata una strage. Persone di trentanni, quaranta, cinquanta. Sono tutte morte. Parliamo di persone col tumore al seno. Per non parlare degli altri, se no la quantità si decuplica. E io mi chiedo “ma è un caso che tutte queste persone sono morti e io sono viva?”. E’ solo un caso? No, non può essere un caso. Perché una che sopravvive quattordici anni, ci doveva essere insieme a me, perché fosse un caso. Due anni fa è morta una coetanea di mia figlia di leucemia. Ho pregato fino all’ultimo che le facessero almeno tentare, quando ormai le avevano detto che non c’era più niente da fare. “Tentate…”. Ma non hanno voluto tentare. Mi hanno detto “ma noi siamo andati anche in America”. La gente non ne sa niente e non ne vuole sapere niente. La gente si fida dei telegiornali, di Veronesi. Fanno vedere solo i successi. Loro sbandierano un mucchio di dati che tante volte non sono veri.

-Uno dei dati che danno è che circa il 30% dei malati “curati” con chemio, entro cinque anni non ha recidiva..

A me lo Ieo mi ha chiamato per cinque anni, poi basta. Alla chiamata al compimento dei cinque anni, mi hanno fatto l’ultima chiamata. Se la sera di quel giorno fossi morta, a loro non sarebbe interessato più; mi avrebbero ormai messo nella casistica positiva.

Ma sono le persone che non vogliono assumersi la responsabilità della propria vita. Vanno da uno, quello gli dice che va tutto bene. Io ho conosciuto tante persone che hanno intrapreso il metodo Di Bella. Le persone che sono approdate al metodo di Bella, ci sono arrivate perché si sono messe lì, hanno letto e hanno compreso, e dopo hanno scelto; come ho fatto io. Io non dico “fate il Metodo Di Bella”; ti assumi una responsabilità troppo grande verso un’altra persona. Io dico “informatevi”. Quando è accaduto che un mio amico –che era stato operato alla prostata, massacrato di cure- è morto, la famiglia mi ha tolto il saluto.

-Perché?

Perché parlando con me, lui si era convinto, però come proprio ultima possibilità, a fare la terapia Di Bella. Ma lui ormai era spacciato. E nonostante ciò l’ho portato dalla dottoressa, siamo andati con lei a casa sua, ecc. Ma questo era ormai in stato avanzatissimo, aveva fistole all’intestino, gli avevano fatto la radioterapia, l’intervento era stato un disastro; doveva morire. Eppure la famiglia mi ha tolto il saluto. Neanche le condoglianze volevano da me. Non hanno voluto ammettere che questa persona –da quando aveva intrapreso la terapia Di Bella- fino all’ultimo è stata bene. E’ morta senza dolore. E ne conosco altri di casi di persone che, essendo approdati all’Mdb quando ormai era troppo tardi per guarire, sono però morti senza dolore, senza soffrire. Oggi come oggi mi limito a dire “io ho fatto questa scelta e sto bene. Voi fate quello che volete”.

-Riguardo ai costi della cura…

Per fortuna io sono riuscita ad avere la terapia dal Servizio Sanitario nazionale. Ho fatto la causa e ho ottenuto i medicinali. Però solamente la somatostatina e la longastatina, perché il resto, i farmaci galenici soprattutto, li ho sempre ritirati da Bologna.

-Questo percorso in un certo senso ha allargato i tuoi orizzonti.

Non mi voglio vantare, ma forse ne so più io del mio medico di base.

-Hai delle passioni?

Mi piace scrivere.. poesie, racconti.  C’è una cosa che non mi piace dire, ma che ti voglio dire.

-Dilla.

Chi affronta questa malattia, non ne viene mai fuori completamente. Fisicamente sì, ma mentalmente no.

-Qualcosa o qualcuno ti ha supportato nel tuo percorso?

Assolutamente no. Ci sono gradini che devi salire da solo. E’ una scala lunga e difficile ed è anche bello che sia lunga. Se io dovessi raccontarti tutti i momenti di sconforto, tutti i momenti in cui pensavo di non farcela, tutti i momenti in cui mettevo vie  delle cose che mi erano care.. le mettevo via perché non le volevo neanche più vedere, perché quando pensi che è finita, ti vuoi spogliare di tutto, non ti interessa proprio niente…. Una volta mi piaceva vestirmi elegantemente, ora non me ne importa più. Un jeans e una camicia sono il massimo dell’eleganza. Non amo più nulla di tutto quello che è apparire. E poi mi piace avere una vita serena, non fare grandi cose. Ti accorgi che la vita è fatta di piccole cose. A me non interessa stare con persone tanto per starci. Ma avere rapporti con persone che sento simili.

-Grazie Loredana.

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ANEDONIA

E’ mancanza di senso e diletto
è una spina ficcata nel ventre
è disgusto che forte mi stringe
che fa vizio e che d’indole stilla

velo nero svelato alla fronte
dentro e fuori in, quel luogo
di pena, che sussulta e vacilla
oscillando e la fine vagheggia

io, schizofrenica ed incoerente
io, anedonica ed indifferente
io, solo iridi d’occhi lucenti
annebbiate e grevi di pianto

quest’aria malsana respiro
soffocando gemo e non vedo
e non c’è più d’un filo d’aurora
od un refolo d’amorevole vento

solo gelo del cuore e livore
che  scarnifica tutta la pelle
sperde l’ore e vanifica il tutto
e anche il sonno diventa penoso

Nella notte dell’anima scura
vaga il senno cercando ragione
ma nel nero più nero si fonde e
di pece si incolla alla fronte.

——–

QUESTA MALINCONIA

Si strozza in gola a lungo
questa malinconia
è un salice che frusta con violenza
questo essere così apparentemente
solo due mani vuote
che spillano un ricordo
cercando i gesti lievi di quel tempo
sapore di passione e tua saliva
le braccia strette in vita mi tenevi
io carezzavo gigli sui tuoi occhi
si strozza in gola a lungo
questa malinconia
è un’onda che travolge come un fiume
l’impeto del fragore nel silenzio
che annega nel profondo del suo greto
vita colore e senso ai giorni miei.

(Loredana Lodesi)

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Non lasciate morire Gerri Giuffrida

by on feb.01, 2012, under Resistenza umana

Il testo che leggerete è stato pubblicato sul nostro Blog dedicato alle tematiche del carcere, Le Urla dal Silenzio (http://urladalsilenzio.wordpress.com/). Nel pubblicarlo su Born Again ho tolto alcune frasi dalla premessa. Comunque chi tra i lettori di Born Again volesse scrivere a Gerri Giuffrida, può farlo a questo indirizzo..

Gerri Giuffrida
Via Camporgnago n. 40
20090 Opera (Milano)
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Alcune settimane fa una persona che stimo molto, Ebe Quaranta, mi parlò della situazione drammatica di un ragazzo, che da più di quattro mesi stava in isolamento nel carcere di Opera. E le cui condizioni fisiche, e soprattutto mentali, erano arrivate al limite. Fui naturalmente d’accordo con lei che bisognava saperne di più e parlarne. E lei mi mise in contatto con la madre, Angela Fuma.

