Born Again

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La fortezza di Fenestrelle

by Duncan on lug.03, 2011, under Controinformazione, politica

Tacito scriveva: “fanno il deserto e lo chiamano pace”.

Tacito incarnava in sè il lato più grande degli antichi romani. La capacità di guardarsi dentro e di osservarsi con totale spietatezza e franchezza. Infatti è degli stessi romani che Tacito scriveva… “fanno il deserto e lo chiamano pace”.

Non so esattamente dirvi come è stata chiamata l’unificazione d’Italia. Forse il guaio è che non è stata “chiamata” fino in fondo. C’è un peccato di omissione. Omissione di nomi, storie, volti, eventi. Semplicemente pagine scomparse, strappate via dal vento selettivo della narazione.

Adesso si sa che l’Unificazione a un certo punto avvenne “con il ferro e con il sangue” e che il Sud venne trattato come paese nemico occupato. Interi villaggi furono distrutti, migliaia di persone uccise, altre condannate al carcere a vita.. altre spedite in luoghi infami, lager antelitteram come Fenestrelle, dove a migliaia furono rinchiusi.

Ed è soprattutto di Fenestelle che parla il testo che leggerete.

Ci tengo a dire una cosa…..

La storia non è un ascia con motorino retroagente o con replay incorporato.

E volere “matematicamente” risarcire una ingiustizia storica, spesso porta a una nuova ingiustizia, cosicchè le ingiustizie si sommano.

Ad esempio, Israele è nata dal selvaggio atto di occupazione dei territori palestinesi e da crimini senza fine. Ma riscattare quella ingiustizia storica non vuol dire ritornare allo status quo.. e quindi distruggere Israele. Sarebbe come aggiungere un altro abominio al precedente abomio. Israele ormai esiste da generazioni, sono nati figli e poi figli di figli e poi figli di figli di figli. Orma è nata una comunità di senso. Il futuro sarà integrare Israele e futuro stato palestinese.

Se andiamo adesso alle barbarie verso le genti del Sud Italia.. il “risarcimento” non è “annullare” l’unificazione e tornare al Regno delle Due Sicilie e ai borboni.

L’Italia ormai è un valore.. si sono stabilite connessioni.. sono nate generazioni. Orma l’Italia ci appartiene.

Il riscatto allora è ristabilire la verità storica, spazzare via l’oblio, imparare dal passato.. costruire una Nuova Storia.

Vi lascio a questo pezzo per certi aspetti impressionante…

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Tratto da

“NUNATAK

Rivista di storie, culture, lotte della montagna” (n.627)

 

… Quando fa notte, a la muntagna…

Jacou

Finestrelle sta lì, in mezzo alla Val Chisone. La mastodontica mole della fortezza è forse ciò che ha fatto venire in mente a qualche megalomane dirigente pubblico di volerla scegliere come monumento “Simbolo della Provincia di Torino”. E invece Fenestrelle è solo il simbolo della vergogna, e dovrebbe esserlo delle infinite scuse che lo Stato italiano deve alle Genti dl Sud per massacri perpetrati in nome di un’Unità fasulla, costata però sangue vero, vere lacrime, sofferenze infinite.

Del perché venne costruita la fortezza di Fenestrelle non è il caso di occuparsi qui, quel che ci importa, e che ce la rende odiosa, è che fu da subito concepita come prigione, e poiché le prigioni agli Stati sono indispensabili, venne usata anche da francesi al tempo di Bonaparte, oltre che come carcere militare fino  a che, dal 1860,  iniziò a diventare un vero e proprio lager, forse il primo di cui si abbia notizia. Il primo ed uno dei peggiori, in quanto neppure il lavoro da schiavi veniva imposto ai detenuti, li si voleva costretti e ridotti allo sfinimento, arresi e morti.

Numeri ufficiali, terribili e rivelatori: dal 1860 il “governo italiano” chiamò alla leva obbligatoria triennale 72.000 coscritti dell’ex Regno delle Due Sicilie, si presentarono in 20.000. Il che fa più di cinquantamila renitenti, meglio: disertori. Una diserzione di massa, che disorientò e fece infuriare il governo.

C’era già stata la guerra e la guerriglia, ovvia e “normale” contro l’invasione del Sud, ma adesso c’era il Regno d’Italia, e questi cafoni disertavano la naja? Repressione, solo dura repressione poteva essere la risposta, e così fu. Le bande di La Marmora, i bersaglieri, furono scatenati per la repressione: e la resistenza fu coraggiosa, indomita.

Bande partigiane, alcune al comando di ufficiali del disciolto esercito borbonico, molte invece costituite da contadini che fuggivano la leva obbligatoria, da chi non voleva, non poteva lasciare la masseria, la famiglia, gli animali. Guerrieri contadini, che difendevano la loro terra dall’invasore.

Quante volte, nella storia, questo copione si ripete: la Vandea che insorge contro la Repubblica francese nel 1793, i contadini ed i montanari che formano le bande partigiane per sfuggire al bando Graziani nel 1943, ma la storia ha radici nelle insurrezioni contadine del Medio Evo, quando le falci diventavano armi contro la prepotenza dei signori feudali, quando Andreas Hafer guida gli insorti del Tirolo agli inizi  dell’800. Storia antica e terribile.

Di fronte alla rivolta indomabile, e di proporzioni ben maggiori di quanto il governo sabaudo avere previsto, arrivano le leggi speciali: il dicastero Minghetti promulga, il 15 agosto 1863, la legge Pica “Per la repressione del brigantaggio meridionale”.

Et voilà: ex soldati borbonici, contadini, le loro famiglie, catalogati come briganti, come ladri, come combattenti illegittimi contro i quali tutti i mezzi erano buoni. Banditi. “Achtung Banditen!” avrebbero scritto i nazisti all’imbocco delle zone dove si registrava una presenza partigiana. “Bandito” stava scritto sui cartelli appesi al collo dei partigiani assassinati.

E banditi lo furono  per davvero, i “briganti meridionali”, alla macchia per necessità, rinnovando l’antico “ricorso alla foresta” già previsto nel diritto franco del IX secolo… ma si lasciavano a casa una famiglia, dei figli, ed anche su questi si scatenò la repressione. Anticipando la prassi israeliana di radere al suolo le case palestinesi sospettate di essere riparo per “terroristi”, venivano scoperchiate, a volte date alle fiamme, le masserie e le baracche più misere, ma a volte neppure questo bastava, e si radevano al suolo interi paesi, come capitò a Pontelandolfo, più di 1500 morti in un giorno, il paese distrutto dall’artiglieria italiana per rappresaglia.

