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La leggenda del Grande Inquisitore
by Duncan on mar.11, 2011, under Controinformazione
La Leggenda del Grande Inquisitore è uno dei brani più celebri della letteratura universale.. si tratta di una sorta di racconto ad altissimo valore simbolico contenuto a sua volta in uno dei più grandi romanzi mai scritti, I fratelli Karamazov di Fiodor Dostoevskij.
E’ un brano che conoscevo già da tempo, ancora prima di intraprendere la lettura integrale del romanzo. Romanzo che considero un capolavoro assoluto. Ma questa è un’altra storia.
Questo brano mi ha sempre affascinato….
Fin dal suo “assurdo” e straniante assunto iniziale…
Ivan Karamazov narra al fratello Alesa una storia che sta scrivendo..
In questa storia Cristo decide di tornare nel mondo, e nello specifico sceglie la tetra Siviglia al tempo funereo della Santa Inquisizione.. epicentro di un Medioevo somigliantissimo a quello originale, ma allo stesso tempo quasi “universo parallelo”, nel quale tutto il potere è incarnato dalla sinistra figura del Grande Inquisitore… autorità di vertice della Chiesa, al quale anche i poteri secolari piegano le ginocchia tremanti. E’ una SIviglia oscura con cielo cupo del fumo dei roghi e la puzza di bruciato degli autodafè.
Cristo compare inaspettato.. nessun profeta o segno lo ha preannunciato. Di colpo appare. E di colpo senza dire una parola viene riconosciuto. Ma anche il Grande Inquisitore lo riconosce e non esita un attimo a imprigionarlo.
E già a questo punto la mia fantasia da ragazzino volava… e immaginava il film.. che film.. Cristo torna. e la Chiesa incarnata nel supremo potere del Grande Inquisitore lo arresta e lo imprigiona non come semplice nemico, ma come nemico supremo.
Già comprendete che ci troviamo dinanzi a un grande colpo d’ala letterario. Una grande “pensata” e una grande visione, checché se ne pensi poi di tutti gli aspetti relativi al merito di ciò che è scritto.
Cristo irrompe come un fattore non più di desiderato avvento o presenza.. ma come un “pericolo”… un mito da vendere alle folle, ma appunto un mito….. la sua effettiva presenza invece è destabilizzante…
“Che cosa sei venuto a fare?.. Noi non ti vogliamo.. Perchè ssei venuto a distruggere tutto l’edficio che noi abbiamo costruito…?”
Ecco io credo che esistano molti livelli di lettura per quelli che sono i grandi testi della creazione artistica universale.
Riguardo a questo brano ci si può soffermare su una interpretazione su di un piano più strettamente teologico e religioso.
Ma è un’altra l’interpretazione invece che a me affascina e quella che voglio condividere con voi..
Una interpretazione che va oltre lo stesso livello religioso..
Ossia.. vedere questo brano come una grande parabola sulla Libertà…
Il Grande Inquisitore rappresenta il Potere che sottomette la Libertà con ogni mezzo. Rappresenta la via della abdicazione al proprio essere liberi e davvero uomini per trovare la sicurezza che dà la sottomississione….
Dice a Cristo… in sostanza…
“Tu avevi tre strumenti per ottenere il potere assoluto e fare del mondo un paradiso perfettamente organizzato.. IL MISTERO.. IL MIRACOLO.. E L’AUTORITA’….. ma rinunciasti a tutto in nome della Libertà…” (ho reso il passaggio a parole mie).
Diventa allora un passaggio di rara potenza simbolica. E’ questo che lo rende grande. Pensate al riferimeno al pane… “se avessi dato il pane tutti ti avrebbero seguito…”. E per un attimo andate oltre il contesto.. ed estendete la parabola.
E pensateci.. “il pane al posto della libertà”.. Quante volte per la comodità, la sicurezza, la liberazione dalla paura, la stabilità, la soddisfazione di bisogni si è stati pronti a rinunciare alla libertà… E quante volte si è potuto rendere schiavi gli uomini con denaro, cose, promesse di stabilità, benessere e sicurezza.
E quante volte una singola persona si è trovata di fronte alla scelta tra una Libertà piena di pericoli e incertezze e battaglie da portare avanti… e la comoda catena della sottomissione… “avanti firma” sembra dire il Mefistofele del Faust.. “ti daremo tutto.. ma tu dovrai sottometterti….”
Anche gli altri sistemi sono efficaci… IL MIRACOLO.. ossia l’eccezzionale, la manifestazione di un potere fortissimo, fuochi da artificio ed effetti speciali. …. ti stupiremo e tu ti piegherai a noi.
O L’AUTORITA’… davanti a chei è al vertice disponde di goni possibile mezzo e facile sottomettersi.
Anche se IL PANE… è il potere più grande.
E allora il brano di Dostoevskji diventa emblematico e capace di paralre ben oltre il campo del cristianesimo..
E’ un canto altissimo sulla Libertà e il suo prezzo.
Osservate come il Grande Inquisitore sembra animato dalle migliori intenzioni..
“è per loro che lo facciamo.. è per la gente.. sono piccoli.. sono deboli.. sono bambini.. noi vogliamo il loro vero bene.. non tu…”
Ma qui è un gioco sottilissimo di Dostoevskji.. quale tiranno, inquisitore, autocrate, dittatore… non ha mai creduto, anche consapevolmente autoingannandosi, che ciò che lui (O loro) facevano era rivolto esclusivamente a fin di bene?
Del resto non diceva un vecchio detto.. “La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni”?
Il Grande Inquisitore parla, parla, parla… non la finisce più… è un grande retore melodrammatico.. sfoggia le migliori argomentazioni..e quasi piange commuovendosi lui stesso.. è un grande logico… tira fuori una filippica memorabile…
Ma mentre parla la sua inquietudine cresce…
Si aspettava odio o opposizione.. ostilità o ira.. Ma Cristo è una sfinge.. I suoi occhi restano calmi ed enigmatici.. mentre l’agitazione dell’Inquisitore cresce. Avrebbe preferito a quel punto la rabbia, l’ira, una reazione indignata.. un anatema per il tradimento. Ma Cristo non fa una piega..e addirittura sorride.
Finito il suo discorso il Grande Inquisitore si aspetterebbe di tutto.. ma non nquello che Cristo farà.
Cristo non dice una parola… anche qua, che grande colpo d’ala di Dostoevskji. Cristo dinanzi a un fiume di parole.. non dice una parola. Non ha bisogno di smontare nulla. Di controargomentare. Di scendere nello stesso agone dell’Inquisitore. E’ su un piano totalemnte altro. Non dice nulla… ma si alza.. e lo bacia sulla guancia..
A quel punto il Grande Inquisitore è completamente spiazzato…
E’ lui come un bambino impaurito adesso..tutta la sua inesorabile logica gli si accartoccia dentro..e rinuncia al suo stesso proposito di bruciare Cristo sul rogo..ma apre la porta e grida istericamente….
“Vattene e non venir piu… non venire mai piu… mai piu!”
Ripeto.. se abbiamo la forza di non restare ancoratii su un piano puramente religioso e cristiano.. e sappiamo trasfigurare il testo.. ci troveremo dinanzi a un grandissimo apologo sulla Libertà.
Buona lettura..
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La mia azione si svolge in Spagna, a Siviglia, al tempo piu pauroso dell’inquisizione quando ogni giorno nel paese ardevano i roghi per la gloria di Dio e con grandiosi autodafè si bruciavano gli eretici.
Oh, certo, non è cosi che Egli scenderà, secondo la Sua promessa, alla fine dei tempi, in tutta la gloria celeste, improvviso “come folgore che splende dall’Oriente all’Occidente”. No, Egli volle almeno per un istante visitare i Suoi figli proprio là dove avevano cominciato a crepitar i roghi degli eretici. Nell’immensa Sua misericordia, Egli passa ancora una volta fra gli uomini in quel medesimo aspetto umano col quale era passato per tre anni in mezzo agli uomini quindici secoli addietro. Egli scende verso le “vie roventi” della città meridionale, in cui appunto la vigilia soltanto, in un “grandioso autodafé”, alla presenza del re, della corte, dei cavalieri, dei cardinali e delle piu leggiadre dame di corte, davanti a tutto il popolo di Siviglia, il cardinale grande inquisitore aveva fatto bruciare in una volta, ad majorem Dei gloriam, quasi un centinaio di eretici. Egli è comparso in silenzio, inavvertitamente, ma ecco – cosa strana – tutti Lo riconoscono. Spiegare perché Lo riconoscano, potrebbe esser questo uno dei piu bei passi del poema. Il popolo è attratto verso di Lui da una forza irresistibile, Lo circonda, Gli cresce intorno, Lo segue. Egli passa in mezzo a loro silenzioso, con un dolce sorriso d’infinita compassione. Il sole dell’amore arde nel Suo cuore, i raggi della Luce, del Sapere e della Forza si sprigionano dai Suoi occhi e, inondando gli uomini, ne fanno tremare i cuori in una rispondenza d’amore. Egli tende loro le braccia, li benedice e dal contatto di Lui, e perfino dalle Sue vesti, emana una forza salutare. Ecco che un vecchio, cieco dall’infanzia, grida dalla folla: “Signore, risanami, e io Ti vedrò”, ed ecco che cade dai suoi occhi come una scaglia, e il cieco Lo vede. Il popolo piange e bacia la terra dove Egli passa………………
Il popolo si agita, grida, singhiozza; ed ecco in questo stesso momento passare accanto alla cattedrale, sulla piazza, il cardinale grande inquisitore in persona. È un vecchio quasi novantenne, alto e diritto, dal viso scarno, dagli occhi infossati, ma nei quali, come una scintilla di fuoco, splende ancora una luce……Ha visto tutto… …Aggrotta le sue folte sopracciglia bianche e il suo sguardo brilla di una luce sinistra. Egli allunga un dito e ordina alle sue guardie di afferrarlo. . . . . . .Le guardie conducono il Prigioniero sotto le volte di un angusto e cupo carcere nel vecchio edificio del Santo Uffizio e ve Lo rinchiudono. Passa il giorno, sopravviene la scura, calda, “afosa” notte di Siviglia. L’aria “odora di lauri e di limoni”. In mezzo alla tenebra profonda si apre a un tratto la ferrea porta del carcere, e il grande inquisitore in persona con una fiaccola in mano lentamente si avvicina alla prigione. È solo, la porta si richiude subito alle sue spalle. Egli si ferma sulla soglia e considera a lungo, per uno o due minuti, il volto di Lui. Infine si accosta in silenzio, posa la fiaccola sulla tavola e Gli dice:
“Sei Tu, sei Tu?” – Ma, non ricevendo risposta, aggiunge rapidamente: – “Non rispondere, taci. E che potresti dire? So troppo bene quel che puoi dire. Del resto, non hai il diritto di aggiunger nulla a quello che Tu già dicesti una volta. Perché sei venuto a disturbarci? Sei infatti venuto a disturbarci, lo sai anche Tu. Ma sai che cosa succederà domani? lo non so chi Tu sia, e non voglio sapere se Tu sia Lui o soltanto una Sua apparenza, ma domani stesso io Ti condannerò e Ti farò ardere sul rogo, come il peggiore degli eretici, e quello stesso popolo che oggi baciava i Tuoi piedi si slancerà domani, a un mio cenno, ad attizzare il Tuo rogo, lo sai? Si, forse Tu lo sai”, – aggiunse, profondamente pensoso, senza staccare per un attimo lo sguardo dal suo Prigioniero.