Il ragazzo si chiama Gennaro Giuffrida, detto “Gerri”. Ha 32 anni ed è nativo di Brindisi. Di lui la madre dice “Gerry,  un ragazzo come
tanti, sognatore, appassionato di moto da strada,determinato ,socievole ,con un forte temperamento, facilmente influenzabile ,come tutti ha anche degli aspetti meno piacevoli ,come l’ essere superbo ,prepotente nei confronti della vita , ma anche insicuro su quello che riguardava l’ aspetto della sua famiglia, solo dopo aver subito il fatto e con grande rammarico (compiango i famigliari della vittima), ha capito il vero valore affettivo della vita dato che di figli ne ha due e una compagna che gli è accanto”.

Lo stesso Gerri nella lettera che ha inviato al Presidente della Repubblica scrive “Sono sempre stato un tipo debole, incapace di dire no alla gente che mi chiedeva piccoli favori, ma questa mia bontà mi ha portato ad una vera e propria tragedia. Da quando avevo 17 anni ho iniziato a prendere psicofarmaci per ansia e attacchi di panico, ma la cosa che mi faceva stare ancora meglio era l’amore della mia famiglia. Nel tempo, però, gli psicofarmaci che prendevo aumentavano. Purtroppo il troppo amore della mia famiglia ha peggiorato la mia situazione, perché anche se facevo dei piccoli sbagli, loro  mi proteggevano fino alla morte”.

Il riferimento all’ansia, agli attacchi di panico  e agli psicofarmaci, aiuta a comprendere la particolare fragilità di questo ragazzo, e la situazione delicatissima che già viveva, che poi il carcere, e il modo in cui è stato fatto valere nei suoi confronti, ha enormemente esasperato. In carcere infatti, così denunciano Gerri e la madre, sono avvenuti episodi brutali e intollerabili che sono andati a colpire una psiche già fragile ed insicura.

Inizierò citando alcuni stralci finali della lettera di Gerri, per poi pubblicare in buona parte la lettera che la madre Angela Fuma, mi ha inviato.

Ciò che veramente conta, ai nostri fini, è l’ingiustizia che Gerri subisce, a prescindere. La subirebbe anche se non fosse  innocente.

Ma quello su cui non facciamo sconti e su cui chiediamo chiarezza e giustizia totale.. E’ IL RISPETTO DELLA DIGNITA’ UMANA DI GERRI GIUFFRIDA. Il dovere morale che si faccia chiarezza sulla sua vicenda  processuale, che si sappia  se abbia subito brutalità intollerabili, e che, soprattutto si intervenga ORA, perché ora si comprenda la situazione che sta vivendo Gerri, e si faccia in modo che questa non porti a un punto di non ritorno.

Gerri è in isolamento da mesi. Le sue sensazioni di panico ed ansia, e di debilitamento fisico, frutto di un percorso carcerario che è stato un calvario, rischiano di esplodere nella soffocante situazione dell’ isolamento che gli impostogli nel carcere di Opera. Le sue lettere ormai rivelano disperazione e pensieri suicidi.

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–Uno dei frammenti finali della lettera di Gerri Giuffrida al
Presidente della Repubblica..

“Cinque mesi fa la Cassazione mi confermò la pena, e riuscirono ad
ammazzarmi per la terza volta. Aspettavo solo i carabinieri che
venissero a prendermi, e addirittura li chiamai io perché tardavano, e
quella attesa, nel vedere la mia compagna e mio figlio forse per
l’ultima volta, era tormentosa. Decisi che in carcere l’avrei fatta
finita.

L’8 giugno mi portarono nel carcere di Villa Fastiggi, dove, come in
ogni altro carcere, trovi appuntati che ti trattano come ad un
animale. E a me non andava giù, perché ritenendomi ancora innocente,
non potevo accettare le cose che loro mi chiedevano di fare, e quindi
venivo punito.

Dopo una decina di giorni mi trasferirono al carcere di Fermo. Carcere
infernale dove non c’è neanche lo spazio per fare due passi all’aria.
I dottori mi visitarono. In dieci giorni avevo perso circa 8 kg, avevo
attacchi di ansia e panico, e chiamavo sempre gli appuntati perché
chiamassero il dottore, che si trovava solo dalle 11 del mattino alle
19 della sera. Poi se chiami una guardia e dici che stai male, c’è
qualcuno che addirittura ti risponde, che quando muori poi ci si
pensa.

Ora sono arrivato a perdere 25 kg in 4 mesi e 15 giorni, e il mio
avvocato ha chiesto un periodo, che va dai sei mesi ai tre anni, agli
arresti domiciliari, in modo da potere essere curato, dato che sono
adesso 14 anni che, oltre all’aiuto della terapia, ho bisogno della
gente a me vicina. Sto malissimo e piango e basta. Non ho più voglia
di vivere. Non riesco nemmeno a vedere la televisione perché ci sono
solo cattiverie.

E’ venuto un mio medico di parte, che mi ha visitato e ha descritto le
mie precarie condizioni fisiche. Il magistrato ha chiesto il parere al
dirigente sanitario del carcere che non mi ha mai visitato.”

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–Lettera della madre di Gerri Giuffrida

(…..) Dopo la condanna definitiva della Cassazione è stato portato al
carcere di Pesaro provvisoriamente, perché lì non tengono detenuti con
condanne definitive superiori  ai dieci anni. La stessa settimana è
stato trasferito al carcere di Fermo. Lì fu un periodo infernale,
cominciò a dimagrire vertiginosamente. Mandai subito la psichiatra
accompagnata da una psicologa. Lo trovarono gravissimo, sia
fisicamente che psicologicamente. Non aveva più muscolatura e non
reagiva più agli stimoli (un marocchino nella cella si prese cura di
lui, cercava di farlo mangiare cucinandogli un po’ di riso e lo
copriva perché lui si stava lasciando morire).

Quindi accertarono  che avrebbe potuto fare un gesto inconsulto.
Subito dopo, il nostro perito ha fatto una relazione che certificava
le condizioni di mio figlio. L’avvocato ha mandato l’istanza con
questa relazione al Tribunale di sorveglianza, chiedendo per un breve
periodo i domiciliari, per dargli le giuste cure, ma l’istanza è stata
rigettata per ben due volte. Alla terza volta lo hanno trasferito a
Roma, in un carcere dove c’è un reparto in cui curano i detenuti
ammalati. Il trasferimento avvenne a sua insaputa. Lo svegliarono di
notte, dicendogli di vestirsi che doveva essere trasferito. Mio figlio
fu preso dal panico, cominciò a piangere e a supplicare le guardie di
lasciarlo lì perché stava vicino alla compagna e a suo figlio, e aveva
paura di restare solo. Ma per tutta risposta lo picchiarono senza
pietà, a calci e pugni in testa, e a calci nello stomaco e nei
fianchi. E senza soccorrerlo lo portarono in quello stadio pietoso a
Regina Coeli. Era messo così male che, quando arrivò, gli fecero
firmare che si trovava già in quello stato e che loro non c’entravano
niente. Poi lo chiusero per due giorni nudo per terra, in un buco al
buio. Lì dentro non si respirava, mancava l’aria. Ci ha raccontato che
cercava di respirare da una fessura. E a me che sono la madre, ogni
volta che lo ricordo mi sanguina il cuore. Quando siamo stati avvisati
per vie traverse del suo trasferimento, siamo partiti subito io e una
mia amica per andarlo a trovare. Ci avevano preavvisato che non
l’avemmo trovato in buone condizioni e che le guardie c’erano andate
giù pesanti. Arrivammo a Roma col cuore in gola, disperate. Ma io non
entrai, perché avevamo anche il bambino che aveva solo tre anni. Non
potevamo fargli vedere il padre in quelle condizioni, perché mia nuora
aveva capito la situazione critica. Puoi immaginare con che angoscia
rimasi fuori. Infatti, quando mia nuora entrò vide che era pieno di
ematomi giganti in tutte le parti del  corpo. La testa non si
riconosceva, la faccia rovinata, sanguinava ancora dalla bocca, e
tremava e piangeva. Non poteva muoversi né mangiare.

