Born Again

Tag: Spanish Harlem

I Cavalieri del Re

by Duncan on apr.30, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana, Simbolo

Per tutti i cantori della disillusione e i professionisti della resa oggi non c’è spazio.
Per i cinici e gli ammazzato di tempo oggi non c’è posto.
La storia che leggerete è una semplice storia.. la storia di persone come tante si direbbe..
La storia di un gruppo di ragazzi.. I CAVALIERI DEL RE.
E di un insegnante pazzoide, di quelli che credi di vedere solo nei film, un pò Robin Williams nell’Attimo Fuggente.. un pò Henry Fonda in La parola ai giurati.. in compenso bello grosso, una sorta di omaccione dal volto buono.
C’è sempre qualcuno che crede in un mondo di distruttori di sogni.
C’è sempre qualcuno che dà nei cortili abitati dai Vampiri.
Pascola e stai al tuo posto ti dicono. Bruca capra. Spegni quella scintilla. Spegnila. Non sarai più che un gregario di periferia.
Qualcuno viene sotto mentite spoglie..
ti spinge a credere che c’è una montagna anche per te…
che tu vali qualcosa, anche tu..
che ti vedremo volare fino agli anelli di Saturno o allo splendore arcano di Sirio.. o solo fino ai confini estremi del tuo Cuore.
Qualcuno viene a trascinarti fuori,
a dirti… SEI DI PIU’.. SEI DI PIU’.. SEI DI PIU’….
Vedo sinistre figure a volte circondarci..servi del Potere e manipolatori, arricchiti e ruffiani di corte, vitelloni al macello
dell’immondezzaio televisivo,
ma è tutta gente già morta in partenza, destinata alla polvere..
e vedo Eroi qualche volta,
Eroi come Bill Hall e i Cavalieri del Re..
costoro non moriranno mai…
Sotto il Buddha delle periferie qualcuno accende ceri e mette fogliettini di carta,
mentre mani si stringono, ancora un pò più a este del sangue, ancora un pò più su del dolore,
nella Casa di Coloro che Credono…
Se mi incontri riconoscimi,
se mi incontri mi riconoscerai?
Toglimi la benda, strappami dal buio,
fammi sentire un Eroe,
fammi sentire un Cavaliere del Re

