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La fortezza di Fenestrelle
by Duncan on lug.03, 2011, under Controinformazione, politica
Tacito scriveva: “fanno il deserto e lo chiamano pace”.
Tacito incarnava in sè il lato più grande degli antichi romani. La capacità di guardarsi dentro e di osservarsi con totale spietatezza e franchezza. Infatti è degli stessi romani che Tacito scriveva… “fanno il deserto e lo chiamano pace”.
Non so esattamente dirvi come è stata chiamata l’unificazione d’Italia. Forse il guaio è che non è stata “chiamata” fino in fondo. C’è un peccato di omissione. Omissione di nomi, storie, volti, eventi. Semplicemente pagine scomparse, strappate via dal vento selettivo della narazione.
Adesso si sa che l’Unificazione a un certo punto avvenne “con il ferro e con il sangue” e che il Sud venne trattato come paese nemico occupato. Interi villaggi furono distrutti, migliaia di persone uccise, altre condannate al carcere a vita.. altre spedite in luoghi infami, lager antelitteram come Fenestrelle, dove a migliaia furono rinchiusi.
Ed è soprattutto di Fenestelle che parla il testo che leggerete.
Ci tengo a dire una cosa…..
La storia non è un ascia con motorino retroagente o con replay incorporato.
E volere “matematicamente” risarcire una ingiustizia storica, spesso porta a una nuova ingiustizia, cosicchè le ingiustizie si sommano.
Ad esempio, Israele è nata dal selvaggio atto di occupazione dei territori palestinesi e da crimini senza fine. Ma riscattare quella ingiustizia storica non vuol dire ritornare allo status quo.. e quindi distruggere Israele. Sarebbe come aggiungere un altro abominio al precedente abomio. Israele ormai esiste da generazioni, sono nati figli e poi figli di figli e poi figli di figli di figli. Orma è nata una comunità di senso. Il futuro sarà integrare Israele e futuro stato palestinese.
Se andiamo adesso alle barbarie verso le genti del Sud Italia.. il “risarcimento” non è “annullare” l’unificazione e tornare al Regno delle Due Sicilie e ai borboni.
L’Italia ormai è un valore.. si sono stabilite connessioni.. sono nate generazioni. Orma l’Italia ci appartiene.
Il riscatto allora è ristabilire la verità storica, spazzare via l’oblio, imparare dal passato.. costruire una Nuova Storia.
Vi lascio a questo pezzo per certi aspetti impressionante…
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Tratto da
“NUNATAK
Rivista di storie, culture, lotte della montagna” (n.627)
… Quando fa notte, a la muntagna…
Jacou
Finestrelle sta lì, in mezzo alla Val Chisone. La mastodontica mole della fortezza è forse ciò che ha fatto venire in mente a qualche megalomane dirigente pubblico di volerla scegliere come monumento “Simbolo della Provincia di Torino”. E invece Fenestrelle è solo il simbolo della vergogna, e dovrebbe esserlo delle infinite scuse che lo Stato italiano deve alle Genti dl Sud per massacri perpetrati in nome di un’Unità fasulla, costata però sangue vero, vere lacrime, sofferenze infinite.
Del perché venne costruita la fortezza di Fenestrelle non è il caso di occuparsi qui, quel che ci importa, e che ce la rende odiosa, è che fu da subito concepita come prigione, e poiché le prigioni agli Stati sono indispensabili, venne usata anche da francesi al tempo di Bonaparte, oltre che come carcere militare fino a che, dal 1860, iniziò a diventare un vero e proprio lager, forse il primo di cui si abbia notizia. Il primo ed uno dei peggiori, in quanto neppure il lavoro da schiavi veniva imposto ai detenuti, li si voleva costretti e ridotti allo sfinimento, arresi e morti.
Numeri ufficiali, terribili e rivelatori: dal 1860 il “governo italiano” chiamò alla leva obbligatoria triennale 72.000 coscritti dell’ex Regno delle Due Sicilie, si presentarono in 20.000. Il che fa più di cinquantamila renitenti, meglio: disertori. Una diserzione di massa, che disorientò e fece infuriare il governo.
C’era già stata la guerra e la guerriglia, ovvia e “normale” contro l’invasione del Sud, ma adesso c’era il Regno d’Italia, e questi cafoni disertavano la naja? Repressione, solo dura repressione poteva essere la risposta, e così fu. Le bande di La Marmora, i bersaglieri, furono scatenati per la repressione: e la resistenza fu coraggiosa, indomita.