Non dicevi Tu allora spesso: “Voglio rendervi liberi?”. Ebbene, adesso Tu li ha veduti, questi uomini “liberi”, – aggiunge il vecchio con un pensoso sorriso. – Si, questa faccenda ci è costata cara, – continua, guardandolo severo, – ma noi l’abbiamo finalmente condotta a termine, in nome Tuo. Per quindici secoli ci siamo tormentati con questa libertà, ma adesso l’opera è compiuta e saldamente compiuta. Non credi che sia saldamente compiuta? Tu mi guardi con dolcezza e non mi degni neppure della Tua indignazione? Ma sappi che adesso, proprio oggi, questi uomini sono piu che mai convinti di essere perfettamente liberi, e tuttavia ci hanno essi stessi recato la propria libertà, e l’hanno deposta umilmente ai nostri piedi. Questo siamo stati noi ad ottenerlo, ma è questo che Tu desideravi, è una simile libertà?”.
- lo tomo a non comprendere, – interruppe Aljòsa, – egli fa dell’ironia, scherza?
- Niente affatto. Egli fa un merito a sé ed ai suoi precisamente di avere infine soppresso la libertà e di averlo fatto per rendere felici gli uomini. “Ora infatti per la prima volta (egli parla, naturalmente, dell’inquisizione) è diventato possibile pensare alla felicità umana. L’uomo fu creato ribelle; possono forse dei ribelli essere felici? Tu eri stato avvertito, – Gli dice, – avvertimenti e consigli non Ti erano mancati, ma Tu non ascoltasti gli avvertimenti. Tu ricusasti l’unica via per la quale si potevano render felici gli uomini, ma per fortuna, andandotene, rimettesti la cosa nelle nostre mani. Tu ci hai promesso, Tu ci hai con la Tua parola confermato, Tu ci hai dato il diritto di legare e di slegare, e certo non puoi ora nemmeno pensare a ritoglierci questo diritto. Perché dunque sei venuto? Sai Tu che passeranno i secoli e l’umanità proclamerà per bocca della sua sapienza e della sua scienza che non esiste il delitto, e quindi nemmeno il peccato, ma che ci sono soltanto degli affamati? “Nutrili e poi chiedi loro la virtù!”. Oh, mai, mai essi potrebbero sfamarsi senza di noi! Nessuna scienza darà loro il pane, finché rimarranno liberi, ma essi finiranno per deporre la loro libertà ai nostri piedi e per dirci: “Riduceteci piuttosto in schiavitù ma sfamateci!”. Comprenderanno infme essi stessi che libertà e pane terreno a discrezione per tutti sono fra loro inconciliabili, giacché mai, mai essi sapranno ripartirlo fra loro! Si convinceranno pure che non potranno mai nemmeno esser liberi, perché sono deboli, viziosi, inetti e ribelli.
…Essi sono viziosi e ribelli, ma finiranno per diventar docili. Essi ci ammireranno e ci terranno in conto di dèi per avere acconsentito, mettendoci alla loro testa, ad assumerci il carico di quella libertà che li aveva sbigottiti e a dominare su loro, tanta paura avranno infine di esser liberi! Ma noi diremo che obbediamo a Te e che dominiamo in nome Tuo. Li inganneremo di nuovo, perché allora non Ti lasceremo piu avvicinare a noi. E in quest’inganno starà la nostra sofferenza, poiché saremo costretti a mentire. Ecco ciò che significa quella domanda che Ti fu fatta nel deserto, ed ecco ciò che Tu ricusasti in nome della libertà, da Te collocata più in alto di tutto. In quella domanda tuttavia si racchiudeva- un grande segreto di questo mondo. Acconsentendo al miracolo dei pani, Tu avresti dato una risposta all’universale ed eterna ansia umana, dell’uomo singolo come dell’intera umanità: “Davanti a chi inchinarsi?”. Non c’è per l’uomo rimasto libero piu assidua e piu tormento sa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi. Ma l’uomo cerca di inchinarsi a ciò che già è incontestabile, tanto incontestabile, che tutti gli uomini ad un tempo siano disposti a venerarlo universalmente. Perché la preoccupazione di queste misere creature non è soltanto di trovare un essere a cui questo o quell’uomo si inchini, ma di trovarne uno tale che tutti credano in lui e lo adorino, e precisamente tutti insieme.
E questo bisogno di comunione nell’adorazione è anche il più grande tormento di ogni singolo, come dell’intera umanità, fin dal principio dei secoli. È per ottenere quest’ adorazione universale che si sono con la spada sterminati a vicenda. Essi hanno creato degli dèi e si sono sfidati l’un l’altro: “Abbandonate i vostri dèi e venite ad adorare i nostri, se no guai a voi e ai vostri dèi!”. E cosi sarà fino alla fine del mondo, anche quando gli dèi saranno scomparsi dalla terra: non importa, cadranno allora in ginocchio davanti agli idoli. Tu conoscevi, Tu non potevi non conoscere questo fondamentale segreto della natura umana, ma Tu rifiutasti l’unica irrefragabile bandiera che Ti si offrisse per indurre tutti a inchinarsi senza discussione dinanzi a Te;.………Tu volesti il libero amore dell’uomo, perché Ti seguisse liberamente, attratto e conquistato da Te. In luogo di seguire la salda legge antica, l’uomo doveva per l’avvenire decidere da sé liberamente, che cosa fosse bene che cosa fosse male, avendo dinanzi come guida la sola Tua immagine; ma non avevi Tu pensato che, se lo si fosse oppresso con un cosi terribile fardello come la libertà di scelta, egli avrebbe finito per respingere e contestare perfino la Tua immagine e la Tua verità?………Sappi che io non Ti temo. Sappi che anch’io fui nel deserto, che anch’io mi nutrivo di cavallette e di radici, che anch’io benedicevo la libertà di cui Tu letificasti gli uomini, che anch’io mi ero preparato ad entrare nel numero dei Tuoi eletti, nel numero dei potenti e dei forti, con la brama di “completare il numero”. Ma mi ricredetti e non volli servire la causa della follia. Tornai indietro e mi unii alla schiera di quelli che hanno corretto l’opera Tua. Lasciai gli orgogliosi e tornai agli umili per la felicità di questi umili. Ciò che Ti dico si compirà e sorgerà il regno nostro. Ti ripeto che domani stesso Tu vedrai questo docile gregge gettarsi al primo mio cenno ad attizzare i carboni ardenti del rogo sul quale Ti brucerò per essere venuto a disturbarci. Perché se qualcuno piu di tutti ha meritato il nostro rogo, sei Tu. Domani Ti arderò. Dixi”.
Ivàn, si fermò. Egli si era accalorato e aveva parlato con fervore; quando poi ebbe finito, fece improvvisamente un sorriso.
Aljòsa, che l’aveva sempre ascoltato in silenzio e verso la fine, in preda a straordinaria agitazione, molte volte aveva voluto interrompere il discorso del fratello, ma si era visibilmente trattenuto, si mise d’un tratto a parlare, come scattando:
- Ma… è un assurdo! – esclamò, arrossendo. – Il tuo poema è l’elogio di Gesu e non la condanna… come tu volevi.
E come termina il tuo poema?……….
- lo volevo finirlo cosi: l’inquisitore, dopo aver taciuto, aspetta per qualche tempo che il suo Prigioniero gli risponda. Il Suo silenzio gli pesa. Ha visto che il Prigioniero l’ha sempre ascoltato, fissandolo negli occhi col suo sguardo calmo e penetrante e non volendo evidentemente obiettar nulla. Il vecchio vorrebbe che dicesse qualcosa, sia pure di amaro, di terribile. Ma Egli tutt’a un tratto si avvicina al vecchio in silenzio e lo bacia piano sulle esangui labbra novantenni. Ed ecco tutta la Sua risposta. Il vecchio sussulta. Gli angoli delle labbra hanno avuto un fremito; egli va verso la porta, la spalanca e Gli dice: “Vattene e non venir piu… non venire mai piu… mai piu!”. E Lo lascia andare per “le vie oscure della città”. Il Prigioniero si allontana.
- E il vecchio?
- Il bacio gli arde nel cuore, ma il vecchio persiste nella sua idea.
F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano, 1979, voI. I, pagg. 263 e 282
Dialogo tra un ergastolano e un professore di filosofia (ventitreesimo scambio)
by Duncan on dic.09, 2010, under Controinformazione, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
Su un blog dedicato agli ergastolani -che io e alcuni amici abbiamo creato e amministriamo- (http://urladalsilenzio.wordpress.com/) è da tempo in corso un magnifico e potente Dialogo tra Carmelo Musumeci, figura simbolo tra gli ergastolani, persona dal profondissimo e radicale percorso, uomo generoso e vulcanico, e autore di moltissimi testi, articoli, racconti, e anche due libri.. e il professore Giuseppe Ferraro, non “semplicemente” un professore di filosofia, ma un Filosofo e un Umanista.. nella accezzione più degna che hanno queste parole.