Avevamo deciso di denunciare tutto, ma siccome hanno minacciato mio
figlio che avrebbe passato, in quel caso, guai ancora maggiori, visto
che sarebbe dovuto tornare al carcere di Fermo, timorosi decidemmo di
non denunciare più. Un mese dopo l’hanno riportato a Fermo. Quel mese
non è stato neanche un istante bene, non facevano altro che fargli
raggi dalla testa ai piedi, e imbottirlo di medicinali, anche per la
bronchite, che gli avevano fatto venire tenendolo in quello stato.
Quel mese si è cibato solo di medicinali. Potete immaginare le
conseguenze. Una volta arrivato al carcere di Fermo, le condizioni non
miglioravano. Ormai era arrivato a pensare 49 kg tutto vestito,
perdendo 25 kg del suo peso iniziale. Per cui decisero di trasferirlo
ad Ascoli Piceno (sbattuto da un carcere all’altro come fosse un sacco
di patate), dove sarebbe dovuto essere curato dato che lì c’erano i
medici tutto il giorno (medici mai visti o quasi). Qui le condizioni
peggiorarono ulteriormente, cominciarono ad aumentare le fobie, gli
attacchi di panico, ed il bisogno d’aria, perché si sentiva soffocare.
Per la disperazione ha scavato nel muro, ma subito dopo si è reso
conto di quello che aveva fatto, ed i suoi compagni di cella hanno
tentato di coprire il danno con una tenda, ma durante la perquisizione
quel buco è stato scoperto e lui  è stato accusato di evasione. Lui
non voleva scappare dal carcere, anche perché sapeva che era
impossibile. E soprattutto c’era la speranza, se tutto andava bene,
che da lì a poco lo avrebbero preso al carcere di Gorgona, dove
avevano capito i suoi problemi ed erano disponibili ad aiutarlo.

Quindi, non considerando i problemi di mio figlio, lo sbattono ad
Ancona, nel carcere di Montacuto. Ogni spostamento per lui era un
trauma. Questo carcere era invivibile, si stava in condizioni pietose
e lui chiedeva continuamente di essere spostato, altrimenti l’avrebbe
fatta finita. Grazie ai nostri frequenti colloqui e alle lettere,
siamo riusciti  a togliergli parzialmente questa idea dalla testa,
anche se nella sua mente il pensiero ricorre continuamente. Il suo
sfogo è stato quello di danneggiare la cella, forse sperando di farsi
spostare da quel carcere infernale. Viene nuovamente accusato di
danneggiamento di beni impropri, e spedito al carcere di Opera-Milano.
Qui viene messo in punizione, con sei mesi di isolamento con il 14
bis. E la sua condizione ora è davvero drammatica. Nelle lettere
continua scrivere che sta malissimo, e alla sua compagna continua a
dire che si vuole ammazzare, che non ha senso vivere così. Noi siamo
angosciati e viviamo con il terrore che da un momento all’altro
possiamo ricevere una brutta notizia.

Voglio salvare mio figlio. Vorrei poterlo tenere a casa, per dargli
le cure di cui ha bisogno, perché con il nostro amore potrà venire
fuori da questa depressione, pur scontando la sua pena. Se non è
possibile tenerlo ai domiciliari, aiutatemi per una comunità
riabilitativa idonea.

Non si può lasciare morire così un ragazzo tanto fragile, e per giunta
innocente. Cosa possiamo fare di più di tutto quello che abbiamo
fatto? Perché nessuno ci capisce?

Vi supplico. E’ il cuore di una mamma che vi scrive. Mio figlio se
continua a stare in carcere muore. Aiutatemi a salvarlo.

Angela Fuma

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Contingenza annunciata.. di Giovanni Arcuri (carcere di Rebibbia)

by on gen.16, 2012, under Resistenza umana, Simbolo

Giovanni Arcuri è detenuto a Rebibbia da dieci anni.  Ha 54 anni,  è prossimo alla laurea, e ha scritto tre libri, di cui due pubblicati.

Contingenza Annunciata è un testo bellissimo, che ripercorre il suo percorso, dalla gioventù incontenibile e ribelle, che lo porteranno ad un eccesso che pagherà a caro prezzo in dolorosi anni di carcere, dove anche scoprirà la passione per la scrittura.

Non è una biografia, non racconta passaggi dettagliati, ma esprime il senso di una insofferenza diventata brama, desiderio di oltrepassamnto, e poi vertigine, e poi cadute, e poi risalita, e volontà di riscatto. In poche pagine si imprimono pennellate essenziali. Giovanni fin da piccolo sentiva il cappio di una vita “da buon borghese” programmata in ogni dettaglio. Volle ribellarsi a quel destino, lasciandosi trasportare dalla brama di vita, viaggi, ed esperienze. Volere andare oltre un binario già tracciato è nobile, ma Giovanni incespicò nel commercio di droga, e in una vita “di successo”, ma che lo sradicava da sè. Una vita anche avventurosa, ma troppo compromessa con mondi tossici. Cadendo conobbe dure sofferenze, ma esse non sono nulla rispetto al dolore che più lo ha tormentato e lo tormenta. Quello di avere fatto soffrire le persone care.. genitori, compagna, figlia.

La botta del carcere lo porterà a scavarsi dentro, a lavorare drasticamente su di sé, a studiare e scrivere per sopravvivere.. in un cammino arduo ma liberatorio di dignità e ricostruzione, sulla corda tesa di una rinnovata tensione morale.

Questo testo  è anche un canto della scrittura, un omaggio allo scrivere, non parole retoriche, ma incarnato delle stesse spinte che animano chi scrive, Giovanni appunto. Il carcere è diventato il luogo della sua scrittura. Due libri pubblicati.. un terzo che aspetta di esserlo. La notte, quando il sipario si apre, ed entra una gloriosa, tormentata, dolce, straziata e appassionante magia. Che può conoscere solo chi, almeno una volta nella vita si è cimentato nel foglio bianco, mentre muri, freddo e rabbia lo cingevano d’assedio. E in quel foglio cercava di fare vivere la speranza e la memoria, mentre tutto intorno i passi sembrano celebrare la disperazione.

Ed alcuni momenti vengono scolpiti.. violenti come il miglior cinema. Quando l’araldo, ad esempio -colui che apre la busta della lettera davanti ai detenuti- si trasforma in un demone. E sente il godimento sadico di assaporare tutto il caleidoscopio vorticoso di emozioni che percuotono Giovanni, mentre la mente si accalca coi pensieri intorno a quel pezzo di carta. Chi è che lo invia? Cosa c’è scritto? Forse potrebbe esssere..ecc… E l’araldo gode, dinanzi al volto posseduto dell’emozione del detenuto, di un briciolo di potere sull’anima, prima di riprendere il suo cammino.

Realtà, sogni, incubi e speranze si michiano – con un andamento soffuso e tagliente insieme- in questo grandioso pezzo, degno della migliore letteratura.

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CONTINGENZA ANNUNCIATA

Rumore di chiavi, un tintinnio incessante che è la caratteristica  principale del lavoro svolto dagli agenti di custodia.

