Born Again

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Vampiri Energetici

by Duncan on ott.16, 2011, under Controinformazione, Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Vi è mai capitato di entrare in un lougo e sentirvi inspiegabilmente carichi e sereni? Oppure depressi e malinconici. E soprattutto, vi è mai capitato di stare con alcune persone e sentirvi forti, sicuri, pieni di entusiamo, di fiducia, di passione? Oppure di ritornare a casa dopo alcune ore passate con altre persone e sentirvi cupi, stanchi, pesanti, sfiduciati, deboli?

E’ una esperienza che davvero poche persone possono dire di non aver vissuto.

Bene, quelle persone che sembrano indebolirci, che si aggrappano come cozze allo scoglio inondandoti di negatività, che se c’è un barlume di positività in te fanno di tutto per spegnerlo, ch ese hai qualche speranza la fanno appassire.. quelle persone che con la loro sola presenza ti trasmettono stanchezza e tensione.. sono ladri di energia.

Vampiri.

Questo testo lo raccolsi diversi anni fa. Si può considerarlo esclusivamente il parto di una mente disturbata. Si può anche prenderlo totalmente alla lettera e diventare preda della paranoia, fissandosi sulle parole e vedendo  vampiri ovunque. Entrambe queste strade sono un vicolo cieco.

Si può vedere invece il messaggio, il nucleo vivente, la sperimentata sensazione viscerale che queste visioni e teorie portano con sé, per trarne insegnamento per la nostra esperienza di vita. Radicalizzare in potenti immagini evocative è una delle mosse geniali dell’arte fantastica per colpire l’immaginario destandolo dal torpore con l’effetto tellurico delle sue geniali  metafore. La storia che stiamo narrando adesso è stata già rappresentata da grandi opere di fantasia.

Dal film “Essi vivono” di John Carpenter, alle varie versioni de “L’invasione degli ultracorpi”, da “Matrix” al “Vampiri” di Dilan Dog. La grande arte fantasy è da sempre specialista  nel narrare i lati oscuri reali estremizzandoli in operazioni simboliche che provocano uno scuotimento della coscienza. In questo senso è “etica”, a differenza della fantascienza di puro intrattenimento. E il ritorno costante di questa metafora è un buon indizio del fatto che essa risponde a una sensazione diffusa a livello esistenziale.

Nel testo che leggerete c’è una intervista a Mario Corte che nei primi anni 2000 scrisse un testo sui vampiri energetici.

 A un certo punto dell’articolo Mario Corte dice “gli uomini si riconoscono, senza alcuna possibilità di errore, dall’attitudine a usare il loro potere, grande o piccolo che sia, per fare doni agli altri, mentre i Vampiri usano il potere sempre ed esclusivamente per ottenere energia”.

Vampiro è allora un termine-evocativo che ci aiuta a centrare la mira. Vampiri sono quelli che prendono ma non danno, quelli che ti sfruttano fino al midollo per poi buttarti via quando non sei più utile.. quelli che hanno un atteggiamento puramente strumentale e che operano come predatori.

Ma vampiri non sarebbero solo individuoi che incointriamo per la via. Vampiri sono quelle strutture mediatiche, economiche, politiche che prosperano sulla diffusione di immagini e sensazioni di sfiducia, impotenza, apatia.. e soprattutto paura.. E mi viene in mente Dune “la paura uccide la mente.. la paura è la piccola morte che uccide la mente..” Paura-paura-paura, ecco il mantra di  un sistema-vampiro. Sistemi che prosciugano energia e fiducia, perchè più le persone sono deboli e impotenti più sono docili e manipolabili.

Un altro passaggio interessante è quando Corte dice “Dove c’è confusione c’è vampirismo. Dove l’atmosfera è dominata dalla prepotenza, dal salto logico, dalle affermazioni categoriche, dalle astuzie dialettiche, dall’idea che la ragione stia tutta da una parte e il torto tutto da un’altra, dove con l’altro si dialoga non per apire, ma solo per affermare, lì c’è vampirismo.”

E’ la metafora che conta. Il succo è che ci sono persone capaci di fare stare male gli altri. E ci sono persone insieme alle quali stai bene. Ci sono persone che ti fanno sentire su di giri.. e persone che ti sfiancano in un mare di negatività… Persone che sembra ti prosciughino. Questo è il succo del “vampirismo energetico”, fenomeno che in un certo senso è sempre stato conosciuto, anche se ha assuno metafore e simboli differenti nel corso del tempo.

La metafora dei vampiri è utile perchè è l’ennesimo invito alla esistenza. In una realtà in cui lo scambio energetico è costante è un overe essere forti. Lasciarci guidare dal nostro potere interiore non a forze esterne. E’ questo ciò che si intende con Sovranità Personale.

E’ una metafora che ci ricorda anche che.. c’è chi costruisce catene.. hi è soggiogato da catene.. e chi spezza le catene..

Salutamos Compagneros

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I vampiri? Ladri di energia

di Giampiero Cara

Abbiamo incontrato lo scrittore romano Mario Corte, autore di un libro

straordinario, intitolato “Vampiri Energetici – Come riconoscerli,

come

difendersi” (Ed. Il Punto d’Incontro). Secondo lui, i vampiri non sono

solo

creature mitiche, che succhiano il sangue in Transilvania, ma anche e

soprattutto persone reali, che succhiano energia agli altri per

riempire il

proprio vuoto interiore. Una visione rivoluzionaria ed affascinante,

anche

se a tratti inquietante, che lasciamo che sia lo stesso Mario Corte a

spiegarci in dettaglio nel corso della lunga intervista che segue.

VAMPIRI, TRA MITO E REALTA’

- Come, quando è perché é nato tuo interesse per i “vampiri

energetici”?

“L’interesse per il mondo dei Vampiri energetici ha cominciato a

piantare un

campo-base dentro di me in due diversi momenti: il primo, assai lungo

per la

verità, è stato il momento dell’esperienza; il secondo, brevissimo ma

traumatico, il momento della coscienza.

“Il primo è durato praticamente tutta la vita, contrassegnato da

esperienze

molto dure; dure non perché a me siano capitati eventi in assoluto più

gravi

di quelli che capitano ad altri, ma perché, per natura, io ero portato

a

vivere qualunque cosa restando sempre in un contatto molto stretto con

i

sentimenti, senza tutte quelle anestesie psicologiche alle quali si

ricorre

normalmente per non soffrire.

“Il secondo, il momento della coscienza, è cominciato solo pochi anni

fa,

quando mi sono reso conto, senza possibilità di ritorno, che esisteva

un

confine molto preciso tra persone ‘comuni’ e altre ‘vaccinate contro

l’

elemento S’ (dove S sta per Sentimento), cioè persone che sono state

private

di energia al punto tale da subire una sorta di mutilazione, di

asportazione

dei sentimenti più semplici e umani. E il Vampiro è esattamente

questo:

qualcuno che non è più in grado di vivere i sentimenti come una

risorsa

naturale, un alimento, una luce, ma li tratta come cose strane,

complicate,

inutili, dannose. Il ricordo di qualcosa che lui non ha più lo

incattivisce,

lo spinge a combattere l’Elemento S come se ne avesse il mandato

divino, a

tentare di debellare anche negli altri sottigliezze, sfumature,

scrupoli e

noiose necessità di fondare la vita sul senso di giustizia. Come è

avvenuto

per lui, pretende che anche gli altri sostituiscano il sentimento

debellato

con una serie di vuote contraffazioni: sentimentalismo, auto-

mitizzazione e

retorica di sé, verniciatura generale di valori politici, ideologici,

culturali o puramente pratici.

“Il momento della coscienza è stato come il risveglio in un incubo

tanto

cercato quanto temuto, comunque duro, perché tra i ‘vaccinati’ ho

riconosciuto gente che aveva attraversato il mio cammino in

precedenza,

gente che lo attraversava in quel momento e gente che era stata sempre

nella

mia vita e che ora, come il Re della fiaba, girava disinvoltamente

senza più

indosso gli abiti di quell’illusione che fino a quel punto mi aveva

annebbiato la vista; e mi sorrideva, oppure mi minacciava, ma in ogni

caso

continuava imperterrita a giocare i suoi giochi energetici. Allora ho

accettato una verità che da sempre mi ero rifiutato di accettare: che

gli

uomini si riconoscono, senza alcuna possibilità di errore,

dall’attitudine a

usare il loro potere, grande o piccolo che sia, per fare doni agli

altri,

mentre i Vampiri usano il potere sempre ed esclusivamente per ottenere

energia”.

- Quali sono le principali somiglianze e differenze tra il mito

letterario

del vampiro e il “vampiro energetico” di cui parli nel tuo libro?

