Born Again

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La fortezza di Fenestrelle

by Duncan on lug.03, 2011, under Controinformazione, politica

Tacito scriveva: “fanno il deserto e lo chiamano pace”.

Tacito incarnava in sè il lato più grande degli antichi romani. La capacità di guardarsi dentro e di osservarsi con totale spietatezza e franchezza. Infatti è degli stessi romani che Tacito scriveva… “fanno il deserto e lo chiamano pace”.

Non so esattamente dirvi come è stata chiamata l’unificazione d’Italia. Forse il guaio è che non è stata “chiamata” fino in fondo. C’è un peccato di omissione. Omissione di nomi, storie, volti, eventi. Semplicemente pagine scomparse, strappate via dal vento selettivo della narazione.

Adesso si sa che l’Unificazione a un certo punto avvenne “con il ferro e con il sangue” e che il Sud venne trattato come paese nemico occupato. Interi villaggi furono distrutti, migliaia di persone uccise, altre condannate al carcere a vita.. altre spedite in luoghi infami, lager antelitteram come Fenestrelle, dove a migliaia furono rinchiusi.

Ed è soprattutto di Fenestelle che parla il testo che leggerete.

Ci tengo a dire una cosa…..

La storia non è un ascia con motorino retroagente o con replay incorporato.

E volere “matematicamente” risarcire una ingiustizia storica, spesso porta a una nuova ingiustizia, cosicchè le ingiustizie si sommano.

Ad esempio, Israele è nata dal selvaggio atto di occupazione dei territori palestinesi e da crimini senza fine. Ma riscattare quella ingiustizia storica non vuol dire ritornare allo status quo.. e quindi distruggere Israele. Sarebbe come aggiungere un altro abominio al precedente abomio. Israele ormai esiste da generazioni, sono nati figli e poi figli di figli e poi figli di figli di figli. Orma è nata una comunità di senso. Il futuro sarà integrare Israele e futuro stato palestinese.

Se andiamo adesso alle barbarie verso le genti del Sud Italia.. il “risarcimento” non è “annullare” l’unificazione e tornare al Regno delle Due Sicilie e ai borboni.

L’Italia ormai è un valore.. si sono stabilite connessioni.. sono nate generazioni. Orma l’Italia ci appartiene.

Il riscatto allora è ristabilire la verità storica, spazzare via l’oblio, imparare dal passato.. costruire una Nuova Storia.

Vi lascio a questo pezzo per certi aspetti impressionante…

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Tratto da

“NUNATAK

Rivista di storie, culture, lotte della montagna” (n.627)

 

… Quando fa notte, a la muntagna…

Jacou

Finestrelle sta lì, in mezzo alla Val Chisone. La mastodontica mole della fortezza è forse ciò che ha fatto venire in mente a qualche megalomane dirigente pubblico di volerla scegliere come monumento “Simbolo della Provincia di Torino”. E invece Fenestrelle è solo il simbolo della vergogna, e dovrebbe esserlo delle infinite scuse che lo Stato italiano deve alle Genti dl Sud per massacri perpetrati in nome di un’Unità fasulla, costata però sangue vero, vere lacrime, sofferenze infinite.

Del perché venne costruita la fortezza di Fenestrelle non è il caso di occuparsi qui, quel che ci importa, e che ce la rende odiosa, è che fu da subito concepita come prigione, e poiché le prigioni agli Stati sono indispensabili, venne usata anche da francesi al tempo di Bonaparte, oltre che come carcere militare fino  a che, dal 1860,  iniziò a diventare un vero e proprio lager, forse il primo di cui si abbia notizia. Il primo ed uno dei peggiori, in quanto neppure il lavoro da schiavi veniva imposto ai detenuti, li si voleva costretti e ridotti allo sfinimento, arresi e morti.

Numeri ufficiali, terribili e rivelatori: dal 1860 il “governo italiano” chiamò alla leva obbligatoria triennale 72.000 coscritti dell’ex Regno delle Due Sicilie, si presentarono in 20.000. Il che fa più di cinquantamila renitenti, meglio: disertori. Una diserzione di massa, che disorientò e fece infuriare il governo.