Nel 1878, quando si tirarono le somme, i paesi rasi al suolo saranno 54, 5212 le condanne a morte eseguite, 6564 le condanne alla galera a vita. Fame, miseria, azzeramento dell’agricoltura, epidemie, esecuzioni sommarie daranno un totale vicino al milione di morti. Dalla resistenza anti-piemontese si sviluppò un’incontenibile rivolta sociale, che richiese l’invio di sempre maggiori forze di occupazione al Sud: 22.000 uomini nel 1860, destinati a diventare 50.000 nel dicembre 1861, poi 105.000 l’anno successivo,, fino a raggiungere il numero di 120.000. Una guerra civile, altro che “Fratelli d’Italia!”.

“A Napoli noi abbiamo cacciato il sovrano per stabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono, e sembra che non basti, sessanta battaglioni. Abbiamo il suffragio universale? Io nulla so di suffragio: ma so che di qua del Tronto non sono necessari battaglioni, e che di là sono necessari. Ci dev’essere per forza qualche errore… Bisogna cambiare atti, o principi”. Era Massimo d’Azeglio, a dirlo.

Dichiarazione di un nobile siciliano, che aveva creduto alle promesse del “re Galantuomo”… è Francesco Noto, deputato al Parlamento di Torino, che così parla nella seduta del 20 novembre 1861: “Questa è invasione, non unione, non annessione! Questo è volere sfruttare la nostra terra come conquista. Il governo del Piemonte vuole trattare le provincie meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perù e nel Messico!”.

Ed il peggio doveva ancora venire. I prigionieri, rastrellati tra Puglia, Calabria, Campania, furono condotti (a volte a piedi..) nei campi di concentramento del Nord.

Non solo galera, no… sentite cosa disse nel 1872, con ormai Roma capitale, il Ministro degli Esteri del Regno d’Italia: “bisogna dunque pensare ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più  che presso le impressionabili popolazioni  del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce di più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo, sono atterriti all’idea di andare a finire i loro giorni in paesi lontani ed ignoti”. Questo “galantuomo” era il milanese Emilio Visconti Venosta, ricordatevene, on si sa mai, magari c’è qualche monumento lui dedicato che attende un martello, una targa da mandare in frantumi per celebrare il cento cinquantenario. Il governo voleva seminare il terrore, e diceva che i briganti erano gli altri, ricorda niente? Nasce davvero come un paese moderno, l’Italia, anche se in realtà stava replicando le contemporanee politiche di sterminio e deportazione attuate dal governo degli U.S.A. nei confronti dei nativi.

Si scatenarono le più strambe fantasie, che elenco: deportazione in Tunisia, ma non vi fu l’assenso del governo tunisino; la Patagonia argentina, ma il Regno d’Italia aveva poche navi e non sapeva bene come portarli; fu fatta richiesta al Portogallo per aprire colonie penali in Mozambico o in Angola, ma nessuna di queste ipotesi si rivelò praticabile. Ci provarono anche col Borneo, con l’Indonesia…

Non è uno scherzo, ho elencato i progetti del Ministro degli Esteri del 1867, Luigi Federico Menabrea. Tutto documentato con minuziosa precisione. Abbiamo persino l’ora di trasmissione dei telegrammi diplomatici intercorsi tra Menandrea ed i ministri Emanuele d’Azeglio (che stava a Londra) e Della Croce (a Buenos Aires), tutto negli Archivi di Stato tra Torino e Roma. Un’unica folle vergogna, il progetto di un genocidio, e di nuovo altro che “Fratelli d’Italia”. Ma i terroni bisognava tenerseli, e allora meglio  sterminare almeno i più rompicoglioni.

E allora su, in Toscana, in Lombardia, in Piemonte. Per i più sfortunati, Fenestrelle. Vestiti con un camicione di tela, ed una sciarpa. Zoccoli di legno. Perché non prendessero troppi vizi vennero tolti gli infissi alle finestre. A 2000 metri, d’inverno, la sopravvivenza media era di tre mesi, per quelli robusti. E dato che i forni crematori non li avevano ancora inventati, i cadaveri venivano gettati in una fossa di calce viva, dietro la cappella della fortezza.

All’inizio  del suo utilizzo come galera per i briganti, Fenestrelle ospita circa seimila internati, davvero troppi per le guardie, e difatti il 22 agosto 1861 quasi un migliaio di loro tenta di impadronirsi della fortezza, raggiungono uno dei depositi delle armi, ma la rivolta fallisce. La notizia, però, arriva ai giornali, creano non poco scompiglio: mentre l’80% delle truppe piemontesi era impegnato a combattere i briganti al Sud, si corse il rischio  che alcune migliaia di evasi dalla galera, in armi, iniziassero la guerriglia nelle valli.

Non andò così.

Il brigante, sconfitto, divenne emigrante “volontario”. Ancora pochi anni e ci sarebbero andati da soli in Argentina, in America, dovunque, via da un’Italia che questi “fratelli” proprio non li voleva.

Resta, cupa, vuota, la fortezza di cui De Amicis (quello di “Cuore”) disse che sembrava  “apposta per contenere milioni di ribelli”. Restano le parole di Antonio Gramsci, “lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia Meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini, che scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.

Restano i romanzi di Carlo Alianello, che raccontano un’altra storia che non trovate sui libri di scuola. Restano i loro nomi, le loro leggende che ancora si cantano al ritmo della taranta: Carmine Crocco, Michelina de Cesare, Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco Nanco, e Domenico Fuoco, l’ultimo a cadere dopo dieci anni di macchia sui monti del Matese.

Quando scende la notte sulla montagna, da Fenestrelle all’Aspromonte, da Chiromonte alla Barbagia, sono ancora pronti per essere accesi i fuochi dei briganti.

Buon compleanno, Italia.

 

 

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La lotta per la montagna sacra

by Duncan on lug.03, 2011, under Bellezza, Controinformazione, Resistenza umana, Simbolo

Ecco i piccoli soldati della Resistenza.