“Le analogie sono moltissime, e inquietanti, tanto che, come spiego

nel

libro, sembra quasi che tra i due tipi di Vampiro vi sia più una sorta

di

simbiosi che una semplice somiglianza metaforica. Anzi, se qualcuno

credesse

all’esistenza dei Vampiri, gli verrebbe spontaneo pensare che sia

proprio il

Vampiro umano il preparatore di una condizione infernale in cui chi è

abituato a fare il predatore in vita lo fa anche dopo la morte. Ma io

mi

occupo di Vampiri di questo mondo, e posso solo dire che, come il

Vampiro

letterario si nutre del sangue per alimentare la sua illusione di

esistere,

così quello ‘umano’ si nutre di energia per costruire mondi illusori

dove

trovare riparo e intrappolare le sue vittime. Per ogni genere di

Vampiro l’

illusione è fondamentale: illusione di esistere, illusione della

superiorità

di certi esseri su altri esseri (come se esistessero una ‘razza

predatrice’

e una ‘razza preda’), illusione di poter evitare in eterno l’incontro

con la

vera faccia che li guarda dallo specchio ogni mattina. Anzi, a

proposito di

specchi, c’è una chiara analogia anche riguardo a uno dei modi per

sconfiggerli: riuscire a metterli davanti allo specchio, dove vedranno

riflesso qualcosa che non gli piacerà affatto, cioè il proprio nulla.

“Un’altra analogia sconcertante con i Vampiri dell’oltretomba è che ai

Vampiri umani non interessa assolutamente nulla di noi come persone:

loro

hanno un fine da perseguire e noi, anche se rientriamo in qualche modo

nei

loro programmi, vi rientriamo in qualità di risorse, non di persone.

Entrambi si avvicinano alle prede con il semplice intento di

soddisfare una

squallida necessità ‘alimentare’: mai per scambiare, ma solo per

prendere.

“Ma l’analogia più inquietante, forse, è quella che ha a che fare con

il

momento in cui si svelano, in cui per la prima volta riusciamo a

scorgere in

loro i segni inequivocabili della loro condizione, in cui ci

incontriamo con

l’orrenda sorpresa di scoprire in loro il predatore e in noi la preda:

quella è davvero una cosa insostenibile; è un po’ come scoprire una

brutta

malattia. È in quel momento che quasi sempre scegliamo non solo di

rinunciare a lottare, ma di rinunciare a sapere, e torniamo a

illuderci, a

sperare di esserci sbagliati.

“Le differenze, invece, purtroppo per noi, vanno tutte a vantaggio dei

Vampiri. Mi spiego meglio: il Non-morto letterario può farci pena solo

prima

di scoprirne la vera natura, dopo no; se ci fa pena mentre gli

tendiamo una

trappola per mettergli davanti uno specchio o per mostrargli la croce

o per

colpirlo al cuore con un punteruolo, per noi non ci sarà salvezza, e

quell’

esitazione non solo ci costerà la vita, ma vorrà dire anche entrare a

nostra

volta nella schiera dei Non-morti.

“Il Vampiro umano, invece, può farci pena sempre, anche dopo che lo

abbiamo

scoperto con i denti conficcati nelle nostre vene, perché, in fondo,

non ci

sta mica uccidendo: ci sta solo privando della nostra dignità e della

nostra

forza vitale. Ecco la trappola: noi crediamo veramente che, per il

solo

fatto di non avere i denti aguzzi e il colorito tombale lui non sia

pericoloso. Ma esattamente come il suo omologo d’oltretomba, il

Vampiro

umano è preda di una forza negativa che lo possiede, e quella forza è

implacabile. La persona può ‘farci pena’, la Forza-Vampiro no. Ma se

cederemo alle sue brame vampiriche non avremo affatto pietà per la

persona,

ma per la Forza che la domina. Nutriremo questa e spingeremo sempre

più noi

e lui verso l’abisso”.

I VAMPIRI E LE LORO VITTIME

- Nel libro entri molto in dettaglio a proposito delle varie tipologie

vampiriche e delle loro caratteristiche, ma se dovessi sinteticamente

rivelare, in poche righe, la caratteristica essenziale comune a tutti

i

vampiri energetici, quale sceglieresti? O, se preferisci, visto che il

vampiro, come sottolinei più volte, è una forza e non un individuo,

che

cos’è soprattutto che permette alla forza vampiro di impossessarsi di

qualcuno?

“Terrò le due risposte distinte, anche se le due domande tendono a

convergere. Una delle caratteristiche più comuni all’azione vampirica

è la

tendenza a compiere piccoli atti di malignità, di maleducazione, o di

semplice mancanza di gentilezza, come non rispondere a una domanda o

lasciar

cadere nel vuoto un’osservazione o non ricambiare un saluto, o un

sorriso.

Atti che sono pieni di sostanza negativa, ma che, se denunciati,

diventano

semplici mancanze di forma. Così noi, se ci offendiamo, vuol dire che

siamo

formali, mentre lui, che è pratico e va al sodo, è una persona di

sostanza.

Lui infrange certe regole in vigore tra gli esseri umani; noi, pur

notando

il suo comportamento, neanche ci offendiamo; ma, se parleremo di

quella

circostanza, faremo la figura di chi si offende.

“Un’altra caratteristica comune a tutti i Vampiri è che operano

rigorosamente alle spalle delle loro vittime. Intendiamoci: non solo

alle

spalle, ma comunque sempre anche alle spalle. E non importa se

l’azione

proditoria preceda, segua o accompagni le aggressioni dirette contro

di noi,

perché comunque non può mancare. Il Vampiro non può fare letteralmente

a

meno di lavorare anche alle spalle. Così come non può fare a meno di

farci

arrivare in qualche modo l’eco di ciò che di nascosto sta facendo: è

tenuto

a questa osservanza come certi demoni sono tenuti a mescolare sempre

qualche

verità alle loro menzogne. Ed è così che si svela, quando tenta di

farci

‘firmare’ quello che ha già detto ad altri di noi. Ho conosciuto un

Vampiro

che aveva raccontato in giro che la sua preda era in gravi difficoltà

economiche. Ebbene, questo Vampiro, quando incontrava la preda,

infarciva i

suoi discorsi di caute, ‘ingenue’ allusioni a debiti, gioielli

venduti,

ipoteche su case e altri argomenti correlati con una rovina economica,

sperando che la vittima ‘firmasse’ almeno uno degli argomenti sui

quali lui

aveva costruito la sua squalifica sociale. Bastava che la vittima, pur

non

‘firmando’ nulla, si lasciasse andare a qualche generica espressione

di

preoccupazione di tipo economico perché il Vampiro si sentisse

abilitato a

rincarare la dose di menzogne ai suoi danni presso terze persone.

“Per quanto riguarda l’altra domanda, la Forza-Vampiro si impossessa

di una

persona in seguito a sofferenze, delusioni, lacerazioni, traumi,

privazioni

affettive. Ma attenzione: questo non toglie nulla né alle

responsabilità

della persona, che sopporta la maligna presenza della Forza-Vampiro e

che ne

sfrutta tutta la malizia, né alle strategie di difesa e di

contrattacco che

è giusto adottare verso i Vampiri da parte dei non-Vampiri. Purtroppo,

invece, il fatto che i Vampiri abbiano sofferto diventa una chiave

culturale

di straordinaria importanza a loro vantaggio, come tutti gli argomenti

basati su concetti del tipo ‘con quello che mi è capitato’ o ‘parli

bene tu,

ma che ne vuoi sapere’ o ‘vorrei vedere te al posto mio’. Argomenti

micidiali, di fronte ai quali o ci si arrende, o si rischia di fare

della

morale bacchettona (del tipo “sì, ma questo non ti giustifica

affatto”), o

addirittura di ritrovarsi a fare loro da terapeuti, per guarirli dai

traumi

che hanno cambiato la loro vita. Ma lì bisogna fare attenzione, e

farsi tre

domande: qual è il confine tra la comprensione e l’erogazione delle

energie

vitali di cui quella persona ha bisogno per compensare le proprie

perdite? E

perché noi, proprio noi, che nella sua vita siamo innocenti, siamo

stati

scelti da lui per fornirgli quelle energie che altri gli hanno

sottratto? E

infine, è proprio vero che la nostra vita è stata così

straordinariamente

migliore della sua? Ma farsi domande è quasi impossibile, quando si è

in una

trappola vampirica, e allora, senza accorgercene, preferiamo donare

energia”.

- Quali sono, per contro, le caratteristiche che maggiormente ci

predispongono ad essere “vittime” dei vampiri?

“La vittima perfetta è quella che ha subito gravi privazioni

d’affetto, ma,

nonostante ciò, ha resistito all’infezione vampirica e non è divenuta

a sua

volta preda della Forza-Vampiro. Queste persone, infatti, proprio

perché

bisognose d’affetto e di attenzione, sono portate a scambiare certi

atteggiamenti vampirici per attenzione personale, o per affetto,

finendo per

cedere facilmente a rapporti nei quali danno tutto senza ricevere

nulla e, a

volte, per accettare relazioni ‘effettive’ segnate da violenze

psicologiche

o persino fisiche.