C’era già stata la guerra e la guerriglia, ovvia e “normale” contro l’invasione del Sud, ma adesso c’era il Regno d’Italia, e questi cafoni disertavano la naja? Repressione, solo dura repressione poteva essere la risposta, e così fu. Le bande di La Marmora, i bersaglieri, furono scatenati per la repressione: e la resistenza fu coraggiosa, indomita.

Bande partigiane, alcune al comando di ufficiali del disciolto esercito borbonico, molte invece costituite da contadini che fuggivano la leva obbligatoria, da chi non voleva, non poteva lasciare la masseria, la famiglia, gli animali. Guerrieri contadini, che difendevano la loro terra dall’invasore.

Quante volte, nella storia, questo copione si ripete: la Vandea che insorge contro la Repubblica francese nel 1793, i contadini ed i montanari che formano le bande partigiane per sfuggire al bando Graziani nel 1943, ma la storia ha radici nelle insurrezioni contadine del Medio Evo, quando le falci diventavano armi contro la prepotenza dei signori feudali, quando Andreas Hafer guida gli insorti del Tirolo agli inizi  dell’800. Storia antica e terribile.

Di fronte alla rivolta indomabile, e di proporzioni ben maggiori di quanto il governo sabaudo avere previsto, arrivano le leggi speciali: il dicastero Minghetti promulga, il 15 agosto 1863, la legge Pica “Per la repressione del brigantaggio meridionale”.

Et voilà: ex soldati borbonici, contadini, le loro famiglie, catalogati come briganti, come ladri, come combattenti illegittimi contro i quali tutti i mezzi erano buoni. Banditi. “Achtung Banditen!” avrebbero scritto i nazisti all’imbocco delle zone dove si registrava una presenza partigiana. “Bandito” stava scritto sui cartelli appesi al collo dei partigiani assassinati.

E banditi lo furono  per davvero, i “briganti meridionali”, alla macchia per necessità, rinnovando l’antico “ricorso alla foresta” già previsto nel diritto franco del IX secolo… ma si lasciavano a casa una famiglia, dei figli, ed anche su questi si scatenò la repressione. Anticipando la prassi israeliana di radere al suolo le case palestinesi sospettate di essere riparo per “terroristi”, venivano scoperchiate, a volte date alle fiamme, le masserie e le baracche più misere, ma a volte neppure questo bastava, e si radevano al suolo interi paesi, come capitò a Pontelandolfo, più di 1500 morti in un giorno, il paese distrutto dall’artiglieria italiana per rappresaglia.

Nel 1878, quando si tirarono le somme, i paesi rasi al suolo saranno 54, 5212 le condanne a morte eseguite, 6564 le condanne alla galera a vita. Fame, miseria, azzeramento dell’agricoltura, epidemie, esecuzioni sommarie daranno un totale vicino al milione di morti. Dalla resistenza anti-piemontese si sviluppò un’incontenibile rivolta sociale, che richiese l’invio di sempre maggiori forze di occupazione al Sud: 22.000 uomini nel 1860, destinati a diventare 50.000 nel dicembre 1861, poi 105.000 l’anno successivo,, fino a raggiungere il numero di 120.000. Una guerra civile, altro che “Fratelli d’Italia!”.

“A Napoli noi abbiamo cacciato il sovrano per stabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono, e sembra che non basti, sessanta battaglioni. Abbiamo il suffragio universale? Io nulla so di suffragio: ma so che di qua del Tronto non sono necessari battaglioni, e che di là sono necessari. Ci dev’essere per forza qualche errore… Bisogna cambiare atti, o principi”. Era Massimo d’Azeglio, a dirlo.

Dichiarazione di un nobile siciliano, che aveva creduto alle promesse del “re Galantuomo”… è Francesco Noto, deputato al Parlamento di Torino, che così parla nella seduta del 20 novembre 1861: “Questa è invasione, non unione, non annessione! Questo è volere sfruttare la nostra terra come conquista. Il governo del Piemonte vuole trattare le provincie meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perù e nel Messico!”.

Ed il peggio doveva ancora venire. I prigionieri, rastrellati tra Puglia, Calabria, Campania, furono condotti (a volte a piedi..) nei campi di concentramento del Nord.