Hanno volti nascosti tra le pagine bianche e quelle nere, le righe cancellate, quelle bruciate ad arte, quelle ricoperte con la scolorina, quelle riscritte e quelle ritrovate.

In India, nello stato dell’Orissa, I Kandh, un insieme di comunità tribali hanno combattuto una durissima e disperata guerra contro la multinazionale Vedanta per Niyamgiri, la loro Montagna Sacra, il fondamento del loro mondo, la cornice del loro habit esistenziale, il nutrimento del loro autoriconoscersi, ovvero l’archistrave stessa del loro sentiri Uomini, del loro “avere un senso” dinanzi alla vita.

Nonostante la guerra sporca di Vedanta e autorità i Kandh alla fine hanno vinto. Almeno per il momento.

Il testo che leggerete è la loro storia.

Su un fronte che corre proprio ai confini dell’umano. Dove si combatte ancora. Dove si combatterà semrpe.

Lo Specchio è frantumato e le immagini sono infrante, sparpagliate, diffuse.

La Resistenza è all’opera ovunque. Cambiano le forme, i retroterra, le Visioni, le pratiche concrete. Ma i motori si scaldano. E reggono a stento i muri dello stadio. Divisi da mille codici, uniti in realtà da una stessa fame di liberazione, e di dignità contro chi prosperà tre i canili e il guinzaglio.

Tribù scendono sul sentiero di guerra Per difendere un Mondo. Il loro Mondo. La Casa Divina della manifestazione e attuazione del loro essere. Il Territorio che dà il fiumi, le sorgenti, la frutta. La Terra che è stato dato loro mandato di Custodire.

E’ una vecchia lotta. Degli estortori dai colletti bianchi e degli agglomerati di cemento e morte che come unr ullo complessore spazzano via i Mondi, in una scarica di DTT sterilizzante, per accamparea altri territori al loro Risiko e spolparli fino a strapparne l’ultimo centesimo.

Ma c’è chi dice.. QUESTO E’ IL NOSTRO MONDO…

QUESTA E’ LA NOSTRA TERRA,

QUESTO E’ IL NOSTRO UNIVERSO,

LOTTEREMO FINO ALLA MORTE PER CIO’ CHE E’ NOSTRO.

I loro tamburi parlano anche alle nostre viscere, per una Dignità che aspetta chi osi reclamarla.

La Grande Montagna ora sorride.

A volte il Banco perde,

al gioco delle tre carte capita che il Banco si incula.

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Tratto da

“NUNATAK

Rivista di storie, culture, lotte della montagna” (n.627)

Di Pei

“Oggi nell’era dei cambiamenti climatici, è sicuramente il momento di rendersi conto che le foreste, i sistemi fluviali, le catene montuose e le persone che sanno come vivere in modo ecologicamente sostenibile valgono più di tutta la bauxite del mondo. La Vedanta dovrebbe essere fermata nei suoi piani. Adesso. Immediatamente. Prima che si compino ulteriori danni.” (Arundhati Roy)

In India, alle pendici del Monte Nyamgiri, le comunità tribali dei Dongria Kondh si stanno battendo contro la multinazionale mineraria Vedanta, il cui progetto estrattivo minaccia di distruggere, insieme a Nyamgiri, la loro stessa esistenza come popolo che si considera – ed efettivamente è – il “Custode” di questa montagna sacra. Al momento i Kondh hanno vinto: il progetto della Vedanta è stato bloccato. La loro storia, e la loro vittoria, è tanto più significativa in quanto momento di uno scontro di dimensioni ben più grandi: una battaglia epocale che vede il subcontinente indiano, la più grande democrazia al mondo, dilaniato da una vera e propria guerra ai danni delle popolazioni rurali, non ancora urbanizzate, e al loro tentativo di resistere al trionfo dello “sviluppo economico”.

Tra l’agosto e il settembre del 2010, dopo una controversia durata anni, il governo indiano si è pronunciato in merito al rilascio delle autorizzazioni alla multinazionale Vedanta per il progetto di estrazione di bauxite dal Monte Niyamgiri, nello Stato orientale dell’Orissa. In quella che Amnesty Internationale ha definito >, la Corte suprema ha bocciato il progetto della miniera, per violazione delle leggi a tutela dell’ambiente, della oresta e dei diritti degli adviasi (le popolazioni indigene), in particolare dei Dongria Kondh e delle altre comunità che abitano le pendici di Niyamgiri. La sentenza ha inoltre sospeso le operazioni di sestuplicamento della raffineria di alluminio di Lanjigarh, riconoscendo che già nelle sue attuali dimensioni ha provocato un inquinamento dell’aria e dell’acqua tali da rendere invivibile il territorio per le comunità locali. Questa sentenza ovviamente non casca dal cielo, ma è l’esito – insperato – di una feroce battaglia tra la britannica Vedanta Resources, una delle maggiori compagnie minerarie al mondo, e i Dongria Kondh, una piccola – ma irremovibile – comunità tribale.

I Dongria Kondh sono una delle tribù più isolate del continente indiano, circa ottomila persone sparse in piccoli villaggi sulle colline di Niyamgiri, un territorio diamgi dense foreste popolate da una grande varietà di animali, tra cui tigri, elefanti e leopardi. Qui i Kondh coltivano lem essi, raccolgono frutti spontanei e selezionano piante e fiori destinati alla vendita. In lingua kuvi, gli abitanti delle pendici di Niyamgiri chiamano se stessi jhamia, ovvero >. Essi si considerano  i guardiani delle centinaia i sorgenti perenni, ruscelli e torrenti, che sgorgano dalla cima della collina. Tale abbondanza d’acqua dipende proprio dalla presenza della bauxite, materiale di natura racciosa e sedimentaria che tratiene acqua e umidità nella stagione delle piogge per poi rilasciarla gradualmente nel periodo secco. Questo sistema naturale di filtraggio realizza così un perfetto equilibrio di produzione idrica a ciclo continuo, che garantisce la crescita di una vegetazione rigogliosa in un territorio che, nel suo complesso, nela gran parte dell’anno è piuttosto arido. E’ perciò evidnte come – l di là del potenziale inquinante di uno stabilimento minerario – la semplice sottrazione  da tale ecosistema dell’elemento principe per l’equilibrio idrico, la bauxite, avrebbe di per sé un impatto devastante.