Ci sarebbe tanto da dire su questo grande Dialogo, da tempo in corso tra di loro, e giunto adesso alla 23sima “puntata”. Ma ritornerò su di esso in qualche altro post, e riporterò altri brani. Questa volta voglio condividere anche con i naviganti che giungono nelle Terre di Born Again, proprio l’ultimissimo momento di questo Grande Dialogo.
Vale proprio la pena leggerlo..
Salutamos Compagneros
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Giuseppe caro,
ho ricevuto la tua lettera.
Ho sentito il tuo cuore amareggiato.
L’ho sentito come se fosse il mio.
Ho immaginato quello che provi quando vedi la sofferenza e l’ingiustizia sociale intorno a te.
Non si può mai essere del tutto felice quando non lo sono tutti.
Io non ci riesco!
Ho sentito la tua frustrazione.
Non ti nascondo che ci sono dei momenti che non riesco ad essere forte neppure io.
Ci sono dei momenti che desidererei essere più debole di quello che sono per farla finita di aspettare un futuro che non avrò mai.
Ci sono dei momenti che mi sento una foglia strappata alla vita e gettata in un angolo all’ombra del mondo, fra cemento armato e ferro.
Giuseppe conosco molto bene il tuo dolore.
Lo so!
Il dolore che vedi negli occhi degli altri uomini fa sempre più male del proprio dolore.
Tutte le mattine quando mi aprono il blindato lo vedo negli occhi di quell’uomo che mi è di fronte.
Un ergastolano anziano ammalato di un brutto male che cerca il mio sorriso come se fosse la cosa più importante della sua vita.
L’amore ci fa diventare migliori e purtroppo in carcere manca proprio quello.
Nessuno ama e pensa a quest’uomo.
Lo vedo sempre steso sulla branda a fissare il vuoto.
In questi giorni non gli ho sorriso perché il mio blindato è rimasto spesso accostato.
In questi giorni sono stato male, niente di grave, un semplice attacco di sciatica.
In questi giorni mi sono accorto che non sono più forte come prima.
In questi giorni mi sono accorto che l’Assassino dei Sogni prima s’è preso il mio corpo, poi la mia vita, ora la mia salute.
A volte penso di essere fortunato, io ho qualcuno cui pensare, molti non hanno nessuno.
Si, è così!
Solo chi dice di essere cattivo sa che cosa è essere buono.
Domani, anche se non starò bene, quando apriranno il blindato lo spalancherò e donerò a quest’uomo il mio sorriso come se lo donassi a te.
Te lo prometto!
Nella tua lettera di oggi ho sentito il tuo cuore amareggiato.
Non posso lasciarti con tristezza almeno questa volta.
Domenica ho parlato al telefono con la mia compagna.
Sabato vengono a trovarmi.
Sono felice.
Da Modena mia figlia mi vuole portare le ciliegie.
Mi ha detto che sono buone e dolci.
Dall’altra parte del telefono ho sorriso.
Non ho bisogno delle ciliegie.
Ho solo bisogno di abbracciare e di baciare lei.
Per cinque anni l’Assassino dei Sogni non me l’ha fatta toccare.
Ed ho sempre una paura infantile che lo potrà fare di nuovo.
I figli sono il nostro universo e non si può vivere senza abbracciare l’universo.
Giuseppe non essere amareggiato.
Quando s’è amareggiati, si ha poca energia.
L’energia è amore.
Io ho bisogno del tuo amore, come ne ha bisogno l’ergastolano anziano e ammalato di fronte la mia cella e gli operai disoccupati del nostro sud.
Abbiamo bisogno del tuo amore, come te del nostro.
Ti manderò un po’ del mio amore sabato quando abbraccerò la mia compagna e i miei figli affinché tu non ti senta in mare aperto senza né terra, né barca.
E quando abbraccerò Nadia lo farò anche per te.
La sua fede e il suo amore per questo mondo è grande e ne darà un po’ anche a te.
Giuseppe, non essere amareggiato, il mio cuore lo sente, il mio cuore sente il tuo.
Ti voglio bene.
Carmelo
2 giugno 2010
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Ti scrivo. In silenzio. Come si scrive. Sotto dettatura di una voce che s’intreccia ad altre. Ti scrivo, come sempre ci si trova a scrivere, sottovoci. Non accade sempre. Solo quando si scrive sentendosi accanto a chi si scrive. E’ come un rivolgersi dentro se stessi dove si ospita chi si pensa con affetto e che ti ospita nei suoi pensieri.
C’è quell’espediente in cinematografia, lo ricordavo l’altra volta, lo ripeto, mi colpisce. Quando qualcuno legge una lettera è la voce di chi gli ha scritto che si sente leggere. Scrivo, sento la mia voce che mi detta le parole, a una a una, cercandone le lettere sulla tastiera. Le detta per non perderle, guardando i tasti. Quando si scrive, si sente la propria voce che detta le parole. La propria? non proprio. Sento la tua voce, a scrivere c’è come una traslocazione d’intimità, ci si porta in un luogo senza luogo. Vedo il tuo sorriso, quando ti scrivo, avverto la tua ansia, penso “ai” tuoi pensieri, immagino “a” quel che immagini, guardo “al” muro che guardi, lo vedi all’improvviso quando non sei più stanco ed esci dal rifugio dei pensieri. Quando sei stanco di essere stanco il muro alza pareti. Strano. La stanchezza aiuta certe volte. Quando sei stanco l’immaginazione prende il posto dei sensi. La stanchezza aiuta. Libera, no, distrae. Deriva. Derotaia. Delira. Ci fa addormentare, dopo che nella testa si placa il turbinio della corsa in stanza dei pensieri insistenti.
Noi non amiamo la stanchezza. Siamo di quelli che non si stancano mai. Non siamo mai stanchi. Quando però ci arriva la stanchezza, si placa anche la violenza della rabbia. La usiamo e ci usa. Mette un freno, rallenta il passo che siamo pronti ad accelerare appena dopo. Chi vive la depressione si mette in uno stato di stanchezza persistente. Lo sappiamo. In carcere diventa una sorta di perdita di vita, come una perdita d’acqua alla fontana. E’ terribile quello che scrivo e che penso. No. Bisogna riprendersi ogni volta dalla stanchezza che porta alla depressione e alla follia, bisogna trovare la stanchezza del giusto. Quella che prende dopo un giorno lungo di lavoro, su se stessi. Bisogna lavorare su se stessi.
Bisogna pensare anche a un diritto alla stanchezza giusta. Ne ho sofferto maledettamente quel giorno. Ritornavo dai miei incontri. Ero stato a Bellizzi. Avevo la testa piena di voci e volti. Era stato un incontro intenso. Lo è sempre. Arrivai a casa, stanco. E questo pensai, che là avevo lasciato persone che non avevano il diritto di essere stanchi, di abbandonarsi alla stanchezza. La libertà pensai è il diritto a sentirsi stanchi e andare coi pensieri dove vogliano. E’ anche questa. Il diritto di essere stanchi. Ingiusta è la stanchezza che non libera della fatica. Quanto sono felice di vederti, anche adesso che ti scrivo. Quanto sono stato felice di vederti la prima volta. Uno che non si stanca, no, uno che non si lascia stancare. Offre il suo sorriso per la sola gioia di esistere e vedere e sentire la vicinanza. Viverla.
Tu non immagini quanta forza infondi, quanto vita effondi, quanta gioia diffondi. Grazie del “Giuseppe caro”, mi arriva come una carezza, su una stanchezza, l’avrai capito, che non è giusta. E’ questo il punto.
Tu dici l’assassino dei sogni, ma quanti sogni gli stai buttando in faccia, addosso, ai piedi, quante ferite stai procurando all’incubo con i tuoi sogni di sorriso. Esci dal blindato incroci lo sguardo della sofferenza e apri il tuo sorriso come braccia per sostenere chi sta soffrendo in quel momento. Quel che mi scrivi mi porta al tuo fianco. Mi porti in giro tra blindati e corridoi. C’è chi soffre, è malato, ed è terribile ammalarsi senza cari. Gli sorridi. Solo chi soffre sa non fare soffrire. Solo chi conosce la sofferenza sa della gioia. Sorridi a chi non resiste e sente di varcare l’ultima soglia della sopravvivenza.
Davvero è uno stare sopra la vita sopravvivere. Vivere oltre la vita. Un paradosso. Essere in un al di là che è un resto, non un oltre e in più. Un avanzo. Un resto. Quel che avanza della vita a tagliarla, a farla a pezzi. Nuda vita. Sopravvivere è questo stare sopra la vita come se ci si trovasse senza niente altro. Sopravvivere è la vita senz’altro. Senza esistenza. Nemmeno. E’ l’esistenza ridotta, stretta, fatta gabbia della vita. Semplice vita, ma non una vita semplice. Piuttosto vita senza vita. Sopravvivere è stare sopra la vita, non più nella vita, senza viverla.
Non si può essere felici quando non lo sono tutti. E’ cosi, dici bene. Il dolore che vedi negli occhi degli altri uomini fa sempre più male del proprio dolore. Dici benissimo, è così, come scrivi. Il dolore che vedi negli occhi degli altri fa più male del proprio. Ti attivi, sei pronto. Viviamo per dare vita, per dare la vita che abbiamo. Continuo a leggere la tua lettera. E’ come un abbraccio.
Grazie, Carmelo. Non resterò amareggiato. Non posso esserlo se ci sei e se mi scrivi e se ti scrivo e ti penso e se ti sto a fianco. Ti dico “grazie” e mi ritrovo a riflettere che il fine di ogni educare è la grazia. Non il dono, la grazia. L’avere grazia. Come tu hai grazia a scrivermi “Giuseppe caro”, e come sorridi a chi soffre e aspetta il tuo sorriso come un dono. Non come qualcosa. Il dono è quando ci fa dono. Chi dona non dà cosa che possa sapere e calcolare. Chi dona non fa regali. Si dona ciò che non si ha. Si dona il tempo che non si ha. Quel tempo che non si deve, non dovuto, quel che non si deve ad altro, ad altri e che si sottrae a chi lo devi per legame d’amore. Il sorriso che si deve al proprio figlio, alla propria figlia. All’amata. Quel tempo dovuto a chi si ama e che per tale è sacro. Di una relazione sacra perché dovuta senza dovere, non per costrizione, ma per natura, posso anche affermare, per natura, per un legame che non si acquista, ma che ti conquista a essere quel che sei.