Non solo galera, no… sentite cosa disse nel 1872, con ormai Roma capitale, il Ministro degli Esteri del Regno d’Italia: “bisogna dunque pensare ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più  che presso le impressionabili popolazioni  del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce di più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo, sono atterriti all’idea di andare a finire i loro giorni in paesi lontani ed ignoti”. Questo “galantuomo” era il milanese Emilio Visconti Venosta, ricordatevene, on si sa mai, magari c’è qualche monumento lui dedicato che attende un martello, una targa da mandare in frantumi per celebrare il cento cinquantenario. Il governo voleva seminare il terrore, e diceva che i briganti erano gli altri, ricorda niente? Nasce davvero come un paese moderno, l’Italia, anche se in realtà stava replicando le contemporanee politiche di sterminio e deportazione attuate dal governo degli U.S.A. nei confronti dei nativi.

Si scatenarono le più strambe fantasie, che elenco: deportazione in Tunisia, ma non vi fu l’assenso del governo tunisino; la Patagonia argentina, ma il Regno d’Italia aveva poche navi e non sapeva bene come portarli; fu fatta richiesta al Portogallo per aprire colonie penali in Mozambico o in Angola, ma nessuna di queste ipotesi si rivelò praticabile. Ci provarono anche col Borneo, con l’Indonesia…

Non è uno scherzo, ho elencato i progetti del Ministro degli Esteri del 1867, Luigi Federico Menabrea. Tutto documentato con minuziosa precisione. Abbiamo persino l’ora di trasmissione dei telegrammi diplomatici intercorsi tra Menandrea ed i ministri Emanuele d’Azeglio (che stava a Londra) e Della Croce (a Buenos Aires), tutto negli Archivi di Stato tra Torino e Roma. Un’unica folle vergogna, il progetto di un genocidio, e di nuovo altro che “Fratelli d’Italia”. Ma i terroni bisognava tenerseli, e allora meglio  sterminare almeno i più rompicoglioni.

E allora su, in Toscana, in Lombardia, in Piemonte. Per i più sfortunati, Fenestrelle. Vestiti con un camicione di tela, ed una sciarpa. Zoccoli di legno. Perché non prendessero troppi vizi vennero tolti gli infissi alle finestre. A 2000 metri, d’inverno, la sopravvivenza media era di tre mesi, per quelli robusti. E dato che i forni crematori non li avevano ancora inventati, i cadaveri venivano gettati in una fossa di calce viva, dietro la cappella della fortezza.

All’inizio  del suo utilizzo come galera per i briganti, Fenestrelle ospita circa seimila internati, davvero troppi per le guardie, e difatti il 22 agosto 1861 quasi un migliaio di loro tenta di impadronirsi della fortezza, raggiungono uno dei depositi delle armi, ma la rivolta fallisce. La notizia, però, arriva ai giornali, creano non poco scompiglio: mentre l’80% delle truppe piemontesi era impegnato a combattere i briganti al Sud, si corse il rischio  che alcune migliaia di evasi dalla galera, in armi, iniziassero la guerriglia nelle valli.

Non andò così.

Il brigante, sconfitto, divenne emigrante “volontario”. Ancora pochi anni e ci sarebbero andati da soli in Argentina, in America, dovunque, via da un’Italia che questi “fratelli” proprio non li voleva.

Resta, cupa, vuota, la fortezza di cui De Amicis (quello di “Cuore”) disse che sembrava  “apposta per contenere milioni di ribelli”. Restano le parole di Antonio Gramsci, “lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia Meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini, che scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.

Restano i romanzi di Carlo Alianello, che raccontano un’altra storia che non trovate sui libri di scuola. Restano i loro nomi, le loro leggende che ancora si cantano al ritmo della taranta: Carmine Crocco, Michelina de Cesare, Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco Nanco, e Domenico Fuoco, l’ultimo a cadere dopo dieci anni di macchia sui monti del Matese.

Quando scende la notte sulla montagna, da Fenestrelle all’Aspromonte, da Chiromonte alla Barbagia, sono ancora pronti per essere accesi i fuochi dei briganti.

Buon compleanno, Italia.