“Quando parlo di ‘conservazione della specie degli innocenti’ mi

riferisco,

oltre che ai bambini, anche a queste persone, verso le quali dobbiamo

conservare un rispetto pieno, riservando ai Vampiri tutto la

riprovazione

che, per una deviazione culturale, tendiamo a gettare addosso a chi

cade in

certe trappole. I vampiri si avvalgono enormemente del fatto che la

società

tende a condannare gli ‘ingenui’ molto più dei ‘furbi’. Conservare il

rispetto verso chi è vittima di un Vampiro è un’operazione ardua per

chi,

come avviene in questa società, è abituato a scrollarsi di dosso il

problema

dei predatori addebitandolo alle prede; ma è un’operazione in grado di

cambiare sostanzialmente qualcosa nel modo di percepire le cose della

vita,

preparando scenari in cui il parassitismo dei Vampiri venga infine

escluso

dal novero dei valori sociali e restituito al suo livello di scoria

dannosa”.

LA “FORZA ANTIVAMPIRO”

- E quali sono, infine, le caratteristiche fondamentali della

“forza-antivampiro” che anima chi vuole difendere l’innocenza dagli

attacchi

di vili predatori? E che consigli daresti alle stesse vittime per non

farsi

sopraffare?

“La caratteristica primaria della Forza-AntiVampiro è quella di

rendere

invulnerabili alla tentazione di sacrificare gli innocenti alle brame

dei

Vampiri. Un AntiVampiro può anche decidere di sacrificare se stesso,

ma mai

un innocente al suo posto, esattamente come può perdonare qualunque

cosa a

proprio nome, ma mai perdonare per conto terzi, assumendosi la

responsabilità di sollevare un Vampiro dal peso di un atto di

aggressione a

un innocente. Quella tentazione è l’anticamera della morte, e la

Forza-Vampiro è una forza troppo viva e sveglia per addormentarsi in

cambio

di favori dai Vampiri.

“La Forza-AntiVampiro è una Forza che accompagna ogni situazione al

suo

miglior destino, una Forza contro la quale la vigliaccheria dei

Vampiri si

infrange, costringendoli a smettere il loro gioco. È la Forza che,

quando

proprio deve intervenire, lo fa per risolvere la questione, non per

intrattenersi con essa. La Forza-AntiVampiro ci impedisce di

vergognarci dei

nostri sentimenti, ci spinge ad andare per la nostra strada, ci fa

impiegare

le energie nella cura del nostro progetto di vita, dei nostri affetti,

dei

nostri valori, senza tangenti ai Vampiri. I ‘figli’ della Forza-

AntiVampiro

sono persone che non lanciano sfide a nessuno ma che, se vengono

sfidate da

un predatore, raccolgono ogni sfida, senza eccezioni e senza

esitazioni.

“Per non farsi sopraffare dai Vampiri, infine, c’è una sola strada:

rendersi

conto che è in atto un gioco energetico proprio nel momento in cui

quel

gioco ha luogo. A partire da lì, tutto può diventare più facile,

perché le

varie tecniche collaterali (non raccogliere le provocazioni, non

reagire mai

con senso di scandalo, non lasciare mai sul tavolo una sola fiche

energetica

puntata dal Vampiro) presuppongono comunque il supremo sforzo di

riuscire a

cogliere l’attimo esatto in cui avviene l’aggressione. Se quello

sforzo

riesce, in quel momento si sprigiona un’enorme quantità di energia.

“Essere svegli in quel momento significa sapere senza ombra di dubbio

che

durante un gioco energetico anche il Vampiro sta spendendo un’energia,

sta

puntando una posta. Da quella percezione si passa a una sorta di

tremore

interno, di emozione paragonabile a quella che si prova nello

spogliatoio

prima di una partita molto importante, o prima di un esame da quale

dipende

il nostro futuro. Quel tremore interno (che è la prova che il nostro

motore

energetico è in moto) può prendere due strade: 1) trasformarsi in

pietà per

la Forza-Vampiro che ci troviamo di fronte e spingerci a compiacere il

Vampiro in tutti i modi possibili (come se servirlo fosse il più

grande

onore), con il risultato di sprecare sia la nostra energia sia quella

che il

Vampiro aveva puntato come ‘posta’ energetica; 2) provocarci una sorta

di

spontanea interruzione del dialogo interno, in grado di farci vedere

quei

fotogrammi della realtà che prima ci sfuggivano, di dare alla

pellicola la

velocità che vogliamo noi, ed eventualmente di usare il tasto ‘pause’

per

osservare i gesti del Vampiro e studiare il suo comportamento. In

quest’

ultimo caso, l’energia sarà stata usata bene, e difficilmente il

Vampiro si

sfamerà.

- Visti soprattutto, ma non solo, gli avvenimenti di questi ultimi

tempi,

con politicanti senza scrupoli che non esitano a versare sangue

d’innocenti

per fare i loro più che discutibili interessi, ti sembra si possa

legittimamente dire che il mondo è dominato da vampiri?

“Io credo che il mondo sia dominato dai Vampiri perché noi non-

politici ci

accostiamo alle cose della politica imitando i politici, cioè

rimescolando

in un unico guazzabuglio mentale aspetti razionali, etici e politici

dei

grandi temi che ci sollecitano e ci sovrastano.

“Noi non-politici dobbiamo imparare a testimoniare la giustizia: solo

quella. La politica è una degna e utile professione, ma è una

professione

che richiede di fare solo i propri interessi e di ‘stare da una parte’

e non

dall’altra. Per questo bisogna avere ben chiaro il confine tra la

valutazione morale e la valutazione politica di un fatto. Un politico

è

portato a mescolare assieme i due elementi e a dare giudizi morali

mentre

sta facendo politica. Un politico ha sempre da sostenere punti di

vista

utili alle sue strategie, ma pretende di presentare le argomentazioni

a

sostegno di quei punti di vista come il frutto di una oggettiva e

serena

valutazione morale dei fatti. E questo è assai meno naturale, perché

questo

spetta a noi, non a loro. Ma noi, purtroppo, mentre stiamo esprimendo

i

sentimenti che stanno nel nostro cuore, ci ritroviamo, quasi senza

accorgercene, al loro fianco, perché siamo convinti che senza di loro,

che

sono potenti, non si otterrà nulla.

“Faremo un grande passo in avanti verso la giustizia sulla Terra

quando

capiremo che dobbiamo agire in proprio, rinunciare alle loro

prestigiose

sponsorizzazioni, ai loro marchi, ai loro gadget. Ci muoveremo in modo

efficace e organizzato solo quando capiremo che agire accanto a loro è

un po

‘ come visitare un terreno da trasformare in parco per bambini in

compagnia

di uno degli speculatori che vogliono costruirci case o fabbriche.

- In base alla tua esperienza, in quale campo della vita sociale e/o

personale vedi particolarmente all’opera forze vampiriche?

“Dove c’è confusione c’è vampirismo. Dove l’atmosfera è dominata dalla

prepotenza, dal salto logico, dalle affermazioni categoriche, dalle

astuzie

dialettiche, dall’idea che la ragione stia tutta da una parte e il

torto

tutto da un’altra, dove con l’altro si dialoga non per capire, ma solo

per

affermare, lì c’è vampirismo. La malattia vampirica non si può mai

identificare con uno specifico ambiente, campo o potere. Magari fosse

così:

i buoni starebbero tutti da una parte e i cattivi dall’altra. Noi

saremmo

oppressi, è vero, ma saremmo anche coscienti della nostra uguaglianza

civile

di fronte a un nemico potente.

“Purtroppo queste sono fiabe: il vampirismo è trasversale. È una delle

sue

caratteristiche fondamentali, ed è una delle chiavi della sua potenza.

Certi

personaggi politici, per esempio, fanno più impressione dei Vampiri

che

abbiamo accanto, e attirano tutta la nostra preoccupata attenzione, ma

solo

perché gli diamo un’importanza spropositata, perché ne facciamo dei

miti,

seppur negativi, perché permettiamo loro di occupare l’intero nostro

orizzonte psicologico. Mentre noi dibattiamo, litighiamo, ci

accapigliamo su

grandi temi politici nelle case, negli uffici, nelle piazze, nelle

trasmissioni televisive, in Parlamento, nel frattempo padri e madri

terrorizzano bambini innocenti, e fa poca differenza che ciò avvenga

con la

brutalità fisica o con il potere delle parole taglienti, degli sguardi

sprezzanti, dell’indifferenza che annichilisce la dignità; nel

frattempo,

vengono abbandonate a se stesse persone che una parola, un sorriso, un

gesto

di amicizia potrebbero salvare dalla rovina o dal suicidio; nel

frattempo,

quasi ottomila italiani l’anno, tra cui donne, bambini, anziani,

muoiono

ammazzati, schiacciati, bruciati sulle nostre strade, assassinati

dalla

guida pericolosa, dall’ansia di arrivare primi di gente che non

rispetta

nessuna regola, di gente che è tra noi, con cui prendiamo l’ascensore,

che

ci saluta frettolosamente sul pianerottolo, che ci sfreccia accanto

ogni

giorno superandoci da destra, e che prima o poi può uccidere. Il

vampirismo

è forse il più trasversale dei mali”.