Il cancello che sbatte, passi che danno il segnale inconfondibile dell’arrivo dell’assistente, anticamente chiamato secondino.

Rumori che rimbombano nella mia cella satura di pensieri.

Tra pochi giorni si compiranno dieci anni di permanenza in questo luogo. L’11 settembre furono abbattute le torri gemelle dalla furia omicida fondamentalista e dopo nove giorni i miei sbagli risalenti ai primi anni ’90, fecero sì che la mia vita, e di conseguenza quella dei miei cari, piombasse nel baratro. Purtroppo si arriva a metabolizzare gli errori solamente dopo averci sbattuto la testa, dopo che l’inevitabile è ormai accaduto. Ho lasciato senza la mia presenza una figlia di soli sette anni e una compagna fedele e di sani principi. Senza contare il dolore dei miei anziani genitori e dei miei due fratelli completamente estranei a questo tipo di cose.

Condannato per traffico di stupefacenti, nel caso di specie cocaina, alla pena di anni venti, meno tre da scontare per l’indulto, per un totale da espiare di anni diciassette. Così enunciava la sentenza della Corte di Appello di Roma che la Cassazione confermò. Per mio padre, avvocato in pensione, e mia madre medico legale, il colpo fu durissimo. Avevano sperato una vita diversa per il loro primogenito.

Fin da giovanissimo ero molto attratto dai viaggi e dal conoscere altre culture e modi di vita. Ricordo che fin da piccolo quando c’erano dei documentari riguardo paesi lontani  li preferivo ai cartoni animati. Volevo sapere cosa succedeva altrove, vedevo la televisione e guardavo le riviste di viaggi in paesi lontani ed esotici.

Questo interesse cominciò a modellare la mia personalità fin da giovanissimo.

Sentivo dentro di me che il bisogno di conoscere altre situazione ed altri paesi stava maturando sempre di più. Il mio non era un atteggiamento derivante dalla voglia di dimostrare a tutti i costi d’essere diverso dagli altri o di rigetto verso una vita normale; era la ricerca di qualcosa che non esisteva nel mondo che mi circondava.

Le situazioni che interessavano i ragazzi della mia età non lo erano per me nella stessa misura. La cosiddetta pappa pronta che molti invidiavano, era per me sinonimo di costrizione, d’universo chiuso. Lo studio avviato da mio padre che mi aspettava dopo la laurea, le amicizie del jet set con le loro manie e le loro ipocrisie e tutto quello che faceva da contorno non facevano per me. Forse proprio da lì è cominciato il tutto, la voglia di costruire qualcosa solo ed esclusivamente per conto mio e conoscere il mondo e la vita lontano da tutto.

Compresi poco a poco che avevo bisogno di altri spazi e altri modi per realizzare il mio io affamato di vita. Viaggiai molto e mi trasferii a soli ventidue anni negli Stati Uniti dove vissi per alcuni anni lavorando nel campo dei preziosi. Alla fine degli anni ottanta accolsi la proposta di un mio cliente venezuelano che mi propose di entrare in società di un casinò nell’isola di Maragarita. Mi trasferii quindi nei Caraibi, dove rimasi fino a  pochi mesi prima del mio arresto.

Purtroppo quando si è in giro per il mondo ci sono situazione che si prestano a farci conoscere molte persone, più  o meno oneste.

Capita ad un certo punto che si ha necessità di sopravvivere non volendo chiedere aiuto ai propri famigliari che si è lasciati sbattendo la porta. Un po’ per orgoglio, un po’ per dimostrare di essere in condizione di sopravvivere senza aiuti, alla fine si fanno delle scelte sbagliate, si utilizzano determinate relazioni per trarne profitti.

Questo atteggiamento “indisciplinato” -dico così perché solo ora mi rendo conto quanto i miei comportamenti fossero sciagurati- mi ha portato a commettere reati senza che mi rendessi conto inizialmente della loro esatta gravità. Vivevo in un mondo dove non esistevano valori veri ma solo il denaro e il successo. Era una vita sulla cresta dell’onda ed il mondo sottostante dei comuni mortali lo vedevano lontano anni luce dalla nostra dimensione.

Il dolore che provo oggi non è assolutamente di circostanza, ma è il derivato di un profondo esame di coscienza. Iniziai quasi per gioco, ma ora sto pagando a caro prezzo queste scelte sconsiderate.

Il danno causato alla società per avere favorito la vendita dello stupefacente denominato cocaina è oggi per me ragione di profonda amarezza. I giovani d’oggi purtroppo non si rendono conto del male che fanno assumendo questo tipo di sostanza che distrugge i neuroni e crea drammi inimmaginabili. Quando mi dedicavo a fare da intermediario per questo genere di transazioni non me ne rendevo conto e me ne rammarico, ma orma è inutile piangere sul latte versato.

Se la felicità esiste è forse nel raggiungimento di un equilibrio.

Una volta compresi e metabolizzati gli errori commessi bisognerebbe fare tesoro di questa consapevolezza e trovare piacere dalle cose della vita, avere coraggio, anche nei momenti difficili, sapendosi adattare alle circostanze. Ricostruire la propria vita su questi presupposti.

Questo è l’atteggiamento da tenere. Per questo oggi devo andare avanti per la mia strada facendo tesoro delle esperienze vissute, essendo sempre aperto a migliorarmi, con umiltà. Ogni sera bisognerebbe fare un esame di coscienza. Potere capire se si è fatto bene o si è fatto male. In fondo siamo i migliori giudici di noi stessi.

E’ questo quello che conta veramente, non il denaro che si ha o non si ha in banca.

Oggi tutto questo mi è chiaro, ma il prezzo da pagare è stato altissimo.

Il tempo è un lusso, come l’amore. E’ difficile comprenderlo. Si ha sempre così meno tempo per stare con le persone che c’interessano, con le persone che amiamo. Sono dovuto scendere nell’abisso carcerario per comprendere tutto questo. Chi l’avrebbe detto? Coltivare amicizie, dedicarsi a ciò che ci piace, sentire una buona musica, un viaggio… Questi dovrebbero essere i parametri del buon vivere. Come moltissimi miei simili ero preso invece da questo stressante e snervante sistema consumistico che tende ad allontanarci gli uni dagli altri, a farci indossare maschere che non ci appartengono, polverizzando i rapporti veri nella corsa al benessere a tutti i costi. Ho incontrato persone d’ambienti tra i più disparati: tra i miliardari e gli abitanti di rancho o favelas, tra il brillante ma effimero mondo del jet set internazionale e  quello dei contrabbandieri che atterravano di nascosto nella giungla su piste occasionali. Ho camminato fianco a fianco con individui degni dei migliori romanzi di Ken Follet o di Ludlum, sopportando le loro menzogne e i loro giochi di potere.

Ho letto negli occhi di molti bambini latino-americani e mediorientali, l’impossibilità di avere un’esistenza normale come tanti loro coetanei in altre parti del mondo.

Senza futuro, fra tragedie, ignoranza, guerre e morte…

Sono stato coinvolto, non lo nego, da ambizioni di denaro e di potere, quando ero così giovane da non comprendere cosa realmente era giusto o cosa non lo era, abbagliato dalle luci del successo. Ho conosciuto la virtù e la depravazione, ho camminato con santi e dannati, ma o potuto analizzare l’essere umano in tutte le sue forme e nelle situazioni più incredibili. Nel cammino della ricerca ho fatto delle scelte. Un essere umano nella vita dovrebbe fare quello che più corrisponde ai suoi bisogni, al suo stare bene con se stesso; parlo di ambiente di lavoro, luogo o paese di dimora, rapporti umani, ecc. Io ho scelto un cammino sbagliato.