Strana deviazione procura il dono. Strano delirio, un uscire fuori dalla lira del campo, fuori del solco. Dare l’avuto non dovuto, il dovere incrocia in strano modo la restituzione e quindi il giusto. La incrocia in strano modo. Donare è dare, ma come a stabilire una relazione d’inegualità. Inequivalente. Senza uguali. Solo dio può donare, mi ripeto sempre. Noi possiamo restituire. Si, certo. Solo dio può donare, può operare per dono, può perdonare.
Noi possiamo restituire. E la giustizia si dà come restituzione. Si fonda in questo modo il Diritto. Fino a quando però il diritto è giusto? Ancora una ragione di tempo, perché di tempo è fatta la relazione, nel tempo si costituisce e si toglie, si distorce e si “raddritta”. Il tempo è la relazione. Fino a quando il giusto può essere “raddrizzare”, quando si compie il diritto? quando deve finire la pena come tempo che ci vuole per ristabilire la relazione? Perché se la pena è rimettere in diritto ci sarà pure un momento in cui il diritto è raggiunto, compiuto? Carmelo, cerco di scrivere cose che appaiono confuse, e lo sono, solo perché richiedono la convergenza di due piani quello personale e quella istituzionale, quello delle regole e delle relazioni. Del testo e della sua lettura, della jus e di chi jus dicet facendosene giudice.
Ripeto: le regole senza relazioni sono vuote, le relazioni senza regole sono cieche, e tuttavia solo le relazioni rendono la regola giusta e solo le relazioni rendono giuste le regole, e le aggiustano. Ancora: le regole sono le persone che le applicano. Le istituzioni sono le persone che le rappresentano. La cosa difficile da comprendere e spiegare è questa: la giustizia nel sua massima applicazione, nel suo raggiungimento è la grazia. La giustizia che si soddisfa del suo diritto è grazia. Io ti ringrazio per quel “Giuseppe caro” che è un gesto di grazia. Così ti ringrazia chi soffrendo cerca il tuo sorriso per alleviare la sua pena. Il tuo sorriso è di grazia. E’ la tua grazia. L’espressione di una forma assoluta, assolta da ogni interesse e causa.
Il bambino è chi non può donare, ed è un dono. Una grazia di dio, si dice anche. Cosa possiamo imparare da dio e da un bambino se non ad avere grazia, nei gesti, nelle parole, nell’essere quel che siamo. Il bambino è presente. Non ricorda, ma non dimentica. Non dimentica perché non ha nulla da ricordare. Vive quel che è dato riconoscere che fa male e che bene, che gli fa bene e che gli fa male. Anche un dio, credo, pensa in questo modo o siamo noi ad aver fatto di un dio il pensiero di un bambino. Assoluto. Presente come presente si dice anche il dono, che reclama nella sua piena espressione la presenza, il presentarsi. Stare qui, per essere, non stando davanti come cosa, ma stando davanti preoccupandosi, avendo cura, stando prima del tempo, avendo cura del tempo che viene. Non essere questo e quello, ma come questo e quello essere grazia, avere grazia, nelle relazioni. Significa avere relazioni non sgraziate, non disgraziate, non rozze o meschine, senza scambio, anche senza regali.
La giustizia è la grazia. La giustizia che dà vita è grazia. Quella che dà morte è senza grazia. Mette in disgrazia. Il fine dell’educazione non è forse quello per cui si dice di una persona educata che si esprime con grazia? Non che si esprime correttamente, quella si chiama istruzione e si dice di chi è istruito. Ho ricevuto la lettera di Salvatore Ercolano. Salutalo per me. Non so quando riuscirò a rispondergli, ma digli che lo tengo in testa. Ed è come leggere di una grazia. Il suo essere come graziato. In realtà non è così. Ha scontato tutto quello che doveva, non è stato graziato, è lui che si è fatto grazia. E’ lui stesso che sente di vivere non per altro che per vivere. Non un sopravvivere di un resto, ma di un assoluto momento.
La grazia è un dono? Solo se ci fa dono. Solo se la propria vita non è dovuta ad altri che non siano i soli ai quali ci lega un tempo sacro. Dovuto, perché da loro abbiamo avuto il tempo che compie il nostro sentire. Il sorriso che tu doni è quello che tu devi alla tua bambina, resterà sempre bambina quanti anni potrà mai avere una figlia. Tu mi doni quel sorriso. Tu doni a me il segreto di quel sorriso, doni a me il suo sorriso, quel che ti fa sorridere come solo tu sai e puoi sorridere di quel tempo sacro della relazione del tuo intimo sentire. Non si sanno queste cose, non hanno sapere. La grazia è quando si è senza sapere di essere. Com’è la grazia dell’artigiano che muove le sue mani operando senza che potrà mai spiegare perché e come si fa quel che sta facendo, lo ha incorporato a tal punto che in quel che opera è se stesso che opera, tocca senza toccare, vede senza vedere, vede di là di ciò che gli sta davanti, tocca altro da quel che tocca, perché sente.
La giustizia è la grazia. Dobbiamo cominciare a parlarne. Dobbiamo cominciare a chiedere grazia per giustizia, non come qualcosa di dovuto o per tempo scaduto, ma perché ci si è fatti grazia. E tu sei grazia. Se ti ringrazio è per tale. Lo sei per tanti. Lo sei per la carezza di tua figlia, per le ciliegie che ti porta, per quel che ti porta nelle ciliegie che ti porta. Bisogna sempre vedere i gesti nelle cose, le relazioni nel tempo, e nelle mani cogliere le somiglianze. A essere giusti bisogna dare grazia. Bisogna avere grazie. E’ difficile, scriverlo è difficile quando ci s’indirizza a chi è recluso. Questa grazia però bisogna apprendere, ovunque.
L’altro giorno un uomo, uno dei disoccupati della mia terra che non mi fanno dormire la notte, mi diceva del pudore, del pudore della vita, dell’apprendere il pudore. Mi parlava del pudore in carcere, dell’apprendere il pudore in carcere. Ci è stato per ventuno anni. Persona educata, compita, accurata, nei gesti. Il pudore e la grazie. Dovremmo cominciare a parlarne. Dovremmo vederci su queste cose a Spoleto. Il pudore e la grazia, perché la giustizia è tra il pudore e la grazia, è avere pudore e dare grazia. Ingiusta è la giustizia che lascia al diritto il testo di regole da applicare senza pudore né grazia nel tempo della relazione.
Ti abbraccio
Giuseppe
19 giugno 2010
OSA CREDERE
by Duncan on nov.04, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo
OSA CREDERE
C’è una poesia stupenda, attribuita a Josei Toda, anche se non credo sia sua. E’ uno di quei rari casi in cui una poesia appartiene a un autore, ma entra nel campo vitale di un altro, quasi fosse troppo affine a quella esistenza, piuttosto che a quella di colui che l’ha generata. Certe cose sembrano talmente scritte da un altro che l’altro quasi se ne appropria, ed entrano nella sua Leggenda. E credo che potranno sforzarsi a centinaia a sottolineare come Osa Credere non sia di Josei Toda. Per ancora molto tempo a venire è al suo nome che continuerà ad essere accompagnata. Come “Lentamente muore”, scritta in realtà da Martha Medeiros, ma che quasi tutti attribuiscono a Neruda. E, in un certo senso, “vogliono” attribuire a Neruda. Il suo Mito calamita questa poesia, e forse tra qualche centinaio d’anni riuscirà ad emanciparsi da questo abbraccio. O forse mai.
Rileggendo oggi Osa Credere una serie di immagini e impressioni ha preso corpo in me, uscendo fuori senza chiedere il permesso.. alla fine di esse, la poesia di Toda (vedete, ci casco anch’io..)
Stai rubando scampoli di tempo, stari rubando battiti di sole, stai rubando istanti di sogno? Non vedi che sei tu contro l’onda, non vedi che il Banco è forte, il Casinò non perde, ragazzo? Non ti senti un ladro, un clandestino, a spiare dai muri, e a partire, bagagli e mantelli per specchiarti un minuto in un sogno; non vedi che a volte il vento è burrasca e trascina foglie oscure nel cielo? Non vedi che a volte è come saltare in mezzo alle mine? Non vedi che a volte senti solo la sabbia tra le mani? Il Banco è forte e tutto il casinò è dalla sua, e tu che pensi di fare? Perché non batti in ritirata una volta per tutte? Sarai comunque ricordato tra gli applausi… perché non segui i saggi consigli? Non vedi che sei piccolo dinanzi al Destino? Perché rubare secondi, minuti, giorni, ore, quando potresti spassartela al mare? Il Banco è potente nei suoi giochi…
Stetti un po’ silenzio, ma poi risposi:
“Ne avete di saggezza amici miei, la vostra prudenza è proverbiale… potete vincere in mille tribunali con i vostri argomenti… avete mille precedenti da far valere. La vostra voce non è malvagia, è il rassicurante canto della resa che da sempre tiene molti lontano dai guai, e chissà quante vite avrete salvato. Ma mi spiace, in milioni hanno tirato in remi in barca, c’è sempre trippa per gatti per chi sa accontentarsi, e da vecchi avremo mille ragioni per scusare la nostra viltà. Durante gli anni non ci mancheranno hobby, occupazioni e dipendenze per stordire la voce che non abbiamo voluto seguire. L’insoddisfazione sarà come un tarlo, insistente, irritante, frustrante. Ma ci hanno consegnato mille droghe per stordirci. E poi, chi ci potrà accusare?
Ci sono cose che non puoi fare, bambino, mettiti l’anima in pace, e adesso vai, che il tempo corre, tanto tra sudore e giocattoli, tra lavoro e bevute occuperai il tuo tempo. E poi l’equilibrio cosmico dove lo mettiamo? Se tutti fossero aquile, chi impersonerebbe gli altri ruoli?
Argomentazioni impeccabili, ma, mi spiace. Noi abbiamo un’altra Strada che ci chiama. E su quella Strada continuerò.
Ci sono poteri che voi non conoscete. I persiani persero a Maratona, chi ci avrebbe scommesso? Ci sono forze che smuovono montagne. Se hai un sogno, combatti per esso. Sta sicuro, alcuni giorni ti sentirai solo, alcuni giorni vedrai solo nebbia, alcuni giorni avrai le ginocchia sbucciate, alcuni giorni ti sembrerà di essere davanti al muro bianco, alcuni giorni saranno violenti come una tagliola, alcuni giorni non ci sarà una voce a incoraggiarti. È la Lunga Notte, quasi tutti mollano là. Ma è proprio quando il buio è più oscuro che è prossimo alla fine..