 

 

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UNA DONNA STRAORDINARIA

by Duncan on gen.27, 2011, under Bellezza, Disciplina, Ispirazione, Poesia, Resistenza umana

Fu in una sera come tante che mi imbattei in questa storia. E non l’ho più dimenticata. La raccontai, a suo tempo. E continuai a raccontarla nel tempo. Certe storie non muoiono mai, né ristagnano come crisalidi cristallizzate o polverosi classici sterilizzati. Noi diamo incarnazione alle Storie. Le Storie ci abitano. E ci scelgono allo stesso modo in cui noi scegliamo loro.

Alcune storie non ci lasciano sonnecchiare, ma continuano a chiamarci nella Spirale del Tempo. E questa storia vuole ancora vivere. E vuole essere risuscitata. Anche qui. Anche adesso.
Ci sono uomini e donne venuti sulla terra ad insegnarci il coraggio.
Rammentano in noi l’antica credenza, che mai è morta e mai morirà.
Credenza che è balsamo e bestemmia. Messaggio del tempo, tramandato tra aquiloni e cellule e scritto a lettere di fuoco e sangue sulle rocce, che dice…

Nessuno ostacolo potrà fermare lo spirito umano.

E noi stiamo là sulla soglia a toccare con gli occhi queste comete che riempirono il cielo di speranza. Potrai perdere braccia e gambe, ma se il tuo cuore è grande, un giorno ti vedremo volare.

No, nessuno ostacolo potrà fermare lo spirito umano.

È la storia di una donna straordinaria, la storia in cui mi imbattei.
Una donna giapponese. Due suoi versi:

“Volere è potere: ho impresso queste parole in mente e vissuto fin qui la mia vita, all’insegna di esse.”

“Gli uccelli sono i miei veri maestri: mi hanno insegnato a scrivere usando la bocca.”

Tsumakichi, era il suo nome. Una geisha che si trovò nel posto sbagliato al momento sbagliato. Che poi era proprio il posto in cui doveva essere per fiorire come essa è fiorita. C’era anche lei nellacasa per Geishe, Sankairo, nel quartiere a luci rosse Horie di Osaka, nel 1905, quando il proprietario della casa, in una esplosione di follia furente, dopo aver saputo del tradimento della moglie, affettò con la spada sei geishe, uccidendone cinque…

La sesta era Tsumakichi. Rimase viva, ma perse entrambe le mani. Da quel momento non poté più danzare, e comincio a peregrinare come attrice di strada in una compagnia teatrale ambulante. Dopo una tournee, nella città di Sendai, dove la compagnia era arrivata, nel locale in cui andarono ad alloggiare, Tsumakichi vide una coppia di canarini. Nonostante fossero imprigionati in un gabbia piccola e stratta, i canarini “vivevano”, cantavano con allegria e cibavano col becco i loro figli. E Tsumachiki fu come folgorata. E pensò che come loro avevano una bocca, una bocca aveva lei. Come loro facevano tutto con la bocca, non ci sarebbe stato nulla che lei non avrebbe potuto realizzare con la sua bocca!

E rammentò allora le parole del patrono di Horie: “Qualunque cosa possano fare gli altri, sono sicuro che anche noi possiamo. Dipende tutto dalla sola forza di volontà.” Questa donna indomita, che non aveva mai letto e scritto in vita sua, seguì il richiamo della sua folgorazione.

E comincio con sforzo incrollabile a studiare con la penna in bocca. In seguito divenne monaca e assunse il nome di Oishi Junkyo. Le sue opere di calligrafia e i suoi dipinti divennero celebri. Come chiunque si è spinto oltre ciò che sembrava fato implacabile e condanna, Tsumakichi si spendeva anche per destare negli altri la stessa fame, la stessa disperata e folgorante fede.

E quando parlava con gli handicappati era solita dire: “Se il problema è un corpo storpio, non c’è nulla da fare, ma cercate di non rendere storpio il vostro cuore”, soleva dire per incoraggiare gli handicappati.

Yanagi Muneyoshi, nel suo libro Shinge scrive:

“DONA TUTTO TE STESSO! ALLORA NON AVRAI MAI RIMPIANTI.”