Per non accettare a capo chino situazioni di vita piatta, da giovanissimo intrapresi una strada fatta di avventura, di rischio che purtroppo ha portato, dopo molti anni, delle conseguenze gravissime. C’è il dolore causato alle persone care per questa detenzione in cui indirettamente sono state risucchiate da un meccanismo a loro estraneo e lontano anni luce dal loro modo di vivere. Le mie scelte non dovevano coinvolgere indirettamente nessun altro. Provo un dolore immenso per tutto ciò che il mio arresto ha comportato. Non se lo meritavano, e non avevano nulla a che vedere con tutto ciò. Parlo dei miei genitori, di mia figlia, della mia compagna. Provo dolore anche per le persone a cui ho fatto del male indirettamente con le mie azioni scellerate.

Alla fine del 2001, venendo in Italia, venni arrestato per più ordinanze di custodia cautelare, per violazione della legge sugli stupefacenti. Tutti i fatti risalivano ai primi anni ’90.

Entrai così in un mondo parallelo che solo chi lo ha vissuto può comprendere appieno. Sono passato violentemente da una dimensione di grandi spazi, di quello che è stato il mio mondo per un quarto di secolo, a quelli ridotti alla minima potenza della cella di un penitenziario.

Pubblico oggi la seconda parte (per la prima vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/01/04/8364/) di questo testo assolutamente straordinario.. Contingenza annunciata.. scritto dall’ultimo, in ordine temporale, degli amici venuto ad aggiungersi alla squadra del Blog.. Giovanni Arcuri detenuto a Rebibbia.

Giovanni ha 54 anni, è detenuto da 10 anni, è prossimo alla laurea, e ha scritto tre libri, di cui due pubblicati.  La sua vita è stata turbolenta, appassionata, spinta all’eccesso e alla caduta da un’insopprimibile esigenza interiore che lo faceva ribollire dentro, fin da giovanissimo. Il carcere poi piombò nella sua esistenza, come dimensione di sofferenza estrema, ma anche di risveglio e di ripensamento.

Il testo di cui oggi pubblico la seconda parte, è particolarme emblematico riguardo a tutto ciò. Ancora più della prima parte, che già era intensa e splendida. Schizza, con impressioni rapide unite a riflessioni intimissime, il succedersi di spazi di anima e di viscere, che ti entrano dentro e risuonano di tutti i sogni, i pianti, i dolori, le visioni che un uomo vive dietro le sbarre.

Ed è anche un canto della scrittura, un omaggio allo scrivere, non parole retoriche, ma incaranto delle stesse spinte che animano chi scrive, Giovanni appunto. Il carcere è diventato il luogo della sua scrittura. Due libri pubblicati.. un terzo che aspetta di esserlo. La notte, quando il sipario si apre, ed entra una gloriosa, tormentata, dolce, straziata e appassionante magia. Che può conoscere solo chi, almeno una volta nella vita si è cimentato nel foglio bianco, mentre muri, freddo e rabbia lo cingevano d’assedio. E in quel foglio cercava di fare vivere la speranza e la memoria, mentre tutto intorno i passi sembrano celebrare la disperazione.

Ed alcuni momenti vengono scolpiti.. violenti come il miglior cinema. Quando l’araldo, ad esempio -colui che apre la busta della lettera davanti ai detenuti- si trasforma in un demone. E sente il godimento sadico di assaporare tutto il caleidoscopio vorticoso di emozioni che percuotono Giovanni, mentre la mente si accalca coi pensieri intorno a quel pezzo di carta. Chi è che lo invia? Cosa c’è scritto? Forse potrebbe esssere..ecc… E l’araldo gode, dinanzi al volto posseduto dell’emozione del detenuto, di un briciolo di potere sull’anima, prima di riprendere il suo cammino.

Realtà, sogni, incubi e speranze si michiano – con un andamento soffuso e tagliente insieme- in questo grandioso pezzo, degno della migliore letteratura.

Vi lascio a Contingenza annunciata.. seconda parte.. Giovanni Arcuri.. Rebibbia.

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L’esperienza della detenzione è distruttiva, a qualunque ceto sociale si appartenga. Si abbatte come un ciclone su chi vi finisce dentro e su tutti quelli che sono a lui legati affettivamente.

Colpevole o innocente non ha importanza, si è tutti sottoposti agli stessi meccanismi ed alle stesse pressioni. Lo sono anche i nostri familiari, e quindi gli affetti in generale che pagano un prezzo molto alto.

A volte, se la pena da scontare è lunga, si riesce a salvare ben poco.

Il rapporto che il carcere impone con i familiari, e più in generale con i propri affetti, è difficile da descrivere. Nel senso che ci si espone emotivamente su argomenti che provocano sofferenze ed eccessivi coinvolgimenti personali.

L’affettività, quel bisogno irrinunciabile dell’uomo in tutte le sue espressioni, viene soppressa dal carcere con risvolti a volte drammatici.

Si incrinano convincente di anni, proprio perché la totale mancanza di manifestazione affettiva scava nel profondo, pone interrogativi esistenziali, e fa emergere con violenza quel diritto di vivere e quei bisogni che il carcere inesorabilmente impedisce.

La mia vita all’interno del carcere di Rebibbia, dove sono detenuto, è passata per numerose fasi. Dopo lo shock iniziale, ho cominciato a capire che, dovendo trascorrere molti anni in queste condizioni, dovevo trovare degli interessi per non morire interiormente, e mantenere un equilibrio mentale.

Mi sono dedicato alla scrittura fin dagli inizi della mia detenzione e sono riuscito a pubblicare due libri. L’ultimo, Libero dentro, è uscito pochi mesi fa. Per la mia autobiografia ho impiegato quasi tre anni ed ora è finalmente terminata. Ho deciso però di pubblicarla solamente quando  sarò un uomo libero. Scrivere è un lavoro solitario, un lavoro che richiede disciplina, immobilità (fino a provarne il dolore nei muscoli e sul collo…) e concentrazione. Tuttavia il lavoro dello scrittore comporta nello stesso tempo una maledizione e una benedizione. La prima è rappresentata dalla pagina bianca, la seconda dal fatto  che quel biancore accecante può essere riempito in qualsiasi parte del mondo. Basta un tavolo, una sedia, una presa di corrente e una connessione a internet e molta fantasia. Solo chi si trova ad affrontare la pagina bianca può capire quanto grande o quanto piccola possa essere, a seconda dei casi. Quanto pesi o quanto possa essere leggera. E c’è un momento, quando infine le parole sono fissate sulla carta, quando il foglio ha tutte le sue formichine sopra, che sollevo gli occhi e vorrei poter guardare il mare per cercare il suo riflesso.  Nell’attesa  di vederlo, mi limito a guardare fuori dalla finestra della mia cella e spesso immagino quel mare che vorrei avere come scenario del posto dove mi piacerebbe lavorare. Per uno scrittore o un musicista, sviluppare un lavoro di qualità non è sufficiente. L’importante è che la sua opera non finisca ad ammuffirsi in qualche scatolone o cassetto di qualche casa editrice. E in quel caso conta molto anche la fortuna.