Il progetto della Vedanta consiste proprio in una imponente miniera a cielo aperto per l’estrazione della bauxite dalla vetta della montagna sacra per i Kandh: Niyamgiri, la “montagna della legge”, dimora del loro Dio e garante dell’equilibrio naturale. Se ciò avvenisse, i Dongria Kondh non perderebbero soltatno i loro mezzi di sostentamento, le loro case, le loro terre. Perderebbero la salute, l’indipendenza e la loro insostituibile e profonda conoscenza dell’ecosistma di colline e foreste. Ma, ancor di più, la distruzione di Niyamgiri rappresenterebbe la perdita della loro identità, la fine del senso stesso della loro millenaria esistenza.

La bauxite, in campo industriale, ha un’importanza notevole: si tratta infatti dell’elemento base per la produzione di alluminio. Con il cosiddetto processo Bayer, i sali d’alluminio presenti nel minerale vengono separati da altri elementi “spuri” – silice, ossidi di ferro, titanio… – attraverso diverse fasi di “puriicazione” che, inevitabilmente, producono grandi quantità  di materiali residui di una certa tossicità. Le comunità che vivono nei pressi della raffineria della Vedanta già in funzione nell’aria, infatti, oltre ad essere state sfrattate dalle loro case e dalle loro terre, denuncniano un diuso avvelenamento responsabile di soghi cutanei, infezioni e disturbi di vario genere. A ciò si aggiungono la compromissione dei raccolti, le morie degli animali che si bagnano e abbeverano nelle acque di Nyamgiri, e la colorazione rossastra assunta dal suolo e dalla vegetazione circostante.

>. Questa è la posizione – ferma ed inequivocabile – delle tribù scese in lotta, compatte nel proposito di fermare la Vedanta per impedire la “profanazione” delle loro montagne, la conversione dell’area in una desolata zona industriale e per non bararattare il proprio modo di vita con la prosepttiva di diventare, nel migliore dei casi, dei salariati della raffineria. Riiutano il Progresso, questi barbari! Un Progresso grazie al quale, forse, otterrebbero qualche automobile, qualche telefonino, e qualche Mac Donald’s dove chiedersi cosa è successo alla loro acqua, ai loro colori, alle loro forteste, alle loro vite.

Di fronte a tale inconcepibile rifiuto, la Vedanta e le forze governative non tardano a reagire. Ad alcune comunità la compagnia offre del denaro per convincerle a trasferirsi altrove, mentre le case di quelli che declinano l’offerta vengono abbattute nottetempo dalle ruspe. Le cronache parlano anche  di azioni punitive, di interventi paramilitari con omicidi mirati, rastrellamenti, pestaggi e sparizioni, nei confronti dei membri più attivi delle comunità.

I Kondh, però, non si sono mai arresi. Negli ultimi anni, a più riprese, i loro tamburi di guerra hanno ripreso a rullare dal profondo della giungla. Hanno bloccato le strade di accesso ai cantieri, impedendo fisicamente il passaggio alle scavatrici. In centinaia, provenienti dalle varie comunità e villaggi della zona, si sono riuniti di fronte ai cancelli degli stabilimenti Vedanta, scontrandosi con le forze dell’ordine e subendo cariche, aggressioni, arresti e intimidazioni… Hanno celebrato colossali puja, raduni di massa per dare vita ad un movimento allargato, formato anche da rappresentanti di altri gruppi tribali e da attivisti, accademici, avvocati, per attirare l’attenzione del mondo intero. E proprio grazie al lavoro di informazione, la notizia della loro battaglia ha acquistato un’eco internazionale, stimolando diverse iniziative di solidarietà, coe ad esempio una manifestazione nel cuore di Londra durante l’annuale meeting generale della Vedanta. Un’ondata di critiche e pressioni ha così colpito la corporation, al punto che alcuni dei finanziatori hanno fatto dietrofront, ritirando le quote di investimento nell’azienda.

Si può letteralmente dire che i Kondh sono tornati sul sentiero di guerra, al suono dei gong e dei tamburi, indossando i costumi arcaici ormai sempre più rari, e impugnando le loro armi tradizionali: archi, frecce e asce. Il gesto stesso di brandire queste armi antiche, le stesse che un tempo avevano usato per difendersi dai colonialisti inglesi, e che oggi sono rivolte contro le mostruose propaggini meccaniche del sistema industriale, ha l’alto valore simbolico di rivendicazione dell’identità culturale di un popolo, nella resistenza al processso di trasformazione imposto da una modernizzazione genocida. Ma non solo: il brandire le armi sottolinea la volontà di combatere ancora una volta a oltranza fino all’ultimo uomo, una battaglia impari, dando forma a uno degli slogan più volte ripetuto: >:

Non è la prima volta infatti che queste popolazioni si trovano a combattere una guerra impari contro la Civiltà. Un tempo i Khand sparsi  ai piedi del sacro Monte Nyamgiri erano adusi a celebrare sacrifici umani. Un orrore che l’impero britannico non poteva tollerare. Dall’altro di una legittimità morale fondata su secoli di roghi, guerre, stermini, schiavitù, il cristianissimo e civilissimo Occidente si mobilitò per estirpare una simile barbarie, massacrando quanti osavano difendersi, pianificando un vero e proprio genocidio (per evitare l’atrocità dei sacrifici umani, of course). Si era a metà dell’Ottocento, ei Kadh resistetero armi in pugno all’Impero, trasformando le colline e le foreste dell’Orissa nel teatro di una guerriglia testarda e senza tregua. Stremati, perseguitati, affamati, condotti sull’orlo dell’estinzione, i Kandh riuscirono a vincere la partita con la storia. Sono sopravvissuti, aggrappandosi alla propria identità culturale. Oggi la Civiltù torna alll’attacco, tentando di portar via, con il loro sacro monte, il senso della loro vita millenaria. Qualcuno ha deciso che devono stare meglio, che il Progresso deve arrivare fino a lì. L’antica storia si ripete, la multinazionale Vedanta dà vita al suo genocidio di vite fisiche, morali, culturali, comprando tutto quello che può comprare e distruggento tutto il resto.