- A parte “Vampiri Energetici”, hai scritto o scriverai altri libri

dedicati

ai vampiri? O magari ci sono anche altri progetti, tipo film (e qui se

vuoi,

puoi accennare anche al vampiro del cinema) o altro in cantiere?

“Ho appena ultimato una raccolta di racconti e sto preparando un nuovo

saggio sul vampirismo. Il saggio, che è un po’ il ‘seguito’ di

“Vampiri

energetici”, verterà sulla Paura, sulla capacità del Vampiro di

trasmetterci

dosi di panico per stabilire il suo dominio su di noi e aprire fessure

psichiche dalle quali far uscire l’energia. In questo nuovo lavoro,

sto

approfondendo un concetto che nel primo libro avevo appena abbozzato:

che il

compito dell’AntiVampiro non è redimere i Vampiri; se lo fosse, lo

spirito

di proselitismo del quale la nostra cultura è intrisa rischierebbe di

trasformare l’operazione in una sorta di missione, con il risultato di

nutrire i Vampiri proprio con la nostra attenzione ‘salvifica’. Il

vero

compito è liberare la persona dalla paura e restringere il campo

d’azione di

chi la produce e la usa a proprio vantaggio. Compiuta questa

operazione, l’

obiettivo è raggiunto, perché non è importante avere la certezza che,

da

quel momento, nel mondo c’è un Vampiro in meno, ma che quel Vampiro,

anche

se resta tale, da quel momento ha una vittima in meno. Il resto verrà

da sé.

“Nella raccolta di racconti c’è anche una storia molto lunga, quasi un

romanzo breve, che ho impiantato sulla struttura portante di un

racconto che

avevo pubblicato qualche anno fa, ampliandone alcune parti. Si chiama

“Expositio ad bestias” ed è la storia di un bambino che, pur non

avendo

genitori Vampiri, è vampirizzato da una nonna e da una zia che

esercitano un

potere sulla sua famiglia in quanto detentrici di un segreto sui suoi

genitori. Nel racconto, all’azione vampirica umana si affianca anche

un’

azione di magia nera che si richiama a tradizioni popolari che erano

ancora

ben salde quando io ero piccolo e delle quali ho ricordi sommari ma

inquietanti. Penso che questo racconto potrebbe diventare un buon film

‘antivampirico’, anche perché un film è in grado di raccontare certe

teorie

molto meglio di un saggio. Ma certamente, prima di pensare a un film,

ho

altro da pensare: scrivere, diffondere l’idea che dal vampirismo ci si

può

liberare, aiutare le persone che si rivolgono a me per capire che cosa

possono fare, e aiutarle senza utilizzare alcun metodo che

interferisca né

con la loro vita personale né con l’eventuale lavoro psicologico o

terapeutico che alcuni di loro svolgono”.-

(……)

A proposito di esempi concreti, puoi citare qualche personaggio

famoso che

ti sembra esprima in modo particolare la forza vampiro, oppure, come

si usa

dire, è meglio non fare nomi?

“Nomi se ne potrebbero anche fare, ma contemporaneamente bisognerebbe

fare i

nomi dei loro complici-avversari, di tutti quelli che potenziano i

grandi

Vampiri con la loro attenzione frustrata, spasmodica, avvelenata, con

quel

modo di dire le cose sempre a denti stretti, con in faccia una smorfia

di

disgusto, con il veleno sotto la lingua, con lo stiletto tra i denti.

Non è

così che si vincono i Vampiri. I sentimenti vanno vissuti per intero

nel

nostro laboratorio interiore, fino a quando non si siano trasmutati in

oro

puro, in luce pura, in una lama tagliente che riflette solo bagliori

di

verità e di giustizia. La vera forza sta nel lasciar cuocere quei

sentimenti, non nello sbatterli in faccia all’avversario come schizzi

di un

veleno che, somigliando al suo, non farà altro che nutrirlo. Avvenuta

la

trasmutazione, si capirà che per vincere ci vuole strategia, non urla,

rispetto per l’individuo e intento implacabile contro la forza che lo

domina, non cieca frustrazione.

“Non faccio nomi perché non finirei mai di elencare tutti i veri

complici

dei grandi Vampiri, soprattutto di quelli che militano non nelle loro

stesse

schiere, ma in quelle dei loro oppositori”.

- Qual è, in genere, la reazione delle persone alle quali parli di

questo

argomento, o che leggono il tuo libro? In particolare, quando

capiscono che

parli non di un mito ma di persone reali, prendono sul serio o

sottogamba

l’argomento?

“Io credo che chi legge le cose che scrivo e o sente parlare delle mie

idee

percepisca il fatto che i miei sentimenti sono onesti, anche se da

molti

vengono ritenuti non condivisibili e provocatori. Io credo di

testimoniare

sempre che in quello che dico, anche se lo dico con forza, magari con

autorità, c’è soprattutto umiltà. L’umiltà, come scrivo in un mio

racconto,

è un sentimento, ed è il più potente di tutti. L’umiltà genera la

dignità.

La dignità genera la volontà. La volontà genera la forza d’animo. La

forza d

‘animo genera l’autorità. L’autorità presso se stessi è un fatto, non

un’

opinione. Quella presso gli altri è tutta da provare, non la si può

imporre.

“Io ho l’impressione che tutti, amici e oppositori, sentano che io non

ho

intenzione di imporre l’autorità delle mie idee a nessuno. C’è chi mi

scrive

che il mio libro gli ha cambiato la vita e c’è chi vuole consigli e

aiuto da

me. C’è anche chi mi maledice e mi minaccia perché ho messo in testa

strane

idee a persone che prima facevano la loro volontà e che adesso lottano

per

liberarsi dalla schiavitù psicologica che le opprimeva. Ci sono altri

che

cominciano una e-mail con l’intento di insultarmi e poi si perdono un

po’

per strada e chiudono in modo educato e un po’ imbarazzato. Ma devo

dire che

nessuno prende sottogamba l’argomento, nessuno mi ha ancora detto o

scritto

che la storia del vampirismo è una stupidaggine o una trovata per

farmi

pubblicità. E questo è già tanto”.

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Hasta Siempre Esperanza

by Duncan on apr.22, 2011, under Ispirazione, Poesia, Simbolo

Finchè il nostro cuore rimarrà giovane noi non moriremo.
Finchè la stanchezza non prevarrà noi saremo vivi.
Finchè non accetteremo il pasto dei cadaveri, il nostro sorriso si
alzerà in cielo.
E sono infinite le prove amici miei..
infinite le cadute e le prove..
Infnite trappole sul cammino, lupi ad assediare la via e cecchini dai
balconi.
Finchè non rinunceremo saremo ancora in piedi..
Cosa è questa Nuova Repubblica Amici..
se non il simbolo di un pungo lanciato nel cielo,
di un sogno di cristallo dal cuore di fuoco
di una ribellione morale alla mediocrità.
Ci sono campi che toccano il sole
ci sono amori che attendono le anime salve,
e scale a chiocciola fino al desiderio sperduto,
braccia di irrefrenabile amore..
e bicchieri di vino e speranza…
Finchè non curveremo le spalle restermo giovani..
Alziamoci oggi e prendiamo l’anima in spalla..
La Ruota del mondo gira le maschere e porta a galla i veri Maestri del
Terrore..
Ma un Sentiero Luminoso accende lumini nelle catacombe,
e strade prendono il nome di chi le amarono.
Non lasciamo che la polvere uccida quella rabbia santa,
quella infinita fame,
quel bacio arrotolato,
quel sigillo sul cuore,
quel simbolo sulla fronte.
Cani neri sfidano i nostri passi e le nostre mani..
e quante volte.. quante volte vorremmo cedere…
Forse è solo un vecchio pazzo che vi parla..
ma vi dico..
Alto il cuore, alte le braccia..
Mani sul ventre,
ancora, e ancora, e ancora…
Per sempre fedeli…
HASTA SIEMPRE ESPERANZA COMPAGNEROS

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Il simbolo dell’Albero

by Duncan on feb.03, 2011, under Ispirazione, Misticismo, Simbolo

L’albero rappresenta non solo una forma di concreta esistenza vegetale.. ma è allo stesso tempo uno dei simboli più antichi e ricorrenti nella storia della Conoscenza umana. Condivido con voi questo testo.