Paradossalmente ho iniziato l’avventura di scrittore tra queste quattro mura. Non sapevo all’inizio quanto tempo mi avrebbe preso farlo, anche perché tempo a disposizione  ne avevo molto.

E’ quasi sempre nella notte che comincio a scrivere, poco a poco i rumori vanno scemando, il gracchio dei televisori svanisce quando si passa la mezzanotte e un’atmosfera quasi magica pervade le mura della mia cella. Metto su l macchinetta del caffè e comincio a scrivere. Tutto questo riesce a darmi una sensazione inimmaginabile di libertà. E’ nella notte che si entra nella dimensione interiore dell’ispirazione, della riflessione e purtroppo anche dei rimpianti e della sofferenza. Quando scrivo però non sono più qui, vivo con i miei personaggi, le loro storie e le loro emozioni e sofferenze. Spesso i luoghi sono paesi dove sono stato e conosco quindi nei dettagli gli usi, i costumi, e l’ambiente in cui la vicenda si svolge. Probabilmente in stato di libertà, preso da così tante cose non sarei mai riuscito a scrivere due libri e un’autobiografia. Da questo punto di vista il carcere è stato per me un luogo dove riuscire a mettermi in discussione ed ottenere delle soddisfazioni personali che all’inizio del mio percorso non avrei mai immaginato.

Come dicevo, di solito scrivo nella notte ma oggi ho fatto un’eccezione e sto elaborando il pezzo per il Premio Goliarda Sapienza in orario pomeridiano, un orario dove comunque di solito ci si riposta.  In questo momento sono solo le quattro del pomeriggio, la conta è passata alle 15:30, e non ho sentito nessuno chiamare, ma il rumore dei passi udito precedentemente ora è sempre più forte e vicino. Dedico più attenzione a quello scalpiccio invisibile per vedere che cosa succede. Regolo il volume della radio al minimo per percepire meglio il ritmo. Ascolto, cerco di comprendere, di anticipare gli eventuali sviluppi, in modo da non trovarmi impreparato ad affrontare la contingenza annunciata da quei passi.

Spesso, da fuori delle mura del mio carcere si sente il canto degli uccellini che, con le loro melodie, contribuiscono a formare l’insieme invisibile ma palpabile della vita, la vera vita che scorre lontano, ma che purtroppo non mi trascina con sé, che mi dà soltanto la gioia di affacciarmi alla finestra e guardarla scivolare.

Alcune mattine mi sveglio presto al canto di quei volatili, e mi immagino di trovarmi in campagna, nella grande casa dei nonni materni vicino Roma, dove trascorrevo le mie vacanze estive quando avevo otto anni. Passavo tutto il giorno in mezzo agli animali, mi arrampicavo sugli alberi e mangiavo i frutti appena maturi.

A volte rimango fino all’ora della conta in questo stato quasi ipnotico e dimentico di trovarmi dove sono. In carcere basta poco per essere felici, ci si accontenta dei sogni e si viaggia con la mente.

Tra i tanti sogni c’è quello che una mattina l’agente, mentre mi apre la porta alle otto e trenta, mi dica: <<Prepara la roba, sei liberante…>>. Non succede mai, ed io continuo a straziarmi nell’illusione del sogno.

Sono avvolto dallo stesso strazio, adesso che ho abbassato la musica per sentire nel corridoio vuoto i passi interminabili.

I passi non si sono ancora fermati, dove staranno dirigendosi?

Forse continueranno per l’eternità come il tic tac dell’orologio. Non è l’ora della conta, rifletto guardando l’orologio, è quasi l’ora della posta, a volte l’anticipano.

Quei passi potrebbero essere il messaggero che porta notizie, che, belle o brutte che siano, arrivano sempre attraverso lo stesso corridoio che fende silenzioso l’umanità della gente rinchiusa.

L’agente si ferma davanti il mio blindato. C’è posta per me, notizie da fuori, dalla vita vera.

Dovrei essere contento di essere ricordato da vivi, attraverso la lettera che l’impersonale agente si appresta ad aprire.

L’araldo conosce bene il suo mestiere, sa leggere le facce, l’attesa, il dolore.

Strappa al rallentatore l’angolo della busta, mentre io, con la mente cerco di premere il pulsante dell’accelleratore e con gli occhi sbircio il nome del mittente.

Mi vede aggrondare la fronte dall’impazienza perché non sono riuscito ad identificarlo, e così si sente ripagato. Il disturbo della sua camminata cerca la ricompensa nella mia faccia tesa, ed ora l’ha trovata. Guardo la sua faccia e tremo: ha assunto lineamenti spaventosi, ha gli occhi rossi e le orecchie appuntite, o è solo una mia impressione dovuta al gran caldo.

Riconosco la calligrafia ordinata e pulita di mia sorella e leggo velocemente  la solita introduzione che, terminata, lascia spazio al resto della lettera, fatta di parole consolanti, e di suoni terribili. Leggo, ma mi sembra di udire le parole scritte, il suo singhiozzo invade la mia cella.

Il mio migliore amico, leggo, è morto, e lei, che lo ha visto crescere insieme a me, piange. Mi appaiono immagini sbiadite, sequenze disconnesse, tempi e spazi alterni, di anni scivolati  in discordanti silenzi, lui, il mio migliore amico ormai morto, ed io che passo il tempo nell’attesa infinita di riprendere a vivere.

Chiudo gli occhi e rivedo la sua vita in pochi secondi, un’intera storia passata in rassegna con la velocità della luce. Noi alle elementari a scuola insieme, al liceo maturandi. Poi il nulla. Io lasciai l’Italia dopo il primo anno di università e vi tornai dopo molti anni, ma solamente per brevi periodi.

Lo rivedevo ogni qual volta tornavo a Roma e parlavamo sporadicamente per telefono.

Gli mandavo cartoline dai luoghi più sperduti del mondo, di cui mi disse ne aveva fatto addirittura una collezione.

Nonostante lo abbia rivisto in alcune occasioni dopo la nostra separazione avvenuta quando avevamo entrambi poco più di venti anni, ora mi accorgo che l’ultimo ricordo che ho di lui è un viso da ragazzo dove la barba era appena spuntata senza uniformità.

Tanti anni sono passati da allora, siamo abituati a misurare il tempo frazionandolo in anni, mesi, giorni, ma quando si pensa ad un amico, un’amante o un parente, si misura ricordando gli avvenimenti più importanti della sua vita, a quel punto divenuti sbiaditi, oppure i lineamenti del suo viso sempre più stanco.

Penso al tempo che è scivolato furtivamente dalla mia vita, e lo spezzo in due periodi; una prima parte in cui il mio amico mi era vicino, presente e vivo; ed un’altra in cui è lontano ma ugualmente vivo, sempre fermo nei suoi vent’anni, eternamente presenti nella memoria.

Questo secondo periodo si compone di molte altre vicende, che hanno come scena il carcere dove sono. Non so se è stato felice o triste, se era amato, oppure odiato. Non so nemmeno come era il suo volto nel momento del decesso.  Ignoro se era magro o grasso, ricciuto o stempiato, sorridente o triste.

Noi in carcere conserviamo sempre un ricordo immutabile di chi muore o di chi è lontano. Ho trascorso questi anni di detenzione ricordando in modo anacronistico i miei amici, i miei parenti, le mie donne. Ricordandoli nella loro gioventù, ormai conservata soltanto da me, e cambierò le loro immagini nella mia mente, soltanto se un giorno potrò sostituirle con quelle reali, soltanto se potrò rivederli.