Bande partigiane, alcune al comando di ufficiali del disciolto esercito borbonico, molte invece costituite da contadini che fuggivano la leva obbligatoria, da chi non voleva, non poteva lasciare la masseria, la famiglia, gli animali. Guerrieri contadini, che difendevano la loro terra dall’invasore.
Quante volte, nella storia, questo copione si ripete: la Vandea che insorge contro la Repubblica francese nel 1793, i contadini ed i montanari che formano le bande partigiane per sfuggire al bando Graziani nel 1943, ma la storia ha radici nelle insurrezioni contadine del Medio Evo, quando le falci diventavano armi contro la prepotenza dei signori feudali, quando Andreas Hafer guida gli insorti del Tirolo agli inizi dell’800. Storia antica e terribile.
Di fronte alla rivolta indomabile, e di proporzioni ben maggiori di quanto il governo sabaudo avere previsto, arrivano le leggi speciali: il dicastero Minghetti promulga, il 15 agosto 1863, la legge Pica “Per la repressione del brigantaggio meridionale”.
Et voilà: ex soldati borbonici, contadini, le loro famiglie, catalogati come briganti, come ladri, come combattenti illegittimi contro i quali tutti i mezzi erano buoni. Banditi. “Achtung Banditen!” avrebbero scritto i nazisti all’imbocco delle zone dove si registrava una presenza partigiana. “Bandito” stava scritto sui cartelli appesi al collo dei partigiani assassinati.
E banditi lo furono per davvero, i “briganti meridionali”, alla macchia per necessità, rinnovando l’antico “ricorso alla foresta” già previsto nel diritto franco del IX secolo… ma si lasciavano a casa una famiglia, dei figli, ed anche su questi si scatenò la repressione. Anticipando la prassi israeliana di radere al suolo le case palestinesi sospettate di essere riparo per “terroristi”, venivano scoperchiate, a volte date alle fiamme, le masserie e le baracche più misere, ma a volte neppure questo bastava, e si radevano al suolo interi paesi, come capitò a Pontelandolfo, più di 1500 morti in un giorno, il paese distrutto dall’artiglieria italiana per rappresaglia.
Nel 1878, quando si tirarono le somme, i paesi rasi al suolo saranno 54, 5212 le condanne a morte eseguite, 6564 le condanne alla galera a vita. Fame, miseria, azzeramento dell’agricoltura, epidemie, esecuzioni sommarie daranno un totale vicino al milione di morti. Dalla resistenza anti-piemontese si sviluppò un’incontenibile rivolta sociale, che richiese l’invio di sempre maggiori forze di occupazione al Sud: 22.000 uomini nel 1860, destinati a diventare 50.000 nel dicembre 1861, poi 105.000 l’anno successivo,, fino a raggiungere il numero di 120.000. Una guerra civile, altro che “Fratelli d’Italia!”.
“A Napoli noi abbiamo cacciato il sovrano per stabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono, e sembra che non basti, sessanta battaglioni. Abbiamo il suffragio universale? Io nulla so di suffragio: ma so che di qua del Tronto non sono necessari battaglioni, e che di là sono necessari. Ci dev’essere per forza qualche errore… Bisogna cambiare atti, o principi”. Era Massimo d’Azeglio, a dirlo.
Dichiarazione di un nobile siciliano, che aveva creduto alle promesse del “re Galantuomo”… è Francesco Noto, deputato al Parlamento di Torino, che così parla nella seduta del 20 novembre 1861: “Questa è invasione, non unione, non annessione! Questo è volere sfruttare la nostra terra come conquista. Il governo del Piemonte vuole trattare le provincie meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perù e nel Messico!”.
Ed il peggio doveva ancora venire. I prigionieri, rastrellati tra Puglia, Calabria, Campania, furono condotti (a volte a piedi..) nei campi di concentramento del Nord.