Buona lettura…

—————————————————————————­——
di Gloria Steinem

A poca distanza dal mio appartamento a Manhattan, eppure lontana migliaia di anni luce, c’è quella parte di New York che si chiama Spanish Harlem. Sotto molti aspetti, assomiglia a un Paese del Terzo Mondo: il tasso di mortalità dei neonati e delle partorienti più o meno eguaglia quello del Bangladesh, e la durata media della vita di un individuo maschio è ancora più breve. Aspetti, questi, che caratterizzano anche il resto di Harlem; qui, in più, c’è anche la lingua a separare il quartiere dalle altre zone della città. Se a tutto ciò si aggiunge l’invisibilità assoluta rispetto ai mass media, l’atteggiamento paternalistico di molti insegnanti, una polizia che opera nel quartiere ma non ci abiterebbe mai, e dei libri di scuola che hanno ben poco a che vedere con i problemi concreti dei ragazzi, la lezione per i giovani è chiarissima: essi sono <<più in basso>> di chi vive nel quartiere vicino, a poche centinaia di metri di distanza.
In una scuola media superiore situata nel mezzo di un cortile di cemento circondato da una recinzione metallica sulla East 101 Street, Bill Hall insegna lettere e tiene anche dei corsi di inglese come seconda lingua per i ragazzi che arrivano direttamente da Puerto Rico, dal Sud e dal Centro America, se non addirittura dal Pakistan e da Hong Kong. Questi ragazzi devono confrontarsi con una cultura diversa dalla loro, con regole non sempre comprensibili, con una vita di quartiere molto dura e con dei genitori che probabilmente si sentono disorientati tanto quanto i loro figli. Bill Hall a sua volta deve confrontarsi con questi ragazzi.
Un giorno, mentre stava pensando quale attività extrascolastica
avrebbe potuto proporre a un gruppo di questi scolari, per aiutarli a integrarsi e nello stesso tempo imparare l’inglese, Bill notò un ragazzino del quartiere con una scacchiera in mano. Da giocatore appassionato, Bill sapeva che il gioco degli scacchi è conosciuto e praticato in Paesi e culture diverse, sicché strappò a un direttore alquanto scettico, il permesso di formare un club di scacchi nell’ambito delle attività pomeridiane della scuola.
Di ragazze ne arrivarono pochissime; non avendo mai visto una donna giocare a scacchi, esse ritenevano evidentemente che quel gioco non facesse per loro; anche le poche che si erano presentate a poco a poco si allontanarono, mancando loro un’insegnante donna che proponesse un modello femminile diverso. Anche parecchi ragazzi non si fecero vedere
– non erano certo gli scacchi il gioco che dava popolarità in quel quartiere – ma una dozzina circa di studenti restarono, per imparare le regole elementari del gioco. Gli amici li prendevano in giro perché si fermavano a scuola anche il pomeriggio, e non pochi tra i loro genitori erano convinti che gli scacchi fossero una perdita di tempo, visto che li avrebbero certo aiutati a trovare un lavoro. I ragazzi, però, rimasero lo stesso. Bill stava offrendo loro qualcosa di estremamente raro: l’attenzione premurosa di una persona che credeva in loro.
A poco a poco la padronanza tanto degli scacchi che della lingua inglese aumentò sensibilmente. Ora che i ragazzi erano diventati più esperti nel gioco, Bill incominciò a portarli fuori Harlem, nelle scuole dove si svolgevano tornei studenteschi. Dato che era lui a pagare i biglietti della metropolitana e le pizze dopo i tornei, cosa non da poco per uno stipendio da insegnante, i giovani scacchisti si rendevano conto che il suo interessamento verso di loro era genuino, e questo ebbe ripercussioni favorevoli sulla fiducia che erano disposti ad accordare a quell’uomo bianco di mezza età.
Per aiutarli a conquistare una maggiore autonomia, Bill propose che di volta in volta i ragazzi scegliessero al loro interno un coordinatore, che si sarebbe occupato di organizzare la partecipazione ai tornei, il viaggio, e tutti i preparativi necessari. Gradualmente essi incominciarono a responsabilizzarsi verso tutto il gruppo, anche quando l’insegnante non era con loro, aiutando chi aveva qualche difficoltà con il gioco, confidandosi i loro problemi personali, e sostenendosi l’un l’altro di fronte ai genitori, ai quali cercavano di far capire che dopotutto gli scacchi non erano una perdita di tempo. A poco poco, la sicurezza derivante dalle nuove competenze acquisite diede i suoi frutti anche a livello di studio, e i risultati scolastici del gruppo incominciarono a migliorare.
A questo punto Bill decise di puntare ancora più in alto. Grazie a una piccola somma stanziata dal Club Scacchistico di Manhattan riuscì a farli partecipare al torneo di Syracuse, dove si sarebbero svolte le eliminatorie finali per lo Stato di New York. Quelli che poco prima erano dodici ragazzi diversissimi l’uno dall’altro, isolati e in alcuni casi addirittura resi passivi dall’emarginazione in cui vivevano, ora erano diventati una squadra, con tanto di nome scelto da loro: I Cavalieri del Re.
Classificatisi al terzo posto della graduatoria nazionale, furono ammessi a partecipare alle finali dei tornei studenteschi che ci
sarebbero svolti in California. A quel punto, però, persino i colleghi di Bill avevano incominciato a darsi da fare per convincerlo che non valeva la pena di spendere tante energie e tanto tempo per quell’impresa. Nella realtà quotidiana, quei
ragazzi del ghetto non sarebbero mai andati <<più in là del New Jersey>>, come disse un insegnante. Che senso aveva, allora, spendere tanti soldi per il viaggio, solo per renderli ancora più insoddisfatti della loro esistenza? Malgrado tutti gli ostacoli, Bill racimolò la somma necessaria per il trasferimento in California. Nelle finali nazionali ottennero il diciassettesimo posto su un totale di 109 squadre partecipanti.