———————————————————————-

(tratto da.. http://www.guruji.it/alberovita.htm)

“Oh, come desidero ardentemente crescere
Guardo fuori
E l’albero dentro di me cresce”
(Rainer Maria Rilke)

E’ esistita un’epoca in cui le piante erano considerate la manifestazione più concreta e immediata della divinità: alle piante gli uomini chiedevano protezione e conforto, illuminazione e consiglio, e intorno ad esse fiorirono miti e leggende in cui si fondevano mirabilmente il Mistero della Vita e il Mistero del Divino.
Albero della Vita, Albero della Conoscenza, Albero del Bene e del Male, Male, Albero della Cabala … Albero che con la sua verticalità unisce il cielo alla terra, il sacro al profano, il visibile all’invisibile… Albero che è espressione stessa della vita che si rigenera incessantemente. Albero che come l’uomo ha il destino di dover realizzare pienamente la sua forma, di diventare un’entità perfetta e compiuta.
Mistici e sciamani, saggi, filosofi, artisti e alchimisti hanno da sempre legato alla simbologia dell’albero le eterne e inquietanti domande dell’uomo: il Bene e il Male, la Vita e la Morte, la Conoscenza, la Trasmutazione, I’Umano e il Divino. Oggi, a fronte di un equilibrio ecologico quasi distrutto, l’uomo rinnova il suo interesse per l’albero per ragioni puramente utilitaristiche di sopravvivenza, ma nel profondo del suo essere è incisa una simbologia millenaria che
tornerà a vibrare e a guardare gli alberi e la natura con amore.
Albero Cosmico
“Si sviluppa in maniera rotonda, dando pian piano al proprio essere, la forma che elimina la volubilità del vento” Rainer Maria Rilke
Mircea Eliade, storico delle religioni, ha evidenziato come tutti gli aspetti del comportamento umano legati al mito, riflettono il desiderio di cogliere la realtà essenziale del mondo e le origini delle cose, il “centro”, il punto di inizio assoluto quando furono creati gli uomini e il mondo. Nel linguaggio simbolico, questo punto è l’ombelico del mondo, l’uovo divino ecc. ma viene spesso immaginato come un asse verticale o asse cosmico che, situato al centro dell’universo, attraversa il cielo, la terra e il mondo sotterraneo. L’immagine di un asse cosmico è antichissima – pare che risalga al IV o III millennio avanti Cristo – e diffusa in tutto il mondo sotto forma di pilastro, o palo, di albero e di montagna.
L’albero cosmico – simbolo del mondo – mediatore tra le profondità della terra e le altezze dei cieli, non appartiene solo alla nostra cultura Giudaico-ellenica: nell’India antica, l’universo è rigorosamente ordinato attraverso gli alberi. Per la tradizione indiana infatti l’universo si divide in 7 continenti concentrici, ognuno è circondato da un oceano e ognuno porta il nome dell’albero da cui gli abitanti traggono benefici.
C’è però un altro rapporto tra il mondo e l’albero: il legno. Legno per fare il fuoco, per riscaldare e quindi associato al fumo che sale verso il cielo, ma anche legno come materia prima per l’artigiano, legato alla conoscenza teorica e pratica e quindi alla Saggezza.
Esiste infatti una omonimia completa tra il sostantivo “scienza” e il sostantivo “legno” in tutte le lingue celtiche, mentre nella tradizione ebraica si trova un rapporto tra l’albero e la parola. Si legge nello Zohar o “Libro dello splendore: “Nell’epoca messianica, la Colonna centrale assicurerà il nutrimento per ciascuno… L’albero della vita sarà allora piantato nel centro del giardino e si realizzerà La Parola; egli prenderà anche dell’albero della Vita, ne mangerà e vivrà in eterno.”
E’ attraverso l’albero quindi che si deve realizzare il mondo che verrà; e nutrirsi dell’albero significa assorbire la sostanza del mondo e la conoscenza assoluta.
La totalità della simbologia cristiana ruota attorno a quel simbolo fondamentale che è la croce; il palo esprime la verticalità, l’albero che si innalza dalla terra verso il cielo (e in certe rappresentazioni della crocifissione Cristo non è inchiodato su una croce, ma su un albero). C’è però da notare che sia l’albero cosmico che la croce sono simboli universali: nelle leggende orientali infatti, la croce è la scala sulla quale le anime degli uomini salgono verso Dio. Ci sono rappresentazioni in cui il legno della croce ha 7 gradini, così come gli alberi cosmici rappresentano 7 cieli. Questo stesso senso cosmico della croce è presente nell’arte africana e nei suoi motivi cruciformi. Prima di tutto comunque, la croce ha un senso cosmico totale; perché indica i 4 punti cardinali.
Gli storici moderni ritengono che Cristo sia stato crocefisso su un palo, trasformato in croce più per effetto del mito che della storia: Cristo sacrificato, al centro del mondo, sull’albero cosmico che congiunge il cielo alla terra e situato all’incrocio orizzontale dei raggi delle 4 direzioni, omologo all’Albero della Vita che si erge al centro del giardino dell’Eden all’inizio dei tempi. Lo stesso Stupa Buddista è l’immagine del cosmo attraversato dall’axis mundi. Nelle più antiche rappresentazioni delle tentazioni di Buddha, Buddha stesso non appare: essendosi unito al sacro che irradia in tutto il cosmo, egli è meglio raffigurato dall’albero cosmico.
Cristo, Buddha e Maometto compirono la loro ascesa partendo dal centro e salendo lungo l’axis mundi.
L’energia vitale dell’albero è associata anche ai poteri femminili della creazione, nella maggior parte delle tradizioni; per estesione, è associato alla terra (principio femminile) e al cosmo, poiché, come l’albero, il cosmo si rigenera incessantemente ed è sorgente inesauribile di vita, che include tutte le cose in una dinamica creatrice.
Nelle civiltà pre-indiane, l’albero cosmico è rappresentato dal Ficus Religiosa, nei cui pressi stanno delle dee nude… motivo questo che si ritrova nelle leggende cristiane dove l’albero, simbolo femminile ha origine dalla terra madre. In numerosi miti infatti, l’uomo nasce dall’albero e, alla sua morte, viene sepolto in un albero cavo, restituito quindi alla dea – madre – albero che lo partorì.
Nelle religioni arcaiche, l’albero è l’universo; nella tradizione indiana è la manifestazione del Brahma nel cosmo; secondo le Upanishad, i suoi rami “sono l’etere, l’aria, il fuoco, l’acqua, la terra.”