Non solo galera, no… sentite cosa disse nel 1872, con ormai Roma capitale, il Ministro degli Esteri del Regno d’Italia: “bisogna dunque pensare ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce di più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo, sono atterriti all’idea di andare a finire i loro giorni in paesi lontani ed ignoti”. Questo “galantuomo” era il milanese Emilio Visconti Venosta, ricordatevene, on si sa mai, magari c’è qualche monumento lui dedicato che attende un martello, una targa da mandare in frantumi per celebrare il cento cinquantenario. Il governo voleva seminare il terrore, e diceva che i briganti erano gli altri, ricorda niente? Nasce davvero come un paese moderno, l’Italia, anche se in realtà stava replicando le contemporanee politiche di sterminio e deportazione attuate dal governo degli U.S.A. nei confronti dei nativi.
Si scatenarono le più strambe fantasie, che elenco: deportazione in Tunisia, ma non vi fu l’assenso del governo tunisino; la Patagonia argentina, ma il Regno d’Italia aveva poche navi e non sapeva bene come portarli; fu fatta richiesta al Portogallo per aprire colonie penali in Mozambico o in Angola, ma nessuna di queste ipotesi si rivelò praticabile. Ci provarono anche col Borneo, con l’Indonesia…
Non è uno scherzo, ho elencato i progetti del Ministro degli Esteri del 1867, Luigi Federico Menabrea. Tutto documentato con minuziosa precisione. Abbiamo persino l’ora di trasmissione dei telegrammi diplomatici intercorsi tra Menandrea ed i ministri Emanuele d’Azeglio (che stava a Londra) e Della Croce (a Buenos Aires), tutto negli Archivi di Stato tra Torino e Roma. Un’unica folle vergogna, il progetto di un genocidio, e di nuovo altro che “Fratelli d’Italia”. Ma i terroni bisognava tenerseli, e allora meglio sterminare almeno i più rompicoglioni.
E allora su, in Toscana, in Lombardia, in Piemonte. Per i più sfortunati, Fenestrelle. Vestiti con un camicione di tela, ed una sciarpa. Zoccoli di legno. Perché non prendessero troppi vizi vennero tolti gli infissi alle finestre. A 2000 metri, d’inverno, la sopravvivenza media era di tre mesi, per quelli robusti. E dato che i forni crematori non li avevano ancora inventati, i cadaveri venivano gettati in una fossa di calce viva, dietro la cappella della fortezza.
All’inizio del suo utilizzo come galera per i briganti, Fenestrelle ospita circa seimila internati, davvero troppi per le guardie, e difatti il 22 agosto 1861 quasi un migliaio di loro tenta di impadronirsi della fortezza, raggiungono uno dei depositi delle armi, ma la rivolta fallisce. La notizia, però, arriva ai giornali, creano non poco scompiglio: mentre l’80% delle truppe piemontesi era impegnato a combattere i briganti al Sud, si corse il rischio che alcune migliaia di evasi dalla galera, in armi, iniziassero la guerriglia nelle valli.
Non andò così.
Il brigante, sconfitto, divenne emigrante “volontario”. Ancora pochi anni e ci sarebbero andati da soli in Argentina, in America, dovunque, via da un’Italia che questi “fratelli” proprio non li voleva.
Resta, cupa, vuota, la fortezza di cui De Amicis (quello di “Cuore”) disse che sembrava “apposta per contenere milioni di ribelli”. Restano le parole di Antonio Gramsci, “lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia Meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini, che scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.
Restano i romanzi di Carlo Alianello, che raccontano un’altra storia che non trovate sui libri di scuola. Restano i loro nomi, le loro leggende che ancora si cantano al ritmo della taranta: Carmine Crocco, Michelina de Cesare, Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco Nanco, e Domenico Fuoco, l’ultimo a cadere dopo dieci anni di macchia sui monti del Matese.
Quando scende la notte sulla montagna, da Fenestrelle all’Aspromonte, da Chiromonte alla Barbagia, sono ancora pronti per essere accesi i fuochi dei briganti.
Buon compleanno, Italia.
Come fiori rossi sull’asfalto di Tienanmen
by Duncan on ott.16, 2009, under Ispirazione, Resistenza umana

Ma Jian è il genere di scrittore che per la Cina non dovrebbe esistere. Che nella nuova Grandeur revanchista è come polvere negli occhi. Un pò come quei piccoli insetti che mandano in paranoia un elefante.
Ha una caratterisca non troppo apprezzata dall’apparato che da sempre è come una cappa di piombo calata senza feritoie e senza bombole d’ossigeno sulla Cina. E’ interiormente libero. E scrive la sua libertà.