I Kandh sono tornati sul sentiero di guerra. La loro tenacia ha trasformato una piccola tribù delle giungle dell’Orissa in un simbolo di una battaglia globale. Nel loro mondo popolato da spiriti, sciamani e uomini tigre, i Kandh hanno trovato la forza di resistere e le ragioni per combattere, dimostrando, non foss’altro che per questo, di avere molto da insegnarci.

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I mondi di Barbara (Albert Camus)

by Duncan on mag.24, 2011, under Resistenza umana, Simbolo, politica

Eccoci con la splendida rubrica di Barbara Lazzarini.

Barbara, una donna che incarna la nobiltà, la creativià, e la radicalità del vero Insegnare.

In questo suo pezzo parla di un gigante.. Albert Camus.

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L’UOMO IN RIVOLTA. ANTINOMIE DELLA RIVOLUZIONE

Quando in piena guerra fredda, nel ’51,  scrive “l’uomo in rivolta”,  Camus sancisce una spaccatura con l’establishement culturale francese “engagée”, e lui lo sa, è una crisi netta, irreversibile con l’amico Sartre il cui esistenzialismo politico e fattosi sovietizzante non poteva essere accolto dal nostro uomo in rivolta.

All’uscita questo testo ebbe un grande successo, ma non fu compreso, non si volle comprenderlo in realtà, tutti alla ricerca di risposte ad un certo punto non seppero che farsene di un testo che poneva domande, straordinarie domande. Non c’è un messaggio politico unico da veicolare verso qualche movimento che poi possa strumentalizzarlo, lo stesso Sartre parlò di “provocazione”. Infatti di questo si trattava, provocare l’uomo, provocare nell’uomo una presa di coscienza. Grande l’evoluzione rispetto al “mito di Sisifo”, scritto quando aveva trent’anni, lì il tema dell’assurdo esistenziale era analizzato come condizione individuale e qui invece si amplia, s’allarga, si fa manifesto e assurge a dimensione collettiva, non basta più “immaginare Sisisfo felice”, il primo capitolo del libro si chiude con “Mi rivolto dunque siamo”. Ora si tratta di fare chiarezza, di stabilire quale sia il valore vero della rivolta. Ed ecco la prima delle grandi domande: “Che cos’è un uomo in rivolta?” .

“Un uomo che dice no…ma qual è il contenuto di questo no?”

In Camus la rivolta non coincide con rivoluzione, anzi ne è antitesi. Inficiato d’Umanesimo e di amore per la grecità, l’autore lega alla rivolta i valori per i quali il fine non giustifica i mezzi, il rivoltoso difende l’uomo, la natura umana sopra tutto.

“E apertamente dedicai il cuore alla terra greve e sofferente, e spesso, nella notte sacra, promisi d’amarla fedelmente fino alla morte, senza paura, col suo greve carico di fatalità, e di non spregiare alcuno dei suoi enigmi. Così, m’avvinsi ad essa di un vincolo mortale.”_Friedrich Hölderlin_

Camus apre “l’uomo in rivolta” con queste parole di Holderlin tratte dall’EMPEDOCLE, si noti Empedocle è lo stesso nome della rivista fondata con Char, Holderlin lo scrittore romantico che rievoca la perfezione greca, la sublimazione della bellezza nella natura, Char l’amico e stimatissimo poeta dell’insorgenza, tra i pochi capaci di continuare in rivolta a celebrare quella stessa bellezza, il partigiano della speranza che scrive su foglietti lirici aforismi per dire no alla disumanità della storia e continuare a sentirsi uomo, a essere uomo.

Altro fanno i rivoluzionari che INVECE servono la storia, Camus odia la storia e il suo divenire che fa piazza pulita delle forme, dell’essere, dell’uomo. Ci fa un esempio per farci capire e ricorre alla contrapposizione tra l’odioso storicismo germanico, che si nutre del suo stesso spirito, e la grazia e bellezza mediterranea che è invece connaturata in sè. L’uomo in rivolta frena la storia, la limita e “a questo limite nasce la promessa di un valore” .

La rivolta è ontologica crea l’essere e dunque l’uomo. “Mi rivolto dunque siamo” è ben più del “cogito ergo sum” è oltre l’uno, oltre l’uomo verso l’essere insieme…è certo una provocazione, che hanno poi scopiazzato in tanti nuovi mercificatori capaci solo di essere banalizzatori dell’esistenzialismo vero.

Per Camus si tratta di lottare contro abitudini, consuetudini, di essere antistorici, destrutturanti, mediterranei, morali, non moralisti come spesso finiscono per essere i rivoluzionari. Il pensiero in rivolta è la bellezza dell’ essere che si eleva, s’alza, mantiene il coraggio vigile a guardare l’uomo e non si costruisce corrompendosi in rivoluzione limitante. La rivoluzione frena come processo storico l’innocenza, la giustizia, l’armonia. E’ un saggio per me decisamente affascinante che scava a fondo, cerca e trova le ragioni del dolore e del male, dell’ingiustizia e della violenza, stimola al dubbio su noi stessi, conduce al ragionamento dialettico come pochi altri percorsi filosofici. La filosofia da assaporare non al tramonto come diceva Hegel, bensì la filosofia da vivere all’alba, per creare un uomo nuovo. Chi non si ribella non è vivo, o meglio NON E’, vivere è ribellarsi, ogni nostro respiro perde VALORE senza RIVOLTA. Le élite, se sono tali, a questo ruolo sono chiamate, all’elevazione dell’arte verso la risoluzione dell’assurdo. “Io traggo dall’assurdo tre conseguenze: la mia rivolta, la mia libertà e la mia passione”.

“Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando. Qual è il contenuto di questo “no”?

Significa, per esempio, “le cose hanno durato troppo”, “fin qui sì, al di là no”, “vai troppo in là” e anche “c’è un limite oltre il quale non andrai”. Insomma questo no afferma l’esistenza di una frontiera. Si ritrova la stessa idea del limite nell’impressione dell’uomo in rivolta che l’altro “esageri”, che estenda il suo diritto al di là di un confine oltre io quale un altro diritto gli fa fronte e lo limita. Così, il movimento di rivolta poggia, ad un tempo, sul rifiuto categorico di un’intrusione giudicata intollerabile e sulla certezza confusa di un buon diritto, o più esattamente sull’impressione, nell’insorto, di avere il “diritto di…”. Non esiste rivolta senza la sensazione d’avere in qualche modo, e da qualche parte, ragione. Appunto in questo lo schiavo in rivolta dice ad un tempo di sì e di no. Egli afferma, insieme alla frontiera, tutto ciò che avverte e vuol preservare al di qua della frontiera. Dimostra, con caparbietà, che c’è in lui qualche cosa per cui “vale la pena di…”, qualche cosa che richiede attenzione. In certo modo, oppone all’ordine che l’opprime una specie di diritto a non essere oppresso al di là di quanto egli possa ammettere.