Albero di illuminazione e luce

Gaston Bachelard: “L’immaginazione è un albero. Ha le virtù integratrici di un albero. E’ radici e rami. Vive tra terra e cielo. Vive nella terra e nel vento”. L’albero immaginato diviene impercettibilmente cosmologico, epitome e creatore di un universo. Spesso l’albero del Mondo – o Albero Cosmico – è descritto come “colonna di fuoco”, simbolo dell’illuminazione intellettuale e spirituale e Platone stesso, lo descrive come “Asse luminoso di diamante”.
Nelle varie tradizioni gli alberi appaiono come “pegno” di resurrezione e di immortalità: il “ramo d’oro” dei Misteri antichi, l’acacia delle iniziazioni massoniche, le palme della tradizione cristiana e più in generale tutti gli alberi sempreverdi e quelli che producono gomme o resine.
In tempi più arcaici, i luoghi sacri rappresentavano il cosmo in miniatura; erano fatti di alberi, pietre e acqua, oppure di un recinto sacro che conteneva un altare, una pietra e un albero, come se ne trovano ancor oggi in India. Fu su un simile altare, ai piedi di un albero sacro che Buddha sedette quando, sacrificando il proprio sé individuale, ottenne l’illuminazione. Tale albero divenne un albero sacro, albero Bodhi, o albero dell’illuminazione, la cui talea è stata trapiantata e cresce tuttora.
L’albero dell’Illuminazione di Buddha è l’immagine dell’infinita rigenerazione del cosmo da un’unica fonte trascendente, mentre l’albero cosmico cinese è rappresentato curvo su se stesso come per raccogliere le forze e la concentrazione per l’ascesa.
Intorno a un albero, o a un grande palo, gli Indiani Nordamericani compivano molti riti con cui rafforzavano il loro legame con il mondo sacro, il più famoso è forse la “Danza del Sole”.
Gioachino da Fiore era un mistico e un contemplativo, il cui pensiero fu plasmato da una serie di illuminazioni; tra queste la più importante fu quella che egli ebbe mentre stava studiando il libro dell’Apocalisse, in cui Giovanni descrive la sua visione dell’Albero della Vita. L’albero che gli apparve divenne l’immagine generatrice della sua concezione dinamica della storia, e cioè di un processo di sviluppo ascendente in tre stadi, ciascuno associato a una persona della Trinità e ognuno dei quali si sviluppava sul completamento dello stadio precedente. I seguaci di Gioachino fissarono al 1260 l’inizio dell’ultima era – quella dello Spirito Santo… ed è un fatto curioso che alcuni storici ravvisino oggi, in quegli stessi anni, l’inizio dell’ “Era Moderna”.
Il grande pioniere della pittura moderna, Vassily Kandinsky, si serve dell’albero trinitario di Gioachino da Fiore per illustrare la propria visione sull’evoluzione spirituale dell’arte. L’arte non consiste di nuove scoperte che cancellano le precedenti, ma di uno sviluppo organico fondato su una precedente saggezza… cosi come il tronco dell’albero non diventa superfluo per lo spuntare di un nuovo ramo. In occasione di un’esposizione, il grande amico di Kandinsky, Paul Klee, si serve della parabola dell’albero per esprimere il concetto del processo che opera nell’artista: “l’artista si limita, al suo posto nel tronco dell’albero, a raccogliere ciò che emerge dal profondo e a trasmetterlo oltre”; in altre parole, Klee vide nella creatività umana, semplicemente la prosecuzione del processo cosmico. E Carl Gustav Carus nel 1800 descrisse la vita mentale di un essere umano come una pianta che, radicata al suolo dell’inconscio, cresce verso l’alto, protendendosi verso la luce divina di una maggiore coscienza.” Lo stesso Mondrian produsse numerosi disegni e dipinti nei quali emerge l’aspetto cosmico dell’albero.
Gli alberi e i cespugli in fiamme sono ben noti nella storia delle religioni, poiché il sacro si manifesta spesso sotto forma di fuoco e di luce; Mosé, su istruzione diretta di Dio, foggiò il candelabro a 7 braccia, chiamato menorah, che -come l’albero cabalistico delle Sephiroth – simboleggia la luce divina. La menorah proviene, come altre forme dell’albero cosmico, dalla Mesopotamia; i 7 bracci sono legati al significato astrologico del numero 7 e cioè del numero dei corpi celesti conosciuti nell’antichità; secondo Filone di Alessandria, i rami curvi esterni del candelabro rappresentano le orbite dei pianeti, mentre l’asse centrale è il sole, la luce di Dio, da cui gli altri 6 traggono luce e gloria; le 7 luci del menhorah sono anche i 7 occhi del Signore, contemplati da Zaccaria nella sua visione del candelabro d’oro, ritto tra due alberi d’ulivo che fornivano l’olio per far ardere le lampade. Questa associazione con l’albero di ulivo si trova anche nel Corano dove sta scritto che “un ulivo non appartiene né all’Oriente, né all’Occidente (si trova cioè nel centro del mondo) e può bruciare anche se nessun fuoco lo tocca.”
“Ti prego, contempla con gli occhi dello spirito la piccola pianta contenuta nel chicco di grano e osservane tutte le circostanze, onde tu possa far crescere l’albero dei filosofi”. Così scriveva un alchimista del XVII secolo.

L’albero delle Sephiroth

L’Albero delle Sephiroth è un ideogramma che collega tra loro 10 essenze di grande importanza metafisica, cui fanno ripetutamente riferimento sia la Bibbia, che il Nuovo Testamento, facendo supporre che, essendo il cuore stesso della conoscenza, siamo per questo incisi nella coscienza universale. L’albero delle Sephirot è formato da 3 triangoli sovrapposti – i nove angoli rappresentano 9 Sephirot – sormontate da un punto isolato, occupato dalla decima Sephirot. Queste rappresentano, dall’alto verso il basso, il Mondo di Emanazione, di Creazione e di Formazione. La disposizione verticale simboleggia ancora una volta la totalità dell’albero e del corpo umano: la testa (Emanazione), il tronco (la Creazione) il ventre (la Formazione), le gambe e i piedi (il Regno). Ma l’albero delle Sephirot rappresenta contemporaneamente anche il cosmo: il tronco, il ventre e la testa nella persona; l’atmosfera, la terra e i cieli, nel mondo; il tronco è del soffio, la terra è dell’acqua, i cieli del fuoco. Si completa così il simbolismo dell’albero nella persona e dell’albero nel mondo.
Si ritrova infatti, pressoché ovunque nel mondo, la tradizione dell’albero rovesciato come simbolo del cosmo: il più antico testo cabalistico conosciuto, il ‘Livre de Bahir’, scritto intorno al 1180, afferma: “Tutte le potenze divine formano, come l’albero, una successione di anelli concentrici” …e lo Zohar, scritto nel XIII secolo, dice: “L’albero della vita si estende dall’alto in basso e il sole lo illumina pienamente”; secondo Platone, l’uomo è una pianta rovesciata, le cui radici si estendono verso il cielo e i rami verso la terra; le radici dell’albero nella tradizione islamica affondano nell’ultimo cielo e i suoi rami si estendono al disotto della terra; i Lapponi nel corso di una cerimonia dedicata ai dio della vegetazione pongono presso l’altare un albero con le radici verso il cielo e le fronde a terra; in certe tribù australiane, gli stregoni piantavano un albero rovesciato; nelle Upanishad, l’universo è un albero rovesciato e il Rig-Veda precisa:
“Verso il basso si dirigono i rami, in alto si trova la radice; che i suoi raggi scendano su di noi!”
Dell’albero rovesciato parla persino Dante Alighieri nel “Purgatorio”, descrivendo due alberi rovesciati, vicino al vertice della “montagna”, immediatamente sotto il piano dove è situato il Paradiso terrestre… qui giunti, però, gli alberi appaiono raddrizzati, nella loro posizione normale. Quindi, questi alberi sono in realtà soltanto aspetti diversi dell’Albero Unico e appaiono rovesciati unicamente al disotto del punto in cui ha luogo la rettificazione e la rigenerazione dell’uomo.
In altre parole, ciò che “è in alto” (sfera principale o sopra – cosmica) si riflette in senso inverso in “ciò che è in basso”, come sulla superficie dell’acqua. Questo è confermato dal fatto che in certi testi tradizionali indù si parla di due alberi, uno cosmico e uno sopra – cosmico: uno considerato il riflesso dell’altro; e nello stesso “Zohar” si parla di un albero superiore e di uno inferiore.
L’albero rovesciato non è quindi solo un simbolo “macrocosmico”, ma anche un simbolo microcosmico… ecco perché Platone dice che l’uomo è una “pianta celeste”. Questo Albero Mistico, che racchiude nelle sue 10 Sephirot anche il simbolismo sessuale maschile e femminile, congiunge quindi i tre mondi di Dio, dell’uomo e dell’Universo: l’uomo e l’universo si riflettono a vicenda e entrambi si riflettono nell’Infinito. Secondo René Guenon, infine, le due disposizioni dell’albero “devono mettersi in rapporto a due punti di vista complementari e diversi a seconda che lo si guardi dal basso in alto, o dall’alto in basso; in altre parole, a seconda che si collochi dal punto di vista della manifestazione, o da quello del principio. Così, l’albero in posizione normale rappresenterebbe l’ascensione della materia nello spirito, l’albero rovesciato al contrario la discesa dello spirito nella materia: la sua incarnazione.
Roger Cook sintetizza molto bene la simbologia di questo concetto: “I cabalistici vedevano nella creazione la manifestazione esteriore del mondo divino interiore e l’albero rovesciato serviva loro a illustrare questa idea. Proprio come il seme contiene l’albero e l’albero il seme, il mondo divino contiene tutta la creazione e la creazione a sua volta il mondo nascosto di Dio.”
In molte tradizioni, l’immagine del sole è collegata a quella dell’albero: il sole lascia l’albero all’inizio di un ciclo, e viene a posarvisi alla fine: l’albero è quindi la “stazione del sole”, il “Roveto ardente” di Mosé, luogo di manifestazione della divinità; nello Zohar, l’albero è rappresentato come “Albero di Luce”, e persino nella tradizione islamica nella Suraten Nur si parla di un albero “carico di influenze spirituali”, che non è né orientale, né occidentale. Questo albero è un ulivo, il cui olio alimenta la luce di una lampada che simboleggia Allah “Luce dei cieli e della terra”… nel testo coranico è Allah sotto forma di luce ad illuminare i mondi, “Luce su luce”, si legge nel testo.
Una luce sovrapposta, quindi, che evoca la sovrapposizione dei due alberi, il manifestato e il non manifestato, la luce nascosta nella natura dell’albero e la luce visibile della fiamma e della lampada: la prima “supporto essenziale della seconda”.
Si comprende quindi nello studio simbolico del mondo antico, come sia oggi assurdo discutere di “vie” o religioni o filosofie più o meno giuste, illuminate o sante. L’uomo, nella sua lunga e faticosa strada, ai quattro lati del mondo – e forse dell’universo – ha trovato modo di rappresentare l’essenza profonda del rapporto con Dio e con la trascendenza con questo simbolo universale, semplice e complesso, ma sempre lineare. E in questa simbologia profonda sta forse il segreto di tutte le cose.