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IL POTERE DELLE FIABE

by Duncan on lug.05, 2009, under Ispirazione, Simbolo

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Nelle fiabe c’è un percorso antico, che si annida negli archetipi dell’uomo.
Questo è stato sempre saputo. Renderle vuota fantasticheria è una delle tante incomprensioni che hanno caratterizzato la conoscenza nel corso del tempo.
Le fiabe hanno un rapporto antichissimo con l’anima dell’uomo. Quelle che sembrano storielle e piccole avventure si nutrono di potenti riferimenti simbolici, e hanno qualcosa da dire alla nostra coscienza e al nostro inconscio.
I bambini non hanno mai smesso di avere fame di fiabe. Le fiabe sono sia un qualcosa di distinto da tutto il resto, sia parte della più ampia categoria delle “storie”. Entrambi i poli coesistono. Né due mondi distinti, né totale compenetrazione. Le fiabe sono un modo di articolarsi delle “storie”, distinto da altri.
L’essere umano non può vivere senza storie. Qualuque sia la sua età.
Cambia la forma e la complessità, lo stile e la profondità, la durezza e la radicalità.. ma le storie ritornano incessantemente evocate dalle profondità del nostro spirito.
Abbiamo creato i manga, interminabili epopee a fumetti, i cicli fantasi, come l’epocale Dune di Herbert o il Signore degli Anelli di Tolkien. Ci siamo scoperti a vedere la saga di Hokuto e Ken il Guerriero da bambini, o innamorati dei miti indiani narrati intorno al focolare. Abbiamo cercato la terra del Sogno deglli aborigeni per trovare dimenticati sentieri dell’anima, o le parabole sufi per danzare sotto i cieli del delirio, e svendere il mantello dell’Io per ritrovare il Danzatore oltre ogni frammento disperso.
Un mondo senza storie è un mondo morto. Il tentativo di sradicare ogni elemeno “fabuloso” dal proprio piano di esistenza, volgarmente spacciato per “realismo”, è quanto di più “irreale” ci sia, perché misconosce e atrofizza la “realtà” emotiva e spirituale dell’essere umano. E non c’è niente di più spaventosamente irreale che una totale immersione nella frequenza monodimensionale dell’io quotidiano. Quella è “una” frequenza, che deve essere vissuta comea anche le “altre” frequenze. Ogni piano potenzia l’altro, e senza piani superiori, il quotidiano diviene maschera, anoressica rappresentazione di sopravvivenze forzate e giochi di potere e posizionamento, o di resa e cristallizzazione relazionale. E’ lo spalancamento anche ai piani superiori che ci rende davvero “reali”, in quanto “autentici”, irrorati da miti e simboli che incarnadosi nel quotidiano illuminano il nostro sguardo e ci rendono esseri capaci di creare e trasformare.
Camminatori della speranza. E piantatori di ulivi nei deserti. Portare la Poesia nel Mondo, rendendo fertile il mondo, è una delle più lussureggianti manifestazioni di una vita integra e aperta a tutti i piani dell’essere.
Chi rinuncia alle storie o chi ne viene privato, deperisce, e intristisce come un grigio funzionario della vita. La potenza delle cose gli si pone come inesorabile e non ricorda più che ci sono parole che possono destare dal sonno, che ci sono parole che sciolgono anche “i cuori di ghiaccio” (andate agli ultimi passi del Silmarillion di Tolkien), che ogni essere umano è un Mago sotto mentite spoglie.
Ed è anche un Guerriero pronto a dare l’anima per quello in cui crede, per valori che considera sacri.
E un Amante a cui si incendiano gli occhi per passione e amore.
Un Artista che dipinge colori sui muri di periferie intossicate da mafia e droga, per celebrare incantesimi contro la disperazione.
Ogni essere umano, disse Paolo Coelho nel suo momento migliore, è portatore di una Leggenda Personale. Senza Leggenda Personale l’essere umano si appanna.
I cultori del materialismo più grezzo e dozzinale, o i cinici da salotto sono forse tra le persone più ottuse e miopi che siano mai state partorite.
Sogni di Bellezza hanno animato tutta la grande arte.
Eroici furori in ogni indignazione, che ancora ritorna, ogni volta che innocenti sono sacrificati ai Moloch, ogni volta che un bambino è violato, ogni volta che l’Abominio imperversa, ogni volta che vediamo i collari strozzare la voce, ogni volta che scegliamo di alzarci e parlare quando tutti tacciono per paura o convenienza.