Nel caos di occhi sinceri, bocche indulgenti e dolci, distinguo persone appartenenti al passato, che una volta riempivano il quadro della mia esistenza.

Tutto si muove incolore, senza un ordine di spazio o di tempo.

Ne riconosco tanti, ma non tutti. Mi salutano, mi sorridono, mi fissano intensamente come l’ultima volta che li ho visti.

Quelli che non ci sono più, come il mio amico, hanno lo stesso privilegio di essere rimasti nella mia mente più giovani e più belli di quello che erano nel momento della loro morte.

Forse è per questo che ora mi sorridono: in fondo desideriamo sempre che gli altri ci ricordino belli e giovani, dopo la nostra scomparsa.

La contingenza annunciata è avvenuta come anche quella della mia vita verso la quale, a differenza del segnale dell’araldo , non avevo colto gli avvertimenti che forse avrebbero impedito questo stato di cose. In ogni caso ora chiudo la lettera e finisco di scrivere per inviarvi il pezzo.

 Giovanni Arcuri

Roma, dicembre 2011

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Amore tra le sbarre

by on apr.22, 2011, under Ispirazione, Resistenza umana

 
Quanto leggerete è stato scritto una donna che per anni ha svolto attività di infermiera in diverse carceri italiane..

Questo brano che leggerete oggi -in realtà la fusione di due brani- mostra  il carcere, e fa sentire sempre lo smarrimento, il dolore, il soffocamento esistenziale. Eppure c’è qualcosa che nobilita.. non il carcere, ma l’essenza umana che, come pianta rampicante, si incunea ribelle, vogliosa di succhiare ancora scampoli di amore, e nel succhiarli diventare.. amore.

E in questi uomini e in queste donne che strappano ogni oncia di occasione per un saluto da “innamorati” e una lettera scritta sui tavolacci, ci sono i passi -a impronta forte nella neve- dell’amore.

Leggendo mi è tornato alla mente un pezzo sublime dell’immortale Arcipelago Gulag di Alexander Solzenycin. In quel passaggio Solzenicynparlavo dell’amore nel Gulag. Ora, lo so bene che tra il carcere e i Gulag la distanza è siderale. Eppure qualche vaga affinità permette di fare rivivere alla mia anima ora il brano stupendo di Solzencyn, con queste donne (le donne nel Gulag) che si costruivano il loro “romanzo” d’amore.. rischiando letteralmente la vita… con gli incontri fugaci e quasi impossibili… e i bigliettini lanciati tra le sezioni maschili e femminili.

Voglio citare un frammento del testo bellissimo che leggerete tra poco..

“A volte gridando per farsi sentire dal padiglione maschile a quello femminile. Più spesso, sia per non essere rimproverati, sia per una forma di privacy, parlandosi facendo grandi gesti con le mani e le braccia, ad imitazione delle lettere dell’alfabeto. Una sorta di alfabeto muto per conoscersi, per farsi compagnia, per innamorarsi. A volte si parlavano fino a notte fonda. Una volta ho riso di tenerezza perché al giro di terapia del mattino un detenuto della A.S. non si presentava in infermeria. Era un lavorante. Strano, di solito era uno dei primi ad arrivare. Lui no, non per chiedere terapia, ma per portarci il caffè (naturalmente secondo la ricetta di Cicciriniella).
Quella mattina però era in ritardo. L’agente arriva e lo giustifica. “Eh, che ci vuoi fare… stanotte alla finestra, “ha fatto l’amore” fino alle tre con la sua bella”… “

Naturalmente queste immagini romantiche, i segnali in codice, le lettere, i saluti a gesti presuppongono che le sezioni maschili e le sezioni femminili di un carcere siano dirimpetto. Se fossero a molta distanza tra loro, o a una distanza sufficiente a non  permettere alcun contatto, parte di questo “romanzo” non esisterebbe. E state pur certi che potendo si cercherà sempre di stroncarle questi fili taglienti e sospesi su macerie e cuore. Perchè ogni contatto è visto con terrore, ogni comunicazione come ambigua e a doppio gioco.. e il detenuto a sua volta è visto come oggetto di pura afflittività. E c’è chi sogna un carcere di celle compatte che non si aprono mai. 24 ore al giorno chiusi in cella. Questo sognano i paranoici tra i giustizialisti. La pura segregazione, l’atomizzazione assoluta, la vita divenuta nuda, le mura dirimpetto agli occhi, all’anima e alla mente. La castrazione anche della possibilità di una poesia. Un 41 bis all’ennessima potenza, esteso però a tutti i detenuti. Questo è il loro sogno malato.

Ma nonostante tutto le piante rampicanti si arrampicano ancora..
impertinenti e ribelle al sole e alla pietra.. e si trova ancora dell’amore in carcere.. ancora poesie su qualche muro.. fogli scritti correndo alla rinfusa per la propria bella.. e urla, gesti, saluti e abbracci tra maschi e femmine, tra le sezioni maschili e le sezioni femminili..

Succede ancora qualcosa del genere in qualche carcere d’Italia..

Ringraziamo la nostra amica per averci regalato questi momenti..

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Chissà perché , però, a volte i nomi si perdono nella nebbia… Forse è la prova che il tarlo dell’indifferenza si stava annidando anche dentro di me? Sarebbe inaccettabile questo pensiero, ma forse davvero la galera cambia e cesella a sua immagine e somiglianza chi varca quei cancelli unti e cigolosi, rendendo allo stesso modo unte, cigolose e chiuse le sensibilià di chi lì dentro, per un motivo o per l’altro, si venga a trovare. Un modo per difendersi, per non cedere a emozioni che sarebbero troppo forti. Un modo per accettare… (no, sopportare,
ingoiare) quel mondo al contrario, un mondo a testa in giù, dove ogni ordine è sovvertito, ogni valore capovolte. Dove i detenuti trovano l’amore più grande del mondo parlando alla finestra con le ragazze delle sezioni femminili.

A volte gridando per farsi sentire dal padiglione maschile a quello femminile. Più spesso, sia per non essere rimproverati, sia per una forma di privacy, parlandosi facendo grandi gesti con le mani e le braccia, ad imitazione delle lettere dell’alfabeto. Una sorta di alfabeto muto per conoscersi, per farsi compagnia, per innamorarsi. A volte si parlavano fino a notte fonda. Una volta ho riso di tenerezza perché al giro di terapia del mattino un detenuto della A.S. non si presentava in infermeria. Era un lavorante. Strano, di solito era uno dei primi ad arrivare. Lui no, non per chiedere terapia, ma per portarci il caffè (naturalmente secondo la ricetta di Cicciriniella).
Quella mattina però era in ritardo. L’agente arriva e lo giustifica. “Eh, che ci vuoi fare… stanotte alla finestra, “ha fatto l’amore” fino alle tre con la sua bella”…

E, poichè era inverno, per stare in “dolce” compagnia si era preso pure una bella bronchite! Che tenerezza, davvero. Come cambiano le prospettive. Da qui sembra così strano, forse ridicolo. Persone che non si sono mai nemmeno sfiorate o guardate negli occhi che si aggrappano l’una all’altra con una forza disarmante e inattesa,
inconcepibile per noi. Se ci ripenso sì… ancora ricordo e ancora sorrido… Forse queste storie hanno salvato loro. E, poichè questi ricordi ancora mi emozionano, forse hanno salvato un po’ anche me.