 

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Dante e il Viaggio

by Duncan on ago.30, 2010, under Bellezza, Ispirazione, Poesia, Simbolo

Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita, ahi quanto a dir qual’era è cosa dura, esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinnova la paura”

La Divina Commedia non è un libro morto. Molte parti di essa sono morte. Ma il libro nel su insieme è vivo e vegeto. Ancora vivo e vegeto. Abbiamo imparato ad odiarlo, a detestarllo. Non c’è modo peggiore per uccidere un’opera che renderla un “classico”, un mausoleo, un catafalgo. Intrupparla in grigi programmi burocratici, dissezionata da grigi professori burocratici.. per compiti a casa.. altrettanto.. burocratici. E le stanche parole di depressi alla cattedra ci fecero smarrire ill testo e la sua segreta potenza. In realtà spesso l’istruzione è un perdere la strada, un perdere se stessi, uno svuotarsi e soffocare dentro, un cupo ammassarsi di parole e di lacciuli stretti alla gambe. La vera conoscenza inizia dopo, con atti coscienti di pulizia e falò. La vera conoscenza all’inizio è sottrazione, disimparare le cose meccanicamente apprese.. e riaccostarsi alla brace ardente senza sovrastrutture, pregiiudizi, pesantezze. E Dante che prima era una mummia da esposizione, adesso vi dico che è vivo.

Ogni opera esiste su più livelli. Solo la mediocrità totale, esiste su un solo livello. E c’è certo tutta la summa medioevale, da Aristotele a San Tommaso, ai padri della Chiesa, e gli altri paradigmi dell’epoca.. nella Divina Commedia. Ma la Divina Commedia non è solo questo. Va molto, molto oltre. Essa è un Viaggio, un Viaggio Supremo.. non solo fisico ed esteriore, ma soprattutto iniziatico e interiore. E’ il Grande Viaggio dell’uomo che nel pieno della sua vita, a metà strada (nel mezzo del..), conosce la caduta e lo smarrimento. Tutte le certezze intorno a lui franano, ogni valore è parodia, il senso solo una fuggevole illusione. L’uomo che si ritrova con solo polvere nelle mani, con i suoi ideali sconfitti, tradito e abbandonato. Tutto è perduto.. e la crisi è forte. Fortsissima. Ecco “la selva oscura”.. Ecco quello che in ogni tempo è stata chiamata.. “la lunga notte dell’anima…”

Lì, nel punto più basso che possa essere toccato.. lì con le ali spezzate.. lì solo di una solitudine oltre ogni immagine.. lì nudo, definitivamente nudo.. inizia il Viaggio. Il Viaggio attraverso le tre fiere… le montagne oscure.. trappole di ogni genere. Il viaggio nell’inferno. Nella terra dei Demoni. E non ci saranno sconti, né scorciatoie. Scendere nel profondo del proprio buio.. e affrontare la propria Ombra, le porte di Dite, la Città dove solo male e dolore accoglie chi osa entrare. E ci sarà un momento in cui chi affronta il Viaggio si sentirà debole, e troppo piccolo per riuscire. La vigliaccheria, l’eterno richiamo dell’utero, di una vita arresa, ma..senza rischi.

E Dante a un certo punto dice..

“Ma io, perché venirvi? o chi il concede?

Io non Enea, io non Paulo sono;

me degno a ciò né io né altri l crede.

Perché se del venire io mi abbandono,

 temo che la venuta non sia folle.

Se saviio; intendi me che io non ragiono.”

E sarà Virgilio a suonare la scossa per un’anima che impaurita vuole già tornare indietro, al rassicurante ovile, alla cappa stagnante di una inesorabile disperazione.. ma disperazione “conosciuta”. Virgilio è il Mentore, rappresenta il Maestro, la Guida, la Coscienza.. colui che indica la strada, la saggezza e la dignitas.. e, dopo un lungo discorso, concluderà, dicendo..

“Dunque, che è? perché, perché restai,

perché tanta viltà nel cuore allette,

perché ardire e franchezza non hai?”

Perché tutta questa paura, in sostanta gli dice? Cosa ancora ti trattiene? Dove il tuo ardire, il tuo coraggio? E Dante improvvisamente risvegliato, esclamerà..

 ”Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ‘l sol li ‘mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo,

tal mi fec’ io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca:

«Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!

Tu m’hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto.

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro».”

Come fiori che durante il freddo di inverno sono tutti chiusi e bacuccati in loro stessi, e che il sole accene e fa liberare e aprire in modo rigoglioso.. così inizia questo passo…. allo stesso modo lui si riscosse dalla sua paura, dalla sua vigliaccheria. Eh sì, le tue parole mi hanno riportato a me stesso, ecco cosa signicia.. sono tornato quello che ero nei miei momenti migliiori, quando inizia il viaggio “son tornato nel primo proposto”. E ora vai, vai.. non ti voltare in dietro che adesso non cederò, il nostro volere è lo stesso, la strada ci appartiene.

 E canto dopo canto si dipana l’inferno, tremendamente concreto, ideologico e dogmatico alle volte, ma sublimemente simbolico nei suoi momenti migliori. Oltre il Medioevo l’uomo di ogni tempo cammina per cercare se stesso. E’ la prima tappa è tutto ciò che è buio, freddo “e stridor di denti”.

QUESTO E’ L’INFERNO. L’INABISSARSI NELLE PROPRIE TENEBRE FONDAMENTALI. Affrontare ciò che ci tiene prigionieri. Fin nelle radici di noi stessi. Poi ci saranno il Purgatorio e il Paradiso. Non solo mondi metafisici astratti della scolastica medioevale dogmatica. Ma Stati e Stadi della Crescita e dell’Evoluzione umana. Non solo collettiva. Ma soprattutto individuale.

CHI HA SEMPRE PARLATO DELLA DIVINA COMMEDIA MA NON PRENDE IN CONSIDERAZIONE IL SUO ESSERE VIAGGIO ATTUALE, DI QUESTO UOMO ORA PRESENTE, CHE SEI TU, CHE SONO IO, CHE SIAMO TUTTI… CHI PUR CON MIRIADI DI STUDI E DOTTE ANALISI, LA SPOGLIA DI CIO’, LA SPOGLIA FORSE DI CIO’ CHE E’ IN ESSA DAVVERO IMMORTALE E INDISTRUTTIBILE.

L’Inferno poi è colmo di momenti tragici e meravigliosi.. Paolo e Francesca.. l’incontro con il caro maestro della sua infazia Brunetto Latini, che gli dice…

“Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto”

Nonostante sei stato esiliato e rinnegato, e tribolazioni e avversità non ti hanno mai abbandonato.. se segui ciò che di più alto e vero c’è in te, la tu Stella, la tua Chiamata, lo Scopo per il quale sei nato, non fallirai.. troverai la tua strada.. il tuo porto.. arriverai dove devi andare. Allora Dante rinfrancato dall’incontro con Brunetto Latini dirà, in un momento di orgogliosa dignità..

“Tanto voglio che vi sia manifesto,

pur che mia coscienza non mi garra,

ch’a la fortuna come vuol, son presto.”

Che non vuol dire altro che.. sappiate con certezza, che qualunque cosa possa accadermi, io sarò fedele alla mia coscienza.. venga come vuole la “fortuna”, ovvero vita, il destino.. si manifesti come vuole. Avanti.. io sono pronto. Non mi tiro indietro. Seguirò la mia coscienza costi quel che costi, accada quel che accada.

E poi i grandi momenti di indignazione morale.. le feroci invettive, durissime contro la corruzione della Chiesa; che in quel tempo voleva anche dire corruzione e degrado dell’armonia del mondo, dovendo la Chiesa essere uno dei due Poli del Mondo, nella visione medioevale. L’altro era l’Impero. Ma l’impero era tramontato fagocitato dalla Chiesa e da una moltitudine di regni e signorie ambiziose e affamate di ricchezza. La Chiesa, per Dante, aveva tradito il mandato originario di Cristo, e quindi era diventata parte essenziale della confusione e della follia e dell’ingiustizia in cui il mondo era precipitato. E a Niccolò III, papa corrotto e punito piantato con la testa ficcata nel terreno, mentre fiamme cadono dal cielo bruciando piante e calcagni, dirà.. ma non solo a lui.. attraverso lui urlerà verso i papi e i potenti ecclesiastici del suo tempo, parole rimaste celebri..