Adesso dammi la tua mano e ripeti come ad alta voce, perché le parole scacciano la Paura, bandisci il Dubbio, e ripeti le Parole…
Credo in quello che sono,
la mia Visione sarà incandescente nella mia mente,
nel giorno e nella notte,
affronterò il Drago nella sua tana,
seguirò la Stella irraggiungibile
e comunque vada
avrò giocato la mia Partita,
e qualunque sia l’esito,
avrò osato credere.
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Osa credere
Osa credere che c’è un canto nel tuo cuore.
Osa credere nei tuoi desideri.
Finché hai il coraggio di credere
niente potrà impedirti
di giocare il ruolo che vuoi.
Troppe persone finiscono su una strada sbagliata
fuorviate da un granello di dubbio.
Il destino si può cambiare.
Il sole è già alto sul giorno che è nato.
Troppi dicono che tutto va bene
e non capiscono perché si dovrebbe cambiare.
Troppi nascondono il loro splendore
sotto macigni di sofferenza.
Noi non dobbiamo chinare la testa
alziamoci invece cantando di gioia.
Non c’è momento migliore
dell’istante presente.
Avanzerò senza sosta
adesso che so
di aver trovato qualcosa
che mi appartiene.
J.Toda
A Francesca Diana.. di Ciro Campajola
by Duncan on ott.25, 2010, under Bellezza, Poesia, Resistenza umana
Ciro Campajola.. già altre volte la sua presenza ha aleggiato in questo Ciro campajola, già altre volte la sua presenza ha aleggiato in questo Territorio chiamato Born Again… altre sue poesie sono state pubblicate…
Ciro dalla vita estrema e tormentata, ma eternamente ribelle, indomabile, con versi che sputano sangue, ma masticano anche vita, fino all’ultimo. Con piedi che a volte sembrano squartati dal cemento, ma l’anima buona di chi rialza sempre la testa col sorriso bambino di chi porta una fedeltà nell’anima, e vuole dare a chi incontra bicchieri di un vino che è bello rosso forte, ma scalda il cuore, e se ti tiene sveglio.. direbbe Ciro.. “bevilo che è per il tuo bene, e togliti il frack”..:-)
Ciro sa rinnovarsi costantemente. Potrebbe adesso godere gli allori del suo libro pubblicato da poco. E invece è ancora qua, in pista, nella polvere, sulla strada, a tirare fuori chilometriche stanze del deserto, storie che si contano sulle dita, rabbie ancora accese, e fame che non si sazia, e il desiderio di un Luogo.. di un Luogo.. dove gli occhi che si incrociano segnanno tracce di benvenuto nel cielo e mani strette tengono lontani i lupi..
Esiste un Luogo del genere?.. Esisterà? a voi la risposta…
Vi lascio alla poesia “A Francesca Diana” di Ciro Campajola
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Prigioniero della mia libertà
Vado lamentando parole in giro
quelle strette necessarie a tenermi in vita
parole silenziose
come quando la coscienza del dolore
ti mostra l’impotenza del volere
parole trattenute
come quando
perfino un tuo respiro suona assordante
parole come quando è troppo
Poi inevitabilmente
mi devo un’ubriacante disintossicata
Ognuno di noi ha delle particolari facoltà
che nemmeno sa di avere
lo scopre solo in determinati momenti
quelli estremi
è soltanto lì che vengono fuori
anche se accumulate in ogni passo fatto
restano sconosciute fino al passo precedente
La mia facoltà è il distacco
la “disintossicata”
è una dimensione segreta
un confine nascosto tra le pieghe del mio cervello
dove l’ esterno non può seguirmi
sono i miei bar
è così che li chiamo
i bar della mia mente
costruiti su quelli delle mie strade
e sul mio stesso fegato
Sono bar come rifugi
dove il dialogo non è richiesto
e la clientela non è scelta
lo è stata
i pochi avventori non vanno per avventure
ne vengono
sono bar dove chi serve
serve solo a capire se hai soldi per un altro giro
altra tregua da mandar giù
sono bar immaginari
che non esistono
e non insistono per esistere
o sono bar reali
che esistono
e allora bevono per darsi coraggio
e lo fanno fin quando è possibile
fino all’ implacabile serranda che si abbassa
Lamento parole nude
povere di vesti
inequivocabili
evidenti
virgolettate schedate e tutto il resto
chiaramente prive di ogni altro significato che non sia il loro
parole che chiedono subito e soltanto il dunque
logorate dal ripeterne il come e il perché
parole stanche
come quando
cominci a risparmiare sui discorsi
parole svogliate
come quando
ti arrendi a un’evidenza e te ne fai ulcera e ragione
un buco nello stomaco e un altro nel cervello
Lamento silenzi per starmene in pace
lontano sia da riverite osservanze
che dalle perdute speranze
mastico rabbia muta nei binari morti dell’esistenza
“ai margini”
come dicono gli stessi stronzi che li tracciano
palesemente fuori dal gioco del rumore
eppure ancora ne alimento la sorda rabbia
come se il rumore avesse bisogno anche di me
a tutti i costi….
che poi puntualmente mi vengono attribuiti
Eppure non sogno più di pace
mi basta “starci”
non sogno più di libertà
non la urlo più ad alta voce
pago la mia quando riesco a viverla
non sogno più di giorni come orgasmi
o di amplessi finali
non sogno più sogni
cerco solo di custodire quello possibile
quello rinchiuso nel mio pensare
non più dentro il mio dire
eppure
il mio parlare silenzioso
setacciato
dosato
scelto
reso elementare
per non restare imbrigliato in parole dotte e /o duttili
il mio parlare diretto
chiaramente evidente nella sua tregua
viene ugualmente esposto al plotone
come quando urlava la “sua” libertà
il plotone vede comunque rosso quando il dire è trasparente
anche i miei silenzi fanno rumore
Sono prigioniero della mia libertà interiore
fuori l’unico suono consentito è il consenso
dov’è il senso?
L’uomo di pezza ha cambiati i suoni
ogni parola è interscambiabile
non decide più il senso
ma il prezzo
l’uomo di pezza è pazzo
L’uomo di pezzo ha cambiato orchestra
maestri strumenti e compagnia cantante
i maestri hanno cambiato strumenti
gli strumenti cambiano suono a comando
il suono si adegua di rimando
e la compagnia canta solo in contanti
L’uomo di pezza è dichiaratamente pazzo
s’innalza sovrano calpestando il popolo
e firma dall’alto la sua dichiarazione
il popolo sottostante
e non più sovrano
gli vende la ragione
e gli affida la Nazione
La canzone è sempre quella
tu la scegli
lui la arrangia
mentre la musica è in rianimazione
e in rianimazione mancano anime
L’uomo di pezza è un solo lungo zerbino
buoni cattivi e preti
demoni e santi
eroi e briganti
storia e invenzione
scienza e fantascienza
virtù e schiavitù
finzione e religione
regola ed eccezione
tutto è intrecciato nella stessa stoffa
un’unica trama tramata senza una trama pensata
o comunque sensata
intrecciata senza un filo conduttore
cucita a doppio filo a un filo di lama
una trama senza via d’uscita
se non la stessa lama che ne tagli netto il filo
il bandolo della matassa è lontano nel tempo
è andato perso
qualcuno dice occultato
qualcuno dice sia il punto inamovibile del nodo
quello che tiene insieme l’uomo di pezza
L’uomo di pezza è legato alla sua pazzia
e come un putrido virus
avanza nel suo contagio
si moltiplica a dismisura
e si riproduce a sua misura
l’uomo di pezza è un esercito rumoroso
bombarda ogni evidente ragione
per coprire il suo confuso silenzio
l’uomo di pezza tappa tutti i buchi
intrecciando ogni spazio con parole cucite a caso
l’uomo di pezza spreca la vita a rammendarsela addosso
come un disperato gesto di porre limiti alla luce
alla trasparenza che ne svelerebbe l’evidenza:
la malattia
L’uomo di pezza è solo un pupazzo infetto
non ha l’avventura del brigante
e non ne ha lo stile
attorno al suo nome non girano storie affascinati
il suo nome è sconosciuto alle leggende
e lontano dalle leggi
lui non ha mai niente da raccontare
niente mai da dichiarare
lui ha già dichiarato
firmando la sua dichiarazione
lui parla senza dire
e per non dire niente
parla troppo
lui ha stracci nel cervello
e panni sporchi da lavare
ma si guarda bene dal farlo
potrebbe scoprire che l’uomo di pezza è lui stesso
o peggio
è anche lui
ma con stracci in bocca
sugli occhi e sulle orecchie
e i panni diventano altri stracci
L’uomo di pezza è un unico zerbino
tutti dentro
buoni cattivi e preti
annodati tra di loro
da uno scheletro di stracci
la coda somiglia al capo
teme anch’essa la parola chiara
illuminerebbe altri scheletri nascosti
La libertà è una chimera
e lo è sempre stata
ma non è una qualunque fantasia
io la considero un’utile utopia
senza di essa
non avremmo la possibilità
di allevare l’unica libertà possibile
quella dentro di noi
quella che non si guarda allo specchio
ma ci guarda nella coscienza
quel lumicino che ti fa vedere meno il buio
quella fiammella che per alcuni è tutto il calore possibile
come lo è per me
malgrado la mia vita “politicamente scorretta”
malgrado la trama del mio film
zeppa di contraddizioni e sbagli
di abbagli e delusioni
di tentativi ed errori
malgrado il mio film bocciato
da un pubblico distratto e mai invitato
io la tengo ancora accesa quella fiammella
a dispetto di tutto e di tutti
alimento questa piccola luce di libertà
che non è quella del sogno
la chimera
è quella possibile
e non servono soldi o rivoluzioni per ottenerla
basta una bilancia
e dare il proprio nome ad ogni cosa
che sia un bene o che sia un male
e dopo pesare il tutto
per disfarti del peso e tenerti leggero
La libertà possibile
è’una libertà tenuta in piedi
dal peso della leggerezza
il peso più pesante
una libertà sviluppata allenando i propri giorni
con tenacia e sudore
non adottata a distanza di sicurezza
una libertà che non si nasconde
mai
negli applausi come nei fischi
una libertà che ti permette di riconoscere la puzza
e di starne alla larga
Continuo a coltivarla questa possibile libertà
come una pianta miracolosa
che non vuole altro che acqua e luce
cose trasparenti a pensarci
ecco forse perché i miei silenzi fanno rumore
per l’uomo di pezza il vero rumore è il mio vivere
è stupefacente per lui
è pericoloso per una realtà drogata
illegale per la legge di un pazzo in una trama pazza
L’uomo di pezza divide la libertà
e dice di moltiplicarla
ma ne parla comunque al plurale
mentre la mia libertà al plurale
non significa più un cazzo di niente
la storia mi dice che la libertà è unica e sola
prendersi delle libertà è tutt’altra storia
e conosco anche quella di storia
L’uomo di pezza è un pazzo puzzle
fatto di pezzi e di pizzi
scrive i prezzi sui pizzi
e poi li infilza in un altro pezzo
che ritorna il prezzo al pizzo
l’uomo di pezza è spudoratamente pazzo
L’uomo di pezza è un solo zerbino
ma è appartenente
a tutti
al capo come alla coda
alla cupola come alla coppola
poi il capo sogghigna
e la coda si indigna
poi si agita un po’
e poi….