Nato nel 1953 ha svolto ogni sorta di mestieri, da riparatore di orologi e pittore di poster. Ma nel 1983 abbandona il lavoro e viaggia per tre anni attraverso la Cina. Una esperienza che lo portò a scrivere il libro “Polvere Rossa” e nel 1987 darà vita alla raccolta di racconti sul Tibet “Tira fuori la lingua”. Libro che comporterà la condanna pubblica de governo cinese, la messa al bando delle sue opere, e la necessità di espatriare.
Lui c’era a Tienman in quel momento in cui per la prima volta dei cinesi alzarono la testa contro il potere.
Erano pochi, ma coi loro gesti riscattarono la vigliaccheria e la paura di molti, tempi immemorabili di schiene piegate e di vite ranicchiate. Finirono nel sangue, ma diventarono mito. Un mito sempre temuto. E quindi cancellato, annichillito, consegnato al vuoto ancestrale dell’oblio.
“Dimentica” dice sempre il Potere.. “perché nella dimenticanza io prospero”.
Istantanee.
La nostra vita sono istantanee scolpite a tinte forti nel tempo, quadri e foto appesi sul muro.
Lo siamo stati anche noi. E poi siamo stati altro. E altro saremo.
Completamente perduti o ritrovati. C’è un filo, c’è un filo che lega i nostri infiniti presenti Mia Signora?
Istantanee.
I volti di quello che siamo ci condannano all’Onore. Ad essere fedeli o a tradire.
La scritta sul muro, il pugno alzato, la voce che attraversa il deserto.
Alcuni dimenticano. Altri continuano.
I nostri occhi e il nostro tempo, i volti nelle foto staranno lì a incendiarsi e a farci l’unica domanda che, in fin dei conti, veramente conta. più che una domanda.. una richiesta imperiosa..
DIMMI CHI SEI!
C’è stato anche lui a Tienanmen,, Ma Jian. La differenza… la differenza è che lui c’è ancora.
E che gli altri.. quasi tutti gli altri hanno tradito. Le ali hanno un modo tutto loro di piegarsi, pezzo a pezzo, accumulando la polvere, consumando divani, conti in banca ed appoggi. C’è una nicchia per tutti nel paese di Mangiafuoco.
Ma Jian scattò delle foto (e alte se le procurò). Le troverete su internet se volete.
Istantanee. In una di queste ci sono tutti i maggiori scrittori cinesi giovani (giovani in quell’epoca).
Adesso esistono ancora, come corpo, carne, vene, cartilagine e strutture neuronali.
Il loro complessivo sistema organico biopsicofisico esiste ancora. Ma, in un certo senso, sono morti.
Quest’anno alla fiera del libro a Francoforte l’ospite d’onore è la Cina. Ed arriva sovraccarica di quella pseudo prosopopea “imperiale” con la quale ama piazzarsi all’esterno, come il nuovo astro emergente del tempo che verrà. Con quell’autoincensarti che è tipico dei periodi letargici e bovini della storia. E slogan come “tra tradizione e modernità” che cercano di intruppare tutto nel comune servizio al Grande Sogno Cinese. Ci sarà una delegazione in pompa magna con oltre duecento persone tra scrittori e studiosi dell’Accademia delle Scienze sociali. Tutti con la loro bella tessera del Partito Comunista Moloch.
Tutti revisionati, ripuliti, approvati e corretti.
Molti che sudano 107 camice da anni per cancellare il loro passato, così ingombrante. E ne hanno consumato di gomme a fura di stricare sui fogli di carta e non lasciare neanche, dell’inchiostro, l’ombra.
Ma troveranno qualcuno che volentieri eviterebbero. Qualcuno che era con loro. Qualcuno che non ha dimenticato.
Qualcuno che non si è venduto. Qualcuno che non ha tradito.
<<In quei giorni molti di loro sfilavano insieme a noi studenti. Nelle
foto si vedono i loro volti, e quando sarò a Francoforte per la Fiera
del libro li chiamerò per nome e domanderò dove sono finiti i loro
slogan per la libertà.>>
Qualcuno c’è sempre a rompere i quadri troppo perfetti, a steccare nel coro. A ricordarci che la maturità non è solo un cimitero dei sogni. Che possiamo non tradire il meglio di quello che siamo e il meglio di quello che siamo stati. Che crescere non è inevitabilmente un declino.
Che a volte i sogni non muoiono.. come i fiori rossi sull’asfalto di Tienanmen.