Insieme alla ripulsa rispetto all’intruso, esiste in ogni rivolta un’adesione intera e istantanea dell’uomo a una certa parte di sé. Egli fa dunque implicitamente intervenire un giudizio di valore, e così poco gratuito, che lo mantiene in mezzo ai pericoli. Fino a quel punto taceva almeno, abbandonato a quella disperazione nella quale una condizione, anche ove la si giudichi ingiusta, viene accettata. Tacere è lasciare credere che non si giudichi né desideri niente e, in certi casi, è effettivamente non desiderare niente. La disperazione come l’assurdo, giudica e desidera tutto in generale e nulla in particolare. Ben la traduce il silenzio. Ma dal momento in cui parla, anche dicendo no, desidera e giudica. La rivolta, in senso etimologico, è un voltafaccia. In essa, l’uomo che camminava sotto la sferza del padrone, ora fa fronte. Oppone ciò che è preferibile a ciò che non lo è. Non tutti i valori trascinano con sé la rivolta, ma ogni moto di rivolta fa tacitamente appello a un valore. Si tratta almeno di un valore?

Per quanto confusamente, dal moto di rivolta nasce una presa di coscienza: la percezione, ad un tratto sfolgorante, che c’è nell’uomo qualche cosa con cui l’uomo può identificarsi, sia pure temporaneamente. Questa identificazione fin qui non era realmente sentita. Tutte le concussioni anteriori al moto d’insurrezione, lo schiavo le sopportava. Sovente, anzi, aveva ricevuto senza reagire ordini più rivoltanti di quello che fa prorompere il suo rifiuto. Portava pazienza, respingendoli forse in se stesso, ma poiché taceva, si mostrava più sollecito, per il momento, del proprio interesse immediato che cosciente del proprio diritto. Con la perdita della pazienza, con l’impazienza, con l’impazienza, comincia al contrario un movimento che può estendersi a tutto ciò che veniva precedentemente accettato. Questo slancio è quasi sempre retroattivo. Lo schiavo, nell’attimo in cui respinge l’ordine umiliante del suo superiore, respinge insieme la sua stessa condizione di schiavo. Il moto di rivolta lo porta più in là del semplice rifiuto. Egli oltrepassa anche il limite che fissava al suo avversario, chiedendo ora di essere trattato da pari a pari. Quanto era dapprima resistenza irriducibile dell’uomo, diviene l’uomo intero, che con essa vi si identifica e vi si riassume. Quella parte di sé che voleva far rispettare, la mette allora al di sopra del resto, e la proclama preferibile a tutto, anche alla vita. Essa diviene per lui il sommo bene. Prima adagiato in un compromesso, lo schiavo si getta di colpo (“se è così…”) nel Tutto o Niente. La coscienza viene alla luce con la rivolta”

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UNA DONNA STRAORDINARIA

by Duncan on gen.27, 2011, under Bellezza, Disciplina, Ispirazione, Poesia, Resistenza umana

Fu in una sera come tante che mi imbattei in questa storia. E non l’ho più dimenticata. La raccontai, a suo tempo. E continuai a raccontarla nel tempo. Certe storie non muoiono mai, né ristagnano come crisalidi cristallizzate o polverosi classici sterilizzati. Noi diamo incarnazione alle Storie. Le Storie ci abitano. E ci scelgono allo stesso modo in cui noi scegliamo loro.

Alcune storie non ci lasciano sonnecchiare, ma continuano a chiamarci nella Spirale del Tempo. E questa storia vuole ancora vivere. E vuole essere risuscitata. Anche qui. Anche adesso.
Ci sono uomini e donne venuti sulla terra ad insegnarci il coraggio.
Rammentano in noi l’antica credenza, che mai è morta e mai morirà.
Credenza che è balsamo e bestemmia. Messaggio del tempo, tramandato tra aquiloni e cellule e scritto a lettere di fuoco e sangue sulle rocce, che dice…

Nessuno ostacolo potrà fermare lo spirito umano.

E noi stiamo là sulla soglia a toccare con gli occhi queste comete che riempirono il cielo di speranza. Potrai perdere braccia e gambe, ma se il tuo cuore è grande, un giorno ti vedremo volare.

No, nessuno ostacolo potrà fermare lo spirito umano.

È la storia di una donna straordinaria, la storia in cui mi imbattei.
Una donna giapponese. Due suoi versi:

“Volere è potere: ho impresso queste parole in mente e vissuto fin qui la mia vita, all’insegna di esse.”

“Gli uccelli sono i miei veri maestri: mi hanno insegnato a scrivere usando la bocca.”

Tsumakichi, era il suo nome. Una geisha che si trovò nel posto sbagliato al momento sbagliato. Che poi era proprio il posto in cui doveva essere per fiorire come essa è fiorita. C’era anche lei nellacasa per Geishe, Sankairo, nel quartiere a luci rosse Horie di Osaka, nel 1905, quando il proprietario della casa, in una esplosione di follia furente, dopo aver saputo del tradimento della moglie, affettò con la spada sei geishe, uccidendone cinque…

La sesta era Tsumakichi. Rimase viva, ma perse entrambe le mani. Da quel momento non poté più danzare, e comincio a peregrinare come attrice di strada in una compagnia teatrale ambulante. Dopo una tournee, nella città di Sendai, dove la compagnia era arrivata, nel locale in cui andarono ad alloggiare, Tsumakichi vide una coppia di canarini. Nonostante fossero imprigionati in un gabbia piccola e stratta, i canarini “vivevano”, cantavano con allegria e cibavano col becco i loro figli. E Tsumachiki fu come folgorata. E pensò che come loro avevano una bocca, una bocca aveva lei. Come loro facevano tutto con la bocca, non ci sarebbe stato nulla che lei non avrebbe potuto realizzare con la sua bocca!