e poi non ricorda più
L’uomo di pezza dimentica
non ricorda di essere un unico zerbino
frizzi lazzi prezzi e pizzi
vizi e sfizi
vezzi e olezzi
sono punti della stessa stoffa
pizzi dello stesso prezzo
pezzi dello stesso pazzo
pazzi dello stesso pizzo
E’pazzo il capo
è pazza la coda
il capo schiaccia la coda
e la coda si agita ma non troppo
quel tanto per mantenere intatta la vetrina
perché è la vetrina la nuova politica dell’uomo
e mandarla in mille pezzi è da pazzi
dicono i pazzi
perché la nuova politica è corretta
perché nuova la politica è corrotta
perché la correttezza serve alla corruzione
e tiene a bada l’insurrezione
perché all’educazione hanno cambiato declinazione
il buono si coniuga col buonista
e il sopruso ringrazia il silenzio con assegni a vista
L’uomo di pezza mi ha rotto il cazzo
Onde concentriche si dipanano regolari nel cielo buio
partendo da un unico dolore
fisso
costante
devastante
il dolore di una vita in agonia
attraversando a intervalli stabiliti i miei pensieri
infilandosi maligne negli sprazzi di pace
per sconvolgere con composta lucidità
il delicato equilibrio che governa la mia esistenza
E sento la mia sudata libertà in pericolo
e non so da chi difenderla
l’uomo di pezza è un unico zerbino
la coda è come il capo
e come tutto il resto
l’uomo di pezza è pazzo
E pazzo sei tu che perdi tempo a leggermi
mentre tutt’intorno il mondo cade a pezzi
e pazzo sono io che scrivo solo per te col fegato a pezzi
mentre tutt’intorno il mondo cade a pezzi
sono io che scrivo solo per te
e solo perché tu perdi tempo con me
dal momento che sia tu che io
se siamo pazzi o meno
conta zero
Fino a quando
a stabilirlo
sarà un pazzo
pupazzo
di pezza
c.campajola
Serpico.. chi era costui?
by Duncan on lug.01, 2010, under Cinema, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Serpico, chi era costui?
Ricordo il film di Sidney Lumet con Al Pacino. Il film che lo rese celebre in tutto il mondo.
Un film meraviglioso, che vidi da bambino, e da allora restò per me tra i più belli che abbia mai visto.
Serpico, solo una scritta sul muro o una medaglia d’onore?
Poliziotto italoamericano, personaggio improbabile, fuori razza e fuori tutto. Di quelli tipo Gandhi, di cui sembra incredibile anche solo immaginarne l’esistenza. Poliziotto Hippie, con quella lunga barba e occhiali neri, da ribelle in Harley Davidson più che da icona del poliziotto classico o del moderno professionista.. quella barba e quegli occhiali, quella camicia sgargiante… che Al Pacino incarnò a un tale livello da diventare più Serpico dello stesso Serpico.
Poliziotto fuori regola, cavallo purosangue, anche se di sangue misto. Che odiava gli uffici e faceva il lavoro duro, andava per le strade,sapeva mimetizzarsi e andare in ambienti che gli altri poliziotti nemmeno sfioravano e, se lo avessero fatto, li avrebbero riconosciuti lontano un miglio.
A volte viene un Alieno. Non sai che diavolo ci faccia lì. Come una puttana tra le orsoline. E il bello è che magari ti scopri che è più santa delle “pie sorelle”. Ti trovi un alieno, che ti chiedi, “ma con quanti cazzi di lavori potevi fare, che diavolo c’entri tu con la polizia..”
Ma sono questi, quelli dal bottone sbottonato, dalla parte imparata e subito bruciata, per ricominciare di nuovo, all’aria aperta, improvvisando e segnado il confine per poi oltrepassarlo. Sono questi..
“i servi disobbedienti alle leggi del branco..”
che aprono le porte che tutti tengono chiuse. E portano un ricordo di valore tra le leggi della fogna.
O solamente non muoiono di stanchezza.. di containere sigillanti, e di ruoli inamidati, di carriere programmate e di noia serale.
Ci sono vite che non seguono solo un binario. E forme di disobbedienza al servizio di più alte fedeltà.
Serpico era troppo ingenuo, o semplimente troppo idealista e Uomo per imparare la dura legge per cui tra i maiali devi saperti rotolare nella merda se vuoi sopravvivere. La buona, vecchia e dura legge del Clan, la gomma del silenzio, la pacca che ti cuce la bocca. Intasca e muto.. o almeno.. girati e sogna bambino.. che questo è il mondo dei grandi.
Si impara presto ad essere servi. Si impara presto a strisciare. Si impara presto ad arrendersi.
Si impara presto ad avere una scusa.
E quando tutti, ma proprio tutti partecipano alla porcilaia, non potrai che dire… “Vedete è proprio quello il sistema, se uno parla o si mette di traverso gli staccano il collo.. al massimo posso tirarmi fuori e vivacchiare in una mia nicchia di onestà dal capo chinato….”
Tantissimi sono così, le persone decenti che hanno un pò schifo, che sotto sotto provano ribrezzo, ma.. “che posso farci io?.. cosa posso fare contro una piramide?..”
E scegliamo la via del silenzio. E nel silenzio il male prospera come un contagio, come una pestilenza, come uno scappamento di gas nervino nella metropolitana di Tokio.
Ma altri, altri perderanno sempre la via della saggezza, il libro dei calcoli e delle opportunità, la scritta su cartone messa a tracolla “sono solo un piccolo uomo”.
Ci sono alcuni, pochi come i docici apostoli o come una “sporca dozzina” che andranno contro il Drago, senza pararsi prima il culo. E senza altro motivo che quello che, semplicemente, non possono fare altrimenti. Perché.. la merda deve pur trovare qualcuno che gli sbarra il passo..
Perché qualcuno si deve pure alzare e tentare di fermare l’orda della demenza.
Perché la vita non può essere solo tanti gessetti colorati a segnare sulla lavagna le speranze pietose o castelli chiusi in un cassetto, come uteri sotto contratto.
Alcuni hanno quelle passione fuori legge del tenere duro, costi quello che costi..
E, comunque la si pensi, Serpico era uno di questi..
Scoprì che tutta la polizia di Newyork era appestata da una tale corruzione endemica, tale da renderla una grassa puttana. La corruzione coinvolgeva ogni livello. I libri paga erano infiniti e cambiava solo il prezzo da versare. Serpico tentò a lungo di farsi ascoltare. Ma i capoccia tentarono solo di tenerlo buono con false promesse e di costringerlo in ogni modo a non.. parlare con l’esterno. Tutto tra noi.. magna magna.. arcana imperii.. non facciamo sputtanare, prego.
Dopo avere incontrato solo muri e ipocrisia, dopo essere stato ingannato e sabotato, dopo frustrazioni e insofferenza raccontò tutto al New York Times. Scoppiò uno scandalo violentissimo. Serpico fu fatto trasferire ad altro reparto e si fece in modo di fargli avere una brutta fine. Il gioco è semplice. Si fa una operazione ad alto rischio, retata di spacciatori. Tu vai avanti Serpico, ma.. mentre solitamente la squadra è subito dietro, in modo da intervenire e soccorrere all’istante l’apripista ferito, questa volta la squadra aspetto un bel mazzo di tempo dopo che Serpico, come era in programma, si beccò una bella pallottola. Contro le loro speranze riuscì comunque a salvarsi, perse quasi l’uso dell’orecchio e dovettero mollargli una medaglia d’oro al valore.
Venne, sulla scia dello scandalo scoppiato con l’articolo del New York Times e della quasi morte di Serpico, che fu subito vista con sospetto.. venne instaurata una commissione d’inchiesta guidata dal giudice Knapp che scoperchiò, per la prima volta, il pentolone. Dozzine di agenti, di detective, di ispettori, di dirigenti, furono arrestati o radiati, permettendo ad altri di dimettersi in silenzio, per salvare quello che restava della “faccia”.
La Commissione Knapp cercò di distinguere fra la grande corruzione e quella spicciola, quotidiana. Disegnò due categorie di poliziotti “on the take”, come si dice nel gergo, pagati dai criminali. I Vegetariani, i “grass eaters”, quelli che si accontentavano di brucare le banconote infilate nella stretta di mano, di fare la spesa e di cenare gratis nei negozi e nei ristoranti per non vedere quello che accadeva nei retrobottega. E i Carnivori, i “meat eaters”, i complici ingordi delle grandi organizzazioni, dei gangster, delle “famigghie”, delle quali erano la protezione e la copertura. Si parlò di “centinaia di milioni di dollari” ruminati o divorati ogni anno da vegetariani come da carnivori.
Ma Serpico dopo pochi anni, una volta calati i riflettori fu fatto fuori e allontanato.
Da allora inizio il suo grande viaggio. Durato trent’anni. Andò prima in Svizzera, e poi altrove.
Intanto il film di Sideny Lumet lo faceva entrare nella leggenda.