Le leggende, i miti e le storie custodiscono le radici dell’uomo e i suoi orizzonti. Il meglio di ciò che è stato e il meglio di ciò che sarà.
Perché lo scopo di ogni Partenza è il Ritorno.
E perché.. di ogni mio viaggio lontano da Te, Tu sei la Meta.
E adesso capirete perché non riusciamo a smettere di leggere, di ascoltare storie, vedere film.. perché i miti ci perseguitano, perché andiamo a dare la caccia agli archetipi. Perché siamo curiosi e appassionati. Perchè vogliamo conservare tutte le storie del mondo e raccontarle.
Perché quando i popoli venivano massacrati ed estinti sceglievano e scelgono di consacrare alcune persone a tramandare il patrimonio, le loro storie più grandi, di generazione in generazione, fino al momento in cui esse potranno trovare nuova fioritura.
Ogni dominatore ha sempre temuto l’anima dell’uomo. I mezzi dirincoglionimento collettivo agiscono ancora di più sull’inconsio che sul conscio, scaraventandone dentro il mondo della merce e del consumo, e parodie oscene di storie, volgari vaccate che deprimono invece di alzare, anastetizzano invece di ispirare, intristiscono invece di liberare.
Tuttavia i miti e le storie persistono perché non sono sradicabili dall’anima dell’Uomo.
La stessa sete non può essere riempita con merce avariata e pasti pronti.
Le fiabe sono uno dei territori delle Storie. Tutti vi possono accedere, ma i loro destinatari privilegiati sono i bambini.
La loro “artigianalità”, la semplicità e “povertà” della messa in opera, è una ricchezza piùc he un limite. Il bambino sente la madre (o altri) raccontargli una fiaba. Non ci sono mezzi, non ci sono immagini, effetti speciali. Non c’è nulla se non  una voce e una storia. La “povertà” crea una “intimità” speciale e unica, tra quel bambino e quella madre, che, proprio in quel momento, sono l’unico vero centro dell’universo. Conchiglie che si ricambiano il suono del
Mare. Congiurati di un capovolgimento del mondo. Avventurosi esploratori di un’altra dimensione, con regole che sono solo le loro.
Ogni singola fiaba è diversa da tutte quelle che vi sono state e vi saranno. La fiaba dei pollicino  (ad es.) che narrerai stasera è diversa da tutte le fiabedi pollicino mai raccontate in tutta la storia del mondo. La tua voce, la vibrazione sotterranea che la anima, il tuo bambino, la sensibilità che gli è propria, i vostri codici speciali di comunicazione, gli scambi energetici da mente a mente, il tocco di una mano su una mano o un viso.. le pause, i toni, i richiami.. tutto renderà quella storia unica.
Le fiabe non sono qualcosa di edulcorato e inevitabilmente sdolcinato. Il dolore, la morte, il male, non mancano, non vengono negati.
Ma si mostra come il coraggio, la bellezza, l’amore possono vincere.
Che attraverso la caduta e il dolore si può rinascere.
E passatemi l’affermazione finale accusabile da “passatista”.. ma, persone capaci di raccontare ancora fiabe a un bambino piuttosto che riempirlo di cose o giochi elettronici hanno un posto d’onore nelle fondamenta umaniste del mondo.
Il potere delle fiabe rammenta che esiste un potere oltre ogni degradazione, qualcosa di perduto, qualcosa da ritrovare. Una principessa di incredibile bellezza, un anello magico, prove di valore, aquile che ti trasporteranno in mondi lontani. Cominci a credere fin da bambino, mettendo cascina in fieno per quando verranno i giorni dei baubau di grigio vestiti e dal sorriso a tagliola, con momente sonanti e cemento nel cuore e porteranno il freddo. Ma tu hai cominciato a sognare da lontano, sai che in un modo o nell’altro non sarai abbandonato. Che avrai la tua spada per combattere. La tua principessa da baciare. Un grande avventura da vivere. Qualcosa per cui lottare, come un antico cavaliere. Perché certe storie non muoiono mai.
E’ anche questo il potere delle fiabe.
Vi lascio con questa meravigliosa canzone di Vecchioni, qui cantata insieme ad Ornella Vanoni. Una canzone a cui sono legato per motivi che mi prendono l’anima. Mi ricorda persone scomparse, lunghi viaggi in macchina, insieme a canzoni bellissime

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