“E se non fosse ch’ancor lo mi vieta

la reverenza delle somme chiavi

che tu tenesti nella vita lieta,

 io userei parole ancor più gravi;

 che la vostra avarizia il mondo attrista,

calcando i buoni e sollevando i pravi.

Di voi pastor s’accorse il Vangelista,

quando colei che siede sopra l’acque

 puttaneggiar coi regi a lui fu visa;

(..)

Fatto v’avete dio d’oro e d’argento,

e che altro è da voi a l’idolatre,

se non ch’elli è uno e voi ne orate cento?”

La Grandezza di Dante è la capacità di vedere la Grandezza anche di chi, condannato all’Inferno, dovrebbe essere solo oggetto di scherno, biasimo e disprezzo. Invece, alcuni uomini emergono immensi, in tutto il loro valore, come il Grande Ulisse, che nella visione dantesca, diventa il simbolo, della sete umana di conoscenza e valore… e forse tutti conoscono questo citazione dal discorso di Ulisse..

 ”Considerate la vostra semenza:

 fatti non foste a vivere come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza”

 Ricordate il vostro seme, ciò che vi portate dentro.. non vivete pigri e gozzoviglianti.. sfidate il destino, i limiti.. cercate il sapere (canoscenza) e praticate il bene (virtute).

E finisco qui con la citazione dei momenti particolari. Anche perché se no questa nota la finirei a ferragosto. E poi non è importante adesso coglliere tutti i momenti di valore dell’opera. Artisticamente il meglio è raggiunto nell’Inferno, anche se momenti di grazia non mancano nelle altre cantiche, ma l’Inferno è insuperabile. Comunque, importante non è questo ora, né penetrare nelle singole storie e personaggi, e sviscerarne i sensi concreti. Ho voluto aprire un piccolo varco sui momenti migliori, per provarne a trasmetterne uno spiraglio del Respiro che li anima. Ma ciò che dico in questa nota va al di là…

LA DIVINA COMMEDIA E’ IL VIAGGIO DI OGNI UOMO CHE VOGLIA DIVENTARE UOMO. IL PERCORSO INIZIATICO DI CADUTA, RISALITA E RIGENERAZIONE. L’ETERNA LOTTA PER RICONQUISTARE SE STESSI E RITROVARE IL SENSO. E ANCHE IL DOLORE E LA SOFFERENZA PIU’ ESTREME AVRANNO UN SENSO PERCHé PORTERANNO ALLE RADICI, E SPINGERANNO AL CORAGGIO. E TUTTA LA VITA E’ IN GIOCO. E ALLA FINE SOLO L’AMORE TI GUIDERA’. E’ L’AMORE CHE DARA’ UNA FORZA SUPREMA, CHE TI PERMETTERA’ DI SALIRE TUTTO IL COLLE DEL PURGATORIO FINO AI CANCELLI DEL CIELO, DOVE CANTANO LE SCHIERE DEL PARADISO, ILLUMINATE DALLA LUCE DIVINA.

Tre sono le fasi.. INFERNO.. PURGATORIO.. PARADISO. Tre sono gli stadi.. tre i momenti.. tre le Porte sul Percorso. Un Uomo si perde, un Uomo è tradito, un Uomo cade, un Uomo ritorna. Lunghi anni di dolore, tradimento, disperazione.. per un sogno chiamato Libertà, Fierezza e Amore. E la Divina Commedia è piena di grandiosi protagonisti. Ma colui che ne è la vera star, che giganteggia incommesurabile è Dante stesso. Estremo, tragico, tenero, pietoso, violento, appassionato, sarcastico, commosso. Dante l’esempio migliore di ciò che un italiano dovrebbe essere, che un essere umano dovrebbe ambire ad essere. Un uomo capace di lotte anche solitarie, di fedeltà a progetti anche sconfitti, di perfezione, di dignità nella poveertà. Capace di coraggio e di generosità.. poeta nell’anima, inarrivabile nell’Amore. Dante è una voce, che ci parla dentro.. che ci sprona, ci incita ad essere grandi.

In teoria avrei finito, ma voglio “farla lorda” come si dice dalle mie parti quando uno esagera.. tipo ho già scritto assai, e mi starete odiando in questo momento.. :-) e sarebbe ovvio darci un taglio, ma voglio finire con un brano che scrissi tempo fa, ispirandomi a Dante.

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 ”Nel mezzo del Cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura..”

e persi tutto un giorno.. e poi mi vidi in uno specchio smarrito, e senza strada.. bloccato nella mente, chiuso nel cuore.. senza soldi e prospettive, senza strada e direzioni, senza giardini e amore.

Nel mezzo del Cammin di nostra vita mi sentii un coriandolo impazzito, e vedevo trascinarsi i giorni e sperperarsi le ore in rituali inutil e in piccoli piaceri da bottega.

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai pieno di parole, di messaggi al vento, di libri e menzogne, di illusioni sul confine delle mani. Nel mezzo del cammin di nostra vita ero un topo che giocava al principe e al bandito, un giocattolo di legno, un foglio riempito per resistere.

Nel mezzo del cammin di nostra vita il mondo mi appariva grigio e folle, le persone spente e arrese. E io un recitante, un saltimbanco.. col magazzino vuoto, la casa in bolletta, le parole stampalate.

Nel mezzo del Cammin di nostra vita mi ritrovai il cuore in pegno, nei vicoli un labirinto, i ceri senza stoppino.

“Ahi quanto a dire qual’era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura.

Tant’è amara che è poco più morte-…”

Solo polvere per le mani, timbri su carte e titoli inutili.. senza intelletto né memoria… barricato in me stesso e vigliacco E ricominciare per ciottoli e molliche, forzare la marcia per agguantare il passo, trovare segni smarriti in mezzo ai muri e rabbia rabbia .. rabbia da vendere.

Nel mezzo del Cammin di Nostra vita non avevo nulla.. né palazzi, né oro, nè sicurezza, né posizione, né intelletto, né memoria, né intuizione, né amore… Nella notte senza scampo cercavo la Musa, quando il rumore assordava fino al silenzio sentivo una Musica tra lo stomaco pieno e il digiuno una nuova Fame nei volti di tutti i perduti e i messi al palo segni di Vittoria.

 L’Amore guida i nostri passi ci raccoglie ai cigli della strada su sentieri di periferia ci insegna con madonne nella pietra il nostro sangue.

Passerò attraverso all’inferno.. Mio Virgilio, Maestro, Mentore.. Mia Musa, Amore, Visione.. Oltre l’abisso sconosciuto della Terra, dove siede la Bestia primigenia, il grande Arcangelo e più su, per il monte dei mediani, dove il passato muore, e il futuro è nebbia, fino ai cancelli del Cielo.. in Paradiso.. dove il Trono di Dio squilla le Trombe.

Ecco il mio inferno mia Musa, dammi il supremo potere dell’Amore per cercare in te la mia parte segreta, l’incanto e l’onore dei miei giorni migliori, la promessa più alta, le vertigini del cuore.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

che la diritta via era smarrita

ahi quanto a dir qualera è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinnova la paura…”

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Non siamo cani da corsa

by Duncan on mag.22, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Alcuni gesti restano come staffilate nella carne, come dita spezzate, e occhi cielo azzuri limpidi dritti di speranza, dove i battiti del cuore pulsano forte nell’eccitazione adrenalinica di chi fa la cosa giusta perché prende il “sentiero sbagliato”.

E scuote di dosso la polvere, con gesto insieme di sfida infantile e di rivoltoso dovere, con tremiti di paura, che tendono le corde dell’addome, ma anche eccitano.

Come si è sempre un pò eccitati e impauriti al tempo stesso, quando ci si alza dal coro e si rovina la festa a tema, e gli sguardi sbuffanti e irritati di prime donne e comparse posso solo stare a guardare, per farla pagare poi. Ma ormai il colpo è fatto, lo spettacolo è rovinato e il gesto resta nella terra dove abitano gli
Uomini.

1968, Olimiadi Messicane. I due velocisti neri americani Smith e Carlos arrivarono rispettivamente primo e terzo nei duecento metri. E al momento della vittoria urlarono “non siamo cani da corsa” e alzarono il pugno in alto; pugni guantati di nero. Un gesto dirompente che squarciò le pagine. Una colpo geniale, che fece più rumore di mille convegni, dibattitii e proteste formali e che toccava il ventre caldo di un’America malata di rancore e razzismo, dove ancora fumava il cadavere di Martin Luther King, ucciso proprio pochi mesi prima.
Omicidio seguito a ruota da quello di Bobby Kennedy.

Quei pugni chiusi guantati di nero alzati a sfidare il cielo divennero leggenda, ma loro pagarono prezzi altissimi. La loro vita ne fu devastata. L’America non li perdonò mai.

Storie di Coraggio. Storie di Dignità. Storie di Uomini.

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