Alla sera passavamo con il carrello della terapia per la somministrazione delle… droghe serali. Insieme a noi c’erano gli agenti che su di noi vigliavano e di solito ne approfittavano per raccogliere la posta. Niente mi avrebbe fatto pensare che un giorno su quelle lettere in attesa appoggiate sui cancelli ci sarebbe stato il mio nome. Il carrello doveva stare al centro del corridoio, al sicuro da mani che avrebbero potuto protrarsi per fregare qualcosa. Qualsiasi cosa. Sia per uso personale o sia da utilizzare come mercei scambio.
A qualcuno andava bene tutto. Anche una bustina di antinfiammatorio poteva valere una sigaretta. Ovvio che un tavor valeva di più. Vera e proprio moneta sonante. Entrare in certe sezioni era una passeggiata, in altre un incubo. Era più o meno ora di cena e molti detenuti stavano mangiando o cucinando. Gli odori si mescolavano. Odori di paesi lontani e di spezie stantie, di umidità e di rabbia. Ma non solo. A volte profumi di manicaretti deliziosi, ottenuti come un miracolo culinario dai pochi ingredienti a disposizione. Forse fa strano pensare che a volte c’era pure nell’aria una specie di allegria. Beh, in fondo non ci voleva tanto. Una battuta, intonare la strofa di una canzone, qualsiasi cosa che non fosse propria della galera, poteva per un attimo ricordare che quelli dietro alle sbarre non erano soltanto detenuti, ma …persone. E forse non mi sbagliavo quando avevo l’impressione che fossero proprio loro ad avere più bisogno di ricordarselo! A volte invece avevano già finito di mangiare
e qualcuno se ne stava impalato, in piedi, davanti alla tv. Ho poi avuto modo di sapere che stavano guardano programmi musicali in cui passavano le dediche scritte per loro da mamme, fidanzate, figli, che gli davano la buona notte, dicevano loro il loro affetto, facevano sentire la loro vicinanza.

Altri invece se ne stavano seduti al tavolo con il pacchetto di tabacco e le cartine tutte in fila, preparandosi da fumare per il giorno successivo. Molti, moltissimi scrivevano. Fogli densi e fitti di parole. Mi domandavo cosa avessero tanto da scrivere, nel susseguirsi di quei giorni tutti uguali. Chissà… Molte lettere erano di posta interna, per coltivare le amicizie e gli amori e le dipendenze emotive dei rapporti nati alla finestra di cui ti raccontavo nella nota precedente. Queste lettere erano per loro davvero un grande aiuto, perché erano quotidiane, quindi i discorsi avevano un filo logico che si susseguiva nel giro di poco tempo, senza aspettare le lungaggini delle Poste Italiane ( a questo proposito, non ho mai capito come mai dovessero mettere il francobollo, quando le
lettere non uscivano neanche dall’Istituto…. Mah !).

Talvolta invece la tensione rendeva l’aria irrespirabile. Tensioni accumulate in giorni, mesi, anni di vite travagliate, sgangherate, degradate, fuori e dentro il carcere. Giorni, mesi, anni di condizioni disumane, fuori e dentro il carcere. Rabbia, disperazione, frustrazione, tutto cotto al punto giusto, pronto ad esplodere come una pentola a pressione al minimo, insensato pretesto…

 

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UNA DONNA STRAORDINARIA

by on gen.27, 2011, under Bellezza, Disciplina, Ispirazione, Poesia, Resistenza umana

Fu in una sera come tante che mi imbattei in questa storia. E non l’ho più dimenticata. La raccontai, a suo tempo. E continuai a raccontarla nel tempo. Certe storie non muoiono mai, né ristagnano come crisalidi cristallizzate o polverosi classici sterilizzati. Noi diamo incarnazione alle Storie. Le Storie ci abitano. E ci scelgono allo stesso modo in cui noi scegliamo loro.

Alcune storie non ci lasciano sonnecchiare, ma continuano a chiamarci nella Spirale del Tempo. E questa storia vuole ancora vivere. E vuole essere risuscitata. Anche qui. Anche adesso.
Ci sono uomini e donne venuti sulla terra ad insegnarci il coraggio.
Rammentano in noi l’antica credenza, che mai è morta e mai morirà.
Credenza che è balsamo e bestemmia. Messaggio del tempo, tramandato tra aquiloni e cellule e scritto a lettere di fuoco e sangue sulle rocce, che dice…

Nessuno ostacolo potrà fermare lo spirito umano.

E noi stiamo là sulla soglia a toccare con gli occhi queste comete che riempirono il cielo di speranza. Potrai perdere braccia e gambe, ma se il tuo cuore è grande, un giorno ti vedremo volare.

No, nessuno ostacolo potrà fermare lo spirito umano.

È la storia di una donna straordinaria, la storia in cui mi imbattei.
Una donna giapponese. Due suoi versi:

“Volere è potere: ho impresso queste parole in mente e vissuto fin qui la mia vita, all’insegna di esse.”

“Gli uccelli sono i miei veri maestri: mi hanno insegnato a scrivere usando la bocca.”

Tsumakichi, era il suo nome. Una geisha che si trovò nel posto sbagliato al momento sbagliato. Che poi era proprio il posto in cui doveva essere per fiorire come essa è fiorita. C’era anche lei nellacasa per Geishe, Sankairo, nel quartiere a luci rosse Horie di Osaka, nel 1905, quando il proprietario della casa, in una esplosione di follia furente, dopo aver saputo del tradimento della moglie, affettò con la spada sei geishe, uccidendone cinque…

La sesta era Tsumakichi. Rimase viva, ma perse entrambe le mani. Da quel momento non poté più danzare, e comincio a peregrinare come attrice di strada in una compagnia teatrale ambulante. Dopo una tournee, nella città di Sendai, dove la compagnia era arrivata, nel locale in cui andarono ad alloggiare, Tsumakichi vide una coppia di canarini. Nonostante fossero imprigionati in un gabbia piccola e stratta, i canarini “vivevano”, cantavano con allegria e cibavano col becco i loro figli. E Tsumachiki fu come folgorata. E pensò che come loro avevano una bocca, una bocca aveva lei. Come loro facevano tutto con la bocca, non ci sarebbe stato nulla che lei non avrebbe potuto realizzare con la sua bocca!

E rammentò allora le parole del patrono di Horie: “Qualunque cosa possano fare gli altri, sono sicuro che anche noi possiamo. Dipende tutto dalla sola forza di volontà.” Questa donna indomita, che non aveva mai letto e scritto in vita sua, seguì il richiamo della sua folgorazione.

E comincio con sforzo incrollabile a studiare con la penna in bocca. In seguito divenne monaca e assunse il nome di Oishi Junkyo. Le sue opere di calligrafia e i suoi dipinti divennero celebri. Come chiunque si è spinto oltre ciò che sembrava fato implacabile e condanna, Tsumakichi si spendeva anche per destare negli altri la stessa fame, la stessa disperata e folgorante fede.

E quando parlava con gli handicappati era solita dire: “Se il problema è un corpo storpio, non c’è nulla da fare, ma cercate di non rendere storpio il vostro cuore”, soleva dire per incoraggiare gli handicappati.

Yanagi Muneyoshi, nel suo libro Shinge scrive:

“DONA TUTTO TE STESSO! ALLORA NON AVRAI MAI RIMPIANTI.”


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