E rammentò allora le parole del patrono di Horie: “Qualunque cosa possano fare gli altri, sono sicuro che anche noi possiamo. Dipende tutto dalla sola forza di volontà.” Questa donna indomita, che non aveva mai letto e scritto in vita sua, seguì il richiamo della sua folgorazione.

E comincio con sforzo incrollabile a studiare con la penna in bocca. In seguito divenne monaca e assunse il nome di Oishi Junkyo. Le sue opere di calligrafia e i suoi dipinti divennero celebri. Come chiunque si è spinto oltre ciò che sembrava fato implacabile e condanna, Tsumakichi si spendeva anche per destare negli altri la stessa fame, la stessa disperata e folgorante fede.

E quando parlava con gli handicappati era solita dire: “Se il problema è un corpo storpio, non c’è nulla da fare, ma cercate di non rendere storpio il vostro cuore”, soleva dire per incoraggiare gli handicappati.

Yanagi Muneyoshi, nel suo libro Shinge scrive:

“DONA TUTTO TE STESSO! ALLORA NON AVRAI MAI RIMPIANTI.”


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Creare una nuova storia

by Duncan on feb.19, 2010, under Ispirazione, Resistenza umana

visione

Ecco con un’altra storia. Ci sono quelli che storceranno il naso. Storie banali diranno. O illusorie, utopiche, idealiste per un mondo piranha…

Ci si divide tra pescenani e avviliti.. è questo il dramma, se volete. Tra chi se ne fotte e chi raglia disperato alla luna. Tra mercanti con sorrisi tagliola e carne da macello.. che “si sente” carne da macello. Tra anime morte in corpi da finanza d’assalto e politicanti da smerdaglia e supebonzi da minchiatelevisione.. e consumatori onnivori, delusi e depressi a tempo pieno.. spenti, stanchi passeggeri della vita. E anche chi difende i deboli.. urla a squarciagola… “Quanto siete deboli!.. quanto siete deboli!.. quanto siete piccoli!.. siete canne al vento.. precari.. sradicati..ecc…” Anche loro ti lasciano nel pantano.. sguazza sguazza guagliò. Se no.. anche il mio ruolo da difensore dei deboli va a farsi benedire, no?… se i deboli si rialzano in piedi.

Ci sono storie di Resistenza al putridume che si incastano su muri taglienti come il sole di mezzogiorno. E ho visto bambini dislessici diventare dottori, anche se i dottori gli dicevano che sarebbero stati semrpe ritardati. Malati di cancro ora insegnano a guarire. Bambini abusati insegnano l’amore… Mattanze di sangue lasciano spazio a milioni di fiori.. e la Bellezza dilaga nel mondo… Vi lascio alla storia..

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Di Gloria Steinem

Situato in una zona rurale e molto isolata dell’Oklahoma, il paese di Bell era abitato da trecento famiglie, quasi tutte cherokee. Non c’era altra scuola oltre alle medie inferiori e le tubazioni dell’acqua erano assai carenti, ma in compenso regnava una violenza sociale diffusa, mista a un’altrettanto diffusa disperazione. I suoi abitanti, a causa del forzoso legame di dipendenza dagli aiuti del governo e dell’invisibilità rispetto al mondo esterno, avevano sviluppato a poco a poco una totale sfiducia nella loro capacità di determinare il proprio destino, come tanti adulti con tutte le fragilità e nessuno dei vantaggi di chi adulto non è ancora. Non pochi, tra quelli che erano riusciti ad andarsene, si vergognavano di ammettere di avere trascorso l’infanzia a Belle. Wilma Mankiller, figura di spicco nella rifondazione della città, ricevette due avvertimenti dalla gente che conosceva bene il paese quando annunciò che voleva avviare un progetto di rinnovamento: per prima cosa, <quella gente lì> non avrebbe mai mosso un dito, né pagata né tanto meno volontaria, per tirarsi fuori dalla situazione; secondo, al calar della notte in ogni caso avrebbe fatto bene a lasciare il paese. Ciò nonostante, Wilma affisse per tutte le strade del paese manifesti scritti in cherokee e in inglese, che invitavano la popolazione a partecipare ad un’assemblea cittadina per discutere di <Bell, il  nostro paese, così come lo vorreste vedere tra dieci anni>. Non si presentò nessuno. Lei organizzò un’altra assemblea, e questa volta si presentò un gruppetto sparuto di abitanti, che erano andati lì solo per esporre certe lagnanze.

Allora ne organizzò una terza, a cui parteciparono una dozzina di abitanti, ormai convinti che l’unico scopo di Wilma era ascoltare la loro opinione. <Ho sempre avuto fiducia nella capacità, in chi è stato espropriato
di tutto, di dare forma e forza alle proprie idee> ha commentato Wilma in seguito. Proprio per questo, non si sognò neppure di calare dall’alto qualche soluzione, e nemmeno di presentare proposte. L’unica cosa che fece fu una domanda: <> Al contrario di quel che si aspettava Wilma, la risposta non consistette in un progetto per il recupero scolastico né in qualsiasi altra iniziativa finalizzata ad aiutare i giovani, a cui perlomeno restava ancora la speranza di poter fuggire da lì. Gli abitanti intervenuti all’assemblea proposero infatti un cambiamento più democratico, nella misura in cui la sua importanza era vitale per tutti, indipendentemente dall’età o dall’intenzione di andarsene: una sorgente d’acqua capace di rifornire tutte e case, e un sistema di tubazioni adeguato alle necessità di distribuzione. L’iniziativa avrebbe costituito automaticamente un freno al fenomeno dell’abbandono scolastico, spiegarono a Wilma: i ragazzi per fare il bagno dovevano servirsi o dell’acqua inquinata del fiume vicino o del rubinetto situato nel cortile della scuola, e il fatto di lavarsi con minor frequenza dei loro compagni delle scuole superiori di Stillwell, meno poveri di loro, costituiva regolarmente motivo di scherno. Nata grazie a una semplice domanda che dava ai cittadini il potere di scegliere, l’iniziativa prese concretamente avvio grazie a una transazione, sempre a opera di Wilma. Lei si sarebbe incaricata di procurare le forniture, il contributo finanziario del governo federale, i tecnici e tutti gli altri esperti necessari al progetto, a patto però che gli abitanti della cittadina si facessero interamente carico della costruzione dell’acquedotto, e parzialmente anche della raccolta dei fonti. Dopo anni di promesse non mantenute, la popolazione era scettica, e dopo anni di passività dubitava delle proprie capacità; ciò nondimeno, costituì il Comitato Case e Acquedotto di Bell e si mise al lavoro. A ciascuna famiglia venne assegnato un chilometro e mezzo di tubature da interrare. Chi sapeva l’inglese doveva occuparsi anche delle iniziative per la raccolta dei fondi, e chi parlava solo cherokee svolgeva tutti gli altri lavori possibili, dallo scavo dei canali per l’interramento delle tubature al trasporto della terra per la copertura dei tubi, ma ognuno sapeva che il suo contributo era vitale per la riuscita del progetto. Le donne, che all’inizio si erano auto confinate <ai lavoretti di
carpenteria>, come diceva Wilma, persuase come erano di essere troppo deboli per trasportare i tubi o per partecipare alla costruzione vera e propria, ben presto scoprirono che le mansioni più impegnative non erano certo più faticose di quelle che erano abituate a fare in casa o nelle strade della città quando andavano e tornavano con i secchi dell’acqua.