Da anni molti lo davano per morto. Invece è ancora vivo.. il buon vecchio Frank Serpico (come vedrete nell’articolo inserito di seguito, tratto dal sito de La Stampa).. ha 75 anni.. i capelli annodati.. parla di medicine alternative, di Buddismo, di polizia se gli fate qualche domanda.. e ancora non sembra avere messo la testa a posto.
Alcuni uomini semplicemente seguono la strada sbagliarta, con testardaggine e folle idealismo, o forse..
semplicemente non accettano di morire per crescere..
PS: di seguito l’articol tratto da La Stampa
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Lo Zen e l’arte di essere Serpico
(http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201001articoli/51567girata.asp)
Dopo 40 anni l’ex agente torna negli Usa, vive in un camper e parla di buddhismo
MARCO NEIROTTI
Nel self service biologico e salutista di Harlemville, l’uomo con i capelli lunghi e un’esistenza spalmata su settantacinque anni – quasi tranciata da una rivoltellata in viso quando ne aveva trentasei – è voce di nostalgia, stupore, rifiuto e quieta e progressiva caccia di quiete: «Dopo un’esperienza di quasi morte, come faccio a raccontarmi ancora? Sto ancora centellinando il seguito della vita». Ha cercato l’America in Europa e ora rispolvera l’Europa in America, dal Messico al Canada in camper, Mr. Serpico.
Frank Serpico, il poliziotto mitico, partì dalle strade di New York e il marcio andò a cercarlo e strizzarlo dentro i palazzi delle uniformi, dentro le pattuglie e i loro incontri, dentro i silenzi dei superiori. Emblema della rivolta dell’anima e dei sogni contro la quotidiana schifezza del potere, della corruzione avallata, rovesciò la sua impotenza, la sua verità soffocata dai superiori, su un giornale, il New York Times. Ne vennero fuori una biografia, poi un film dove Al Pacino fu più convincente di una definitiva sentenza di tribunale.
Al New York Times Frank è tornato a raccontarsi durante e dopo una colazione di passaggio: «Ho ancora incubi. Ho bisogno di aiuto e chiamo la polizia. Chi mi risponde? È la voce di un vecchio compagno di lavoro che mi odiava. Mi avvicino a una porta, incomincio a socchiuderla e quella mi esplode in faccia». Gli esplose davvero in faccia, mentre la sfondava, il 3 febbraio 1971. Serpico insisteva a metter nera sul bianco la corruzione a livelli sempre più alti nella polizia americana, veniva trasferito, finì alla Narcotici. Operazione a casa di uno spacciatore. Arrivano. Va lui avanti. Sfonda. E subito gli arriva una pallottola sul viso: «In genere quando c’è un collega colpito scatta tutto in tempi incredibili. Rimasi mezz’ora ad aspettare, sentivo che mi dissanguavo. Non avevo paura. Avevo il senso della fine e dell’inutilità». Vennero i soccorsi, vennero quando logica garantiva che le sue vene erano già svuotate, lui pallido, bianco, poi evanescente, tra poco rigido. Il tranello, la morte tessuta tra i «fratelli» di lavoro avrebbe chiuso il capitolo. Invece si salvò. Dopo gli aghi d’ospedale lo punse come un gelo la medaglia d’oro, l’onorificenza più alta. Oggi non ha scalfito l’amarezza, l’ha solo ricoperta di un sorriso affabile: «Quando ci credi, quando non sei sporco sei felice di consegnarla con una cerimonia. Non c’è mai stata una vera cerimonia. Era un incidente scomodo. Fu la porta girevole degli onori. Una medaglia come un pacchetto di sigarette. Tieni. Vai ora».
Va per l’America, quarant’anni dopo, il vecchio e solido Frank. Ci va in camper, e parla di medicina cinese, di erbe medicamentose, di shiatsu, di Zen, di musica etnica africana con i tamburi che ritmano il cuore. Con i capelli grigi raccolti in una coda di cavallo, con lo stesso sguardo suo quando incontrò l’11 febbraio 1998 a Roma l’allora vicecapo della Polizia italiana, Gianni De Gennaro per un’iniziativa di Micromega. Era identica la piega di labbra nel sorriso dell’ex sbirro irriducibile made in Italy e Usa e del giovane investigatore psicologico dalla brillante carriera legata anche alla comprensione dell’Oltreoceano.
Serpico: viandante made in Italy. Sua madre Maria Giovanna, nata in America e poi rientrata, sposò il napoletano Vincenzo Serpico, ciabattino. Stavano emigrando quando lei era incinta d’un primo figlio, ma poté partire solo lei, il marito la raggiunse dopo. Frank nacque nel 1935, crebbe nel ghetto. Ancora adesso parla di «bruccolino» per Brooklin, di giorni messo da parte a «embracitare» per ammuffire, di «dicere» per dire.
Aveva 17 anni quando si arruolò nell’esercito e «fece» per due anni Corea e Giappone. Tornò e, a vent’anni, fece gli esami per il Corpo di Polizia, uno dei migliori dieci. Là, a quel tempo, esistevano già gli agenti di quartiere. E lui era la strada. Imparava lì. Ha detto ora: «Ho fatto di tutto, dal barbone al rispettabile medico. Un attore vero. L’unica cosa che non potrei interpretare è me stesso». Però in quel frugare quotidiano palpa marciume oltre gli scalini degli ingressi di case infami e lo respira dalle uniformi e dai distintivi dei colleghi. Come l’altro napoletano emigrato in America, Giuseppe Petrosino, ingaggia una guerra. Contro la «Mano nera», il terribile Petrosino che finirà ammazzato appena arriva a Palermo nel 1909. Contro la «mano pulita» e «lurida» dei colleghi Serpico. Lo trasferiscono alla Narcotici, le sue denunce finiscono in nulla. Il sindaco Lindsay non vuole grane sotto elezioni. È solo, Frank. Lo è soprattutto nell’agguato che deve toglierlo di mezzo.
Ritira la medaglia ma se ne va. In Svizzera. Ma prima fa esplodere patacche e ornamenti di volti pubblici e pattuglie sfogandosi con un giornale, raccontandosi a Peter Maas che propaga l’esplosione con un libro. E la vampa la spande ovunque Sidney Lumet che di quella storia vera fa un film. Serpico è Al Pacino e Serpico ora dice: «Ad Al Pacino sarò riconoscente sempre. Ha capito tutto di me. Non ha creato un eroe, ma una vita». Quella che sta ancora vivendo, con il sorriso, i bonghi, il camper. Un americano qualunque.La storia del poliziotto newyorkese che smaschera la corruzione dei suoi colleghi è diventata un film nel 1973, quando il regista Sidney Lumet ha reclutato Al Pacino per la parte del protagonista. Il prototipo dell’eroe, Frank Serpico, all’inizio ha partecipato alle riprese sul set, ma in seguito è stato allontanato da Lumet che temeva un’influenza del poliziotto autentico sui suoi attori, soprattutto su Pacino. La pellicola è stata girata interamente per le strade di New York. La vicenda del «poliziotto onesto», come recitava lo slogan pubblicitario, è stata candidata all’Oscar in diverse categorie ed è valsa ad Al Pacino il suo primo Golden Globe come attore. Dal film è stata tratta anche una serie televisiva popolare negli Anni 70.

Totem Animali
by Duncan on set.27, 2009, under Ispirazione, Simbolo, video

Con questo post non presento un mio testo, nè qualcosa presa nei meandri del Web.
E’ un testo scritto apposta per noi.
Cioè si tratta di una persona.. KERRIDWEN.. che ha sperimento e imparato varie cose. Una persona che ha sulla pelle e sulle spalle una conoscenza “viva” e ho le chiesto di condividerne qualche frammento con noi. Chi mi conosce sa che ho sempre creduto nello spirito della Condivisione, in quei mille fiumi che uniti diventano una corrente impetuosa. In quel dare reciproco che ci rende tutti più saggi, più veri, più forti.. migliori.
Kerridwen ha esplorato aree insolite dell’esistenza, conoscenze di frontiera, culture simboliche, magiche, mitologiche. E dietro molto di ciò che dice c’è spesso anche tracciati di un’esperienza personale.
argomenti interessanti, spesso concernenti aree e mondi conosciuti e
Se volete, è una sorta di “collaboratrice esterna”. Non sarà iscritta al sito ma ci invierà, fin quando vorrà, del materiale interessante.
Ricordo sempre, nello spirito della Nuova Repubblica, che inviare un testo non vuol dire consigliarne la recezione supina o chiederne l’adesione fideizzante e l’accettazione acritica. Questo è un posto di anime forti e libere per anime forti e libere. Ogni lettore è anzi stimolato ad assumere un rapporto creativo con tutto ciò che legge. A cogliere ciò che vuole cogliere, o a non condividere ciò che non condivide. A recepire in toto o a porre rilievi critici. Ogni testo non chiude un discorso. Lo apre. In innumerevoli. e sempre avvolgenti, ellissi,
Con questo post inizia una serie di interventi che hanno come epicentro i Totem Animali.
E’ una sorta di introduzione generale. Seguiranno post che andranno più nello specifico.
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Una sera, un vecchio indiano Cherokee parlò a suo nipote
e gli raccontò delle battaglie interiori.
“Figlio mio”, gli disse, “la vera grande battaglia è quella che
avviene tra i due lupi che vivono dentro di noi.
Uno è il Male. E arrabbiato, geloso, invidioso, vendicativo,
sordido, arrogante, autodistruttivo, colpevole d’ogni bassezza, forte
con i deboli e debole con i forti, bugiardo, orgoglioso, egoista.
L’altro è il bene. E gioia, pace, speranza, serenità, umiltà,
gentilezza, benevolenza, empatia, generosità,
dice il vero senza ferire, conosce ed esercita la compassione e dà
fiducia”.
Il bambino penso alle parole del nonno.”Qual’è il lupo chevince?”chiese poi.
Il vecchio Cherokee sorrise: “Quello che scegli di nutrire…”
Con questa riflessione dei nativi americani,cultura che amo profondamente fin da bambina, inizio col parlare degli animali totem secondo una piccola parte della loro immensa cultura, tenendo a precisare che lo stesso animale avrà un ulteriore significato per ogni tribù confinante che va ad arricchire l’essenza, o il dono, o il suddetto significato che esso vuole trasmetterci aldilà di un sempilce pensiero, ma arrivando all’essenza del suo potere antico.Citando poi un loro detto:”è attraverso la natura che giungono gli insegnamenti,ed è alla natura che tutti ritorneremo”.