Ormai gli scacchi erano diventati un argomento importante nella scuola, se non altro perché permettevano di fare qualche bel viaggio. Durante un torneo organizzato da un club di New York i componenti della squadra fecero la conoscenza di una ragazza proveniente dall’Unione Sovietica, che era campionessa mondiale. Persino Bill rimase sconcertato dall’idea che due dei ragazzi gli comunicarono al ritorno dal torneo; se quella ragazza aveva fatto tutto quel viaggio fin dalla Russia, perché non dovevano riuscirci anche i Cavalieri del Re? Dopotutto là era la patria degli scacchi, e alle finali degli incontri amichevoli del torneo internazionale delle scuole mancava ormai poco tempo.
Nessun giocatore americano della loro età aveva mai partecipato a quel torneo, tuttavia l’idea piacque moltissimo ai dirigenti del distretto scolastico, e piacque anche a un paio di grandi società multinazionali tra le tante che Bill aveva contattato per una richiesta di fondi.
Ovviamente nessuno si illudeva che la squadra potesse vincere, ma il problema non era quello, in fondo. Già il viaggio di per sé sarebbe stato un bene per i ragazzi, affermava Bill, perché avrebbe ampliato i loro orizzonti. Quando la Pepsi-Cola arrivò con un assegno di 20.000 dollari, l’insegnante si rese conto per la prima volta che il sogno impossibile stava per realizzarsi.
I ragazzi salirono sull’aereo che li avrebbe portati in Russia in veste di rappresentanti ufficiali di un Paese che fino a pochi mesi
prima avevano sentito del tutto estraneo, ma come veterani di Spanish Harlem si sentirono in dovere di precisare che a quel torneo partecipavano anche in rappresentanza del proprio quartiere. Sulle magliette sportive c’era scritto <SPANISH HARLEM>, non <<USA>>.
Una volta sbarcati a Mosca, però, la loro sicurezza incominciò a vacillare, perché la consumata abilità e lo stile compassato di gioco dei loro avversari sovietici era una cosa con cui non si erano mai confrontati prima di allora. Alla fine uno dei Cavalieri ruppe l’incantesimo riuscendo a fare patta in una simulazione di partita con un Gran Maestro sovietico. Dopotutto, i russi non erano imbattibili, erano persone come loro. In seguito i Cavalieri vinsero una metà circa delle partite, e scoprirono addirittura di possedere un notevole vantaggio sugli avversari quando si giocavano partite con un tempo breve per le mosse. A differenza dei sovietici, per i quali il gioco lento e l’accurata preparazione di ogni mossa costituiscono la vera arte degli scacchi. I Cavalieri avevano un proprio stile metropolitano- artigianale, che consentiva loro di essere veloci e accurati al tempo stesso.
Il giorno in cui Bill e la squadra si spostarono a Leningrado per affrontare la parte più difficile del torneo, i ragazzi erano di nuovo in perfetta forma. Pur essendo stati scelti a caso, essenzialmente per facilitare l’apprendimento dell’inglese, e pur giocando solo da pochi mesi, riuscirono a vincere una partita e a pareggiarne un’altra.
Al ritorno a New York, erano persuasi di avere il mondo in tasca. Una convinzione di cui avevano bisogno. Qualche mese più tardi, quando andai a trovarli nel club della loro scuola, trovai Bill Hall, un omone grande e grosso e dolcissimo, che solo di rado perde le staffe, letteralmente furioso a causa di un diverbio scoppiato tra un ragazzo portoricano della squadra e un insegnante bianco. Come mi spiegarono, c’era appena stata una prova scritta in classe e il ragazzo l’aveva svolta talmente bene che l’insegnante, pensando che avesse copiato, l’aveva costretto a rifarla. Quando il giovane gli aveva consegnato un compito buono quanto il primo, l’insegnante si era mostrato più irritato del fatto di dover ammettere il proprio errore che soddisfatto dei risultati del suo studente. <<Se questa scuola fosse in un altro quartiere>>, commentò Bill <<una cosa simile non sarebbe
mai successa>>.
Era, quella, l’ennesima dimostrazione della sfiducia da parte degli insegnanti e dell’istituzione scolastica che i ragazzi avevano finito per interiorizzare; solo che adesso c’era la loro autostima a fare da contrappeso. <<Magari quell’insegnante era un po’ invidioso…> commentò il ragazzo senza nessuna acredine. <<Sì, perché questa scuola l’abbiamo fatta diventare famosa.>>
Era proprio così. Lo squallido auditorium della scuola era appena stato prescelto da una compagnia di ballo sovietica quale sede del loro spettacolo a New York; inoltre, tutti i direttori scolastici del distretto si erano mobilitati per organizzare un club di scacchi anche nella loro scuola, e i Cavalieri del Re erano stati intervistati da giornali e televisioni locali. Ora che all’esame di licenza mancavano solo poche settimane, parecchie scuole superiori con programmi per ragazzi <<dotati>>, e persino un istituto della California, si contendevano l’iscrizione di uno di questi ragazzi della squadra..
(…)
Che cosa facevano chiesi, prima che Bill Hall e il gioco degli scacchi entrassero a far parte della loro esistenza? A questa mia domanda seguì un lungo silenzio.
<<Stavo sempre in mezzo alla strada e mi sentivo una merda>> rispose uno dei ragazzi, quello che adesso voleva diventare avvocato.
<<Fregavo gli spiccioli ai ragazzini più piccoli per farmi la merenda, e anche qualche spinello ogni tanto>> confessò un altro.
<<Io stavo sempre disteso sul letto a leggere fumetti, con mio padre che mi urlava dietro perché non facevo niente>> disse un terzo.
La differenza tra ieri e oggi si poteva spiegare con qualcosa che avevano imparato dai libri di testo?
<<No, o per lo meno no finché a Mister Hall è venuto in mente che forse eravamo in gamba>> mi spiegò uno studente, seguito da un coro di assensi. <<E allora siamo diventati veramente in gamba>>.

Leave a Comment :, , , , , , , , more...