Wilma ebbe la certezza che l’atteggiamento della popolazione si era profondamente trasformato il giorni in cui le famiglie decisero di fare una gara di velocità tra di loro, per vedere chi avrebbe deposto più velocemente il suo tratto di tubatura. Gli abitanti dei paesi vicini a Bell, pur essendosi dichiarati certi fin dal principio del fallimento dell’iniziativa, facevano frequenti visite alla cittadina per osservare l’andamento dei lavori. E lo stesso fecero i rappresentanti di diverse fondazioni importanti, che in questo progetto di costruzione vedevano un esempio delle possibilità di sviluppo del Terzo Mondo: di posti più poveri di Bell, in effetti, ce n’erano davvero pochi. Arrivò persino la troupe di una rete locale della CBS, attratta dallo scenario indubbiamente realistico della povertà del paese; venuti per filmare la miseria, in realtà gli operatori televisivi giocarono, senza volerlo, un ruolo molto positivo, dando alla popolazione l’occasione di vedersi al centro dei notiziari serali. Ben presto anche la popolazione non indiana di Bell incominciò a tessere le lodi del progetto dell’acquedotto sui giornali locali, e per la prima volta la comunità indiana poté percepirsi come visibile. Una visibilità interamente dovuta, ed era questa la cosa più importante, a un progetto di cui essa era il soggetto attivo. I quattordici mesi che seguirono avrebbero bisogno di un libro intero per essere raccontati, tanti furono i cambiamenti sul piano personale che si verificarono; alla fine, comunque, l’acquedotto venne completato in tutti i suoi trenta chilometri di tubature. La troupe televisiva della CBS ritornò a Bell per documentare il successo dell’iniziativa, e i sette minuti di cronaca che ne risultarono vennero mandati in onda in <il film della città>, la trasmissione di Charles Kuralt. Noto ora come <CBS Sunday Morning>, questo pezzo di cronaca, viene trasmesso sovente e con grande orgoglio. Allargatosi dalla prima dozzina di abitanti che avevano partecipato all’assemblea a quasi tutta la popolazione, il Comitato di Bell decise di dare il via al secondo progetto: la costruzione delle case. Anche questa volta Wilma si occupò di ottenere dal governo federale il suo contributo finanziario, ma non le sue imprese edili: il lavoro di costruzione era interamente affidato agli abitanti. <Anche le
famiglie che non erano mai andate d’accordo tra loro> spiegò poi Wilma <avevano ormai imparato a lavorare insieme. Tra di loro stava
nascendo il senso di appartenenza ad una comunità> Poiché il governo federale aveva stanziato fondi a favore unicamente degli indiani, le cinque o sei famiglie non-indiane restavano automaticamente escluse. Dopo lunghe e minuziose discussioni, la Comunità Cherokee decise di iniziare una raccolta fondi in modo che anche quelle famiglie potessero beneficiare del progetto di costruzione, per quanto alcune di esse nel passato si fossero comportate molto male nei confronti degli indiani. Come sempre l’autostima era riuscita a produrre generosità, e, in questo caso particolare, a restaurare il principio indiano del mutuo scambio, erroneamente definito <> dai bianchi che non avevano mai compreso la reciprocità di dare e avere che in esso è sottesa. In quel primo momento di incontro, l’assemblea tenuta nel 1979, la frase che più di frequente circolava era: <E’ sempre stato così, e
non cambierà mai>. Ora, invece, era: << Guarda un po’ cosa abbiamo fatto! Cos’altro si potrebbe fare?>>. Dopo il completamento del progetto edilizio, i membri del comitato permanente di Bell hanno dato vita a un programma di educazione permanente, a una <festa indiana> annuale con raccolta di fondi per la comunità, a un ufficio propaganda che diffonde l’esperienza di Bell negli altri centri rurali e a un progetto sperimentale di educazione bilingue che ha lo scopo di rivitalizzare la lingua e la cultura cherokee. Il tasso di abbandono scolastico ha subito un calo drastico, e ora anche nei centri vicini di Cabin e Cherry Tree sono stati avviati progetti per la costruzione di case e dell’acquedotto. Quelli che una volta si vergognavano di abitare a Bell ora ne vanno fieri. Per Wilma la ricompensa migliore è stata quella di vedere i concittadini rifiorire. Sue e Thomas Muscrat, rispettivamente operaia in una fabbrica e bracciante agricolo, erano talmente scettici e sfiduciati che alle prime riunioni non avevano nemmeno aperto bocca: adesso sono diventati membri del comitato scolastico e dell’ufficio propaganda, e hanno aperto un negozio di prodotti dell’artigianato dove vendono quelle stesse collane, disegni e sculture di legno che avevano sempre fatto, ma del cui valore artistico fino ad allora non erano mai stati sicuri. E poiché il loro unico figlio era già grande nel momento del grande cambiamento, ora hanno adottato un bambino di Dallas, mezzo cherokee e vittima di abusi nella precedente famiglia, per condividere con lui la buona sorte. (…) Wilma Mankiller è una leader della migliore specie: capace di creare indipendenza, anziché dipendenza, capace di aiutare la collettività a ritornare sui suoi punti spezzati, per mettere in moto un processo collettivo di guarigione.

(…)

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