Nel preciso istante in cui un’individuo viene al mondo porta con se il suo bagaglio genetico (DNA, ceppo famigliare), ma anche quello della sua anima a livello karmico; che va inteso negli schemi da spezzare che si ripetono più volte nella stessa vita; sciogiondolo pian piano che ci si migliora, arrivando infine a realizzare il compito per cui si è scesi nella materia, il proprio dharma ossia, la chiamata dell’anima. Tornando a noi, al momento della nascita abbiamo 9 animali totem che rispecchiano i nostri talenti, i nostri punti di forza, e i punti su cui lavorare per migliorarsi o rafforzarsi. Se siamo pronti ad accoglierli, andando al di là delle apparenze, noteremo che essi sono per noi modelli di comportamento che hanno il solo fine di trasmetterci messaggi per guarire e migliorarci. Ciò avviene solo se si resta in ascolto. Ogni animale ha un compito specifico, ha il suo totem principale da diffondere; ricordando soprattutto che ogni tribù aggiunge sempre qualcosa di nuovo nel suo significato.
Il silenzio della mente calma è la sacra fertilità dello spirito capace di ricevere, e di imparare ad evocare il totem di un particolare
animale quando se ne impara a conoscere il significato. Non bisogna mai dimenticare di restare aperti con umiltà, gratitudine rispetto, amore; e accetare il tipo di aiuto che esso ci rivelerà più adatto alle nostre esigenze del momento,lasciando al di fuori ogni tipo di aspettativa….attuando solo un atteggiamneto di accoglienza totale…. per il messaggio che ci verrà recapitato, la modalità nel quale esso avverrà. Voglio sottolineare che ciò è differente per ognuno di noi. Bisogna trovare il proprio personale codice di interpretazione semplicemente osservando cio che accade, in sogno, o con un volantino trovato per terra, o se una pagina su internet si apre da sola su un particolare animale e via discorrendo.
La leggenda narra che in tempi antichi quando un iniziato, un ricercatore o un guerriero avesse avuto bisogno di una guida per comprendere meglio quella precisa fase del suo percorso, egli si sarebbe recato dal consiglio degli anziani,composto da 6 menbri seduti a Nord,(simbolo della saggezza,dei venti dell’aria). Qui (immaginando che sia tu quell’uomo in cerca, anche perché, in un ceerto senso, sei o sarai tu) ti metti al centro e poni il tuo quesito. Poi ti viene porta la borsa di medicina, con dentro vari simboli di animali di potere,e in base a ciò che pescherai ti verrà dato il responso. Quando esci di là, ti sentirai carico di energia e più determinato a proseguire nel Sentiero.Gli animali totem con cui si nasce sono 7 legati alle 7 direzioni che circondano il corpo fisico (Est, Sud, Ovest Nord, Sopra, Sotto, dentro..). Ognuno di essi ha una specifica lezione da insegnarti nel corso del tempo… e tu in qualità di ricercatore devi porti con silenzio e umiltà verso ognuno di loro. Poi c’è l’animale legato al lato destro, ossia una sorta di Padre protettore interiore, che ti dona coraggio e spirito guerriero. A seguire c’è il totem sinistro, legato alla Madre interiore, colei pronta ad accogliere e a ricevere, donando a te stesso e a gli altri ciò che hai in tess. Essa è anche il totem custode delle relazioni. Entrambi, rispetto a gli altri sette, ti guideranno per tuta la vita. Mentre gli altri cambieranno in base a ciò che nutrirai nel cammino personale.
Se volete trovare i vostri animali totem, potete disegnarvi le carte da soli,o selezionare le immagini da internet e ritagliarle. E’ una scelta personale. Oppure ci sono vari tipi di carte che si possono acquistare. Quando le avrete per le mani, dovrete consacrarle alle 7 direzioni, purificando la stanza, accendendo una candela, mettendo della musica rilassante; o, per chi può, andare in un boschetto o in un prato. Lasciatevi guidare dall’istinto personale, pronti a ricevere il vostro dono. Fate silenzio. Trovate una posizione comoda, chiudete gli occhi, respirate e lasciatevi trasportare. Quando sarete pronti scegliete le carte di nascita, partendo dall’Est, appuntandole col rispettivo animale su un quaderno. E così via, fino alle ultime 2.
Per chi non sente di farlo con le carte, ma è più portato per la meditazione e la visualizzazione, procedete chiedendo con amore ai vostri animali totem di rivelarsi a voi per relazionarvi e lavorare in simbiosi. Sia da svegli, sia, per chi ha più confidenza con i sogni e il mondo onirico, nei sogni appunto. Scegliete il metodo che più sia semplice e armonico per voi.
Dopo che li avrete scritti inizieranno pian piano a subentrare ricordi, anche di quando eravate bambini; favole che vi venivano lette, sogni ad occhi aperti. Tutta una sorta di simbologia personale insomma, con il solo scopo di farvi notare che loro sono sempre stati accanto a voi.
Tornando a le 7 direzioni e il loro significato:
L’ Est ci conduce verso le sfide spirituali che conducono all’Illuminazione.
Sud è il totem del bambino interiore, del lato innocente e puro di noi stessi; ti insegna a distinguere quando aver fiducia e quando essere umile, cercando di equilibrare il tutto senza perdere l’innocenza.
Ovest è la sede degli antenati; ti indica anche la via per realizzare la metà stabilita, attraverso la verità.
Il Nord rappresenta la saggezza e il distinguere quando parlare e quando tacere, ricordandoti di essere grato per entrambi questi aspetti.
L”animale di Sopra, è il guardiano per il Tempo del sogno, fà da ponte per altre dimensioni, e ti ricorda che vieni dalle stelle e ad esse tornerai.
L”animale del Sotto ti trasmette la stabilità che viene da dentro te stesso.
L’animale di Dentro t’insegna a difendere il tuo spazio sacro, la tua aura, dove nessuno può entrare senza il tuo permesso; e ti portan gioia e verità.
Dopo aver scelto i 7 animali, vanno estratti gli ultimi due, quelli di base, che resteranno sempre con voi durante la vita. Detto ciò, poi ognuno inizierà a rivelarsi a voi in maniera differente (piume, spot in tv, sogni etc.). Solitamente vengono usati 44 animali totem, ma ogni tradizione è diversa anche fra i Nativi Americani; figuriamoci poi nel culto celtico dove alcuni animali non compaiono. Scegliete con il vostro intuito quanti animali mettere nelle vostre carte. Poi, ogni qualvolta avrete un dubbio, una scelta da fare, un chiarimento da ricevere; prendete il mazzo e chiedete consiglio. Stessa cosa per meditazione; o per i sogni prima di coricarvi. Alla base c’è l’intento e la chiarezza della domanda.
In seguito vi parlerò dei singoli animali totem e dei loro significati secondo la cultura Nativa, ma sempre da poter arricchire con le conoscenze e il retaggio di altri popoli. Chi vuole tra i lettori potrà dire la sua, anche in base all’esperienza personale. Il dialogo è sempre una occasione creativa.
KERRIDWEN
La Cruna del Tempo
by Duncan on lug.18, 2009, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Mentre stavo ricercando un vecchio testo che una volta inviai per
email.. tempo immemorabile fa.. prima della Germania… nel ritrovarlo sono passato attraverso pagine e pagine di email scritte negli anni. E fa una certa impressione vedere i titoli delle email su Yahoo che raccontano di tutto un altro periodo e di un altro tempo. Vedi il tuo modo di scrivere, le pulsioni delle tue parole, le persone a cui scrivevi, i blocchi e le rigidità, le incazzature, le emozioni.. e tutto, tutto è diverso.
Per un attimo ti senti invadere dallo scorrere del tempo.
Doccia gelata, ma salutare come era salutare per i Guerrieri sciamani caucasici andare ad allenarsi in Siberia.. a torso nudo. Rinforzavano lo spirito, rinvigorivano il corpo.
Salutare perché il tempo ci scuote, come una campana che trapassa la notte, ci risveglia alle mille piccole onde centrifughe che ci disperdono e ci portano lontano dalle nostre spinte più profonde. La mutevolezza della Grande Ruota ti riporta sul selciato, sul sentiero stretto della reviviscenza.
E le orde dei pensieri vengono ricacciate, i mille teatrini che sorgono su di te come rampicanti e lucertole non sono più così
importanti. In silenzio senti quello che si perde e quello che viene.
In silenzio osservi i tuoi giorni e ammaestri il tuo tempo. In silenzio usi l’urgenza, che viene come inquietudine, ma tu la converti in alleata. Senza urgenza saresti comodo. Senza urgenza ti adageresti.
Nell’urgenza dai vigore al tuo silenzio. Nell’urgenza affili la spada.
Ogni giorno che passa è un monito. Libera e libera. Purifica e purifica. Rendi testimonianza ai tuo battiti. Concentrati sul valore più alto. Screma le idiozie, le conventicole, le parole vuote.
Allenta e rilassa le articolazioni.
Fai salire il livello mentale seguendo la Linea, e poi riportalo indietro.
Rendi tesi i muscoli, sperimenta momenti di tensione totale.
La tensione totale nel buio. E poi espandi il ventre, finché non provi.. calore.
Ecco, ora sei pronto, per ricominciare ancora, e ancora, ogni prossimo giorno che verrà.
Vedi le voci del tempo, coloro che si persero, coloro che tornarno, coloro che sono solo andati a farsi fare un giro. Lasci le porte aperte, ma non vai a caccia. Ciò che tu sei attirerà chi è pronto a venire.
Vedi i frammenti di storie, i volti graffiati sulle querce, le lotte di quartiere, il tuo mondo dai piedi spezzati di tanti anni fa.
Tutto è diverso sotto le onde del tempo. Di quello che ero un tempo quasi nulla è rimasto.
Pietra su pietra, abbattere tutto.
Solo una cosa è rimasta. Il Cuore. Il Cuore non è cambiato..
La notte tramonta. Affilare la spada. Accogliere il silenzio.
Aspettare i demoni.
Passare per la cruna del tempo.
Ogni giorno sarà un giorno da battaglia..
Per la vita e per la morte…
che tutto ciò che esista di degno in questo mondo vi colmi l’anima e il corpo amici miei..



